Ancora un decreto legge contro il diritto alla vita e la democrazia

di Fulvio Vassallo Paleologo

Con la diffusione di una bozza del cd. Decreto sicurezza bis si e’ realizata una vergognosa operazione di distrazione di massa che, dietro dichiarazioni rassicuranti del ministro dell’interno per nascondere la vera portata del decreto legge, predicando di maggiore sicurezza nelle citta’ e tutele piu’ forti per le forze dell’ordine, tende a risolvere i problemi aperti dalla guerra alle Ong e dal fallimento delle politiche migratorie. A partire da un ridimensionamento del ruolo delle procure ordinarie, a favore di uffici come le Direzioni distrettuali antimafia, che sembrano forse piu’ esposte alla pressione dei vertici politici, dopo le coraggiose iniziative della magistratura inquirente che in diverse sedi ha marcato una linea autonoma rispetto alle sollecitazioni provenienti dal Viminale. In materia di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, con previsioni che appaiono quasi nascoste tra le righe della bozza, il decreto modifica infatti anche il codice di procedura penale. Non saranno più le procure ordinarie a indagare sul reato di favoreggiamento all’immigrazione, quello che ancora in questi giorni il ministro dell’interno vorrebbe fare contestare alle Ong che salvano vite in alto mare, ma si prevede il trasferimento delle relative competenze alle Direzioni distrettuali antimafia. Come se il coirdinamento delle indagini, gia’ esistente, si fosse improvvisamente rivelato inadeguato, tanto da richiedere una modifica legislativa con i tempi della procedura d’urgenza di un decreto legge.

L’iniziativa del ministro dell’interno, che ha diffuso una bozza di decreto legge bis in materia di sicurezza (dopo il DL 113 poi convertio nella legge 132/2018),un testo che non è stato ancora discusso o approvato in Consiglio dei ministri, appare in violazione dell’art. 5 della legge n.400 del 1988, che pure la stessa bozza cita in premessa. Tale norma attribuisce al Presidente del Consiglio dei ministri, e non ai singoli ministri, il potere di inoltrare al Presidente della Repubblica le proposte di legge, incluse anche le proposte di decreto legge. Quanto avvenuto con la diffusione di un testo già definito nell’articolato, lasciando in bianco soltanto le parti relative alla data della deliberazione del Consiglio dei ministri, appare quanto meno una grave scorrettezza istituzionale, una pesante forzatura a scopo propagandistico, se non un atto illegittimo perché compiuto da un ministro privo del potere di proposta e di indirizzo che si arroga. Le scadenze elettorali non possono diventare un presupposto implicito per la decretazione d’urgenza, magari quando si devono nascondere fallimenti e scandali.

La premessa della bozza di decreto legge, che richiama gli articoli 77 e 87 della Costituzione, non specifica i motivi di urgenza, facendo riferimento ad espressioni quali “prassi elusive dei dispositivi che governano l’individuazione dei siti di destinazione delle persone soccorse in mare, tenendo conto dei peculiari rischi per l’ordine e la sicurezza pubblica scaturenti dall’attuale contesto internazionale, al contempo valorizzando le attribuzioni stabilite dall’ordinamento in capo al Ministro dell’interno quale Autorità nazionale di pubblica sicurezza”. Si tratta di previsioni che vanno oltre il limite della costituzionalità, contraddette dai principi di diritto internazionale generalmente riconosciuti e dai dati statistici relativi agli sbarchi in Italia in questi ultimi mesi. Non esiste una emergenza sbarchi. Se di “prassi elusive” si dovesse davvero parlare forse sarebbe meglio che il ministro dell’interno, piuttosto che sottrarsi al giudizio penale, ottenendo un voto favorevole del Parlamento,  che gli ha consentito di sfuggire al procedimento penale aperto a suo carico sul caso della nave Diciotti, affronti quello successivo relativo al mancato sbarco a Siracusa dei naufraghi soccorsi alcuni mesi fa dalla nave della ONG Sea Watch.
Altrettanto generici i presupposti indicati dalla bozza come ragione giustificativa della decretazione d’urgenza, consistenti nella “straordinaria necessità e urgenza di definire interventi finalizzati all’eliminazione dell’arretrato relativo all’esecuzione dei provvedimenti di condanna penale divenuti definitivi” o nella “particolare necessità ed urgenza di rafforzare le norme a garanzia del regolare e pacifico svolgimento di manifestazioni in luogo pubblico e aperto al pubblico”, per non parlare della “particolare necessità ed urgenza di assicurare i livelli di sicurezza necessari per lo svolgimento delle Universiadi 2019”. Che si svolgeranno a Napoli, città che attende da tempo interventi ben diversi da parte del governo che non un mero incremento delle risorse repressive. E comunque una emergenza che non si è creata certo in queste ultime settimane. ma che serve a fare da “paravento” alle misure, quelle volte a penalizzare il soccorso in mare, concentrando tutti i relativi poteri sul ministro dell’interno, che costituiscono il vero nucleo della bozza del provvedimento che adesso dovrà essere discusso in Consiglio dei ministri.

Secondo l’art. 1 della bozza di decreto legge si apportano modifiche all’articolo 12 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 e successive modificazioni, inserendo dopo il comma 6 la seguente previsione:
“6-bis. Salvo che il fatto costituisca reato, le navi ovvero le unità da diporto o da pesca, che nel corso della navigazione procedono, in acque internazionali, ad azioni di soccorso di mezzi adibiti alla navigazione ed utilizzati per il trasporto irregolare di migranti, anche mediante il recupero delle persone ovvero il traino del mezzo, sono tenuti ad attenersi a quanto stabilito dalle convenzioni internazionali vigenti in materia ed alle istruzioni operative emanate dalle autorità responsabili dell ‘area in cui ha luogo l’operazione di soccorso ovvero dalle rispettive autorità dello Stato di bandiera. In caso di inosservanza anche di uno solo degli obblighi di cui al presente comma, si applica la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 3.500 a euro 5.500 per ciascuno degli stranieri trasportati. All ‘accertamento della violazione ed all ‘irrogazione della conseguente sanzione amministrativa provvede il competente comando del Corpo delle capitanerie di porto. Nei casi più gravi o reiterati è disposta la sospensione da uno a dodici mesi, ovvero la revoca della licenza, autorizzazione o concessione rilasciata dall’autorità amministrativa italiana inerente all’attività svolta e al mezzo di trasporto utilizzazo. Si osservano le disposizioni di cui alla legge 24 novembre 1981, n. 689. 

Appare chiaro che di fronte all’evidente impossibilità di riconoscere l’operatività effettiva di una zona SAR libica coordinata dalle autorità di Tripoli, e non invece da assetti della Marina militare italiana presenti nel porto militare di Abu Sittah, a Tripoli, soprattutto in questa fase di grave conflitto civile in Libia, si vuole affermare “per legge” la doverosità della riconsegna dei naufraghi soccorsi in acque internazionali da unità civili alla cd. Guardia costiera libica. La stessa regola varrà anche per i soccorsi operati da unità della Marina militare o comunque battenti bandiera italiana ? Questa prescrizione, da sola, risulta in contrasto con il principio di non respingimento affermato dall’art. 33 della Convenzione di Ginevra e con le indicazioni unanimi dell’OIM e dell’UNHCR, dunque delle principali agenzie umanitarie delle Nazioni Unite, che ricordano già dallo scorso anno come la Libia non garantisca “porti sicuri di sbarco” e come le persone soccorse in acque interazionali non vadano riconsegnate alle autorità libiche. Se la bozza di decreto legge fosse approvata dal parlamento l’Italia ratificherebbe le prassi illegittime di respingimento collettivo verso paesi in guerra. Davvero un punto di non ritorno.

Quanto previsto in ordine alla sanzione amministrativa che si vorrebbe introdurre, con una modifica dell’art. 12 del T.U. 286/98, norma che tratta specificamente “disposizioni contro le immigrazioni clandestine”, confonde la condizione di naufrago con quella di “clandestino” e non specifica i comportamenti specifici sanzionabili, rimettendoli di fatto alla discrezionalità più assoluta dell’autorità di polizia o dello stesso vertice dell’amministrazione, il ministro dell’interno. Senza dare alcun rilievo al dovuto rispetto, in ogni azione di soccorso, oltre alla normativa del diritto internazionale marittimo, anche di quanto stabilito dalla Convenzione di Ginevra e da tutte le Convenzioni internazionali e dai Regolamenti o Direttive europee che accordano protezione ai richiedenti asilo e comunque a tutti coloro che vengono soccorsi in mare, senza che questi assumano la qualificazione di “trasportati”, dovendosi piuttosto riconoscere loro la qualifica di “naufraghi” e dunque la piena legittimità del loro ingresso nello stato appunto per ragioni di soccorso. Come è esplicitamente previsto dall’art. 10 comma 2 del Testo Unico sull’immigrazione n.286 del 1998, che ne consente in determinate circostanze il respingimento, anche differito, ove non presentino una richiesta di protezione,e non siano minori, ma solo dopo che abbiano fatto ingresso nel territorio dello stato “per necessità di pubblico soccorso”. Non sembra ammissibile che si crei in questa materia una differenziazione tra attività di soccorso operate dalle ONG ed attività di soccorso portate a compimento da unità pubbliche, quando è in gioco lo stesso fondamentale diritto alla vita. Nelle Convenzioni internazionali, che spesso si richiamano a sproposito, non vi sono norme che legittimano questo tipo di discriminazione, dovendosi in ogni caso perseguire con priorità assoluta la finalità di salvaguardare la vita umana in mare, ed il correlato obbligo di non refoulement affermato dall’art. 33 della Convenzione di Ginevra.

Si deve inoltre ricordare che L’art. 4 della L. 689/1981 prevede come non risponda delle violazioni amministrative chi ha commesso il fatto nell’adempimento di un dovere o nell’esercizio di una facoltà legittima ovvero in stato di necessità o di legittima difesa: le cause di giustificazione e i principi generali sottesi alla loro applicazione si applicano pertanto, in virtù del richiamo succitato, anche in ambito di violazioni amministrative.

L’art. 2 della bozza di decreto legge contiene modifiche al Codice della navigazione. In particolare si vorrebbe modificare il vigente articolo 83 del Codice della navigazione, con l’abrogazione delle parole “di ordine pubblico, ” al primo comma e poi inserendo dopo questo comma il seguente: “Il Ministro dell ‘interno può limitare o vietare il transito e la sosta di navi mercantili o unità da diporto o da pesca nel mare territoriale per motivi di ordine e sicurezza pubblica e comunque in caso di violazione delle disposizioni di cui all ‘articolo 19, comma 2, lettera g) della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del Mare, con allegati e atto finale, fatta a Montego Bay il IO dicembre 1982, ratificata dalla legge 2 dicembre 1994, n. 689, informando il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. “.

Come si è notato si verifica così una “stretta sulle competenze del Ministero delle Infrastrutture”: “Si interviene in materia di Codice della Navigazione, in particolare su “Divieto di transito e di sosta” di navi mercantili nel mare territoriale, limitando le competenze del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti alle sole finalità di sicurezza della navigazione e di protezione dell’ambiente marino. Viene attribuita al Ministro dell’Interno la competenza a limitare o vietare il transito e/o la sosta nel mare territoriale qualora sussistano ragioni di ordine e sicurezza pubblica”. Una scelta che non puo’ diventare prerogativa esclusiva del Viminale, dopo mesi di reiterati rifiuti nell’indicazione di un porto di sbarco sicuro.

In base all’art. 19 comma 2 della Convenzione Unclos ” il passaggio di una nave nelle acque territoriali di uno Stato è permesso “fintanto che non arreca pregiudizio alla pace, al buon ordine e alla sicurezza dello Stato costiero”. La disposizione contenuta nella bozza di decreto sicurezza bis avrebbe natura “meramente esemplificativa”, ma la lettera g) del comma 2 precisa che tra le attività che potrebbero portare a considerare il passaggio non inoffensivo c’è anche “il carico o lo scarico di materiali, valuta o persone in violazione delle leggi e dei regolamenti doganali, fiscali, sanitari o di immigrazione vigenti nello Stato costiero”. Per gli estensori della bozza del decreto legge e per il ministro dell’interno che se ne dichiara autore, evidentemente, la riconsegna dei migranti alle milizie libiche, da cui dipendono le diverse guardie costiere in quel paese dilaniato dalla guerra civile e dunque sempre meno efficaci nei loro interventi, costituisce anche in questo momento un “atto dovuto”. Mentre lo sbarco in un “porto sicuro” dei naufraghi soccorsi in acque internazionali, come sarebbe imposto nei tempi più solleciti dal diritto, oltre che da un minimo senso di umanità, diventa un atto illecito, riconducubile alla fattispecie penale dell’agevolazione preordinata dell’ingresso di immigrati irregolari. Un totale capovolgimento del rapporto tra realtà ed assetto normativo, che può consentire certo un qualche guadagno elettorale, ma che pone l’operato del governo italiano al di fuori dei limiti imposti dal diritto internazionale e dal diritto umanitario, oltre che in evidente contrasto con i principi di solidarietà affermati dagli articoli 2, 3 e 10 della Costituzione italiana.

La nuova formulazione della norma appare un parziale richiamo ad una singola norma di una Convenzione internazionale ( art. 19 comma 2 della Convenzione UNCLOS) che non può essere utilizzata in modo isolato, al limite della strumentalizzazione, perché verrebbe a stravolgere il fondamentale principio (art. 98 UNCLOS) che obbliga gli stati a prestare attività di assistenza  e di coordinamento a qualsiasi imbarcazione in mare che abbia operato attività di ricerca e salvataggio, a prescindere dal tipo di imbarcazione, dalla bandiera che batte, dallo stato giuridico dei naufraghi e dalla natura civile o militare dei mezzi navali che hanno partecipato alle operazione di soccorso.

In base all’art.98 della Convenzione Unclos, “Ogni Stato deve esigere che il comandante di una nave che batte la sua bandiera,nella misura in cui gli sia possibile adempiere senza mettere a repentaglio la nave, l’equipaggio o i passeggeri:
a) presti soccorso a chiunque sia trovato in mare in condizioni di pericolo;
b) proceda quanto più velocemente è possibile al soccorso delle persone in pericolo, se viene a conoscenza del loro bisogno di aiuto, nella misura in cui ci si può ragionevolmente aspettare da lui tale iniziativa;
c) presti soccorso, in caso di abbordo, all’altra nave, al suo equipaggio e ai suoi passeggeri e, quando è possibile, comunichi all’altra nave il nome della propria e il porto presso cui essa è immatricolata, e qual’è il porto più vicino presso cui farà scalo. Ogni Stato costiero promuove la costituzione e il funzionamento permanente di un servizio adeguato ed efficace di ricerca e soccorso per tutelare la sicurezza marittima e aerea e, quando le circostanze lo richiedono, collabora a questo fine con gli Stati
adiacenti tramite accordi regionali.”. Il ministro dell’interno non puo’ proporre una bozza di decreto legge estrapolando soltanto una norma che deroga il principio della libera navigazione, senza ricordare gli obblighi di soccorso e di assistenza allo sbarco che incombono sulle autorita’ statali per effetto della medesima Convenzione.

Lo stesso richiamo esclusivo contenuto nella bozza di decreto alla sola Convenzione UNCLOS, ed alla sola disposizione, che deroga il principio del libero passaggio inoffensivo, lascia volutamente nell’ombra le norme delle Convenzioni SAR ( di Amburgo) del 1979 e SOLAS del 1984, che impongono precisi doveri di intervento agli stati comunque coinvolti nelle operazioni di ricerca e soccorso (SAR) in acque internazionali. Il decreto trascura altresì gli obblighi di soccorso stabiliti dai Regolamenti europei 656 del 2014 e 1624 del 2016, relativi a Frontex ed alla nuova Guardia costiera e di frontiera europea. Tutte queste norme impediscono di classificare come passaggio “non inoffensivo” nelle acque territoriali, l’ingresso e l’avvicinamento verso un porto sicuro da parte di imbarcazioni che abbiano condotto a termine operazioni SAR ( di ricerca e salvataggio). Un conto è affermare la “sovranità” dello stato nella gestione dei controlli di frontiera, altra cosa è criminalizzare gli interventi di soccorso in acque internazionali, impedendo l’ingresso nelle acque territoriali e nei porti, per eludere i doveri di intervento e di assistenza che le Convenzioni internazionali assegnano agli stati, anche quando i soccorsi in mare avvengono al di fuori delle zone SAR riconosciute a ciascun paese. La zona SAR libica è una finzione, come è emerso in queste ultime settimane, con la prova delle attività di coordinamento e di assistenza garantite ai libici dagli assetti dell’operazione italiana NAURAS, presente da mesi nel porto di Tripoli e dai mezzi aerei europei. Non si può asserire che le acque internazionali che rientrano nella cd. “zona SAR libica” siano acque sottratte alla giurisdizione degli organi internazionali, addirittura scambiate per acque “libiche” ed affidate alla giurisdizione esclusiva delle autorità di polizia marittima del governo Serraj. Di quale Libia, verrebbe da chiedersi oggi ? Di certo nessuno può negare che fine fanno i naufraghi “soccorsi” dalla cd. Guardia costiera “libica” e riportati nei centri di detenzione dai quali erano riusciti a fuggire.

Si ricorda inoltre che la Convenzione ONU contro il crimine transnazionale e i protocolli allegati mettono in rilievo come gli obblighi di soccorso e il diritto alla vita, come il rispetto delle Convenzioni internazionali che vietano i respingimenti collettivi, debbano comunque prevalere sulle esigenza di “difesa dei confini” o di contrasto dell’immigrazione irregolare. Adesso anche i vertici militari della Difesa lo ricordano al ministro dell’interno, escludendo qualsiasi possibilità di “multare” chi salva vite umane in acque internazionali.

Il Protocollo addizionale alla Convenzione delle Nazioni Unite, firmata a Palermo nel 2000, contro la Criminalità organizzata transnazionale, per combattere il traffico illecito di migranti per via terrestre, aerea e marittima, frequentemente invocato per fornire una base legale agli accordi intercorsi con le autorità libiche, prevede la superiorità gerarchica delle norme di diritto internazionale relative ai diritti dell’Uomo e della Convenzione di Ginevra. In base all’articolo 19 § 1 del Protocollo, «Nessuna disposizione del presente Protocollo pregiudica gli altri diritti, obblighi e responsabilità degli Stati e degli individui derivanti dal diritto internazionale, compreso il diritto internazionale umanitario e il diritto internazionale relativo ai diritti dell’uomo e, in particolare, laddove applicabili, la Convenzione del 1951 e il Protocollo del 1967 relativi allo status dei rifugiati e il principio di non respingimento ivi enunciato.»

Sembra che la bozza di decreto legge sicurezza “bis” voglia dare una copertura legislativa alle prassi imposte negli ultimi mesi dal ministero dell’interno con la politica di delega dei soccorsi in acque internazionali alla cd. guardia costiera “libica” e con la conseguente “chiusura dei porti”.

Da ultimo il ministro dell’interno aveva emanato una “Direttiva” espressamente diretta all’unica nave delle ONG ancora operativa, la Mare Joinio di Mediterranea, per impedire lo svolgimento degli interventi di soccorso obbligatori in base al diritto internazionale. La Direttiva ministeriale era stata definita subito come carta straccia, perchè priva di basi legali ed in contrasto con il diritto del mare. Adesso Salvini ci riprova ricorrendo ad un decreto legge, sempre che il Consiglio dei ministri lo condivida, ed il Parlamento lo approvi. I tentativi di progressivo abbattimento dello stato di diritto, dietro un’ emergenza inventata per riscuotere consenso elettorale, continuano. Si vogliono coprire scelte politiche e prassi operative gravemente lesive del diritto internazionale, coperto da garanzia costituzionale per effetto dell’art.117 della Costituzione, e dello stesso codice della navigazione, interferendo su casi attualmente al vaglio della magistratura inquirente in diverse sedi giudiziarie. Il voto parlamentare che ha bloccato l’inchiesta sul caso Diciotti non basta evidentemente per impedire l’esercizio della giurisdizione sui successivi casi di rifiuto di sbarco verificatisi nei mesi scorsi ed adesso all’attenzione dei magistrati. Ed allora ecco che si ricorre al decreto legge.

Sono mesi infatti che il ministro dell’interno tenta di incidere con i suoi poteri di emanare direttive, di fatto mere circolari, su materie come il salvataggio in mare, nelle quali vengono in rilievo diritti fondamentali, a partire dal diritto alla vita, riservati alla competenza del legislatore e coperti dal dettato della Costituzione e delle Convenzioni internazionali.

Appare sempre più evidente come le nuove previsioni legislative che si vorebbero introdurre, in tempi rapidissimi, quasi come una minaccia fatta valere dal ministro dell’interno in campagna elettorale, prendano spunto dalle ultime tre direttive ministeriali emanate dal Viminale in materia di attività conseguenti ad operazioni di ricerca e salvataggio in acque internazionali, direttive che sono rimaste di rilievo marginale in assenza di precise basi legali, per l’evidente contrasto con fonti normative di rango superiore. Il decreto sicurezza bis riaccende lo scontro tra ministero dell’interno, ministero della difesa e ministero delle infrastrutture sulla gestione dei porti e degli ingressi dei naufraghi soccorsi in acque internazionali. Ed è sempre più visibile il rischio di un “cortocircuito” tra le misure di sequestro “di iniziativa” demandate direttamente dal ministro dell’interno alla Guardia di finanza e le attività di indagine e di controllo giurisdizionale affidate alla magistratura.

La bozza di decreto legge, comunicata agli organi di informazione prima che fosse condivisa dal Presidente del Consiglio ed approvata in Consiglio dei ministri, costituisce un ennesimo tentativo del ministro dell’interno di sottrarsi alla giurisdizione e di modificare le regole che attualmente lo vedono esposto in diversi procedimenti penali, a seguito della mancata tempestiva indicazione di un porto di sbarco sicuro in Italia, un tentativo inaccettabile di sovversione del rapporto tra organi dello stato, che il Presidente della Repubblica, quando questo testo di decreto arriverà al suo esame, se ci arriverà dopo essere stato approvato in Consiglio dei ministri,  non potrà certo ammettere.

L’ articolo 3 della bozza di decreto modifica l’art. 51, comma 3-bis, c.p.p., “estendendo ai reati associativi di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, anche nelle ipotesi non aggravate, sia la competenza delle procure distrettuali sia la disciplina delle intercettazioni preventive. Si consentirebbe così di contrastare “a monte” l’organizzazione dei trasporti di stranieri irregolari“. In realtà si cerca di dare valenza ad attività investigative che da anni sono arenate, dopo esordi clamorosi nei quali si annunciava il coinvolgimento delle ONG, quasi senza esclusione, nelle attività di agevolazione dell’immigrazione irregolare. Vedremo adesso se si vorrà riconoscere efficacia retroattiva anche a questa nuova normativa.

Altre norme come il “Potenziamento delle operazioni di polizia sotto copertura”, di cui all’articolo 9 della legge 16 marzo 2006, n. 146, anche con riferimento alle attività di contrasto del delitto di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, per la copertura degli oneri conseguenti al concorso di operatori di polizia di Stati con i quali siano stati stipulati appositi accordi per il loro impiego sul territorio nazionale, risultano assai dubbie perché rafforzano la possibilità che si realizzino operazioni di indagine o di allontanamento forzato dal territorio, con agenti di stati, in passato si è verificato con il Sudan, che non rispettano i diritti umani, ma con i quali sono stati comunque concluse intese bilaterali al fine di contrastare l’immigrazione irregolare. Si è già visto in passato quali conseguenze abbia prodotto l’utilizzo di agenti sotto copertura nei processi contro le ONG accusate di avere soccorso naufraghi in acque internazionali. Il processo contro gli operatori umanitari della Juventa, della Organizzazione non governativa Jugend Rettet, ancora aperto davanti al Tribunale di Trapani, ne costituisce una prova eclatante. In quella occasione i primi riscontri delle indagini, provenienti da agenti sotto copertura, finirono sul tavolo di Salvini, allora all’opposizione, prima di essere utilizzate nelle attività istruttorie della procura di Trapani. E Salvini utilizzò quelle informazioni in campagna elettorale. Adesso si vorrebbe estendere l’uso di agenti sotto copertura per favorire quei rimpatri che il governo non riesce a eseguire per la mancanza di acccordi di riammissione o per la mancata collaborazione dei paesi di origine. In modo da ridurre tutto, ancora una volta, ad una questione di soldi. Soldi contro vite umane.

Appare importante da questo punto di vista attivare al più presto una commissione di indagine parlamentare per fare chiarezza sulla presenza di agenti stranieri, in stato di “copertura” o definiti come “agenti di collegamento” sul nostro territorio, al fine di evitare la ulteriore commissione di gravi illeciti, come gli allontanamenti forzati collettivi, o la violazione del divieto di trattamenti inumani o degradanti, per cui l’Italia ha già ricevuto in passato diverse condanne da parte della Corte Europea dei diritti dell’Uomo.

Le ulteriori modifiche che si vorrebbero apportare con la bozza di decreto legge sicurezza bis  al Testo Unico di pubblica sicurezza ( in particolare all’art. 5 del regio decreto 18 giugno 1931, n. 773) ed alla legge alla legge 22 maggio 1975, n. 152), aggravano le previsioni penali per i reati di resistenza e per quelli commessi in occasione di manifestazioni pubbliche, soprattutto in quelle non autorizzate, attribuendo alle forze di polizia un maggiore potere discrezionale nel definire l’ambito della responsabilità penale che appare in contrasto con i principi costituzionali della riserva di legge e della riserva di giurisdizione. Il decreto trasformerebbe quelle che attualmente sono contravvenzioni in delitti e prevede inoltre l’inasprimento delle sanzioni. Ad esempio, “chiunque nel corso di manifestazioni.. per opporsi a pubblico ufficiale o all’incaricato di pubblico servizio.. utilizza scudi o altri oggetti di protezione passiva ovvero materiali imbrattanti o inquinanti è punito con la reclusione da 1 a 3 anni”. Scompare inoltre qualunque riferimento alla “particolare tenuità del fatto”. Si aumentano i poteri di polizia, si riduce l’ambito della libertà di giudizio riservata ai magistrati.

Anche di questi profili dovrà attentamente farsi carico il Parlamento e la Presidenza della Repubblica, prima dell’eventuale approvazione del decreto legge sicurezza bis, al fine di evitare un successivo proliferare di ricorsi, fino alla Corte Costituzionale ed alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo.

Si creano in sostanza le condizioni, in parte già verificatesi per effetto del primo decreto sicurezza, oggi convertito in legge 132 del 2018, per una enorme proliferazione del contenzioso giudiziario, soprattutto in sede penale, anche qui con il”paravento” dalla istituzione di un “Commissario straordinario per l’eliminazione dell’arretrato relativo all’esecuzione dei provvedimenti di condanna penale divenuti definitivi”…con il compito di realizzare un programma di interventi finalizzati ad eliminare l’arretrato relativo ai procedimenti di esecuzione delle sentenze di condanna divenute definitive da eseguire nei confronti di soggetti non già detenuti per altra causa, anche allo scopo di assicurare migliori condizioni generali della sicurezza pubblica.   

Al di là di previsioni gravi, ma che comunque appaiono di contorno, risulta evidente come dopo il fallmento delle tre Direttive ministeriali adottate per legittimare la delega alle autorità libiche per le intercettazioni in acque internazionali e la conseguente chiusura dei porti, il perno del decreto legge sicurezza bis sia costituito dalle norme che cercano di penalizzare ulteriormente le attività di soccorso in mare operatte dalle Organizzazioni non governative, affiancando alle sanzioni penali che già si cerca di adottare, se non di imporre alla magistratura inquirente, sanzioni di natura amministrativa che ne dovrebbero paralizzare le attività. Le conseguenze le vediamo già, con l’aumento delle vittime che le menzogne dei ministri non riescono più a nascondere.

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APPENDICE

Con l’insediamento del nuovo governo Salvini-Di Maio-Conte, già nelle prime dichiarazioni del ministro dell’interno si percepiva un ulteriore inasprimento della linea di condotta delle autorità italiane nelle occasioni ancora frequenti di interventi di ricerca e soccorso in acque internazionali sulla rotta libica operati dalle navi delle ONG. Per tutta l’estate del 2018 era guerra aperta contro le ONG, con espedienti burocratici, come le pressioni sugli stati di bandiera delle navi umanitarie perchè le cancellassero dai registri navali, e con la minaccia di altre sanzioni penali, unico strumento effettivo per “chiudere i porti”. Restava inoltre una situazione di grande incertezza sulle aree di competenza degli stati nello svolgimento di attività di ricerca  e salvataggio ( SAR), anche per la parziale sovrapposizione, mai risolta in sede IMO, tra l’area di competenza maltese e quella italiana, con evidenti ricadute nella determinazione del porto sicuro di sbatco.

Cresceva anche la pressione diplomatica sulla Libia e sull’IMO a Londra (Organizzazione marittima internazionale che fa capo alle Nazioni Unite) perchè fosse riconosciuta una zona SAR “libica” in modo da delegare completamente, almeno sulla carta, il coordinamento delle attività di salvataggio ad assetti libici ed alla costituenda Centrale operativa libica (IRCC). Una autentica finzione, dal momento che la Libia non ha ancora oggi organi di governo o forze armate uniche per tutto il suo vasto territorio, coste e mare territoriale compreso, controllato da milizie in perenne conflitto tra loro. Il 28 giugno 2018, l’IMO inseriva nei suoi data base la autoproclamata zona SAR “libica” comunicata dal governo di Tripoli che neppure riusciva a controllare il territorio dell’intera città, ma che veniva incontro alle richieste del governo italiano, dopo che una prima richiesta rivolta dai libici all’IMO nel dicembre del 2017 era stata ritirata per la evidente mancanza dei requisiti richiesti a livello internazionale per il riconoscimento di una zona SAR

Se fino al mese di giugno del 2018 era almeno chiaro che le responsabilità di coordinamento nella cosiddetta SAR libica, ancora allo stato di progetto,spettavano alla Centrale operativa della Guardia costiera italiana (IMRCC), a partire da quella data, con la notifica di una zona SAR “libica” da parte del governo di Tripoli all’IMO a Londra, è venuta meno qualsiasi certezza circa le responsabilità di coordinamento dei soccorsi, e dunque di individuazione del punto di sbarco. Non si è riusciti neppure a risolvere il problema ricorrente della sovrapposizione tra la zona SAR maltese e la zona SAR italiana, a sud di Lampedusa e Malta, già occasione di conflitti di competenze, che avevano portato a tragedie con centinaia di morti, come in occasione della cd. strage dei bambini dell’11 ottobre 2013. Per quella strage è ancora in corso un procedimento penale presso il Tribunale di Roma, dopo due richieste di archiviazione da parte delle procure di Agrigento e Roma.

A seguito di intercettazione o salvataggio di persone in mare, la Guardia costiera libica (LCG) consegna le persone alle autorità della Direzione per combattere la migrazione illegale (DCIM),  che li trasferisce direttamente ai centri di detenzione gestiti dal governo dove sono detenuti per periodi indefiniti.  Il 5 marzo 2019 L’OIM ha condannato le violenze avvenute nel centro di detenzione libico di Trig Al Sikka, dove alcuni migranti sarebbero stati “puniti” per aver tentato la fuga dallo stesso centro “governativo”, richiedendo di poter incontrare quanto prima le persone vittime dell’episodio. “Non importa quali siano le cause che hanno portato a questo specifico incidente, ma l’utilizzo della violenza nei confronti dei migranti non può essere mai giustificata”, ha affermato Mohammed Abikder, Direttore del Dipartimento per le Operazioni e le Emergenze dell’OIM.

Per le Nazioni Unite, in ogni caso, e dunque per qualunque governo del mondo, già dallo scorso anno,“la Libia non può essere considerata un luogo sicuro di sbarco”, come ricorda il più recente rapporto diffuso a livello mondiale. Anche se nei punti di sbarco compaiono le pettorine azzurre dell’UNHCR, coloro che ancora riescono a tentare la pericolosa traversata del Mediterraneo, e che “vengono sempre più spesso intercettati o soccorsi dalla Guardia costiera libica che li riconduce in Libia”, ritrovano l’inferno da dove erano fuggiti, anche nei casi di loro registrazione da parte dei funzionari delle Nazioni Unite. Dopo lo sbarco e la consegna di un kit di prima accoglienza finiscono comunque nelle mani delle milizie che controllano i centri di detenzione. In una situazione di guerra civile ormai endemica , in Libia la confusione tra milizie e trafficanti è ormai totale. L’UNHCR, con un documento a firma di Carlotta Sami nel mese di marzo del 2019, non ritiene che la Libia soddisfi i criteri per essere designata come luogo di sicurezza per finalità di sbarco in seguito al salvataggio in mare. L’UNHCR ribadisce in dversi documenti  che la Libia non può essere designata come luogo di sicurezza ai fini dello sbarco, rilevando anzi che si dovrebbe procedere all’evacuazione dalla Libia per motivi legati alla protezione, anche se si osserva che questa soluzione potrebbe non essere applicabile a tutti i migranti irregolari presenti in Libia. Il Tribunale di Ragusa e la Procura di Palermo hanno ritenuto che la Libia non offre porti sicuri di sbarco, con la sentenza di dissequestro della nave Open Arms nell mese di aprile del 2018 e con l’archiviazione di diversi procedimenti contro ONG a Palermo, nel giugno dello stesso anno.

Le Nazioni Unite non possono tollerare che una loro agenzia come l’UNHCR dichiari la Libia come un paese privo di porti sicuri di sbarco e poi un’altra agenzia come l’IMO continui a riconoscere una zona SAR “libica”che permette lo sbarco di persone che, anche se vengono consegnate al Dipartimento della poizia contro l’immigrazione (DCIM), sono immediatamente esposte ad abusi di ogni genere. L’intera comunità internazionale non può permettere che le autorità italiane e maltesi operino nei confronti delle navi delle Organizzazioni non governative come se fosse legittimo delegare alla sedicente Guardia costiera “libica” le attività di ricerca e soccorso in acque internazionali, che diventano sempre più spesso intercettazioni, piuttosto che “salvataggi” con lo sbarco in un vero POS ( Place of safety), come è prescritto dal diritto internazionale.

L’appoggio fornito dal governo italiano alla Guardia costiera “libica” che è stata dotata di mezzi e di strutture di coordinamento, è apparso sempre più orientato ad eludere le disposizioni vincolanti in materia di soccorso in mare, fissate dalle Convenzioni internazionali. Il portavoce della sedicente Guardia costiera libica da Tripoli ha dichiarato in diverse occasioni che gli assetti militari a sua disposizione non avrebbero svolto attività di ricerca e soccorso che non siano operate da autorità libiche con i mezzi decisi da Tripoli, dunque con totale esclusione di ogni possibilità di collaborazione con le ONG, o con navi di missioni europee, ancora presenti nelle acque internazionali del Mediterraneo centrale. Anche per questa ragione si sono progressivamente ritirate le navi delle missioni Nauras della marina militare italiana,  Themis di Frontex e Sophia di Eunavfor Med, ormai limitate solo ad alcuni assetti aerei, con esclusiva attività di avvistamento. Un avvistamento che sempre più spesso non corrisponde poi ad una effettiva attività di soccorso. Le autorità italiane non possono continuare ad ignorare che il loro partner libico dichiara, e soprattutto impartisce ordini ai ai suoi mezzi navali, stabilendo che le tante motovedette donate generosamente dall’Italia a Tripoli, non usciranno dai porti quando le attività di soccorso in acque internazionali non siano svolte da assetti libici. Una dichiarazione inaccettabile, quella del brigadiere Qacim portavoce della Guardia costiera libica, che indebolisce i sistemi di soccorso nell’alto mare nella cd. SAR libica, e conferma in modo inconfutabile come gli accordi tra i governi italiani e le autorità di Tripoli possano avere effetti mortali e costituiscano una grave violazione del diritto internazionale. Da una intervista rilasciata ad un giornalista della trasmissione Report, andata in onda il 18 marzo 2019, un rappresentante dell’IMO dichiarava che non risultava ancora operativa una vera e propria “centrale di coordinamento libica” ( MRCC), una circostanza che sembra destinata ad essere ancora più evidente e perniciosa dopo lo scoppio delle ostilità che stanno portando la Libia in una situazione di guerra civile. Non si comprende, se non per ragioni “politiche”, come l’IMO di Londra continui ad annoverare nei propri registri una SAR “libica” che serve soltanto ad offuscare gli obblighi di ricerca e salvataggio altrimenti ricorrenti in capo a Malta e Italia.

L’adempimento degli obblighi internazionali di salvaguardia della vita umana in mare e la tempestiva indicazione di un porto sicuro di sbarco non possono diventare merce di scambio per modificare le politiche dell’Unione Europea in materia di redistribuzione dei richiedenti asilo, una partita politica che i governi italiano e maltese giocano da tempo con gli altri stati europei. Per quanto riguarda l’Italia, gli interessi nazionali diretti alla “difesa dei confini” non possono consentire di cancellare sostanzialmente gli articoli 10 e 117 della Costituzione italiana che affermano la piena operatività, nel nostro ordinamento interno, delle Convenzioni internazionali che l’Italia ha sottoscritto e ratificato. Rimane inalterata la diretta efficacia cogente delle Convenzioni internazionali e dei Regolamenti dell’Unione Europea, che vi fanno richiamo, e che forniscono una definizione vincolante ( anche per i ministri dell’interno) di “luogo di sbarco sicuro”.

Occorre risolvere al più presto il contrasto tra Italia, Malta e gli altri paesi dell’Unione Europea, senza ulteriori provocazioni che servono soltanto come armi di propaganda a scapito delle vite umane che si continuano a perdere in alto mare. Qualunque trattativa per la distribuzione, pure auspicabile, di naufraghi tra diversi paesi europei può avvenire soltanto quando le persone hanno raggiunto un porto di sbarco sicuro, perché la nave soccorritrice va considerata in base al diritto internazionale come un luogo sicuro “transitorio”, e la permanenza a bordo di persone già duramente provate non può diventare arma di ricatto tra gli stati. Di certo, soprattutto nel caso di navi private che abbiano operato attività SAR, non rileva nella individuazione del porto di sbarco sicuro la bandiera dell’unità soccorritrice, altro argomento utilizzato per impedire o ritardare lo sbarco nei porti italiani delle persone soccorse in mare.

Una volta che la Centrale nazionale di coordinamento di soccorso marittimo della Guardia Costiera di Roma(I.M.R.C.C.)abbia comunque ricevuto la segnalazione di un’emergenza e assunto il coordinamento iniziale delle operazioni di soccorso -anche se l’emergenza si è sviluppata fuori dalla propria area di competenza SAR – questo impone alle autorità italiane di portare a compimento il salvataggio individuando il luogo sicuro di sbarco dei naufraghi. Se le autorità di Malta hanno negato il loro consenso allo sbarco in un porto di quello Stato, l’Italia non può negare lo sbarco in un proprio porto sicuro, che diventa essenziale per completare le operazioni di salvataggio. Se, come risulta dagli ultimi rapporti delle Nazioni Unite, e come riconosce persino il ministro degli esteri Moavero la Libia non garantisce “porti di sbarco sicuri”, spetta al ministero dell’interno, di concerto con la Centrale operativa della guardia costiera (IMRCC) di Roma, indicare con la massima sollecitudine un porto di sbarco sicuro, anche se l’evento SAR si è verificato nelle acque internazionali che ricadono nella pretesa SAR libica. Eventuali inadempimenti di tali obblighi potranno essere sanzionati a livello nazionale o internazionale. Sorprende come il ministro Moavero si sia adesso allineato con il progetto di decreto legge sicurezza bis, sostenendo il trasferimento di tutte le competenze nella gestione dei porti in occasione degli sbarchi al ministero dell’interno, ma simili atteggiamenti ondivaghi fanno ormai parte della strategia del governo in perenne campagna elettorale, più attento ai sondaggi che alle centinaia di vite umane che si stanno perdendo nelle acque del Mediterraneo centrale dopo il blocco dei soccorsi operato dalle ONG ed il ritiro degli assetti navali della Guardia costiera e dell’operazione europea Eunavfor Med.

Non si può ammettere che in acque internazionali ci siano persone sottratte a qualsiasi giurisdizione, magari per effetto della qualificazione come “clandestini”. Anche se non interviene direttamente con i suoi mezzi, fino a quando non intervengono direttamente unità navali o aeree, o centrali di coordinamento SAR di altri paesi, le persone che chiamano soccorso dall’alto mare si trovano sotto la giurisdizione del primo paese che riceve la chiamata di soccorso, dal cui esito tempestivo può dipendere la vita o la morte. Questo paese, dunque per quanto osservato in precedenza l’Italia, ha l’obbligo di rispettare tutti gli obblighi cogenti derivanti dalle Convenzioni internazionali, a partire dal rispetto assoluto del diritto alla vita e dal principio di non refoulement (art. 33 Conv. Ginevra).

L’Egitto, la Tunisia e l’Algeria non garantiscono al momento alcuno status legale alle persone soccorse in mare, ed il riconoscimento del diritto di asilo da parte di questi paesi, che pure hanno sottoscritto la Convenzione di Ginevra, non è effettivo,  risulta assai limitato nel numero e ad alcune nazionalità di provenienza.  Solo dopo lo sbarco in un Place of safety in Europs appare legittimo avviare una negoziazione con l’Unione Europea, al fine di una distribuzione dei richiedenti asilo in diversi paesi europei. Non si può pensare di continuare ancora con singole negoziazioni dopo ciascuna azione di soccorso. Se gli stati non riusciranno a trovare soluzioni consensuali per la soluzione di questi problemi, si dovrà comunque pervenire a un sistema organizzato di soccorso che si imponga con sanzioni effettive ed individuazione di responsabilità, in tutti i casi di inadempimento degli obblighi di ricerca e salvataggio da parte delle autorità statali.


DECRETO-LEGGE RECANTE DISPOSIZIONI URGENTI IN MATERIA Dl ORDINE E SICUREZZA PUBBLICA


IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
VISTI gli articoli 77 e 87 della Costituzione;
VISTA la legge 23 agosto 1988, n. 400, recante disciplina dell’attività di governo e ordinamento della Presidenza del Consiglio dei ministri;
RITENUTA la straordinaria necessità e urgenza di prevedere misure volte a contrastare prassi elusive dei dispositivi che governano l’individuazione dei siti di destinazione delle persone soccorse in mare, tenendo conto dei peculiari rischi per l’ordine e la sicurezza pubblica scaturenti dall’attuale contesto internazionale, al contempo valorizzando le attribuzioni stabilite dall’ordinamento in capo al Ministro dell’interno quale Autorità nazionale di pubblica sicurezza;
RITENUTE, altresì le particolari e straordinarie necessità ed urgenza di rafforzare il coordinamento investigativo in materia di reati connessi all’immigrazione clandestina, implementando, altresì, gli strumenti di contrasto a tale fenomeno;
CONSIDERATA la straordinaria necessità e urgenza di definire interventi finalizzati all’eliminazione dell’arretrato relativo all’esecuzione dei provvedimenti di condanna penale divenuti definitivi;
CONSIDERATA, inoltre, la particolare necessità ed urgenza di rafforzare le norme a garanzia del regolare e pacifico svolgimento di manifestazioni in luogo pubblico e aperto al pubblico;
RAVVISATA la particolare necessità ed urgenza di assicurare i livelli di sicurezza necessari per lo svolgimento delle Universiadi 2019;
RAVVISATA, altresì, l’esigenza di integrare la disciplina volta a semplificare gli adempimenti nei casi di soggiorni di breve durata, la cui straordinaria urgenza è connessa all’imminente svolgimento delle Universiadi 2019;
VISTA la deliberazione del Consiglio dei ministri, adottata nella riunione del 
Sulla proposta del Presidente del Consiglio dei ministri e del Ministro dell’interno, di concerto con i Ministri della giustizia, dell ‘economia e delle finanze e delle infrastrutture e dei trasporti;


EMANA
il seguente decreto-legge:
Art. 1
(Modifiche al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286)
l . All’articolo 12 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 e successive modificazioni, dopo il comma 6 è inserito il seguente:
“6-bis. Salvo che il fatto costituisca reato, le navi ovvero le unità da diporto o da pesca, che nel corso della navigazione procedono, in acque internazionali, ad azioni di soccorso di mezzi adibiti alla navigazione ed utilizzati per il trasporto irregolare di migranti, anche mediante il recupero delle persone ovvero il traino del mezzo, sono tenuti ad attenersi a quanto stabilito dalle convenzioni internazionali vigenti in materia ed alle istruzioni operative emanate dalle autorità responsabili dell ‘area in cui ha luogo l’operazione di soccorso ovvero dalle rispettive autorità dello Stato di bandiera. In caso di inosservanza anche di uno solo degli obblighi di cui al presente comma, si applica la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 3.500 a euro 5.500 per ciascuno degli stranieri trasportati. All ‘accertamento della violazione ed all ‘irrogazione della conseguente sanzione amministrativa provvede il competente comando del Corpo delle capitanerie di porto. Nei casi più gravi o reiterati è disposta la sospensione da uno a dodici mesi, ovvero la revoca della licenza, autorizzazione o concessione rilasciata dall’autorità amministrativa italiana inerente all’attività svolta e al mezzo di trasporto utilizzato. Si osservano le disposizioni di cui alla legge 24 novembre 1981, n. 689. 
Art. 2
(Modifiche al codice della navigazione)
l. All’articolo 83 del codice della navigazione, approvato con regio decreto 30 marzo 1942, n. 327, sono apportate le seguenti modifiche:
a) al primo comma, le parole: “di ordine pubblico, ” sono abrogate;
b) dopo il primo comma è inserito il seguente: “11 Ministro dell ‘interno può limitare o vietare il transito e la sosta di navi mercantili o unità da diporto o da pesca nel mare territoriale per motivi di ordine e sicurezza pubblica e comunque in caso di violazione delle disposizioni di cui all ‘articolo 19, comma 2, lettera g) della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del Mare, con allegati e atto finale, fatta a Montego Bay il IO dicembre 1982, ratificata dalla legge 2 dicembre 1994, n. 689, informando il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. “.
Art. 3
(Modifica all’articolo 51 del codice di procedura penale)
l . All’articolo 51, comma 3-bis, del codice di procedura penale, dopo le parole: “articolo 12, commi” è inserita la seguente: ” l, “.
2. La disposizione di cui al comma 1 si applica solo ai procedimenti ivi considerati, iniziati successivamente alla data di entrata in vigore del presente decreto.
Art. 4
(Potenziamento delle operazioni di polizia sotto copertura)
l . Al fine di implementare l’utilizzo dello strumento investigativo delle operazioni sotto copertura di cui all’articolo 9 della legge 16 marzo 2006, n. 146, anche con riferimento alle attività di contrasto del delitto di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, per la copertura degli oneri conseguenti al concorso di operatori di polizia di Stati con i quali siano stati stipulati appositi accordi per il loro impiego sul territorio nazionale, nello stato di previsione del Ministero dell’interno è stanziata, per il triennio 2019-2021, la somma di 1.000.000 di euro annui, mediante corrispondente utilizzo di quota parte delle entrate di cui all’articolo 18, comma l , lettera a), della legge 23 febbraio 1999, n. 44, affluite all’entrata del bilancio dello Stato, che restano acquisite all’erario.
Art. 5
(Modifiche al regio decreto 18 giugno 1931, n. 773)
I . Al Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, approvato con regio decreto 18 giugno 1931, n. 773, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) all’articolo 18 è aggiunto, in fine, il seguente comma: “Qualora nelle riunioni di cui al presente articolo siano commessi i reati di cui agli articoli 635 e 419 del codice penale i contravventori di cui ai commi terzo e quinto sono puniti con la reclusione fino a un anno”;
b) all’articolo 24 è aggiunto, in fine, il seguente comma: “Nel caso di riunioni non preavvisate o autorizzate la pena per i contravventori è della reclusionefino a un anno ‘ 
c) all’articolo 109, al comma 3, dopo le parole “successive all’arrivo, ” sono inserite le seguenti “e immediatamente nel caso di soggiorni non superiori alle ventiquattr’ore,  
Art. 6
(Modifiche alla legge 22 maggio 1975, n. 152)
1. Alla legge 22 maggio 1975, n. 152, sono apportate le seguenti m.odifiche:
a) all’articolo 5:
1) al secondo comma è aggiunto il seguente periodo: «la pena è della reclusione fino a due anni se ilfatto è commesso in occasione di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico. »;
2) al terzo comma le parole “Per la contravvenzione” sono sostituite dalle seguenti: “Per i reati”;
b) dopo l’articolo 5 è aggiunto il seguente:
“Articolo 5 bis. Fuori dai casi di cui agli articoli 336, 337 e 338 del Codice penale, chiunque nel corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico, per opporsi al pubblico ufficiale o all ‘incaricato di pubblico servizio, mentre compie un atto di ufficio o di servizio, o a coloro che richiesti gli prestano assistenza, utilizza scudi o altri oggetti di protezione passiva ovvero materiali imbrattanti o inquinanti è punito con la reclusione da uno a tre anni.
Salvo che il fatto non costituisca più grave reato e fuori dai casi di cui agli articoli 6-bis e 6-ter della legge 13 dicembre 1989, n. 401, chiunque, nel corso delle manifestazioni di cui al comma l, lancia o utilizza illegittimamente, in modo da creare un concreto pericolo per l’incolumità delle persone o l’integrità delle cose, razzi, bengala, fuochi artificiali, petardi, strumenti per l’emissione di fumo o di gas visibile o in grado di nebulizzare gas contenenti principi attivi urticanti, ovvero bastoni, mazze, oggetti contundenti o, comunque, atti a offendere, è punito con la reclusione da uno a quattro anni. ‘ 
Art. 7
(Commissario straordinario per l’eliminazione dell’arretrato relativo all’esecuzione dei provvedimenti di condanna penale divenuti definitivi)
1. Al fine di assicurare la piena efficacia dell’attività di prevenzione e repressione dei reati, è istituito, con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell’interno, ai sensi dell’art. 1 1 della legge 23 agosto 1988, n. 400, un Commissario straordinario del Governo con il compito di realizzare un programma di interventi finalizzati ad eliminare l’arretrato relativo ai procedimenti di esecuzione delle sentenze di condanna divenute definitive da eseguire nei confronti di soggetti non già detenuti per altra causa, anche allo scopo di assicurare migliori condizioni generali della sicurezza pubblica.
2. Per la realizzazione del programma di cui al comma l, il Commissario si avvale, allo scopo di assicurare il supporto agli uffici interessati, di 800 unità di personale non dirigenziale, con professionalità di tipo tecnico o amministrativo-contabile, assunto con contratti di lavoro a tempo determinato di durata annuale, a tal fine ricorrendo alle graduatorie vigenti per concorsi pubblici indetti per analoghi profili da pubbliche Amministrazioni.
3. Agli oneri derivanti dalle iniziative assunzionali di cui al comma 2, quantificati per l’anno 2019 in euro 6.420.200,00 e per l’anno 2020 in euro 19.260.600,00, si provvede a valere sulle risorse iscritte, rispettivamente, per I ‘ anno 2019 per I ‘anno 2020 
4. Il Commissario straordinario del Governo opera nel rispetto del principio di leale collaborazione interistituzionale e d’intesa con le Amministrazioni competenti.
Art. 8
(Modifiche al codice penale)
1. Al regio decreto 19 ottobre 1930, n. 1398 (Codice penale) sono mpportate le seguenti modifiche:
a) all’articolo 61, al primo comma, dopo il numero 10) è aggiunto il seguente:
“10-bis) l’avere, a causa del reato commesso, provocato impedimento, ostacolo o comunque ritardo ad attività di soccorso pubblico, di protezione civile o sanitarie “;
b) all’articolo 131-bis dopo il comma 2 è inserito il seguente:
“2-bis. L ‘offesa non può essere, altresì, ritenuta di particolare tenuità, nei casi di cui agli articoli 336, 337 e 341-bis, quando il reato è commesso nei confronti di un pubblico ufficiale nell ‘esercizio delle proprie funzioni”;
c) all’articolo 339, al primo comma, dopo le parole “è commessa” sono aggiunte le seguenti:
“nel corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico ovvero”;
d) all’articolo 341 bis, al primo comma, le parole “fino a tre ann?’ sono sostituite dalle seguenti: “fino a quattro anni”;
e) all’articolo 419, al comma secondo, dopo le parole “è commesso” sono aggiunte le seguenti: “nel corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico ovvero”
f) all’articolo 635 sono apportate le seguenti modifiche:
1) al primo comma le parole “di manifestazioni che si svolgono in luogo pubblico o aperto al pubblico o” sono soppresse;
2) dopo il secondo comma è aggiunto il seguente: “Chiunque commette i fatti di cui al primo e secondo comma in occasione di manifestazioni che si svolgono in luogo pubblico o aperto al pubblico è punito con la reclusione da uno a cinque anni. 
3) al quarto comma le parole “al primo e al secondo comma” sono sostituite dalle seguenti: “, di cui ai commi precedenti”‘ 
ART. 9
(Proroga di termini in materia di dati pers•onali)
l. All’articolo 49 del decreto legislativo 18 maggio 2018, n. 51, al comma 2, le parole “decorso un anno dalla data di entrata in vigore del presente decreto” son.o sostituite dalle seguenti: “a decorrere dal 1 gennaio 2020”.

ART.10
(Misure urgenti per il presidio del territorio in occasione dell ‘Universiade Napoli 2019)
l. Al fine di corrispondere alle esigenze di sicurezza connesse allo svolgimento dell’Universiade Napoli 2019, il contingente di personale delle Forze armate di cui all’articolo l, comma 688, della legge 27 dicembre 2017, n. 205, limitatamente ai servizi di vigilanza a siti e obiettivi sensibili, è incrementato, a partire dal 20 giugno 2019 e fino al 14 luglio 2019, di ulteriori 500 unità. Si applicano le disposizioni di cui all’articolo 7-bis, commi 1, 2 e 3, del decreto-legge 23 maggio 2008, n. 92, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 luglio 2008, n. 125. L’impiego del predetto contingente è consentito nei limiti della spesa autorizzata ai. sensi del comma 2.
2. Ai fini dell’attuazione del comma 1 è autorizzata la spesa di euro 1.214.141 per il personale di cui al comma 74 dell’articolo 24 del decreto-legge 1 0 luglio 2009, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2009, n. 102. Ai relativi oneri si provvede mediante 
Art. 11
(Disposizioni sui soggiorni di breve durata)
l. All’articolo 1. comma 1, della legge 28 maggio 2007, n. 68, le parole “visite, affari, turismo e studio” sono sostituite dalle seguenti: “missione, gara sportiva, visita, affari, turismo e studio ” 
Art. 12
(Entrata in vigore)
1. Il presente decreto entra in vigore il giorno successivo a quel]lo della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana e sarà presentato alle Camere per la conversione in legge.
Il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sarà inserito nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.