Conflitto del Viminale con la magistratura mentre si nascondono i soccorsi in mare

di Fulvio Vassallo Paleologo

1.Esplode in questi giorni un ennesimo attacco contro la magistratura e contro tutti i giuristi che hanno criticato le scelte del ministro dell’interno, ministro, vicepresidente del Consiglio, ma soprattutto capo di partito in perenne campagna elettorale, che ha violato da tempo i principi fondanti del diritto internazionale e della Costituzione, negando soccorsi immediati ed accesso nei porti alle imbarcazioni delle ONG che avevano operato attività di ricerca e salvataggio in acque internazionali.

Secondo il ministro dell’interno, che si considera evidentemente al di sopra delle leggi, “se qualcuno, indossando la toga, sull’immigrazione ritiene che in Italia ci sia spazio per tutto e per tutti, è chiaro che sarebbe opportuno non ci fossero sentenze sul tema immigrazione da parte di queste persone, però andiamo avanti tranquillamente”. Un messaggio che, ripreso sui social e sui siti dei giornali, si è subito tradotto in una valanga di attacchi ed insulti contro chi applica quotidianamente la legge in base al principio di gerarchia delle fonti, sulla base del diritto internazionale e del dettato costituzionale. Una tecnica comunicativa ben collaudata. Il capo indica il bersaglio, i suoi seguaci eseguono ed attaccano. Da denunciare al Capo dello Stato e da perseguire penalmente in ogni sede.

In Sicilia le minacce al Procuratore capo di Agrigento dott. Luigi Patronaggio assumono il linguaggio truce della mafia, ma ampliano anche il fronte della solidarietà. Chi difende la legalità e lo stato di diritto, dopo essere stato esposto al pubblico ludibrio per avere applicato scrupolosamente la legge in conformità al diritti internazionale e alla Costituzione, riceve una busta con un proiettile e gravi minacce, rivolte anche ai suoi figli. Il dissequestro di una nave delle ONG o l’archiviazione di una indagine contro gli operatori umanitari, non meno che una attività di inchiesta sugli abusi e sulle omissioni di rappresentanti istituzionali, vengono avvertiti come facilitazione dell’ingresso di immigrati “clandestini”. La solidarietà tardiva non cancella l’effetto di mesi di attacchi e di delegittimazione. Nel decreto sicurezza bis è già pronta una norma che toglie i poteri di indagine ad un giudice scomodo per il Viminale.

Nel decreto sicurezza bis, manifesto elettorale della lega nell’ultima campagna elettorale, ormai di prossima approvazione, il tentativo di un “regolamento dei conti” con quelle procure che avevano osato aprire indagini nei confronti del ministro dell’interno, a seguito della mancata indicazione del porto sicuro e della conseguente autorizzazione allo sbarco.- Come scrive la Stampa,”È quanto è scritto all’articolo 3 del decreto Sicurezza bis: in puro gergo giuridichese, in una selva di articoli e commi, c’è un clamoroso accentramento di competenze in capo a poche procure, quelle distrettuali. Nel caso siciliano, che è la frontiera avanzata lungo le rotte che arrivano dall’Africa, e che inevitabilmente si trova a trattare navi umanitarie e soccorso in mare, le uniche procure che sarebbero incaricate di trattare i reati del favoreggiamento all’immigrazione clandestina resterebbero Palermo e Catania, una competente per la Sicilia occidentale e l’altra per la Sicilia orientale”.

Le prime avvisaglie di questi tentativi intimidatori, che vorrebbe intaccare il principio di indipendenza della magistratura, si erano già avvertite lo scorso anno a luglio, con gli “ordini” (“nessuno sbarco senza arresti”) impartiti direttamente dal ministro dell’interno alla Procura di Trapani, nel caso del “dirottamento” di un rimorchiatore. la Vos Thalassa, che sarebbe stato operato da un gruppo di naufraghi, poi giunto nel porto di Trapani, dopo un trasbordo sulla nave Diciotti della Guardia Costiera italiana.

Come ampiamente riferito dalla stampa di quel periodo, si enfatizzava la portata dei fatti realmente accaduti a bordo del rimorchiatore Vos Thalassa subito dopo il completamento delle prime attività di soccorso. Questo era il tenore delle dichiarazioni del ministro dell’interno. “L’unica cosa che mi farebbe arrabbiare è che tutti gli sbarcati della Diciotti finissero a piede libero, qualcuno deve pagare, ci deve esser certezza della pena. Mi auguro la procura faccia in fretta, non può finire a tarallucci e vino. Salvini aggiungeva ancora: “Prima di piazzare in albergo a 35 euro al giorno personaggi che hanno aggredito marinai volevo che le indagini spiegassero agli italiani cosa è accaduto”. “Andrò fino in fondo fino a quando qualcuno non verrà assicurato alla giustizia“, 

Mentre la nave Diciotti della Guardia costiera italiana veniva bloccata all’ingresso del porto di Trapani, alcuni Ministri del governo da poco in carica, avevano definito come “facinorosi” i naufraghi, arrivando a chiedere che fossero sbarcati “in manette” dalla nave militare italiana sulla quale erano stati trasbordati. Lo sbarco in porto avveniva soltanto dopo un intervento del Presidente della Repubblica.

Come riferiva il Fatto Quotidiano, si levava la protesta dei magistrati. “Basta interferenze“, risponde… l’Associazione nazionale magistrati per bocca del presidente Francesco Minisci che definisce in contrasto con l’indipendenza della magistratura “ogni richiesta di adozione di provvedimenti dell’autorità giudiziaria, da chiunque provenga”. Tanto che sulla vicenda deve intervenire anche il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede: “I magistrati lavorano in piena indipendenza ed autonomia rispetto al potere politico: voglio rassicurare tutti”. Un monito al ministro dell’Interno arriva anche da Piercamillo Davigofresco di elezione al Csm, che intervistato dal Fatto Quotidiano dice: “La Costituzione della Repubblica riserva le decisioni sulla libertà personale all’Autorità giudiziaria, anche per la convalida degli arresti. Escludo che un ministro possa dare ordini alla magistratura“.

A margine di questo caso, Riccardo De Vito, presidente di Magitratura democratica, osservava come «Le affermazioni del ministro dell’Interno sullo sbarco della nave Diciotti, rilanciate dalla stampa, suscitano allarme per la distanza che segnano dai principi della Costituzione in materia di divisione dei poteri e di garanzie della libertà personale affidate all’autorità giudiziaria. Ogni interferenza nelle valutazioni autonome che − nel rispetto delle garanzie poste della Costituzione e dalla legge − spettano all’autorità giudiziaria circa la sussistenza o meno dei reati e l’adozione di provvedimenti restrittivi segna un passo indietro nello stato di diritto democratico. È triste che ancora una volta la vicenda dei migranti venga strumentalizzata per fini politici. A cuore di tutti dovrebbero essere quelle 600 persone morte nelle ultime quattro settimane a causa del blocco dei porti e degli impedimenti frapposti alle attività delle Ong»

Il processo che ne è seguito si è adesso concluso con l’assoluzione degli imputati perché il fatto non costituisce reato poiché è stata riconosciuta in loro favore la causa di giustificazione della legittima difesa. Una decisione che dimostra la impossibilita’ di sanzionare con multe le attivita’ di soccorso in acque internazionali a nord della Libia e di impedire l’ingresso nelle acque territoriali, e quindi nei porti italiani, a quelle navi che abbiano raccolto naufraghi nella pretesa zona Sar “libica”, senza attendere l’arrivo delle motovedette tripoline.

La magistratura ha così assolto, dopo mesi di carcere, i due presunti dirottatori, che in realtà si erano solo opposti ad una scelta politica imposta dal Viminale, che li voleva fare restituire alle autorità libiche, anche se già lo scorso anno era chiaro che la Libia non garantiva porti sicuri di sbarco. Come aveva accertato nel mese di aprile il Tribunale di Ragusa, ordinando il dissequestro della nave umanitaria Open Arms e suscitando le ire del ministro dell’interno, che aveva innescato una campagna di delegittimazione contro le ONG.

La sentenza emessa dal Giudice delle indagini preliminari di Trapani il 23 maggio scorso, rileva che «il potere della autorità libiche di impartire a quelle italiane direttive in vista del rimpatrio in Libia di migranti provenienti da tale Paese…deriva dall’accordo stipulato tra Italia e Libia nel 2017», che però, in assenza di una approvazione parlamentare ai sensi dell’art.80 della Costituzione, sarebbe «giuridicamente non vincolante e non avente natura legislativa». La decisione del giudice trapanese, che, sulla base dei rapporti delle Nazioni Unite, rileva l’esposizione ad abusi dei migranti internati nei centri di detenzione libici, equipara le eventuali riconsegne di migranti alla Guardia costiera libica ad un «respingimento collettivo», vietato dalle Convenzioni internazionali. E infatti si osserva come. «se si riflette un momento sul fatto che i 67 migranti imbarcati dalla Vos Thalassa avevano subìto, prima della partenza dal territorio libico, le disumane condizioni rappresentate dalla Unhcr, appare evidente come il ritorno in quei territori costituisse per loro una lesione gravissima di tutte le prospettive dei fondamentali diritti dell’uomo. Emerge inconfutabilmente che tutti i soggetti imbarcati sulla Vos Thalassa (..) stavano vedendo violato il loro diritto ad essere condotti in un luogo sicuro (…)

In piena estate, sempre a luglio, si era poi verificato il caso Diciotti, prima a sud di Lampedusa e poi nel porto di Catania, con i gravissimi attacchi del ministro dell’interno alla procura di Agrigento, “colpevole” di volere accertare le responsabilità dell’indebito trattenimento di decine di migranti a bordo della nave, in contrasto con la normativa interna e con il diritto internazionale. Una vicenda che non è stata chiusa dal voto del Parlamento che ha negato l’autorizzazione a procdere nei confronti di Salvini, con motivazioni che hanno invaso il campo delle competenze dell’autorità giudiziaria.

Da allora, ad ogni soccorso in acque internazionali, è seguita una fase di negoziazione con l’Unione Europea, meglio, con quegli stati che ancora si mostravano disponibili a ricevere una parte di naufraghi. Una fase che, ad ogni occasione di soccorso, è stata gestita da Salvini ritardando la indicazione di un porto di sbarco sicuro, come arma di ricatto verso gli stati europei che avrebbero dovuto accettare, almeno in parte, i naufraghi soccorsi in quella vasta area che dal 28 giugno 2018 veniva individuata come zona SAR (ricerca e salvataggio) “libica”. Di una Libia che non esisteva com entità statale unica, ed era priva di una Centrale di coordinamento del soccorso marittimo, richiesta dalle Convenzioni internazionali per il riconoscimento di una zona SAR. In realtà, in molti casi, le motovedette libiche erano guidate sul luogo delle intercettazioni da assetti militari italiani ed europei che per primi avvistavano o avevano notizia dei barconi in difficoltà.

Malgrado la istituzione di una zona SAR di loro competenza, infatti, i libici continuavano a confermare che le attività di ricerca e soccorso (SAR), in realtà vere e proprie intercettazioni in acque internazionali, avvenivano sotto il coordinamento delle autorità italiane. “Rome provides Libya’s coastguard with logistical support via its “Joint Rescue Co-ordination Centre”, locating migrant boats to intercept or rescue, as well as providing basic maintenance.

A partire dal mese di settembre dello scorso anno alcune procure rilanciavano le indagini sulle ONG che secondo il ministro dell’interno sarebbero state “colpevoli” dei soccorsi in mare operati disobbedendo alla Guardia costiera libica. Prima il sequestro della nave Aquarius di SOS Mediterraneè e MSF bloccata in porto a Marsiglia, seguito dalle nuove incriminazioni a Catania per sbarco di rifiuti nocivi per la salute, poi il rilancio delle accuse contro Open Arms e l’ampliamento delle incriminazioni per l’equipaggio della Juventa, sotto sequestro nel porto di Trapani dal mese di agosto del 2017. Di fatto la maggior parte delle navi umanitarie che salvavano vite umane nel Mediterraneo centrale era costretta a ritirarsi o veniva bloccata nei porti.

Come riportava Il Giornale in una intervista a Salvini, alla domandaIl governo ha dato esplicite indicazioni alla Guardia costiera italiana di non rispondere agli Sos dei barconi, (gli viene chiesto), il ministro dell’interno rispondeva «Dovete chiederlo al mio collega Toninelli, con cui sto lavorando d’amore e d’accordo. Se così fosse avrebbe il mio totale sostegno».

Alla fine di luglio dello scorso anno, le autorità italiane realizzavano un vero e proprio respingimento collettivo, “per interposta SAR ( e guardia costiera) libica”, cedendo alle autorità di Tripoli, già coordinate dalla Marina militare italiana, la responsabilità di un salvataggio operato in acque internazionali a 70 miglia dalla costa, nei pressi di una piattaforma petrolifera offshore dell’ENI. E quindi dando alle medesime autorità la possibilità di indicare ad un rimorchiatore di servizio alla piattaforma, che aveva operato il soccorso, il porto di sbarco, a Tripoli, nella base militare di Abu Sittah, dove si concludevano ( e si concludono ancora oggi) le operazioni di intercettazione in alto mare affidate alla sedicente Guardia costiera “libica”. Quanto avvenuto il 30 e 31 luglio 2018 seguiva di pochi giorni il comportamento incerto dell’UNHCR sul caso della Sarost bloccata per giorni con il suo carico di disperazione davanti al porto di Zarzis, una situazione che si sta ripetendo in questi giorni, ed il voto con una maggioranza “bulgara” al Senato in favore degli accordi con la Libia del governo Serraj e con la Guardia costiera di Tripoli. Forte di quella maggioranza bipartisan il ministro dell’interno comprendeva che non avrebbe più avuto ostacoli politici nella sua politica di sbarramento delle vie di ingresso in Italia ai naufraghi soccorsi nelle acque internazionali del Mediterraneo centrale. Rimaneva soltanto da controllare i mezzi di informazione, soprattutto i social media, ed evitare indagini “scomode” da parte della magistratura, che però veniva chiamata in causa quando si trattava di bloccare le attività di ricerca e salvataggio delle ONG..

Anche Malta faceva la sua parte in una guerra contro l’umanità che si giocava sull’omissione di soccorso in mare attraverso la mancata indicazione di un porto di sbarco sicuro da parte dei governi competenti. Ben tre navi delle ONG, Lifeline, Seefuchs e Sea Watch restavano sequestrate per l’intera estate dello scorso anno a Malta, dopo lunghe contese con l’Italia, che minacciava a sua volta il sequestro, e solo in autunno la nave di Sea Watch 3, dopo l’ennesimo controllo da parte delle autorità olandesi, veniva riconosciuta come perfettamente in regola e poteva lasciare il porto de La Valletta.

Nel mese di gennaio di quest’anno si verificava il blocco prolungato di 47 naufraghi a bordo della nave Sea Watch 3, ancorata davanti al porto di Augusta ( Siracusa), frutto della omessa indicazione di un “porto sicuro di sbarco” (POS) da parte del ministro dell’interno. Ancora una volta il ministro dell’interno chiedeva la incriminazione del comandante e degli operatori umanitari, sostenuto questa volta dal ministro delle infrastrutture Toninelli. Secondo i rappresentanti del governo italiano, la nave doveva ripararsi in Tunisia. Ma l’ong tedesca rendeva note le comunicazioni con il centro di coordinamento olandese e spiegava che la Tunisia non ha mai risposto alla richiesta di fornire un porto sicuro di sbarco.

Il ministro dell’ interno affermava allora: “Abbiamo elementi concreti per affermare che, mettendo a rischio la vita delle persone a bordo, il comandante e l’equipaggio della ONG Sea Watch 3 abbiano disubbidito a precise indicazioni che giorni fa li invitavano a sbarcare nel porto più vicino (non in Italia!), prove che verranno messe a disposizione dell’autorità giudiziaria”.

Per il Pubblico ministero di Siracusa invece, non ricorreva alcun reato da contestare al comandante e dunque mancavano i presupposti per il sequestro. Come riferiva l’AGI il 28 gennaio di quest’anno, “non ha commesso alcun reato il comandante della Sea Watch e non e” stata neppure presa in considerazione al momento l”ipotesi di un eventuale sequestro della nave”. Lo affermava il procuratore di Siracusa, Fabio Scavone, secondo cui la nave della ONG tedesca “ha salvato i migranti e scelto quella che appariva la rotta piu” sicura in quel momento”.

2. Dava molto fastidio al governo che alcune procure, o qualche giudice delle indagini preliminari, avessero riconosciuto come, di fatto, le motovedette libiche fossero assistite e coordinate da una centrale operativa ubicata a bordo delle navi della Marina militare della missione NAURAS, ormeggiate a rotazione (ancora oggi) nel porto militare di Abu Sittah a Tripoli. Già lo scorso anno, per i giudici e per le agenzie delle Nazioni Unite, la Libia non forniva porti sicuri di sbarco, mentre il ministro dell’interno si congratulava con la Guardia costiera “libica” ad ogni intercettazione in acque internazionali, nascondendo le condizioni di estrema violenza alle quali si sarebbero trovate esposte tutte le persone bloccate in acque internazionali e riportate a terra nei centri di detenzione. Non mancavano denunce circostanziate contro l’Italia e l’Unione Europea, confermate nel dicembre 2017 dal Tribunale permanente dei Popoli, nella sessione di Palermo, un anno prima del rapporto consegnato pochi gionri fa da un gruppo di giuristi internazionali al Tribunale penale internazionale dell’Aja.

Sembra adesso confermato il ruolo assai oscuro della sedicente guardia costiera libica, finanziata ed assistita dai governi italiani e dall’Unione Europea, anche se in stretto contatto con milizie direttamente coinvolte nel traffico di esseri umani. Una materia sulla quale rimane molto da indagare ancora oggi, se si volesse perseguire davvero l’obiettivo di contrastare le organizzazioni criminali che lucrano sul traffico di esseri umani.

3. Negli ultimi mesi lo scontro tra i magistrati ed il governo si era ancora acuito, in materie diverse, soprattutto dopo l’entrata in vigore del decreto sicurezza n.113/2018, poi convertito a dicembre con la legge 132/2018. La maggior parte dei giudici, e poi anche la Cassazione avevano escluso qualsiasi effetto retroattivo rispetto all’abolizione della protezione umanitaria, in contrasto con le direttive impartite dal Viminale a Prefetti , Questori, ed alle Commissioni territoriali. Anche in questo caso la decisione dei magistrati si opponeva alle linee indicate dal governo nella circolare applicativa. Ci auguriamo adesso che la rimessione della questione alle Sezioni Unite della Cassazione non produca effetti devastanti sui territori e nei tribunali. Il “ripensamento” della stessa sezione della Cassazione, con la rimessione alle Sezioni Unite, a soli due mesi dalla limpida sentenza n. 4089, che con una ampia motivazione, coerente con la precedente giurisprudenza della Corte, chiudeva la questone in senso conforme alla Costituzione, apre scenari imprevedibili sui rapporti tra giurisdizione e potere esecutivo.

Da parte della magistratura veniva poi applicata la norma generale che stabiliva l’iscrizione anagrafica di tutti gli immigrati in possesso di un permesso di soggiorno ( art. 6 del TU 286/98), norma che gli estensori del decreto n.113/2018 si erano forse dimenticati di abrogare. Nessuna disapplicazione del decreto sicurezza, poi convertito in legge n.132/2018, entrata in vigore il 4 dicembre dello stesso anno, dunque, ma solo una interpretazione coerente con il sistema delle fonti normative e con i principi costituzionali.

Infine i rapporti tra politica e magistratura si sono esacerbati quando le procure hanno continuato ad aprire indagini sui casi di soccorso operati dalle ONG con sequestri “a fini probatori” delle navi che però, venivano successivamente dissequestrate, con la sola eccezione del rimorchiatore Mare Ionio di Mediterranea, ancora bloccato a Licata, dopo il sequestro probatorio disposto su iniziativa della guardia di finanza. Intanto persino le autorità maltesi riprendevano ad assolvere agli obblighi di soccorso che le autorità italiane ritardavano ad adempiere. Un braccio di ferro tra italiani e maltesi, che oggi si vorrebbe nascondere dietro una intesa estemporanea, in quella zona SAR sovrapposta tra le acque a sud di Lampedusa e Malta, che già in passato era stata luogo di stragi con centinaia di vittime, come in occasione della strage dell’11 ottobre 2013, sulla quale la magistratura sta continuando ad indagare.

Durante la campagna elettorale per le ultime elezioni europee lo scontro tra il Viminale ed alcune procure si acuiva ulteriormente. Il 19 maggio scorso, in diretta tv, il ministro dell’interno Matteo Salvini scopriva che i 47 migranti a bordo della nave SeaWatch 3, bloccati da giorni al largo delle coste italiane, stavano arrivando a Lampedusa a bordo di un mezzo della guardia di finanza, dopo che il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio aveva disposto un sequestro probatorio per la nave, aprendo un’indagine per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Salvini, sempre in diretta, minacciava di denunciare il procuratore.

4. Il tentativo del Viminale, attraverso tre direttive emanate nel giro di un mese, due delle quali dirette specificamente alla Mare Jonio di Mediterranea ed alla Sea Watch 3, era quello di sottoporre agli ordini del ministro dell’interno i vertici della difesa e della marina militare, nelle decisioni riguardanti lo sbarco dei naufraghi. Si voleva anche criminalizzare i soccorsi operati dalle ONG parificando l’ingresso nelle acque territoriali, per sbarcare nel più breve tempo possibile persone qualificabili soltanto come “naufraghi”, ad un ingresso all’interno del territorio dello stato con trasporto di immigrati “clandestini”.

La finalità evidente, poi perseguita con la bozza del decreto sicurezza bis, era quella di fondare in capo al ministro dell’interno un potere ( non previsto dalla legge) di vietare l’ingresso nelle acque territoriali sulla base di una interpretazione strumentale dell’art. 19 comma 2 della Convenzione di Montego Bay– Fino al punto da configurare nei fatti la violazione del divieto di respingimenti collettivi, sancito dal Quarto Protocollo allegato alla CEDU (art.4) e dall’art. 19 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Il presupposto delle direttive ministeriali era costituito dal mero pregiudizio che le ONG costituissero un pull factor e operassero in modo preordinato per violare le normative in materia di immigrazione. Un presupposto che la magistratura, dopo anni di inchieste, non ha ancora accertato.

Alla fine dello scorso maggio veniva quindi l’attacco del Viminale contro le Nazioni Unite, che criticavano la bozza del decreto sicurezza bis e rilevavano la mancanza di basi legali nelle Direttive adottate dal ministro dell’interno, in modo assai “mirato”, contro le ultime ONG che ancora operavano attività SAR nelle acque internazionali del Mediterraneo centrale. Sembra ormai prossimo, nella riunione del Consiglio dei ministri di martedì 11 giugno, il varo del decreto sicurezza “bis” che dovrebbe dare un fondamento legislativo a quelle stesse direttive ministeriali, criticate, a livello internazionale, anche per la evidente violazione dell’art. 33 della Convenzione di Ginevra che afferma il principio di non respingimento ed impedisce di parificare ai “clandestini” i potenziali richiedenti asilo. Per l’ASGI “un tentativo del ministro di sostituirsi alla magistratura” in nome della difesa di un “superiore interesse nazionale”, di cui sarebbe l’unico depositario, per investitura popolare

Il ministro dell’interno attaccava frontalmente gli esperti dell’ONU, anche sul piano personale, fino al punto di minacciare di rivedere i contributi a questa organizzazione. Tutte iniziative prive di basi legali, da parte di un ministro dell’interno che non può decidere al posto del Presidente del Consiglio e dell’intero Parlamento, ma che servivano ad alimentare il consenso per il capo della lega. Tanto più Salvini minacciava di violare le leggi e le Convenzioni internazionali, tanto più sembrava che il suo consenso fosse destinato a crescere. Una propaganda senza fine che ha prodotto i suoi risultati. Ma che ha avvelenato il clima del confronto tra politica e magistratura. Come è avvenuto con i continui inviti rivolti ai magistrati, che applicavano le norme vigenti in senso non gradito al Viminale, di candidarsi personalmente e dunque di dismettere la toga. Un attacco costante contro la indipendenza della magistratura e le garanzie costituzionali.

5. Lo scontro tra un ministro dell’interno che utilizza il consenso elettorale per collocarsi al di sopra della legge e della giurisdizione, arrivando a ringraziare la guardia costiera “libica”, e una parte della magistratura, che non accetta di ritenere la Libia un “paese terzo sicuro”, e continua ad esercitare i controlli di legalità anche sulle scelte di “chiusura dei porti”, ha comportato la legittimazione di un sistematico ritardo negli interventi di soccorso nel Mediterraneo centrale. Nei voti in parlamento, dallo scorso anno, nessuno ha messo seriamente in discussione la validità degli accordi con il governo di Tripoli e la guardia costiera “libica”. Il ministero dell’interno è rimasto così l’unico arbitro nella gestione dei rapporti con le autorità libiche.

Dai primi avvistamenti agli interventi di soccorso passano ormai intere giornate, magari in attesa di un intervento della guardia costiera “libica”. Si è infatti tentato in tutti i modi di coinvolgere paesi terzi come la Libia (governo di Tripoli) per intercettazioni in acque internazionali, e la Tunisia (che da una settimana impedisce lo sbarco a Zarzis di qualche decina di naufraghi), per evitare di operare soccorsi che poi avrebbero dovuto concludersi in Italia. Nel generale silenzio dei grandi mezzi di informazione, si sta verificando una serie di naufragi di cui vanno ancora accertate le responsbilità. Non si possono archiviare vicende in cui molte persone hanno perso la vita in situazioni assai dubbie dal punto di vista della tempestività dei soccorsi, come nell’ultimo caso delle vittime segnalate a Genova da un medico dell’ospedale Galliera che aveva visitato i naufraghi soccorsi il 30 maggio scorso a nord delle coste libiche dalla nave militare Cigala Fulgosi.

Va ancora accertata la catena di comando che decide su tempi e modalità degli interventi di ricerca e salvataggio (SAR), come nel caso del naufragio del 23 maggio scorso e nell’ultimo caso del rimorchiatore ASSO 25 diretto oggi a Pozzallo, piuttosto che a Lampedusa. Uno sbarco che la macchina informativa del ministro dell’interno ha minimizzato, senza comunicati ufficiali, e tenendo lontani i mezzi di comunicazione, ma che rappresenta il fallimento più evidente delle sue politiche, come vedremo meglio nel corso della prossima estate. La notizia che i migranti saranno accolti dalle Caritas, e dunque dalla CEI, non servirà a nascondere che i porti italiani non sono mai stati chiusi, nè si potranno chiudere in futuro, quale che sia la pressione del leader leghista sui responsabili della Centrale di coordinamento dei soccorsi a Roma e sui vertici della Marina militare. Toccherà comunque alla magistratura il controllo di legalità sulle modalità e sui tempi degli interventi di ricerca e salvataggio in acque internazionali nel Mediterraneo centrale, una volta che siano state avvertite dell’evento SAR o siano direttamente coinvolte autorità o navi italiane.

6. Non sono le ONG a creare uno “stato di pericolo”, ma chi ritarda i soccorsi o nega un porto sicuro di sbarco. Mentre appare sempre più evidente come le navi umanitarie non costuissero affatto un fattore di attrazione e non fossero colluse con i trafficanti, con l’archiviazione di diverse indagini al riguardo, a Palermo ed a Catania Le rchiviazioni hanno accresciuto l’insofferenza manifestata dal ministro dell’interno verso i magistrati che non ne hanno seguito gli indirizzi repressivi. Una precisa linea politica imposta da Salvini che ha introdotto e diffuso nel nostro paese, in campi diversi, posizioni che assecondano la riduzione degli spazi riservati ai controlli di legalità operati dalla magistratura. In favore della legittimazione popolare raccolta dai politici che violano apertamente le norme internazionali, incuranti dell’esistenza nel nostro ordinamento giuridico degli articoli 10 e 117 della Costituzione e dell’intero catalogo dei diritti fondamentali della persona, che a loro avviso potrebbero essere schiacciati, incluso il diritto alla vita, in nome della “sicurezza nazionale” e del controllo delle frontiere. Esattamente l’opposto di quanto affermano la Costituzione e le Convenzioni internazionali, a partire dalla Convenzione di Palermo del 2000 contro il crimine transnazionale e dai suoi Protocolli allegati, contro la tratta e contro il traffico di persone.

Secondo lart. 19 del Protocollo contro il traffico di persone (Clausola di salvaguardia) (1) Nessuna disposizione del presente Protocollo pregiudica diritti, obblighi e responsabilità degli Stati e individui ai sensi del diritto internazionale, compreso il diritto internazionale umanitario e il diritto internazionale dei diritti dell’uomo e, in particolare, laddove applicabile, la Convenzione del 1951 e il Protocollo del 1967 relativi allo Status di Rifugiati e il principio di non allontanamento. (2) Le misure di cui al presente Protocollo sono interpretate ed applicate in modo non discriminatorio alle persone sulla base del fatto che sono oggetto delle condotte di cui all’articolo 6 del presente Protocollo. L’interpretazione e l’applicazione di tali misure è coerente con i princìpi internazionalmente riconosciuti della non discriminazione.

7. La questione dei soccorsi in mare, così come le questioni dell’accoglienza dei migranti, rimangono questioni centrali sulle quali si difende lo stato di diritto e la democrazia in Italia, a partire dalla indipendenza della magistratura rispetto al potere esecutivo, con una capacità decisionale del governo che tende a concentrarsi sui diktat del ministro dell’interno. Una questione democratica, che riguarda tutti i cittadini, come è confermato dalla numerose violazioni di principi costituzionali riferibili sia agli stranieri che ai cittadini, contenute nel decreto sicurezza 113/2018 e nell’ultima bozza del decreto sicurezza bis che il governo si avvia a varare. Se si accetta la rottura del principio di legalità con riferimento agli immigrati, non vi saranno più limiti per l’esecutivo nell’invasione della sfera privata dei cittadini e nella lesione dei loro diritti fondamentali. Lo stiamo verificando in queste ultime settimane con azioni repressive verso forme innocue di dissenso e di manifestazione della libertà di opinione.

Per queste ragioni, per la difesa della democrazia in Italia, che riguarda tutti, contro ogni tentativo di involuzione autoritaria, esprimiamo la nostra soldarierà ai magistrati , ed ai giuristi più in generale, che sono stati oggetto di un violento attacco personale da parte del ministro dell’interno, che ha pure avviato un attività di dossieraggio che li ha esposti a comportamenti violenti e ad affermazioni ingiuriose sui canali della comunicazione. Come se si volesse approfittare del momento di grave crisi del CSM per ridurre gli spazi di autonomia della magistratura. Un tentativo che la Presidenza della Repubblica dovrà respingere. Intanto siamo accanto a quei magistrati che affermano:“le liste di proscrizione non ci spaventano”.

Sulle notizie che riguardano i soccorsi nel Mediterraneo centrale sembra calata una cortina di omertà con una serie di pesanti “avvertimenti” per chiunque cerchi di ricostruire eventi e responsabilità. Si vorrebbe ridurre lo spazio comunicativo pubblico alla trasmissione delle linee del governo a guida Salvini, un politico in perenne campagna elettorale che non dimostra alcuna attitudine al confronto democratico. Per quello che sarà il nostro percorso di ricerca e di impegno non ci faremo intimidire dalle minacce che arrivano dal capo della lega e dai suoi seguaci, e proseguiremo nel lavoro di denuncia e di proposta che abbiamo avviato da anni, attraverso il nostro sito, ed anche con l’intervento diretto sui territori e nei tribunali. Non si indietreggia neppure di un centimetro, si resiste giorno per giorno.


Il magistrato sul caso Salvini: il consenso popolare non legittima la violazione delle leggi

Globalist – Sabato 26 gennaio 2019
Il Presidente della Corte d’Appello Matteo Frasca parla del caso del giorno: illecito ogni atto contrario ai diritti costituzionalmente garantiti.

Nessuno in un paese democratico e dove vige lo stato di diritto può violare la legge.
Nessuno. Sia un cittadino, un funzionario dello stato, un ministro, il presidente del Consiglio o quello della Repubblica.
Nessuno.
Concetti chiari che, purtroppo, devono essere ripetuti mentre il magma erdoganiano avanza: “Il consenso popolare non è sufficiente a legittimare ogni atto politico di governo che incontra il limite invalicabile del rispetto dei diritti fondamentali, l’accertamento della cui violazione compete esclusivamente alla magistratura”. 
Così il Presidente della Corte d’Appello Matteo Frasca durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario a Palermo.
“Il consenso popolare – dice Frasca -non può rendere lecito un atto contrario ai diritti costituzionalmente garantiti che sono tutelabili anche nei confronti delle contingenti maggioranze politiche e quand’anche la loro violazione fosse conseguenza di un atto politico approvato all’unanimità”.