Continua la politica dell’annientamento contro le persone in fuga dalla Libia

di Fulvio Vassallo Paleologo

In Italia sembra calato un silenzio totale sui naufragi per abbandono che continuano a verificarsi nel Mediterraneo centrale e sulle condizioni delle persone migranti intercettate in mare e rigettate nei centri di detenzione, oppure condannati a restarvi per anni dalla mancanza di qualsiasi possibilità di fuga o di evacuazione attraverso canali legali.

Le stesse logiche di annientamento della dignità e della vita umana si sperimentano a terra, in Africa, ed in mare, nelle acque del Mediterraneo. Una persona, una donna, un bambino, un malato, una vittima di tortura, un qualsiasi essere umano soggetto al lavoro schiavistico o internato in un campo di detenzione, può essere facilmente deprivato in Libia della propria dignità, della integrità fisica e del proprio corpo. Se non annega in alto mare, dopo che le chiamate di soccorso sono andate a vuoto. Una strage nascosta ancora pochi giorni fa.

Nel Mediterraneo centrale non si sa più nulla delle 41 persone citate in un allarme rilanciato dalla Guardia costiera di Malta sabato scorso, dopo che le autorità italiane avevano ricevuto per prime la segnalazione di un possibile evento SAR ( ricerca e salvataggio). Tutte le imbarcazioni cariche di migranti, fatte partire dalla Libia, per le condizioni di navigazione e per la loro stessa consistenza sono in una situazione di distress ( pericolo immediato di affondare) fin dalla prima segnalazione o avvistamento.

Ormai è noto quello che succede ai migranti intrappolati in Libia, e soltanto qualche ministro italiano può continuare a ritenere legittimo che le persone soccorse in acque internazionali vadano riconsegnate alla Guardia costiera “libica”, mentre il paese rimane diviso e in preda a corruzione endemica e scontri armati, un mix alimentato dagli aiuti europei ed italiani derivanti dal cd. Africa Trust Fund. Chi pensa soltanto a foraggiare milizie per bloccare le vie di fuga dei migranti, finisce per alimentare conflitti militari dalle conseguenze imprevedibili. I trafficanti aumentano così il loro potere di ricatto ed i loro guadagni. E la carne delle persone migranti diventa merce da scambiare o da smaltire.

L’Unione Europea trova accordi solo sulle politiche di contrasto, che peraltro non riesce neppure a finanziare. Non è si neppure risuciti a mantenere attive missioni come Frontex Themis o Eunavfor Med, in chiusura al 31 marzo, che pure potevano assolvere una qualche attivita’ di search and rescue. Sono noti i rapporti che inchiodano alle loro responsabilità i governi che hanno concluso ed eseguito accordi bilaterali in nome di una pretesa lotta contro l’immigrazione irregolare, con il risultato concreto di ridurre gli arrivi ( meglio i soccorsi in mare), ma con la ulteriore conseguenza di rendere ancora più disumana la condizione di chi rimane in territorio libico alla mercè delle milizie. Senza alcuna possibile distinzione tra centri governativi e “non governativi” gestiti da milizie che non si ricooscono nel governo di Tripoli.

Sono andati a vuoto persino gli appelli delle Nazioni Unite per restituire al Mediterraneo centrale la presenza di navi di soccorso e regole certe di intervento tali da garantire lo sbarco dei naufraghi in un “place of safety”.

The United Nations refugee agency urged States to “intervene with urgency to restore effective rescue measures in the Mediterranean boosting operations of coordinated joint rescue operations, restoring rapid procedures of disembarkation in safe ports, and revoking the measures that prevent NGO vessels from operating”.

Neanche le posizioni dell’UNHCR, già note da mesi, hanno scalfito l’operatività degli accordi che di fatto permettono di delegare, da parte delle autorità italiane alla sedicente Guardia costiera libica, le attività di ricerca e soccorso (SAR) nelle acque internazionali del Mediterraneo centrale. Quado non scatta un conflitto di competenze con l’autorità maltese. Si arriva al punto di impedire l’accesso alle acque territoriali con l’ordine di fermare i motori, un ordine che in alto mare, può comunque avere effetti pericolosi per le persone soccorse e per gli equipaggi.

Mentre le navi delle ONG sono state allontanate con pretesti amministrativi, come la Open Arms, ancora bloccata in Spagna, o con la richiesta di ritiro della bandiera ai paesi nei quali risultavano iscritte, in Italia la leva giudiziaria ha paralizzato le attività di ricerca e salvataggio operate da privati, come si proponeva il ministero dell’interno. Malgrado qualche archiviazione ed il dissequestro della Open Arms, giusto un anno fa.

La situazione dei migranti intrappolati in Libia e’ ancora peggiorata rispetto allo scorso anno. Basta ascoltare i racconti dall’ inferno degli ultimi che sono riusciti ad arrivare. Sul banco degli accusati deve andare il governo italiano e chi ne esegue gli ordini, per concorso negli abusi commessi dalla guardia costiera libica e dal Dipartimento di polizia e di controllo dell’immigrazione (DCIM) di Tripoli.

Le ONG come MSF confermano il peggioramento delle condizioni dei migranti itrappolati in Libia. Alarming rates of malnutrition and inhumane conditions in #Libya’s detention centres. Good report by ⁦@msf_field⁩. And no1 should expect humanitarian organisations to feed people in this arbitrary & inhumane detention system/business

E’ una guerra, e in guerra tra le prime vittime sono la verità ed il rispetto del diritto internazionale. A rischio lo stato di diritto in Italia. Dopo l’archiviazione disposta dal Senato sul caso Diciotti si è configurato un grave conflitto di attribuzioni che dovrebbe essere risolto a questo punto dalla Corte Costituzionale. Le responsabilità di un ministro sono state cancellate da un voto politico che non tiene conto delle reiterate violazioni del diritto internazionale che l’art. 117 della Costituzione richiama come fonte di obblighi rilevanti anche nell’ordinamento interno.

La negazione dell’essere umano, l’annientamento, passa così attraverso la sottrazione ad una qualsiasi giurisdizione, per favorire le autorità di governo e rendere ancora più vulnerabili le vittime. Succede in Libia, dove nessuna autorità garantisce il rispetto dei diritti umani, succede in mare, dove, dopo il colpevole riconoscimento di una zona sar libica, si impediscono azioni di soccorso tempestive, e si trasformano i soccorsi in attività di intercettazione, spesso su segnalazione di aerei che poi scompaiono nel nulla senza garantire l’effettivo compimento delle attività di salvataggio. Poi a terra, nei centri di detenzione, non esistono pù diritti.

La negazione dell’essere umano passa anche nel nostro paese, con la rimozione delle stragi che si continuano a verificare, con il travisamento dei fatti relativi alle attività di soccorso, scambiate come agevolatrici di ingressi irregolari, con la derisione di quei cittadini solidali che non si rassegnano ad una logica di abbandono e di morte. La guerra contro le ONG è stata una manifestazione della cancellazione sostanziale del principio di solidarietà e dei diritti fondamentali affermati dalla Carta Costituzionale. La resistenza continua, ma occorre ammettere che i rapporti nella politica del consenso, sempre più disumana, sono cambiati, malgrado la grande disponibilità della società civile.

La negazione spesso non è solo ignoranza, è tacita complicità, diventa consenso elettorale, dilaga in tutti gli ambienti sociali, è alimentata da chi non sa fare altra politica che quella basata sull’odio e sull’esclusione.

Un giorno forse, ci sarnno processi che sanzioneranno queste scelte politiche, amministrative, militari. Intanto la condanna è venuta soltanto dal Tribunale permanente dei Popoli. Oggi non possiamo che continuare a documentare, per ristabilire un minimo di memoria per quelle persone che sono vittime, in Libia, e nel Mediterraneo centrale, dei disegni politici di chi per garantirsi il consenso elettorale, in nome di una falsa sicurezza, doveva dimostrare il successo della politica dei porti chiusi e dei respingimenti delegati ai libici. Proprio mentre si portava a compimento l’operazione di screditamento e di blocco delle ONG avviata nel 2017.

Il muro di Berlino è stato abbattuto, il muro della vergogna attorno a noi, costruito su ignoranza e rancore sociale, cresce ogni giorno. Ma sull’acqua non si possono poggiare muri, e le persone, comunque, continueranno ad attraversare il Mediterraneo.

Le organizzazioni non governative continueranno a battersi per salvare vite umane in mare anche se verranno lasciate sole come sta succedendo ancora in queste ore. La Sea Watch e’ l’unica nave attualmente alla ricerca dei 41 dispersi avvistati tre giorni fa, per i quali ne’ Malta ne’ l’Italia hanno attivato le doverose attivita Sar di ricerca e salvataggio. Il governo italiano non puo’ giustificare il mancato intervento di soccorso ed attaccare ancora le Ong adducendo l’esistenza di una fantomatica Sar libica, peraltro ancora priva di una Centrale unificata di coordinamento delle attibvita’ Sar.Le Nazioni Unite non possono tollerare che una loro agenzia (imo)riconosca una zona Sar libica mentre un’altra agenzia (Unhcr) esclude che la Libia garantisca porti sicuri di sbarco come richiesto dalle Convenzioni internazionali.

Rimane ai cittadini europei che non si rassegnano, il compito di scoprire tutte le possibili vie di ingresso legale per sottrarre le persone, vittime delle politiche di sbarramento della frontiera Mediterraneo, agli abusi dei loro sequestratori.