L’Italia tra Serraj ed Haftar, neutralità dichiarata e assistenza alla Guardia costiera “libica”.

Di Fulvio Vassallo Paleologo

Dopo giorni di blocco delle partenze dalle coste della Tripolitania, mentre riparte l’offensiva del governo Serraj contro l’esercito (LNA) del generale Haftar, bloccate ad una ventina di chilometri dal centro di Tripoli, tra le due parti contendenti infuria la guerra di propaganda. Quella che sembrava una avanzata lampo delle truppe di Haftar verso la capitale si è trasformata in una dura guerra di posizione, con il coinvolgimento di mezzi aerei e terrestri, che investe l’intero paese. Altro che “scontri isolati” come sosteneva Salvini, in Libia è guerra civile.

Le partenze via mare sono temporaneamente cessate, non certo per la deterrenza italiana, ma per la situazione di conflitto che caratterizza tutte le zone costiere. Mentre appaiono più incerti la situazione dei terminali degli impianti petrolferi e l’effettivo controllo dei porti, da sempre legato, oltre che al traffico di esseri umani, al commercio del petrolio estratto dai pozzi che costituiscono la principale ricchezza della Libia, pozzi e relativi terminali petroliferi, per non parlare delle piattaforme offshore in acque internazionali, come quelle di Sabratha e Bouri Field, sui quali sembra che poco sia cambiato rispetto al passato, salvo l’avvicendamento delle milizie che da terra ne controllano l’attività, con conseguente remunerazione dei servizi di sorveglianza prestati.

Sempre più grave la condizione dei migranti che nei mesi scorsi sono stati bloccati in acque internazionali e che adesso languono in centri di detenzione vicini alle zone dove il conflitto è più intenso. Entrambe le parti in conflito lamentano la presenza di mercenari stranieri tra le fila nemiche, ed attribuiscono lo stato di “terroristi” ai miliziani dela parte opposta che combattono, con le ovvie conseguenze sul piano delle gravissime violazioni dei diritti umani perpetrate ai danni di coloro che vengono fatti prigionieri. Non si contano le aggressioni nei confronti della popolazione civile inerme. Con un numero sempre più elevato di sfollati interni. Per un altro verso, non mancano segni di normalità e di continuità, alle quali la Libia ci ha abituato in questi ultimi anni di conflitto permanente, negato soltanto dagli stati europei.

E’ stata diffusa ad eesempio notizia che anche nelle zone degli impianti estrattivi della Libia centrale, passati sotto il controllo delle milizie del generale Haftar, l’ENI continua regolarmente le proprie attività, esattamente come avveniva in passato, ad esempio a Sabratha o a Zawia, quando ad una tribù di “sorveglianti”, dopo una breve scaramuccia armata, se ne sostituiva un’altra, evidentemente dietro congrua remunerazione e con margini diversi assegnati allo smercio del petrolio di contrabbando, come nel caso eclatante di Zawia. Un caso con ramificazioni a Malta ed in Sicilia su cui si attende ancora chiarezza dalla magistratura.

Giunge adesso la dichiarazione del premier Conte che afferma l’equidistanza dell’Italia sia da Serraj che da Haftar, una linea che contraddice la realtà storica delle relazioni tra l’Italia ed i due principali contendenti sulla scena libica, se si pensa agli accordi del 2 febbraio 2017 tra il governo Gentiloni e il governo Serraj, alle successive intese oerative ed alle forniture di motovedette alla Guardia costiera “libica”, comunque con basi soltanto in Tripolitania. Una politica di supporto evidente all’unico governo riconosciuto dalle Nazioni Unite,quello di Tripoli, basata anche su cospicui aiuti finanziari, ricavati anche dall’Africa Trust Fund creato dall’Unione Europea, fino al vertice di Palermo dello scorso anno, confermata nel tempo dalla forte presenza militare italiana nel porto di Tripoli con i mezzi ed il personale della missione Nauras, che di fatto coordina le attività della Guardia costiera libica. Adesso il voltafaccia di Trump sta probailmente consigliando una collocazione più intermedia, che però non sarà facile implementare nello stato di guerra civile nel quale è precipitata la Libia.

Un recente comunicato dello Stato maggiore della Difesa (italiano) conferma l’impegno attuale della missione Nauras, che si inquadra nell’ambito delle attività definite come “Operazione Mare Sicuro”, ancora presente nel porto militare di Tripoli ad Abu Sittah. Si rende noto che “Continuano anche le attività di supporto manutentivo a favore dei mezzi libici impegnati in compiti di Search and Rescue (SAR) e di contrasto dei flussi migratori illegali all’interno delle acque di propria giurisdizione. Allo stato attuale delle 17 unità complessivamente disponibili, 13 sono state rese perfettamente efficienti, con un significativo incremento delle capacità di intervento degli assetti libici nella condotta e nel coordinamento in mare.”

Una precisazione che potrebbe avere come destinatari anche gli estensori dell’ultima direttiva del ministero dell’interno che assoggettava alle linee operative decise dal Viminale le decisioni strategiche che sarebbero invece di spettanza dei vertici militari della Marina e della Guardia costiera italiana.

Di certo le posizioni italiane sono allineate all’offerta di altre motovedette che Macron vorrebbe inviare a Tripoli. Ma su questo in Francia si è creato un vasto fronte di opposizione, mentre in Italia il Partito democratico non ha mai rinnegato la sua precedente politica, rappresentata dal ministro dell’interno ( pro-tempore) Minniti, che è stato il vero artefice della esclusione delle ONG dai soccorsi in mare, con l’espediente del cd. Codice di condotta, dal quale si sono fatti discendere a grappolo diversi procedimenti penali, e con la delega esclusiva ai libici delle attività di intercettazione nelle acque internazionali del Mediterraneo, già prima della creazione di una zona SAR libica, il 28 giugno del 2018. Lo dimostrano i voti in parlamento sulle missioni in Libia, tutte approvate dal PD, ed i documenti ufficiali emersi nel corso dei procedimenti penali intentati contro la ONG Open Arms a Catania ed a Ragusa. Ancora oggi il PD italiano non riesce a dare un segno di discontinuità su questo tema, e questo silenzio rafforza le posizioni di Salvini e di chi sta portando alle estreme conseguenze, anche in questi tempi di guerra civile in Libia, la politica dei “porti chiusi”. Continuando a garantire assistenza e coordinamento alla guardia costiera di Serraj. Anche dopo che le Nazoni Unite hanno ribadito che la Libia, nelle sue diverse articolazioni politiche e militari, non garantisce “porti sicuri di sbarco”.

Amnesty International, Medecins Sans Frontieres France, GISTI – Groupe d’information et de soutien des immigrés, Ligue des droits de l’Homme, La Cimade, Avocats sans Frontieres, Associazione Studi Giuridici Immigrazione (ASGI) e Migreurop hanno chiesto a un tribunale francese di giudicare illegale la decisione del governo di Parigi di donare sei navi alla Marina libica, di cui fa parte anche la Guardia costiera del paese nordafricano. Come hanno dichiarato “Le otto organizzazioni non governative hanno chiesto che la consegna sia sospesa, ritenendo che quelle navi potrebbero essere usate per intercettare rifugiati e migranti in mare e riportarli in Libia, dove subirebbero gravi violazioni dei diritti umani”.

Mentre in Francia si discute sulla legittimità dell’ulteriore invio di motovedette al governo Serraj, in Italia si procede speditamente in una direzione opposta. E poi ci si dichiara “equidistanti”.

Non ci sono oggi elementi certi per stabilire che posizione abbia assunto la Guardia costiera libica rispetto alla guerra civile che sta lacerando la Libia, il suo loquace portavoce Qasim, con le sue ben note motovedette, da settimane sembra volatilizzato, ed abbiamo soltanto una dichiarazione di Serraj, piutosto plausibile allo stato dei fatti, che il governo di Tripoli avrebbe il pieno controllo delle acque della Tripolitania, grazie anche all’alleanza con le potenti milizie di Misurata. con centinaia di persone bloccate in acque internazionali e riportate a terra, nei centri di detenzione governtivi (fonte:UNHCR). Secondo quanto riportato da Il Giornale, “nella base navale di Abu Sitta è ormeggiata nave Capri, della marina militare italiana, che secondo la Difesa fornisce “supporto manutentivo a favore dei mezzi libici impegnati in compiti di Ricerca e soccorso e di contrasto dei flussi migratori illegali” grazie a motovedette donate dall’Italia. La base navale, però, si trova nella zona di Suk al Juma sotto il controllo della katiba (brigata) al Nawasi della famiglia Gaddour. La brigata ha esercitato pressioni sulla Guardia costiera e Marina libica per abbandonare il contrasto ai clandestini e concentrarsi sulla guerra anche in mare. Non solo: almeno una delle nostre motovedette è stata riarmata e le foto con l’equipaggio in tenuta da combattimento sono finite su twitter.”

Arriva comunque un comunicato inequivocabile della Marina militare libica, che fa capo al governo Serraj a Tripoli, con un contenuto che non appare equivocabile. Come dichiarato ieri 25 aprile alla Prensa Latina, “The commander of the Naval Axis of operation Fury Volcano, Rida Issa, declared today that any attempt by the invading forces to infiltrate by sea in the Libyan capital will be a suicide.In a statement, Issa stressed that forces of the Central Military Region have increased their presence at sea since the beginning of operation Fury Volcano and are already conducting surveillance and reconnaissance in several areas. The high-ranking officer explained that these naval maneuvers extend from Ras Jedir to the city of Sirte, east of Tripoli, noting that the entire area has been declared a zone of military operation”

La sedicente Guardia costiera “libica” di Qacem resterà ad intercettare barconi che non partono più, o sarà riconvertita (armata) e ricondotta alle dipendenze della Marina militare libica ? Sono attendibili le notizie che danno come già avvenuta la requisizione dei mezzi della guardia costiera “libica” per un uso militare contro le milizie di Haftar ? Ma davvero si crede che a bordo delle motovedette donate dall’Italia non ci fossero armi, magari installate in un secondo momento ? Sappiamo da tempo, dalle testiminianze dirette dei migranti, che le armi a bordo delle motovedette libiche donate dall’Italia a Tripoli c’erano, anche se venivano tenute nascoste.

Rimane un fatto certo lo stabile inserimento degli ufficiali della guardia costiera libica, che hanno svolto corsi di formazione in Italia ed a bordo dele unità delle missioni europee Eunavor Med, come agenti di collegamento in un sistema di intelligence e di sorveglianza satellitare europea che consente di intercettare tutte le imbarcazioni che si allontanano dalle coste libiche, grazie anche ad una presenza molto fitta di navi militari europee, e di altri paesi, che assicurano un monitoraggio continuo, anche al fine di evitare contrabbando di petrolio e traffici di armi. Non sembra che tale partecipazione dei libici ad attività di intelligence stia contribuendo ad una maggiore tempestività dei loro interventi di salvataggio. Come è confermato dagli ultimi soccorsi operati dalle navi umanitarie Sea Watch, Alan Kurdi e Mare Ionio. Quando intervengono i libici a bordo delle loro motovedette non si vdono salavagente o mezzi collettivi di salvataggio. Tutti sanno, o dovrebbero sapere, che fine fanno i naufraghi intercettati in acque internazionali dalla Guardia costiera “libica”. Ma per il governo italiano tutto questo va bene, basta che si allontanino i possibili testimoni. Con la guerra civile in corso, dove verranno sbarcate le persone “soccorse” in mare ? Gli agenti libici “di collegamento”, istruiti in Italia ed a bordo delle unità di Eunavfor Med, continueranno ad avere accesso alle informazioni dei sistemi satellitari europei, ed a quale fronte faranno capo ?

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Il comunicato dello Stato maggiore della difesa conferma ancora una volta il ruolo di assistenza e cordinamento da parte della Marina italiana rispetto alle attività di soccorso/intercettazione, riservate alle motovedette “libiche”, rese operative con le risorse europee e con i fondi dei contribuenti italiani. Si ha consapevolezza delle conseguenze che un tale schieramento può comportare? Intanto la risposta di Haftar non si è fatta attendere. Gli italiani devono evacuare i loro militari che presidiano l’ospedale di Misurata e sospendere immediatamente qualsiasi assistenza alla Guardia costiera “libica” con base a Tripoli. Come riporta il Giornale, “Il messaggio è netto, senza possibilità di interpretazioni. La presenza militare italiana, composta dagli uomini di Misurata e dalla nave Capri alla fonda a Tripoli, non piace per niente al generale che sta avanzando verso la capitale. E adesso, l’obiettivo dell’Esercito nazionale libico è quello di vedere andare via le nostre truppe che, a differenza di altri contingente stranieri, non hanno abbandonato il Paese nordafricano al caos della guerra successivo all’avanzata verso Tripoli”.

Le motovedette donate dal’Italia ed in dotazione della Guardia costiera libica avrebbero dovuto essere disarmate, ma in realtà “disarmate” non lo sono mai state, anche se a bordo si trovavano ben nascoste, come testimoniano i migranti, soltanto armi leggere. Se, come appare probabile, queste stesse motovedette sarano direttamente coinvolte in futuri conflitti per il controllo dei porti e dei terminali petroliferi, magari dotate di armi pesanti che, malgrado l’embargo, non è difficile fare arrivare in Libia, l’Italia non potrà certo continuare a dichiarare la sua “equidistanza” tra Serraj ed Haftar.

Sembrava che la missione NAURAS avesse avuto termine nel mese di dicembre dello scorso anno, con il rientro della nave Gorgona. La attuale presenza della missione NAURAS nel porto di Tripoli, con la nave Capri, se confermata, con il connesso ruolo di assistenza e coordinamento della Guardia costiera “libica”, ci espone al rischio di ritrovarci direttamente coinvolti in un conflitto dagli sviluppi imprevedibili, senza che il popolo italiano, che tutti evocano, o il Parlamento, come imporrrebbe la Costituzione, ne possano avere una effettiva consapevolezza. Sono queste le conseguenze di una politica estera tutta incentrata sulla”pubblica sicurezza” e sulle scelte di sbarramento contro i migranti, determinate dal ministero dell’interno, piuttosto che sul ripudio della guerra e sulla composizione pacifica delle controversie internazionali, oltre che sull’effettivo riconoscimento del diritto d’asilo e del diritto internazionale del mare, che sarebbero invece imposti dagli articoli 10 ed 11 della Costituzione.

Speriamo che finalmente il Presidente della Repubblica imponga al governo il rispetto di questi principi costituzionali. La guerra in Libia non dovrebbe diventare materia di contesa elettorale, come sta per succedere da noi ed anche in Francia. Sarebbe anche tempo che le Nazioni Unite votino una mozione unitaria che inponga a tutte le parti in conflitto di deporre le armi e di trovare una soluzione negoziata. Per l’Unione Europea, dopo le prossime elezioni, sarà questo uno dei banchi di prova per verificare che cosa è rimasto davero dell’Europa dei diritti, o quanto piuttosto si stia andando a legittimare uno “stato di polizia” europeo a forte contenuto discriminatorio, perchè diretto soltanto ad escludere con ogni mezzo, anche a costo della vita, una parte di popolazione che non ha i documenti per potere fare regolare ingresso in territorio europeo, neppure per chiedere asilo. Senza possibilità concrete di evacuazione umanitaria e canali legali di ingresso in Europa però, qualsiasi prospettiva di pacificazione e sicurezza appare davvero illusoria. La Libia potrebbe insegnarcelo presto, nel modo più drammatico.