Dal contrasto dell’immigrazione irregolare allo stato di eccezione

di Fulvio Vassallo Paleologo

1.Recenti iniziative giudiziarie hanno riportato l’attenzione sull’isola di Lampedusa, utilizzata da anni come spazio di sperimentazione di prassi di respingimento collettivo, prima dall’aeroporto ed oggi in mare, ed al contempo luogo di trattenimento ammnistrativo illegittimo in quello che dovrebbe essere solo un centro di prima accoglienza, o meglio Hotspot, come viene definita la struttura sita in Contrada Imbriacola.

Dopo l’approvazione della legge Bossi-Fini, nel 2002 si era subito sperimentata la contestuale stretta contro le navi umanitarie che soccorrevano migranti in acque internazionali ( Caso Cap Anamur nel 2004) e la esternalizzazione in un isola ( considerata quasi come uno spazio extraterritoriale), della detenzione amministrativa degli stranieri da espellere, spesso privati del diritto di chiedere asilo, prima di essere allontanati dal territorio dello stato. Come si era verificato già a Lampedusa, sempre nel 2004, con i voli diretti di deportazione in Libia di migranti subsahariani, con tante persone arbitrariamente private persino del diritto di fare valere un ricorso davanti alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo.

Nessuno puo’ continuare a ritenere la Libia come un “paese terzo sicuro”, ammesso che oggi si possa ancora parlare di uno stato unitario. Sono quindici anni che tutti dovrebbero conoscere l’esistenza di centri di detenzione, soprattutto nella Ttipolitania, luoghi in mano alle milizie, nei quali i migranti vengono sistematicamente abusati, e tanti, donne e minori, oggi quasi tutti, sono esposti ad aberranti violenze sessuali.

Ma gli accordi con il governo di Tripoli vanno tenuti fermi, e ad ogni operazione di intercettazione da parte delle motovedette libiche il ministro dell’interno italiano si congratula. Le ONG che ancora resistono e svolgono lavoro di monitoraggio, rispondendo alle regole internazionali sul soccorso in mare vengono intimidite e criminalizzate. Continuano i sequestri da parte della guardia di finanza, sulla base delle direttive illegittime adottate dal ministero dell’interno. La responsabilita’ penale si presume cosi’ da atti di indirizzo politico, provenienti dal Viminale, prima ancora che il quadro normativo sia modificato dall’ennesimo decreto sicurezza. Una torsione pericolosa dello stato di diritto, giustificata in nome dell’esigenza di difendere le frontiere nazionali e contrastare l’immigrazione irregolare, punto di non ritorno di una degenerazione della democrazia italiana che era gia’ stata anticipata, almeno in parte, dagli aspetti più regressivi della legge Turco-Napolitano del 1998, con la introduzione della detenzione amministrativa sottratta ad un effettivo controllo giurisdizionale (poi imposto dalla sentenza n.105/2001 della Corte Costituzionale), e con gli accordi di riammissione con i paesi terzi, (nel 1998, addirittura con il finanziamento di tre centri di detenzione in Tunisia) anche nei casi in cui non veniva garantito il rispetto dei diritti umani. Oggi le prassi di polizia (o della guardia di finanza) anticipano persino modifiche legislative che dovrebbero essere approvate dal Parlamento e promulgate dal Presidente della Repubblica prima di essere applicate.

Già in passato non erano mancate norme introdotte dal legislatore, che poi erano state ritenute non conformi alla Costituzione. Il comma 5-ter dell’articolo 14 T.U. Immigrazione, introdotto con la legge n. 189/2002, prevedeva che lo straniero inottemperante all’ordine del questore fosse punito con la pena dell’arresto da sei mesi ad un anno: si trattava quindi di una contravvenzione. Il successivo comma 5-quinquies, stabiliva l’arresto obbligatorio per l’autore del fatto e che si procedesse con rito direttissimo. All’indomani dell’entrata in vigore delle modifiche apportate al T.U. Immigrazione dalla legge n. 189/2002, si erano immediatamente levate numerose critiche, che denunciavano l’introduzione nell’ordinamento italiano del reato di immigrazione clandestina, sotto le mentite spoglie della non ottemperanza al provvedimento dell’autorità. A destare particolari perplessità è stata la previsione dell’arresto al di fuori dei limiti individuati dagli articoli 380, 381 e 384 del codice di procedura penale, configurato come obbligatorio anche per una contravvenzione: si è infatti sottolineata l’anomalia della previsione dell’arresto slegata dalla “possibilità di adottare misure coercitive della libertà personale da parte dell’autorità giudiziaria”. I medesimi dubbi sono stati alla base di una serie di ordinanze di remissione alla Corte Costituzionale, la quale si è pronunciata con sentenza 8 – 15 luglio 2004, n. 223, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 14, comma 5-quinquies T.U. 286/1998 come modificato dalla legge Bossi-Fini del 2002. La stessa Corte Costituzionale, e la Corte di giustizia dell’Unione europea ridimensionavano poi la portata effettiva del reato di immigrazione clandestina, introdotto dalla Lega nel 2009 con il pacchetto sicurezza voluto da Maroni.

Malgrado altre sentenze della Corte Costituzionale ( tra le più importanti la n. 222 del 2004) le misure di stampo penalistico e le prassi di polizia imposte dal ministero dell’interno e dalle singole questure si continuavano a inasprire, ed a seguito del sovraffollamento delle strutture carcerarie, con il trattenimento ammnistrativo nei centri di detenzione amministrativa ben oltre i termini inderogabili stabiliti dall’art. 13 della Costituzione. Si diffondeva anche la prassi del respngimento differito, che privava i migranti dei più elementari diritti di difesa, che si sarebbero dovuti accordare a tutti, regolari ed irregolari, in base alla’rt. 24 della Costituzione. Per molti, subito dopo lo sbarco, non veniva neppure garantito il diritto ad essere informati sulla possibilità di chiedere protezione e sulle misure di accoglienza, e ci volevano anni di ricorsi e di sentenze per bloccare la discrezionalità delle questure nella selezione tra “migranti economici” e richiedenti asilo.

2. I diversi governi che si sucedevano nel tempo non riuscivano a riformare in senso garantista la legge Bossi-Fini mentre perfezionavano in completa sinergia gli accordi con la Libia di Gheddafi ( con i Protocolli operativi Amato – Manganelli del dicembre 2007 e poi con il Trattato di amicizia tra Berlusconi e Gheddafi del 2008). Eppure i servizi segreti italiani (relazione Mori) avvertivano già nel 2005 come i migranti fossero sistematicamente abusati nei centri di detenzione in Libia, nei quali finivano dopo essere stati bloccati a mare o arerrestati ( spesso venduti) durante il transito verso il Mediterraneo. Deriva da quelle intese la collaborazione operativa tra le autorità libiche e quelle italiane, avviata già nel 2008, per fermare in mare gli immigrati che continuavano a fuggire dalla Libia, con previsioni che sono state poi espressamente riprese dagli accordi stipulati dal governo Monti ( e dal ministro dell’interno Cancellieri nel 2012), e quindi dal Memorandum d’intesa sottoscritto nel 2017 dal governo italiano con il governo di Tripoli. Rimaneva costante la crscita delle vittime in mare, e più nascoste in territorio libico, mentre era sempre più evidente il fallimento di queste politiche, per l’aumento incontrollabile degli arrivi ( e dei soccorsi in mare), soprattutto dopo le tragedie del 3 e dell’11 novembre del 2013, alel quali seguiva l’operazione di controllo e di soccorso Mare Nostrum nel 2014.

Il ruolo assegnato alla “Guardia costiera libica”, termine improprio perchè in Libia di guardie costiere ce ne sono diverse, militari e civili, rimane sempre più confuso. Da anni che sono noti gli elevati livelli di corruzione all’interno delle milizie che di fatto controllano i porti libici, e tutti i traffici che vi passano, intestandosi il ruolo di “Guardia costiera libica.” Ma in Italia è un argomento che non si può toccare.

Rome is also aware of the level of endemic corruption present also within the Libyan Coast Guard. In the framework of Operation Eunavfor Med, sufficient information has been gathered concerning the role of the Coast Guard of Zawiya – a city 50 km west of Tripoli – in migrant smuggling. Abdurahman Milad Aka Al Bija, currently the captain of Zawiya’s Coast Guard, has been controlling the migrant smuggling business from the West of Tripoli to the border with Tunisia since 2015.

Si assiste così ad una periodica recrudescenza delle atività di intercettazione in acque internazionali della sedicente Guardia costiera “libica”, guidata ed assistita da mezzi aerei europei, da ultimo maltesiche avvistano le imbarcazioni cariche di migranti quando sono ormai prossime ad entrare nelle zone SAR italiane e maltesi, e le segnalano ai libici, che possono così fermarli e riportarli a terra nei centri di detenzione dai quali sono fuggiti. Attorno ai quali si spara e si uccide. Nelle acque più sorvegliate del Mediterraneo gli avvistamenti aerei sono finalizzati non a salvare la vita delle persone, ma a garantire un numero più elevato di intercettazioni in alto mare e conseguente riduzione delle persone, così riportate a terra, in uno stato di schiavitù e di abusi continuati. L’importante, per i governi europei, è soltanto che cessino i soccorsi delle navi umanitarie o che i migranti non siano fatti sbarcare in un porto sicuro in Europa, come dovrebbe avvenire in base al diritto internazionale.

3. Sul terreno della detenzione amministrativa dei migranti irregolari i pacchetti sicurezza varati dal ministro dell’interno Maroni nel 2009 aggravavano il regime di trattenimento, che veniva prolungato fino a 18 mesi, con il risultato di bloccare quasi del tutto i rimpatri, per il costante sovraffollamento delle strutture detentive dispinibili da parte del ministero dell’interno. Mentre aumentavano gli accordi di riammissione, diminuiva il numero degli immigrati effettivamente rimpatriati per la scarsa colalborazione dei paesi di origine, anche di quelli che avevano sottoscritto accordi bilaterali che poi non erano però sostenuti da congrui sostegni economici. Gli immigrati irregolari erano ormai diventati merce di scambio tra stati di origine e stati di destinazione, mentre si chiudevano poco a poco le possibilità di ingresso legale ( con i deceti flussi bloccati di fatto dal 2015 e senza alcuna possibilità di reglarizzazione successiva all’ingresso irregolare). Cresceva così la pressione sul diritto di asilo e sulle altre forme di protezione complementare ( sussidiaria ed umanitaria).

Le sentenze di condanna dell’Italia da parte della Corte Europea dei diritti dell’Uomo per il caso Hirsi ( per i respingimenti collettivi effettuati dalla guardia di finanza il 6/7 maggio 2009), e poi per i casi Khlaifia e Richmond Yaw ( in materia di trattenimento ammniistrativo arbitrario) venivano sostanzialmente aggirate da nuove intese operative con la sedicente guardia costiera libica, rifornita di mezzi e coordinata da unità militari ialiane presenti nel porto militare di Tripoli ( Abu Sittah) e dalla utilizzazione dei centri di prima accoglienza e soccorso, poi ridefiniti come Hotspot nel 2015, per realizzare pratiche di privazione della libertà personale degli immigrati irregolari ben al di là dei limiti dettati dalla Costituzione (art. 13) e dalle normative internazionali.

4. La competenza nelle attività SAR o la individuazione del place of safety non possono derogare i principi fondamentali affermati in favore dei rifugiati ai quali sono parificati i richiedenti asilo.
In base alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati (art.33), “nessuno Stato contraente potrà espellere o respingere (refouler) – in nessun modo – un rifugiato verso le frontiere dei luoghi ove la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a causa della sua razza, della sua religione, della
sua nazionalità, della sua appartenenza ad una determinata categoria sociale o delle sue opinioni politiche. Il beneficio di detta disposizione non potrà tuttavia essere invocato da un rifugiato per il quale vi siano gravi motivi per considerarlo un pericolo per la sicurezza dello Stato in cui si trova, oppure da un rifugiato il quale, essendo stato oggetto di una condanna già passata in giudicato per un crimine o un delitto particolarmente grave, rappresenti una minaccia per la comunità di detto
Stato”. Da anni ormai le Nazioni Unite escludono la riconsegna alle milizie libiche dei migranti soccorsi in acque internazionali.

Secondo l’UNHCR ” In mare non è possibile una valutazione formale dello status di rifugiato o di richiedente asilo (in virtù del Protocollo di Palermo del 2000 contro la tratta di migranti; Reg. EU 2014/656 per le operazioni Frontex; d.lgs 286/’98 – T.U. immigrazione e discendente DM 14 luglio 2003; ecc.). Tutte le imbarcazioni coinvolte in operazioni SAR hanno come priorità il soccorso e il trasporto in un “luogo sicuro” dei migranti raccolti in mare e le azioni di soccorso prescindono dallo status giuridico delle persone. Il rifiuto, aprioristico e indistinto, di far approdare la nave in porto comporta l’impossibilità di valutare le singole situazioni delle persone a bordo, e viola il divieto di espulsioni collettive previsto dall’art. 4 del Protocollo n. 4 alla CEDU. L’invito a rivolgere la prua verso un’altro stato ( la Tunisia) rivlto ad una nave che ha effettuato un soccorso e che si trova all’interno della zona contigua alle acque territoriali di un paese, viola il diritto internazionale, si deve consentire lo sbarco a terra, ferma restando, ove ne ricorrano i presupposti, la potestà sovrana dello stato ad eseguire nel rispetto delle Convenzioni internazionali misure di respingimento e di espulsione. Non lo impongono le ONG, ma le norme che anche il ministro dell’interno deve rispettare.

Se è vero che in base all’art. 25 della Convenzione UNCLOS lo stato può comunque impedire l’ingresso nei propri porti ad una nave sospettata di trasportare migranti irregolari, è altrettanto da considerare che se uno Stato respinge una imbarcazione carica di naufraghi soccorsi in acque
internazionali, senza controllare se a bordo vi siano dei richiedenti asilo o soggetti non respingibili, o altrimenti inespellibili, come donne abusate e/o in stato di gravidanza e minori, e senza esaminare se essi possiedano i requisiti per il riconoscimento dello status di rifugiato, commette
una violazione del principio di non respingimento sancito dall’art. 33 par. 1 della Convenzione del 1951 se i territori (Stati terzi o alto mare) verso cui la nave è respinta non offrono garanzie sufficienti per l’incolumità dei migranti. L’articolo 10 del Testo Unico sull’immigrazione 256/98
prevede ancora espressamente la possibilità di applicare il respingimento differito (comma 2) alle persone straniere che sono state “temporaneamente ammesse nel territorio per necessità di
pubblico soccorso”. Ma anche nei casi di respingimento differito ci sono precisi limiti alla discrezionalità amministrativa, come ricorda la Corte Costituzionale.

Dunque anche l’ordinamento interno prevede che in caso di eventi di ricerca e soccorso in mare non si possa procedere ad operazioni di respingimento che peraltro assumerebbero il carattere di respingimenti collettivi, vietati dall’art. 4 del Quarto Protocollo allegato alla CEDU e dall’art.19 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. L’allontanamento forzato dei migranti irregolari rimane sempre possibile dopo lo sbarco. Non sono le Ong che impongono allo stato i migranti che hanno diritto al soccorso ed allo sbarco in un luogo sicuro in base alle norme vincolanti in base al dititto internazionale. Norme che anche gli stati sarebbero tenuti a rispettare.

Quando i richiedenti asilo, rifugiati e migranti vengono salvati in mare, anche da navi militari e commerciali, “bisogna evitare lo sbarco nei territori in cui [le loro vite e le loro libertà (…) sarebbero minacciate ” è rilevante nel determinare cosa costituisce un luogo di sicurezza. Alla luce della situazione di sicurezza instabile in generale e i rischi specifici di protezione per i cittadini di paesi terzi (compreso il trattenimento in condizioni inferiori alle norme e segnalazioni di gravi abusi nei confronti di richiedenti asilo, rifugiati e migranti).

L’UNHCR, ancora in queste ultime settimane non ritiene che la Libia soddisfi i criteri per essere designata come luogo di sicurezza per il scopo dello sbarco in seguito al salvataggio in mare. L’UNHCR ribadisce da tempo in diversi documenti  che la Libia non può essere designata come luogo di sicurezza ai fini dello sbarco, rilevando anche che si dovrebbe procedere all’evacuazione dalla Libia per motivi legati alla protezione, anche se si osserva che questa soluzione potrebbe non essere applicabile a tutti i migranti irregolari presenti in Libia. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite del settembre dello scorso anno, “Considerato l’attuale contesto, in cui prevalgono scontri violenti e diffuse violazioni dei diritti umani, i migranti e i rifugiati soccorsi non devono fare ritorno in Libia”: lo afferma in una nota l’Unhcr, sollecitando gli Stati a “intervenire con urgenza per ristabilire misure di soccorso efficaci nel Mediterraneo, aumentando le operazioni di soccorso coordinate e congiunte, ristabilendo procedure di sbarco rapide in porti sicuri, e revocando le misure che impediscono di operare alle imbarcazioni delle Ong”.

Da parte dl governo italiano non può neppure sostenersi l’obbligo per le navi umanitarie delle ONG ( e perchè soltanto per loro ?) di riportare in Tunisia i migranti soccorsi nel Mediterraneo centrale in acque internazionali. In una relazione tenuta nel maggio del 2017 dal Contrammiraglio Nicola Carlone davanti alla Commissione parlamentare sull’attuazione degli accordi di Schengen, si ricorda, in base alle Regulations adottate all’IMO (Organizzazione marittima internazionale facete capo alle Nazioni Unite),” l’obbligo, per lo Stato cui appartiene lo MRCC che per primo abbia ricevuto la notizia dell’evento o che comunque abbia assunto il coordinamento delle operazioni di soccorso, di individuare sul proprio territorio un luogo sicuro ove sbarcare le persone soccorse, qualora non vi sia la possibilità di raggiungere un accordo con uno Stato il cui territorio fosse eventualmente più prossimo alla zona dell’evento”. Si aggiunge poi che ” Anche la Tunisia, pur avendo ratificato la Convenzione SAR del 1979, non ha finora dichiarato una propria Area di responsabilità SAR marittima. Ciò a causa di un contenzioso con Malta (analogo a quello tra quest’ultima e l’Italia), la cui area SAR marittima (in quanto fatta coincidere con la FIR20, area di controllo dello spazio aereo) si sovrappone in parte alle acque territoriali tunisine. L’IMRCC, comunque, ha sempre informato anche le Autorità tunisine e più precisamente il Centro operativo della Marina militare tunisina, di tutti gli eventi SAR in cui dette Autorità avrebbero potuto intervenire ed anche assumere il coordinamento delle operazioni, ma le stesse non lo hanno mai fatto. Anche nei casi in cui IMRCC ha chiesto formalmente alle Autorità tunisine di autorizzare quantomeno lo sbarco in un proprio porto per un sopravvenuto stato di necessità non hanno dato il loro consenso.” La normativa SAR internazionale (in particolare la Ris. MSC 167(78) del 2004) prevede che tutte le questioni che non riguardino il SAR in senso stretto, quali quelle relative allo status giuridico delle persone soccorse, alla presenza o meno dei prescritti requisiti per il loro ingresso legittimo nel territorio dello Stato costiero interessato o per acquisire il diritto alla protezione internazionale, ecc., devono di norma essere affrontate e risolte solo a seguito dello sbarco nel luogo sicuro di sbarco (POS) e non devono comunque causare indebiti ritardi allo sbarco delle persone soccorse od alla liberazione della nave soccorritrice dall’onere assunto. Dopo avere ignorato per anni le prscizioni delle Convenzioni internazionali, il governo italiano, anzi il ministro dell’interno, tenta adesso un colpo di mano in vista delle scadenze elettorali, per imporre attraverso un decreto legge quello che non gli è riuscito a fare passare con provvedimenti amministrativi, come le più recenti Direttive ministeriali adottate all’esclusivo scopo di escludere le ONG dai soccorsi in acque internazionale e di criminalizzare qualunque forma di solidarietà.

L’art. 2 della bozza di decreto legge che si vorrebbbe portare all’approvazione del Consiglio dei ministri prima delle elezioni europee contiene modifiche al Codice della navigazione. In particolare si vorrebbe modificare il vigente articolo 83 del Codice della navigazione, con l’abrogazione delle parole “di ordine pubblico, ” al primo comma e poi inserendo dopo questo comma il seguente: “Il Ministro dell ‘interno può limitare o vietare il transito e la sosta di navi mercantili o unità da diporto o da pesca nel mare territoriale per motivi di ordine e sicurezza pubblica e comunque in caso di violazione delle disposizioni di cui all ‘articolo 19, comma 2, lettera g) della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del Mare, con allegati e atto finale, fatta a Montego Bay il IO dicembre 1982, ratificata dalla legge 2 dicembre 1994, n. 689, informando il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. “.

Come si è notato, si verifica così una “stretta sulle competenze del Ministero delle Infrastrutture”: “Si interviene in materia di Codice della Navigazione, in particolare su “Divieto di transito e di sosta” di navi mercantili nel mare territoriale, limitando le competenze del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti alle sole finalità di sicurezza della navigazione e di protezione dell’ambiente marino. Viene attribuita al Ministro dell’Interno la competenza a limitare o vietare il transito e/o la sosta nel mare territoriale qualora sussistano ragioni di ordine e sicurezza pubblica”. Una scelta che non puo’ diventare prerogativa esclusiva del Viminale, dopo mesi di reiterati rifiuti nell’indicazione di un porto di sbarco sicuro. E dire che dopo il caso Diciotti era stato proprio il ministro dell’interno a sostenere che le scelte adottate, in ordine al rifiuto nella indicazione di un posto sicuro di sbarco, erano state prese collegialmente dal governo e non risalivano alla sua personale responsabilità. Di certo la guardia di finanza non risulta alle dipendenze dirette del ministero dell’interno, come qualcuno al Viminale sembra ritenere, nei casi più recenti di sequestro a scopo probatorio.

Lo stesso ministro dell’interno adesso continua ad utilizzare il diritto internazionale solo quando e come gli conviene. In base all’art. 19 comma 2 della Convenzione Unclos ” il passaggio di una nave nelle acque territoriali di uno Stato è permesso “fintanto che non arreca pregiudizio alla pace, al buon ordine e alla sicurezza dello Stato costiero”. La disposizione contenuta nella bozza di decreto sicurezza bis avrebbe dunque natura “meramente esemplificativa”, ma la lettera g) del comma 2 precisa che tra le attività che potrebbero portare a considerare il passaggio non inoffensivo c’è anche “il carico o lo scarico di materiali, valuta o persone in violazione delle leggi e dei regolamenti doganali, fiscali, sanitari o di immigrazione vigenti nello Stato costiero”. Per gli estensori della bozza del decreto legge e per il ministro dell’interno che se ne dichiara autore, evidentemente, la riconsegna dei migranti alle milizie libiche, da cui dipendono le diverse guardie costiere in quel paese dilaniato dalla guerra civile e dunque sempre meno efficaci nei loro interventi, costituisce anche in questo momento un “atto dovuto”. Mentre lo sbarco in un “porto sicuro” dei naufraghi soccorsi in acque internazionali, come sarebbe imposto nei tempi più solleciti dal diritto, oltre che da un minimo senso di umanità, diventa un atto illecito, riconducubile alla fattispecie penale dell’agevolazione preordinata dell’ingresso di immigrati irregolari. Un totale capovolgimento del rapporto tra realtà ed assetto normativo, che può consentire certo un qualche guadagno elettorale, ma che pone l’operato del governo italiano al di fuori dei limiti imposti dal diritto internazionale e dal diritto umanitario, oltre che in evidente contrasto con i principi di solidarietà affermati dagli articoli 2, 3 e 10 della Costituzione italiana.

La nuova formulazione della norma appare un parziale richiamo ad una singola previsione derogatoria di un principio generale ( che afferma il diritto alla libera navigazione) all’interno di una Convenzione internazionale ( art. 19 comma 2 della Convenzione UNCLOS) che non può essere utilizzata in modo isolato, al limite della strumentalizzazione. Perché verrebbe a stravolgere il fondamentale principio (art. 98 UNCLOS) che obbliga gli stati a prestare attività di assistenza  e di coordinamento a qualsiasi imbarcazione in mare che abbia operato attività di ricerca e salvataggio, a prescindere dal tipo di imbarcazione, dalla bandiera che batte, dallo stato giuridico dei naufraghi e dalla natura civile o militare dei mezzi navali che hanno partecipato alle operazione di soccorso.

In base all’art.98 della Convenzione Unclos, “Ogni Stato deve esigere che il comandante di una nave che batte la sua bandiera,nella misura in cui gli sia possibile adempiere senza mettere a repentaglio la nave, l’equipaggio o i passeggeri: 
a) presti soccorso a chiunque sia trovato in mare in condizioni di pericolo; 
b) proceda quanto più velocemente è possibile al soccorso delle persone in pericolo, se viene a conoscenza del loro bisogno di aiuto, nella misura in cui ci si può ragionevolmente aspettare da lui tale iniziativa; 
c) presti soccorso, in caso di abbordo, all’altra nave, al suo equipaggio e ai suoi passeggeri e, quando è possibile, comunichi all’altra nave il nome della propria e il porto presso cui essa è immatricolata, e qual’è il porto più vicino presso cui farà scalo. Ogni Stato costiero promuove la costituzione e il funzionamento permanente di un servizio adeguato ed efficace di ricerca e soccorso per tutelare la sicurezza marittima e aerea e, quando le circostanze lo richiedono, collabora a questo fine con gli Stati
adiacenti tramite accordi regionali.”. Il ministro dell’interno non puo’ proporre una bozza di decreto legge estrapolando soltanto una norma che deroga il principio della libera navigazione, senza ricordare gli obblighi di soccorso e di assistenza allo sbarco che incombono sulle autorita’ statali per effetto della medesima Convenzione.

Lo stesso richiamo esclusivo contenuto nella bozza di decreto legge sicurezza bis alla sola Convenzione UNCLOS, ed alla sola disposizione, che deroga il principio del libero passaggio inoffensivo, lascia volutamente nell’ombra le norme delle Convenzioni SAR ( di Amburgo) del 1979 e SOLAS del 1984, che impongono precisi doveri di intervento agli stati comunque coinvolti nelle operazioni di ricerca e soccorso (SAR) in acque internazionali.

La Convenzione SOLAS del 1974 sulla sicurezza e la salvaguardia della vita umana in mare, in particolare, ” obliges the ‘master of a ship at sea which is in a position to be able to provide assistance, on receiving information from any source that persons are in distress at sea, … to proceed with all speed to their assistance, if possible informing them or the search and rescue service that the ship is doing so’ (SOLAS regulation V/33.1). Nessun provvedimento legislativo a amministrativo può impedire l’assoluto rispetto di questa previsione.

Il decreto sicurezza bis, che si vorrebbe fare passare in Consiglio dei ministri con tanta fretta, trascura altresì gli obblighi di soccorso immediato stabiliti dai Regolamenti europei 656 del 2014 e 1624 del 2016, relativi a Frontex ed alla nuova Guardia costiera e di frontiera europea. Secondo l’art. 4 del Regolamento Frontex, ” Nessuno può, in violazione del principio di non respingimento, essere sbarcato, costretto a entrare, condotto o altrimenti consegnato alle autorità di un paese in cui esista, tra l’altro, un rischio grave di essere sottoposto alla pena di morte, alla tortura, alla persecuzione o ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti, o in cui la vita o la libertà dell’interessato sarebbero minacciate a causa della razza, della religione, della cittadinanza, dell’orientamento sessuale, dell’appartenenza a un particolare gruppo sociale o delle opinioni politiche dell’interessato stesso, o nel quale sussista un reale rischio di espulsione, rimpatrio o estradizione verso un altro paese in violazione del principio di non respingimento”. In base all’art. 9 dello stesso Regolamento ” Gli Stati membri osservano l’obbligo di prestare assistenza a qualunque natante o persona in pericolo in mare e durante un’operazione marittima assicurano che le rispettive unità partecipanti si attengano a tale obbligo, conformemente al diritto internazionale e nel rispetto dei diritti fondamentali, indipendentemente dalla cittadinanza o dalla situazione giuridica dell’interessato o dalle circostanze in cui si trova”. Prima dell’ingesso nel territorio nazionale non ci sono soltanto “clandestini”, ma naufraghi e persone che comunque vanno soccorse e fatte sbarcare nel più breve tempo possibile.

Tutte queste norme, direttamente vincolanti anche per il governo italiano, impediscono di classificare come passaggio “non inoffensivo” nelle acque territoriali, l’ingresso e l’avvicinamento verso un porto sicuro da parte di imbarcazioni che abbiano condotto a termine operazioni SAR ( di ricerca e salvataggio) rifiutandosi di consegnare ai miliziani libici persone in fuga da orrori indescrivibili. Un conto è affermare la “sovranità” dello stato nella gestione dei controlli di frontiera, altra cosa è criminalizzare gli interventi di soccorso in acque internazionali, impedendo l’ingresso nelle acque territoriali e nei porti, per eludere i doveri di intervento e di assistenza che le Convenzioni internazionali assegnano agli stati, anche quando i soccorsi in mare avvengono al di fuori delle zone SAR riconosciute a ciascun paese.

 La zona SAR libica è una finzione, come è emerso in queste ultime settimane, con la prova delle attività di coordinamento e di assistenza garantite ai libici dagli assetti dell’operazione italiana NAURAS, presente da mesi nel porto di Tripoli e dai mezzi aerei europei. Non si può asserire che le acque internazionali che rientrano nella cd. “zona SAR libica” siano acque sottratte alla giurisdizione degli organi internazionali, addirittura scambiate per acque “libiche” ed affidate alla giurisdizione esclusiva delle autorità di polizia marittima del governo Serraj. Di quale Libia, verrebbe da chiedersi oggi ? Di certo nessuno può negare che fine fanno i naufraghi “soccorsi” dalla cd. Guardia costiera “libica” e riportati nei centri di detenzione dai quali erano riusciti a fuggire.

5. La replica da parte del ministero dell’interno alle critiche contenute nella lettera dell’Alto Commissario ONU per i diritti umani, dimostra come con il decreto legge sicurezza bis si stia verificando l’ennesimo tentativo di scardinamento dello stato di diritto, attraverso la confusione sul sistema delle fonti notmative ed il ribaltamento delle competenze e dei doveri di intervento previsti a livello internazionale ed interno. Il governo italiano, peraltro, non risponde neppure alle critiche dell’UNHCR ( altra agenzia delle Nazioni Unite) che critica la guerra alle ONG nel Mediterraneo centrale e la collaborazione con la sedicente Guardia costiera libica, ribadendo che nessun posrto libico può costituire un “place of safety” dove sbarcare in sicurezza i naufraghi soccorsi in acque internazionali.

Secondo le confuse argomentazioni diffuse dal ministro dell’interno tramite l’agenzia ANSA, “Il Viminale non ha sottovalutato la lettera dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani dell’Onu, soprattutto alla luce della competenza e dell’autorevolezza delle Nazioni Unite in materia. Autorevolezza testimoniata da alcuni Paesi membri dell’Onu come Turchia e Corea del Nord“. È quanto affermano fonti del Viminale ribadendo che “l’auspicio” è che il provvedimento sia “approvato nel Cdm di lunedì“.Dal ministero di Matteo Salvini respingono dunque al mittente le accuse di violazione dei diritti umani augurandosi che “l’autorevole Onu dedichi le energie all’emergenza umanitaria in Venezuela, anziché fare campagna elettorale in Italia”.

Inoltre, aggiungono le fonti, “è singolare che l’Alto Commissariato per i Diritti Umani non si fosse mai accorto che la multa per chi favorisce l’ingresso non autorizzato di immigrati fosse già presente da tempo nell’ordinamento italiano (articolo 12 del Testo unico sull’immigrazione)”. E il decreto Sicurezza Bis “aggiorna la norma”. Una “svista”, dicono al Viminale, che il ministero avrebbe “segnalato riservatamente agli autori della lettera, se solo l’Alto Commissariato l’avesse inviata prima al Viminale e poi, eventualmente, ai media e non viceversa”.

A parte la mancanza di argomenti per replicare, tanto che si chiama in causa la situazione venezuelana, emerge un ennesimo tentativo di confondere le fonti del diritto e di utilizzare argomenti tecnici inconsistenti per rilanciare una campagna elettorale tutta imperniata ormai sull’immigrazione e sul decreto sicurezza bis, come se gli italiani non avessero problemi ben più gravi da affrontare tutti i giorni. Una tecnica ben collaudata da parte del capo leghista, che fa anche il capo del governo.

La multa esiste gia’ per chi e’ condannato per agevolazione dell’ingresso di “clandestini” , non per chi soccorre in acque internazionali e cerca solo un luogo sicuro di sbarco, senza riconsegnare i migranti alla sedicente guardia costiera libica, senza obbedire alle intimazioni ricevute dalle autorità italiane, ed adesso ribadite dalle direttive ministeriali, di consegnare i naufraghi a milizie che non ne garantiscono in alcun modo la sicurezza.. Ennesimo argomento di distrazione di massa buono per la campagna elettorale. Una replica volgare ed offensiva.

Secondo la bozza di decreto sicurezza bis che si vorrebbe fare approvare in Consiglio dei ministri prima delle elezioni, “…“Salvo che il fatto costituisca reato, le navi ovvero le unità da diporto o da pesca, che nel corso della navigazione procedono, in acque internazionali, ad azioni di soccorso di mezzi adibiti alla navigazione ed utilizzati per il trasporto irregolare di migranti, anche mediante il recupero delle persone ovvero il traino del mezzo, sono tenuti ad attenersi a quanto stabilito dalle convenzioni internazionali vigenti in materia ed alle istruzioni operative emanate dalle autorità responsabili dell ‘area in cui ha luogo l’operazione di soccorso ovvero dalle rispettive autorità dello Stato di bandiera. In caso di inosservanza anche di uno solo degli obblighi di cui al presente comma, si applica la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 3.500 a euro 5.500 per ciascuno degli stranieri trasportati.”

L’art. 12 del Testo Unico sull’immigrazione, contenente “disposizioni contro le immigrazioni clandestine, prevede invece che “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, in violazione delle disposizioni del presente testo unico, promuove, dirige, organizza, finanzia o effettua il trasporto di stranieri nel territorio dello Stato ovvero compie altri atti diretti a procurarne illegalmente l’ingresso nel territorio dello Stato, ovvero di altro Stato del quale la persona non è cittadina o non ha titolo di residenza permanente, è punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa di 15.000 euro per ogni persona”

Con la previsione della sanzione amministrativa che sarebbe introdotta dal nuovo decreto sicurezza bis non si stabilisce dunque un aggravamento di una fattispecie penale già esistente, ma si inventa una nuova misura sanzionatoria che prescinde dalla commissione del reato di agevolazione previsto dall’art. 12 del Testo Unico 286 del 1998, come successivamente modificato. Si tratta di una inammissibile violazione della riserva di legge e della distinzione di competenze tra i vari ministeri e la stessa autorità giudiziaria. Si introduce una nuova “sanzione amministrativa” e non si modifica una precedente sanzione di tipo penale, infatti si specifica “salvo che il fatto costituisca reato”, si tratta di una fattispecie del tutto nuova, i cui contorni sono rimessi di volta in volta alla più totale discrezionalità dell’autorità amministrativa.

Il ministero dell’interno non ha dunque risposto a nessuna delle critiche sollevate dall’Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite e dall’UNHCR ( Alto Commissariato per i rifigiati), che a più riprese ha criticato le “Direttive” emanate da Salvini per fermare tutti i soccorsi nelle acque internazionali del Mediterraneo centrale che non fossero affidati alla sedicente “Guardia costiera libica”. Tutto questo per potere dimostrare la fondatezza del teorema politico, vero manifesto elettorale della Lega, dei “porti chiusi”. Una chiusura che il diritto internazionale, i principi costituzionali e lo stesso Codice della navigazione non consentono affatto.

6. Il ruolo dell’Europa, fino ad allora assente sul piano delle politiche di ingresso legale e di condivisione degli oneri in materia di accoglienza, si concretizzava, dopo la immane tragedia del 18 aprile 2015, a sud di Malta, con oltre 900 vittime, nell’Agenda europea sulle migrazioni, approvata dalla Commissione europea nel mese di maggio del 2015. Rimaneva preclusa anche ai potenziali richiedenti asilo qualunque possibilità di ingresso legale, e dopo qualche mese di relativa apertura, con l’invio delle navi della missione Triton di Frontex sino a 135 miglia a sud di Malta e Lampedusa, si decideva il ritiro degli assetti navali che, con le loro attività di soccorso , avrebbero contribuito a favorire i trafficanti, portando troppe persone partite dalla Libia verso un “porto sicuro” in Europa. La stessa accusa, fomentata da ambienti bene identificati delle destre europee, che veniva successivamente rivolta alle Organizzazioni non governative che a partire dal 2016 avevano inviato loro navi per supplire alla carenza di mezzi di soccorso nelle acque del Mediterraneo centrale. Parte proprio in quegli anni la strategia globale europea, ed italiana, contro i richiedenti asilo, considerati solatnto come immigrati irregolari, se non “clandestini” da respingere, magari prima che possano raggiunere le frontiere nazionali per depositare una richiesta di protezione. Una strategia che ha alimentato il populismo ed il peggior nazionalismo.

Si sono attaccati alle fondamenta principi basilari dello stato di diritto, come la riserva di legge ( imposta in materia di asilo dall’art. 10 della Costituzione), la riserva di giurisdizone (stabilita dall’art. 13 in materia di provvedimenti restrittivi della libertà personale), l’efficacia vicolante del diritto internazionale ( prevista in base all’art. 117 della Costituzione) per la parte che contiene disposizioni inderogabili (come il principio di non respingimento affermato dall’art. 33 della Convenzione di Ginevra del 1951 ed il divieto di tortura o di trattamenti inumani o degradanti, affermato dall’art. 3 della Convenzione europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo). L’art. 4 del Quarto protocollo allegato alla CEDU e l’art. 19 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea vietano invece i respingimenti collettivi, tanto a terra che in mare.

La Convenzione di Palermo contro il crimine transnazionale ed i due Protocolli allegati, contro la tratta e contro il traffico di esseri umani, che pure prevedono accordi con i paesi di origine etransito dei migranti, antepongono la salvaguardia della vita umana in mare alla lotta contro quella che si definisce immigrazione “illegale”. In base all’art.7 del Protocollo contro il traffico (Cooperazione) “Gli Stati Parte cooperano nella maniera più ampia per prevenire e reprimere il traffico di migranti via mare, ai sensi del diritto internazionale del mare”. Secondo l’art. 9 dello
stesso Protocollo “Qualsiasi misura presa, adottata o applicata conformemente al presente capitolo tiene debitamente conto della necessità di non ostacolare o modificare: a) i diritti e gli obblighi degli Stati costieri e l’esercizio della loro giurisdizione, ai sensi del diritto internazionale del
mare. Particolarmente importante l’art. 16 del Protocollo che prevede Misure di tutela e di assistenza: (1) Nell’applicazione del presente Protocollo, ogni Stato Parte prende, compatibilmente con i suoi obblighi derivanti dal diritto internazionale, misure adeguate, comprese quelle di
carattere legislativo se necessario, per preservare e tutelare i diritti delle persone che sono state oggetto delle condotte di cui all’articolo 6 del presente Protocollo, come riconosciuti ai sensi del diritto internazionale applicabile, in particolare il diritto alla vita e il diritto a non essere sottoposto a tortura o altri trattamenti o pene inumani o degradanti. (2) Ogni Stato Parte prende le misure opportune per fornire ai migranti un’adeguata tutela contro la violenza che può essere loro inflitta,
sia da singoli individui che da gruppi, in quanto oggetto delle condotte di cui all’articolo 6 del presente Protocollo. (3) Ogni Stato Parte fornisce un’assistenza adeguata ai migranti la cui vita, o incolumità, è in pericolo dal fatto di essere stati oggetto delle condotte di cui all’articolo 6 del
presente Protocollo. (4) Nell’applicare le disposizioni del presente articolo, gli Stati Parte prendono in considerazione le particolari esigenze delle donne e dei bambini. Un ulteriore clausola di salvaguardia si ritrova all’art.19 del Protocollo addizionale contro il traffico: (1) Nessuna disposizione del presente Protocollo pregiudica diritti, obblighi e responsabilità degli Stati e individui ai sensi del diritto internazionale, compreso il diritto internazionale umanitario e il diritto internazionale dei diritti dell’uomo e, in particolare, laddove applicabile, la Convenzione del 1951 e il Protocollo del 1967 relativi allo Status di Rifugiati e il principio di non allontanamento”.

7. Malgrado le ripetute segnalazioni dell’Autorità garante per i diritti delle persone private della libertà personale, con riferimento tanto ai ritardi nella indicazione di un porto di sbarco sicuro, quanto ai trattenimenti illegittimi negli Hotspot, in particolare a Lampedusa, nessuna autorità dello stato, fino alla Presidenza della Repubblica, è riuscita a porre un argine alla iperattività del ministro dell’interno, che ha prodotto un costante inasprimento delle prassi repressive, anche oltre le previsioni di legge, senza conseguire alcun risultato in termini di maggiore efficacia del contrasto dell’immigrazione irregolare. La diminuzione più forte degli arrivi, e dunque delle azioni di soccorso, frutto anche della guerra dichiarata nel giugno del 2017 alle navi umanitarie delle ONG, si è verificata già prima dell’insediamento del governo gialloverde, che di converso non è riuscito ad aumentare significativamente le operazioni di rimpatrio con accompagnamento forzato.

Si è invece rafforzato il livello di collaborazione con la sedicente Guardia costiera libica, con un ruolo di coordinamento esercitato dagli assetti italiani impegnati in Libia con la missione Nauras, e con un diverso coinvolgimento dell’Unione Europea, con il ritiro delle navi europee di Frontex che, come avvenuto fino al 2017, potevano prestare soccorsi immediati, ma con una intensificazione della collaborazione operativa con le motovedette libiche, indirizzate sui punti di intercettazione dei migranti in fuga, già arrivati in acque internazionali, dai mezzi aerei della missione Eunavfor Med.

Un comunicato dello Stato maggiore della Difesa conferma l’impegno attuale della missione Nauras, che si inquadra nell’ambito delle attività definite come “Operazione Mare Sicuro”, ancora presente nel porto militare di Tripoli ad Abu Sittah. Si rende noto che “Continuano anche le attività di supporto manutentivo a favore dei mezzi libici impegnati in compiti di Search and Rescue (SAR) e di contrasto dei flussi migratori illegali all’interno delle acque di propria giurisdizione. Allo stato attuale delle 17 unità complessivamente disponibili, 13 sono state rese perfettamente efficienti, con un significativo incremento delle capacità di intervento degli assetti libici nella condotta e nel coordinamento in mare.” Secondo quanto riportato da Il Giornale, “nella base navale di Abu Sitta è ormeggiata nave Capri, della marina militare italiana, che secondo la Difesa fornisce “supporto manutentivo a favore dei mezzi libici impegnati in compiti di Ricerca e soccorso e di contrasto dei flussi migratori illegali” grazie a motovedette donate dall’Italia. La base navale, però, si trova nella zona di Suk al Juma sotto il controllo della katiba (brigata) al Nawasi della famiglia Gaddour. La brigata ha esercitato pressioni sulla Guardia costiera e Marina libica per abbandonare il contrasto ai clandestini e concentrarsi sulla guerra anche in mare. Non solo: almeno una delle nostre motovedette è stata riarmata e le foto con l’equipaggio in tenuta da combattimento sono finite su twitter.”

Secondo  il Giornale“Il messaggio è netto, senza possibilità di interpretazioni. La presenza militare italiana, composta dagli uomini di Misurata e dalla nave Capri alla fonda a Tripoli, non piace per niente al generale che sta avanzando verso la capitale. E adesso, l’obiettivo dell’Esercito nazionale libico è quello di vedere andare via le nostre truppe che, a differenza di altri contingente stranieri, non hanno abbandonato il Paese nordafricano al caos della guerra successivo all’avanzata verso Tripoli”.

Sembrava che la missione NAURAS avesse avuto termine nel mese di dicembre dello scorso anno, con il rientro della nave Gorgona. La attuale presenza della missione NAURAS nel porto di Tripoli, con la nave Capri, se confermata, con il connesso ruolo di assistenza e coordinamento della Guardia costiera “libica”, ci espone al rischio di ritrovarci direttamente coinvolti in un conflitto dagli sviluppi imprevedibili, senza che il popolo italiano, che tutti evocano, o il Parlamento, come imporrrebbe la Costituzione, ne possano avere una effettiva consapevolezza. Sono queste le conseguenze di una politica estera tutta incentrata sulla”pubblica sicurezza” e sulle scelte di sbarramento contro i migranti, determinate dal ministero dell’interno, piuttosto che sul ripudio della guerra e sulla composizione pacifica delle controversie internazionali, oltre che sull’effettivo riconoscimento del diritto d’asilo e del diritto internazionale del mare, che sarebbero invece imposti dagli articoli 10 ed 11 della Costituzione. Speriamo che finalmente il Presidente della Repubblica imponga al governo il rispetto di questi principi costituzionali. La guerra in Libia non dovrebbe diventare materia di contesa elettorale, come sta per succedere da noi ed anche in Francia. Sarebbe anche tempo che le Nazioni Unite votino una mozione unitaria che inponga a tutte le parti in conflitto di deporre le armi e di trovare una soluzione negoziata.

Da ultimo, per contrastare la moltiplicazione dei procedimenti penali per i casi di abbandono in mare o di rifiuto nella indicazione di un porto sicuro di sbarco, si è tentata una operazione di autentico stravolgimento dello stato di diritto, con la paralisi delle indagini a carico del ministro dell’interno sul caso Diciotti, bloccate da un voto parlamentare che non scioglie i dubbi sui conflitti di attribuzione che dovrebbero essere risolti dalla Corte Costituzionale, e da un ridondante uso del potere di “direttiva” da parte del ministro dell’interno. Con l’uso di provvedimenti ammnistrativi che hanno lo stesso rango formale di una circolare, si è cercato di criminalizzare quelle attività di ricera e soccorso in acque internazionali, imposte dalle Convenzioni internazionali, che al di là della modestissima portata numerica, sono diventate pretesto per una campagna elettorale senza fine. Per i tribunali che hanno gia’ dissequestrato le navi delle Ong, come a Ragusa, o che hanno archiviato ìndagini contro le Ong, come a Palermo, la Libia, gia’ dal mese di marzo dello scorso anno, non poteva garantire alcun luogo sicuro di sbarco, come sarebbe previsto dalle Convenzioni internazionali per i paesi titolari di un’area di ricerca e salvataggio. Non si comprende davvero come la richiesta di indicazione di un porto sicuro di sbarco dopo un soccorso in acque internazionali possa integrare una “violenza privata” ai danni del ministro dell’interno, o comportare additittura una incriminazione per agevolazione dell’ ingresso di stranieri irregolari. Semmai, a violare le leggi sono le autirita’ italiane che tentano di “chiudere i porti ” negando la tempestiva indicazione di un porto sicuro di sbarco.

Come riferisce l’Avvenire, che riporta anche il rapporto dell’Alto Commissariato ONU per i diritti umani, per esteso, secondo le Nazioni Unite, “Ci sono fondate ragioni per ritenere che le direttive del governo italiano” su migranti e ong costituiscano una grave violazione “delle convenzioni internazionali” sui Diritti dell’uomo e la protezione dei migranti e rifugiati. L’atto d’accusa arriva dalle Nazioni Unite che attraverso l’Ufficio del Commissario per i Diritti Umani di Ginevra ha inviato una lettera di 11 pagine al ministro degli esteri italiano.

Visto il fallimento delle Direttive ministeriali, si vorrebbe adesso introdurre per legge una vistosa deroga alle norme internazionali che impongono il soccorso in mare nei tempi più rapidi, a prescindere dalla condizione giuridica dei naufaghi, che non possono in nessun caso essere qualificati come “clandestini” prima ancora del loro ingresso nel territorio nazionale. Secondo l’art. 1 della bozza di decreto legge, che il ministro dell’interno vorrebbe fare approvare in Consiglio dei ministri prima delle prossime elezioni europee, si apportano modifiche all’articolo 12 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 e successive modificazioni, inserendo dopo il comma 6 la seguente previsione:
“6-bis. Salvo che il fatto costituisca reato, le navi ovvero le unità da diporto o da pesca, che nel corso della navigazione procedono, in acque internazionali, ad azioni di soccorso di mezzi adibiti alla navigazione ed utilizzati per il trasporto irregolare di migranti, anche mediante il recupero delle persone ovvero il traino del mezzo, sono tenuti ad attenersi a quanto stabilito dalle convenzioni internazionali vigenti in materia ed alle istruzioni operative emanate dalle autorità responsabili dell ‘area in cui ha luogo l’operazione di soccorso ovvero dalle rispettive autorità dello Stato di bandiera. In caso di inosservanza anche di uno solo degli obblighi di cui al presente comma, si applica la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 3.500 a euro 5.500 per ciascuno degli stranieri trasportati. All ‘accertamento della violazione ed all ‘irrogazione della conseguente sanzione amministrativa provvede il competente comando del Corpo delle capitanerie di porto. Nei casi più gravi o reiterati è disposta la sospensione da uno a dodici mesi, ovvero la revoca della licenza, autorizzazione o concessione rilasciata dall’autorità amministrativa italiana inerente all’attività svolta e al mezzo di trasporto utilizzazo. Si osservano le disposizioni di cui alla legge 24 novembre 1981, n. 689. 

Oltre a quanto osservato in precedenza, si deve comunque ricordare in proposito che L’art. 4 della L. 689/1981 prevede come non risponda delle violazioni amministrative chi ha commesso il fatto nell’adempimento di un dovere o nell’esercizio di una facoltà legittima ovvero in stato di necessità o di legittima difesa: le cause di giustificazione e i principi generali sottesi alla loro applicazione si applicano pertanto, in virtù del richiamo succitato, anche in ambito di violazioni amministrative.

Appare chiaro che di fronte all’evidente impossibilità di riconoscere l’operatività effettiva di una zona SAR libica coordinata dalle autorità di Tripoli, e non invece da assetti della Marina militare italiana presenti nel porto militare di Abu Sittah, a Tripoli, soprattutto in questa fase di grave conflitto civile in Libia, si vuole affermare “per legge” la doverosità della riconsegna dei naufraghi soccorsi in acque internazionali da unità civili alla cd. Guardia costiera libica. La stessa regola varrà anche per i soccorsi operati da unità della Marina militare o comunque battenti bandiera italiana ? Questa prescrizione, da sola, risulta in contrasto con il principio di non respingimento affermato dall’art. 33 della Convenzione di Ginevra e con le indicazioni unanimi dell’OIM e dell’UNHCR, dunque delle principali agenzie umanitarie delle Nazioni Unite, che ricordano già dallo scorso anno come la Libia non garantisca “porti sicuri di sbarco” e come le persone soccorse in acque interazionali non vadano riconsegnate alle autorità libiche. Se la bozza di decreto legge fosse approvata dal parlamento l’Italia ratificherebbe le prassi illegittime di respingimento collettivo verso paesi in guerra. Davvero un punto di non ritorno.

Il riconoscimento da parte dell’Italia ( e dell’Unione Europea) di una zona SAR ( ricerca e salvataggio) “libica che si estende fino a 80 miglia dalla costa rende difficile trasferire i naufraghi, che vengono soccorsi in alto mare, verso un porto sicuro in Europa. Per i libici, in contrasto con le Convenzioni internazionali che non hanno mai firmato o riconosciuto, sembra non esservi più differenza tra le acque territoriali dove qualsiasi stato può esercitare una piena sovranità, e la zona SAR ( ricerca e salvataggio) in acque internazionali, dove dovrebbe vigere il principio della libera navigazione, e che secondo le Convenzioni internazionali è stabilita all’esclusivo fine di soccorrere le persone, e non certo per “difendere confini” o creare impossibili linee di frontiera “galleggianti” in alto mare. La Libia non ha ancora una unica centrale di coordinamento dei soccorsi, e sono i suoi stessi esponenti che dichiarano i limiti dei loro interventi. Per tutte queste ragioni si dovrebbe sospendere immediatamente la zona SAR “libica”, dichiarata dal governo di Tripoli ma inventata a tavolino su evidente spinta diplomatica italiana il 28 giugno 2018.

Anche la richiesta di Amnesty International, per ricreare un sistema di ricerca e soccorso condiviso nel Mediterraneo sembra pero’destinata a rimanere senza ascolto. I tempi della missione Mare Nostrum sono ormai lontani ed i mezzi della Guardia Costiera italiana, precedentemente impegnati nelle acque internazionali per attività di ricerca e soccorso, rimangono fermi nei porti, come si può verificae quotidianamente a Lampedusa ed a Catania.

8. Con gli ultimi decreti sicurezza si vogliono coprire scelte politiche e prassi operative gravemente lesive del diritto internazionale, coperte da garanzia costituzionale per effetto dell’art.117 della Costituzione, e dello stesso codice della navigazione, interferendo su casi attualmente al vaglio della magistratura inquirente in diverse sedi giudiziarie. Il voto parlamentare che ha bloccato l’inchiesta sul caso Diciotti non basta evidentemente per impedire l’esercizio della giurisdizione sui successivi casi di rifiuto di sbarco verificatisi nei mesi scorsi ed adesso all’attenzione dei magistrati. Ed allora ecco che si ricorre al decreto legge. Anche le Nazioni Unite denunciano però la contrarietà di questo ennesimo decreto rispetto al diritto internazionale vincolante per il legislatore interno.

Appare sempre più evidente come le nuove previsioni legislative che si vorebbero introdurre, in tempi rapidissimi, quasi come una minaccia fatta valere dal ministro dell’interno in campagna elettorale, prendano spunto dalle ultime tre direttive ministeriali emanate dal Viminale in materia di attività conseguenti ad operazioni di ricerca e salvataggio in acque internazionali, direttive che sono rimaste di rilievo marginale in assenza di precise basi legali, per l’evidente contrasto con fonti normative di rango superiore. Il decreto sicurezza bis riaccende lo scontro tra ministero dell’interno, ministero della difesa e ministero delle infrastrutture sulla gestione dei porti e degli ingressi dei naufraghi soccorsi in acque internazionali. Ed è sempre più visibile il rischio di un “cortocircuito” tra le misure di sequestro “di iniziativa” demandate direttamente dal ministro dell’interno alla Guardia di finanza e le attività di indagine e di controllo giurisdizionale affidate alla magistratura.

All’ombra della grande campagna mediatica contro le ONG si è cercato quindi di nascondere gli abusi e le inefficienze dei centri di detenzione, adesso ridenominati CPR ( Centri per i rimpatri) e lo smantellamento del sistema nazionale di accoglienza, basato sui centri SPRAR. Un operazione a tenaglia, di accerchiamento mediatico e giudiziario, oltre che politico, contro qualunque forma di aggregazione sociale orientata verso la solidarietà. L’attacco al cd. sistema Riace e la persecuzione politico-giudiziaria contro il sindaco Mimmo Lucano hanno segnato un punto di svolta nella delegittimazione delle amministrazioni locali che si sono opposte alle politiche governative in materia di accoglienza, degli ultimi governi, è bene ricordare. Non si sono chiuse tante strutture governate dal malaffare, e poco controllate dalle prefetture, anche in Calabria, e si sono messi alla gogna, e lasciati esposti ai poteri criminali, quegli amministratori locali che hanno privilegiato i diritti fondamentali della persona migrante, piuttosto che considerarla come strumento di propaganda elettorale se non di arrichimento illecito.

In nome della sicurezza e della legalità si sta dunque perfezionando, tanto sul piano interno quanto a livello internazionale, un pericoloso passaggio dallo stato di diritto allo stato di eccezione. Secondo Agamben “ “lo stato di eccezione tende sempre più a presentarsi come il paradigma di governo dominante della politica contemporanea”.”  Inoltre,”l’aspetto normativo è impunemente obliterato e contraddetto da una violenza governamentale” che ignora, all’esterno, il diritto internazionale e produce, all’interno, uno stato di emergenza permanente. E tuttavia, pur generando “unospazio vuoto di diritto”, lo stato di eccezione accampa con arroganza la pretesa di “stare ancora applicando il diritto” .

Stato di eccezione che oggi non costituisce soltanto una categoria del pensiero politico, ma ben corrisponde alla linea di azione ed ai provevdimenti adottati da un ministro dell’interno che sfida ogni giorno il dettato costituzionale e principi fondamentali del diritto internazionale nella convinzione che il consenso popolare, che si prefigge di incrementare alle prossime scadenze elettorali, possa legittimare l’abbandono di norme fondative dello stato di diritto e della democrazia repubblicana. Come si vorrebbe fare con le norme contenute nel cd. decreto sicurezza bis, che è stato diffuso dal ministro dell’interno come se fosse un manifesto elettorale, prima ancora di essere portato in Consiglio dei ministri ed approvato dall’intero governo. La Presidenza della Repubblica può permettere ancora questo esercizio disinvolto del ruolo istituzionale di ministro e di vicepresidente del Consiglio per evidenti finalità elettorali ?

Il messaggio lanciato dal decreto sicurezza bis è comuque chiaro, ed è già passato, come ha denunciato anche l’ONU. Sembra che qualunque problema sociale si possa risolvere attaccando gli immigrati, alimentando le paure più diverse, colpendo soprattutto coloro che sono caduti in una condizione di irregolarità per effetto delle ultime scelte governative, come i richiedenti asilo denegati ed i titolari dello status di protezione umanitaria, progressivamente espulsi dal sistema di accoglienza. Mentre si moltiplicano e si aggravano le sanzioni penali contro chi pratica forme diverse di solidarieta’ e di resistenza sociale.

Per usare le parole di Luigi Ferrajoli “Assistiamo in Italia – e in generale in tutto l’occidente, a cominciare dagli Stati Uniti- a politiche penali autoritarie, tanto indifferenti alle cause strutturali dei fenomeni criminali e inefficaci a alla loro prevenzione, quanto promotrici di un diritto penale massimo e disuguale, pesantemente lesivo dei diritti fondamentali: politiche interessate soltanto, tramite misure massimamente repressive, a riflettere e ad assecondare, ed anzi ad alimentare, le paure e gli umori repressivi presenti nella società quali massimi fattori del consenso politico.

I fronti più caldi di questa sfida alla democrazia sono oggi le sedi della giurisdizione, gli organi di informazione, le scuole e le università che riescono ancora a trasmettere un sapere critico. E tutti i quartieri in cui la convivenza non è una condanna, ma una opportunità, a partire dalle occupazioni abitative. Sono questi i fronti sui quali si stanno formando nuove resistenze, a partire dalle associazioni e dalle organizzazioni del privato sociale che non accettano di essere messe nell’angolo. Che non accettano, come un numero sempre più grade di comuni cittadini, che vengano sovvertiti i valori fondanti della nostra democrazia, caratterizzati dal rispetto del diritto alla vita, della dignità umana e del principio di solidarietà ( art. 2 della Costituzione).

9. Aggiornamenti

Sea Watch, Guardia di Finanza sale a bordo. Salvini “Non scende nessuno, questa nave è fuorilegge”(TPI)

Sequestrata la Sea Watch, i migranti scendono. L’ira di Salvini. Scontro con M5s (ANSA)

Sea Watch, sbarcati i migranti. Salvini accusa i M5s: “Chi ha dato l’ordine?”. Di Maio: “Non dia la colpa a noi” (La Repubblica)

Salvini assiste in diretta allo sbarco a Lampedusa: «Denuncio chi ha dato l’ok, anche i magistrati» (La Sicilia)

Il pm di Agrigento sequestra la Sea Watch e fa sbarcare i migranti (Huffington Post)

La Guardia di Finanza ha messo i sigilli alla nave da giorni in mare a sud di Lampedusa: l’operazione decisa dal procuratore di Agrigento previo sbarco delle persone sull’isola, nonostante le pressioni del Viminale. Una mossa che ha fatto infuriare il leader della Lega: “Se qualche procuratore intende fare il ministro si candidi alle elezioni”. Di Maio replica: “La magistratura è indipendente dal governo” (Il Fatto Quotidiano)


COMUNICATO DEL PROCURATORE DELLA REPUBBLICA DI AGRIGENTO

La gdf-ROAN di Palermo e la Guardia Costiera di Lampedusa hanno eseguito nel pomeriggio di oggi il sequestro probatorio della nave della ong Sea Wacth 3 per violazione dell’art. 12 T. U. Immigrazione ponendo il mezzo navale a disposizione di questa Procura che ne ha disposto, previo sbarco dei migranti, il trasferimento sotto scorta nel porto di Licata.
I migranti posti in salvo saranno affidati a personale della Questura di Agrigento per la identificazione e per i necessari atti di polizia giudiziaria. 
Le indagini proseguiranno sia per l’individuazione degli eventuali trafficanti di esseri umani coinvolti, sia per la valutazione della condotta della ong. 
L’ intera operazione è stata possibile grazie alla sinergia e alla professionalità, sul mare, degli uomini della gdf e della Guardia Costiera e, su terra, della Questura di Agrigento. 
Agrigento 19.5.019
Il Procuratore della Repubblica
Dott. Luigi Patronaggio.


Il blocco dei porti e la politica della paura ( di Alessandro Dal Lago) Huffington Post, 3 febbraio 2019

Il blocco dei porti ordinato da Salvini pone, oltre alle questione umanitarie, un groviglio di problemi: politici e giuridici, nazionali e internazionali: l’equilibrio dei poteri dello stato, e in particolare tra potere giudiziario e potere esecutivo, il rapporto tra un ministro e l’intero governo, il peso relativo e la coesistenza dei due partiti al potere, le relazioni con l’Europa, la possibilità che prima o poi il governo italiano sua messo in stato d’accusa da parte di una corte internazionale per violazioni patenti dei diritti umani.. Ma vale la pena anche azzardare qualche previsione sulla tenuta di una politica di chiusura che alcuni giudicheranno coerente e altri, come me, semplicemente ottusa, oltre che xenofoba.

Che abbia letto o no Hobbes, la politica di Salvini si basa semplicemente sulla paura. Dell’invasione dei “clandestini”, dei rapinatori in villa, dei manifestanti violenti, degli occupanti abusivi di case e così via. L’unica eccezione relativa è costituita dagli ultras del calcio, verso i quali il ministro degli interni ha un occhio di riguardo, perché in fondo è come loro (è ancora disponibile in rete il coro irriferibile di insulti contro napoletani a cui Salvini partecipò a Pontida nel 2009). Ora, la paura, quando è un fenomeno mediale, non ha necessariamente rapporti con la realtà. Basta che si ancori a luoghi comuni ripetuti ossessivamente da politici, giornalisti e così via e non a fatti o statistiche. Queste ci dicono che i reati, anche quelli cosiddetti predatori, sono in diminuzione, che l’Italia è uno dei paesi più sicuri del mondo, che gli arrivi dei migranti erano in diminuzione ben prima che Salvini chiudesse i porti, mentre invece, in mancanza delle navi delle Ong, la percentuale dei morti in mare è aumentata. Non solo, anche la storia delle migrazioni come effetto del Franco Cfa è una bufala pseudo-terzomondista non a caso propalata, oltre che da Di Maio e Di Battista, da ambienti dell’estrema destra.

Quindi, l’ossessione per gli sbarchi dei clandestini e il ruolo delle Ong è autoreferenziale e funziona finché Salvini è capace di alimentarla con quella che è spacciata per fermezza, ma appare soprattutto un azzardo politico sulla pelle della povera gente sequestrata per giorni e giorni in mare e al freddo. Ma funzionerà ancora? C’è da dubitarne. Per cominciare si addensano sulla testa del governo e del Ministro dell’Interno difficoltà e problemi di ogni tipo: tenuta della maggioranza, inchieste giudiziarie, crisi con l’Europa e così via. E soprattutto, anche se il governo dovesse superare lo scoglio delle Europee, arriverà la buona stagione, con la moltiplicazione di barchini e gommoni, ognuno con il suo carico di disperazione e in pericolo di naufragio. Che farà Salvini? Continuerà con il mantra della chiusura dei porti? Alla lunga, l’elettorato che oggi applaude lui e (un po’ meno) Di Maio per la loro disumana fermezza comincerà a riflettere se, per caso, tutto ciò non sia la finzione propagandistica di un governo incapace in tutto, se non nell’alimentare la paura