Accordi bilaterali fuori dallo stato di diritto.

di Fulvio Vassallo Paleologo

1.La guerra contro le Organizzazioni non governative che dalla fine del 2016 hanno soccorso decine di migliaia di persone sulla rotta del Mediterraneo centrale è stata sempre caratterizzata dal richiamo costante alla lotta contro le organizzazioni dei trafficanti, che avrebbero avuto vantaggi per la presenza in acque internazionali delle imbarcazioni delle ONG. Come se queste avessero favorito gli scafisti e gli stessi trafficanti, rendendo possibile, più vicino alla costa, l’intervento di soccorso e quindi lo sbarco in un porto sicuro. Nella versione più recente di questa crociata contro la solidarietà si è giunti addirittura a sostenere che la chiusura informale dei porti e le pressioni politiche ed amministrative sulle autorità marittime di diversi paesi avrebbero bloccato le partenze e dunque con il blocco delle ONG si sarebbe verificata una diminuzione delle vittime in mare. Un’affermazione smentita dai fatti.

Una narrazione che ha risconsso molti consensi, ma che alla prova dei fatti si rivela mistificante, perchè nasconde, sia le vittime in mare che sono invece in forte aumento, in misura percentuale rispetto alle partenze, che le conseguenze devastanti che gli accordi con i paesi terzi di transito ( non solo Libia, ma anche Niger, Sudan, Egitto) hanno prodotto sulle persone rimaste intrappolate nei centi di detenzione e nelle “connecting house” in mano alle milizie che controllano i territori. Dietro gli accordi per contrastare l’immigrazione irregolare, intese economiche inconfessabili. Se la conta dei morti in Mediterraneo apparentemente ha subito una flessione, è incalcolabile il costo umano sofferto da chi è rimasto bloccato nelle zone di transito e sosta delle rotte che, dal Corno d’Africa e dall’Africa subsahariana, portano verso le coste del Mediterraneo, con un numero incalcolabile di vittime. Soltanto le testimonianze atroci dei migranti che, malgrado tutto, riescono ad arrivare dalla Libia nel nostro paese, confermano le torture inflitte ai colpevoli di fuga e le tante uccisioni che nessuno in Europa si preoccupa di impedire davvero.
Queste torture sono note da anni, ma negli ultimi mesi, da quando è stata dichiarata una zona SAR “libica” ed i porti italiani sono stati “chiusi”, sono sempre più atroci. Le scopriamo ogni volta che migranti in fuga dalla Libia riescono a sbarcare nei porti italiani, sempre meno, perché la maggior parte di loro viene ripresa dalla guardia costiera dei miliziani libici e riportata nei lager, se non sono lasciati soli ad annegare.

Gli ordini del ministero dell’interno sono chiari, “la pacchia è finita”, chi chiama soccorso viene abbandonato in mare, chi soccorre è accusato di favoreggiamento dell’immigrazione “illegale”. E adesso piuttosto che naufraghi o richiedenti asilo, si ritorna a chiamarli “clandestini”.  La frase “aiutiamoli a casa loro” si rivela un infame slogan elettorale. Qualcuno ritiene addirittura che in Libia ci siano alberghi “a cinque stelle” per i migranti. I report internazionali sui campi (lager) libici, come quelli di MSF o di Human Rights Watch, smentiscono queste affermazioni. Ma l’Unione Europea finge di non vedere e continua ad inviare risorse finanziarie, direttamente, o tramite paesi come l’Italia. Alla fine le milizie incassano sempre, e così si garantisce anche la sicurezza degli impianti di estrazione di gas e petrolio. Sui quali si gioca la vera politica estera italiana. Anche a Tripoli comandano le milizie, non certo il governo di Serraj come fanno capire le autorità italiane.

2.I principali paesi europei, l’Italia soprattutto, a partire dal Processo di Khartoum, avviato nel 2014, poi sviluppato con le due Conferenze di Malta del 2015 e del 2017, hanno cercato di intensificare la cooperazione di polizia e giudiziaria con paesi che sono privi di un sistema giurisdizonale unico a livello nazionale (Libia) o che non rispettano gli standard minimi di riconoscimento dei diritti umani ( come il Sudan). Con risultati che sono stati fallimentari sia dal punto di vista della tutela delle vittime che della individuazione e dell’arresto dei responsabili del traffico di esseri umani, ancora liberi di spostarsi da un paese africano all’altro.

Secondo quanto riferito dal New York Times nel mese di aprile dello scorso anno, “While no European money has been given directly to any Sudanese government body, the bloc has funneled 106 million euros — or about $131 million — into the country through independent charities and aid agencies, mainly for food, health and sanitation programs for migrants, and for training programs for local officials…

Secondo la stessa fonte, ““There is no direct money exchanging hands,” said Suliman Baldo, the author of a research paper about Europe’s migration partnership with Sudan. “But the E.U. basically legitimizes an abusive force.”

….” Elsewhere, the border is protected by the Rapid Support Forces, a division of the Sudanese military that was formed from the janjaweed militias who led attacks on civilians in the Darfur conflict. The focus of the group, known as R.S.F., is not counter-smuggling — but roughly a quarter of the people-smugglers caught in January and February this year on the Eritrean border were apprehended by the R.S.F., Lieutenant Omar said.

European officials have direct contact only with the Sudanese immigration police, and not with the R.S.F., or the security forces that Lieutenant Omar works for, known as N.I.S.S. But their operations are not that far removed.

The planned countertrafficking coordination center in Khartoum — staffed jointly by police officers from Sudan and several European countries, including Britain, France and Italy — will partly rely on information sourced by N.I.S.S., according to the head of the immigration police department, Gen. Awad Elneil Dhia. The regular police also get occasional support from the R.S.F. on countertrafficking operations in border areas, General Dhia said.”

Le conferme inconfutabili delle conseguenze di questa situazione nei paesi con cui le “democrazie”occidentali intrattengono rapporti finalizzati al contrasto della cd. immigrazione clandestina, sono contenute negli ultimi Rapporti delle Nazioni Unite, e quindi anche nei Report di attività di grandi organizzazioni umanitarie come Amnesty International ed Human Rights Watch. Particolarmente deteriorata la situazione in Sudan, paese che,a partire dal Processo di Khartoum, e stato oggetto di un consistente intervento finanziario da parte dell’Unione Europea e dell’Italia per attività di contrasto dell’immigrazione “illegale” e di cooperazione di polizia.

3. Durante il semestre di presidenza dell’Unione Europea nel 2014 l’Italia proponeva il cd. Processo di Khartoum, per esternalizzare la lotta contro l’immigrazione “irregolare“. In base a questo accordo i governi africani coinvolti, e tra questi il Sudan, si impegnavano a collaborare con le autorità italiane nelle attività investigative per tracciare i trafficanti e contrastare le reti che permettevano il passaggio dei migranti, attraverso il bacino del lago Chad, in Niger ed in Libia, e poi verso il Mediterraneo.

Poco prima del Memorandum d’intesa stipulato dal governo italiano con le autorità sudanesi il 3 agosto del 2016, nello stesso periodo preparatorio dell’intesa, nel maggio del 2016, si verificavano già importanti effetti sul piano della collaborazione giudiziaria, alla quale partecipavano agenti dei servizi segreti inglesi. Il giovane eritreo Mered, ritenuto capo di una pericolosa banda di trafficanti, veniva arrestato a Khartoum, con il concorso di agenti italiani ed inglesi, e dopo qualche giorno di violenti interrogatori, trasferito in Italia e qui sottoposto ad un processo a Palermo, dove veniva internato nel carcere di Pagliarelli.

L’arresto del presunto”Generale” Medhanie Yehdego Mered a Khartoum, un giovane eritreo che in realtà si chiama Medhanie Tesfamarian Behre, è da inquadrare, almeno cronologicamente, in quella cooperazione pratica di poliizia che nel 2016 l’Italia stava sviluppando con particolare riferimento al Sudan, ritenuto nodo strategico dei passaggi verso la Libia ed il Mediterraneo. Senza che nessuno si interrogasse sugli abusi subiti dai migranti finiti nelle mani della polizia sudanese. Una cooperazione di polizia concretizzata attraverso Memorandum d’intesa  che in molti paesi risente delle modalità di trattamento degli inquisiti e dei detenuti, fino alla tortura, caratteristiche degli stati che non rispettano i diritti umani, o che, come nel caso della Libia, non hanno mai sottoscritto la Convenzione di Ginevra  del 1951 sui rifugiati. Veniva allora sempre più riconosciuto il ruolo centrale del dittatore sudanese, mentre si moltiplicavano disordini e arresti, soprattutto tra gli eritrei già rifugiati in quel paese.

Era il periodo nel quale tra la polizia sudanese ed il ministero dell’interno italiano si stringevano legami sempre più forti, nel più totale silenzio della stmpa italiana. Qualche mese dopo, nell’agosto del 2016,  la collaborazione con le autorità sudanesi permetteva il rimpatrio forzato collettivo di alcune decine di migranti provenienti dal Sudan, bloccati a Ventimiglia, deportati nell’Hotspot di Taranto, e poi, altri a Torino, infine rimpatriati a Khartoum.

Nello stesso mese di agosto di quell’anno l’Italia concludeva un Memorandum d’intesa con il Sudan del dittatore Bashir, indagato dal Tribunale penale internazionale per crimini contro l’umanità. Obiettivo degli accordi era  contrastare le partenze dei migranti irregolari,i n realtà profughi in fuga, molti provenienti dall’Eritrea, diretti verso l’Europa, per stabilire una collaborazione di polizia nella caccia ai trafficanti che dal Sudan, in quel periodo, riuscivano a controllare la rotta libica.

Il Memorandum contiene una clausola specifica in base alla quale la stessa intesa non produce effetti in materia di estradizione e di mutua assistenza giudiziaria in materia penale. In realtà la collaborazione tra autorità italiane e poliza sudanese non si è mai interrotta, ed ancora oggi sembra attiva. Al di fuori di un quadro normativo certo ed in assenza di qualsiasi garanzia per i diritti di difesa delle persone indagate.

Dopo la stipula di questo accordo, mai portato all’approvazione del Parlamento, i rapporti delle Nazioni Unite hanno però confermato il grado di collusione tra le forze di polizia e le organizzazioni di trafficanti che in Sudan garantivano il passaggio di migliaia di persone in fuga dal Corno d’Africa ( Etiopia, Eritrea, Somalia) e dirette in Libia.

The head of the notoriously abusive Rapid Support Forces, Mohamed Hamdan “Hemeti,” publicly claimed that his forces were assisting the European Union, raising concerns that the EU is funding the abusive forces as part of its migration assistance package”

“Sudan has not reformed laws governing its security agency. The National Security Act of 2010 gave broad powers of arrest, detention, search, and seizure and violates accepted international standards, to which Sudan is bound. Sudan also retains the death penalty, despite international consensus to ban it.”

L’arresto di un altra persona al posto del capo dei trafficanti Medhanie Yehdego Mered, noto come Il Generale, è stato oggetto di accurate ricostruzioni giornalistiche, in Europa da The Guardian e negli Stati Uniti. In particolare, il New York Times ricostruisce così l’operazione condotta dai servizi di informazione italiano, inglese e sudanese, poi conclusa con la traduzione del presunto trafficante in Italia.

European officials argue that establishing Khartoum as a base for collaboration on fighting human smuggling can only improve the Sudanese security forces. The Regional Operational Center in Khartoum, set to open this year, will enable delegates from several European and African countries to share intelligence and coordinate operations against smugglers across North Africa.

But potential pitfalls are evident from past collaborations. In 2016, the British and Italian police, crediting a joint operation with their Sudanese counterparts, announced the arrest of “one of the world’s most wanted people smugglers.” They said he was an Eritrean called Medhanie Yehdego Mered, who had been captured in Sudan and extradited to Italy.

The case is now privately acknowledged by Western diplomats to have been one of mistaken identity. The prisoner turned out to be Medhanie Tesfamariam Berhe, an Eritrean refugee with the same first name as the actual smuggler. Mr. Mered remains at large.

Even General Dhia now admits that Sudan extradited the wrong man — albeit one who, he says, admitted while in Sudanese custody to involvement in smuggling.”

“There were two people, actually — two people with the same name,” General Dhia said. Mr. Berhe nevertheless remains on trial in Italy, accused of being Mr. Mered — and of being a smuggler.

Possiamo solo intuire in quale situazione la polizia sudanese, che adesso sembra ammettere lo scambio di persona, possa avere estorto la confessione del giovane eritreo, Medhanie Tesfamariam Berhe, trattenuto in stato di detenzione dopo l’arresto a Khartoum, prima di essere trasferito in Italia. La sua unica “colpa” quella di avere cercato di salvare la vita, tentando di fuggire prima dall’Eritrea e poi dal Sudan.

4. La situazione in Sudan oggi è ancora peggiorata rispetto al 2016, si perseguono anche i giornalisti d’opposizione, ma con una crescente legittimazione internazionale del dittatore Bashir, riconosciuto come attore fondamentale della regione, sia per i suoi rapporti con l’Egitto di Al Sisi, che con l’Etiopia e l’Eritrea alle prese con un difficile processo di riavvicinamento. Eppure l’Unione Europea ha formalmente negato accesso al dittatore in recenti conferenze internazionali. La situazione economica del paese, soffocato da un regime corrotto e dittatoriale, diventa giorno dopo giorno sempre più critica, con proteste di piazza represse duramente dalla polizia. Rimane molto calda anche la situazione al confine del Sudan con il Chad e con la Libia, teatro delle scorribande di diverse milizie armate che sfruttano qualsiasi tipo di traffico, dalle armi alle persone, considerate come una merce da scambiare e da rivendere.

Gli accordi di polizia tra Italia e Sudan stipulati nel 2016 con “Memorandum d’intesa”, mai portati all’esame del Parlamento, anzi tenuti segreti rispetto ai parlamentari che ne chiedevano la pubblicazione, non sono stati revocati ed hanno avuto ad oggetto anche la formazione di agenti in Sudan ed in Italia. Non sembra allentarsi tuttavia la morsa della corruzione interna alle stesse forze, in Sudan come in Libia, i rapporti di connivenza con i trafficanti, e le relazioni incontrollabili con i servizi segreti di mezzo mondo. Per chi finisce in carcere in Sudan non c’e’ scampo dalla tortura, ma si continua a collaborare con un regime corrotto a livello diffuso, per arrestare i transiti dal Corno d’Africa verso la Libia. E poi sono proprio le milizie sudanesi che destabilizzano le frontiere meridionali della Libia. A tutto vantaggio dei trafficanti che dicono di contrastare. Di fatto, gli accordi che venivano propagandati come strumento di contrasto dei trafficanti, sono diventati supporto di regimi spietati o di governi che non riuscivano a garantire nè l’integrità territoriale nè, tantomeno, la vita e la libertà delle persone migranti, e della stessa popolazione autoctona, che erano sottoposte alla loro giurisdizione.

5. In Sudan, ancora oggi, il regime di Bashir, ricercato dal Tribunale dell’Aja, ma al centro del processo di Khartoum voluto da Renzi e sostenuto dall’Unione Europea, continua a violare i diritti umani ma rimane partner strategico dei governi europei che dicono di combattere l’immigrazione “illegale”, mentre finanziano polizie e servizi segreti che danno coperture ai peggiori trafficanti. Era così con Gentiloni e Minniti, va ancora peggio con l’attuale governo. In Italia è calata una censura totale sulle proteste della popolazione sudanese e sulla repressione in corso i quel paese. La polizia sudanese ancora in questi giorni spara ad altezza d’uomo durante le manifestazioni ed arresta oppositori che subiscono torture in carcere. Come riporta Africa Express, E’ altrettanto inquietante che alcuni attivisti abbiano rilasciato foto che dimostrano la presenza di mercenari della società militare privata russa Wagner – contractors al servizio di Putin, uomini pronti a tutto, addestrati alla guerra, quasi sempre ex militari delle forze armate moscovite – durante una delle manifestazioni anti-governative a Khartoum. La notizia – con relative foto – è stata riportata da diversi giornali online, tra loro anche il britannico The Times”. “Si è cominciato a parlare per la prima volta della Wagner nel 2014, per il loro impiego accanto ai separatisti in Donbass, in Ucraina. In seguito hanno svolto un ruolo importante in Siria. Il capo del gruppo è Dimitriy Valeryevich Utkin, nato in Ucraina nel 1970 ed ex colonnello delle forze speciali russe, molto legato al presidente. Da qualche tempo i suoi paramilitari sono presenti anche in Africa. Nella Repubblica Centrafricana e, appunto, ora anche in Sudan”.Secondo il Sudan Tribune (giornale online con base a Parigi) uomini di Wagner si troverebbero attualmente in Sudan per addestrare le forze speciali dell’intelligence (NISS). 

6. Le diverse fasi del processo Mered, registrate da Radio Radicale, nelle più recenti udienze del primo ottobre, del 18 ottobre, e del 25 ottobre 2018, fino all’ultima udienza del 4 febbraio scorso, malgrado l’accumularsi delle prove a discarico, dimostrano una crescente determinazione della procura che insiste sulla ipotesi accusatoria della colpevolezza di una persona evidentemente diversa dal trafficante ricercato a livello internazionale, riallinenando le attività di indagine a secnda dell’esito delle prove addotte dalla difesa e scovando sempre nuovi “pentiti“, mentre l’escussione dei testimoni e le prove biologiche hanno confermato tutti i dubbi sull’identità dell’imputato che risponde al vero nome di Medhanie Tesfamarian Behre, presente in aula. Che alla fine di ogni udienza viene riportato nel carcere palermitano di Pagliarelli. Dove, anche a ragione della sua lingua, sconta una situazione di deprimente solitudine. Una impostazione del processo da parte della Procura che si conferma costante e trova riscontro anche nelle decisioni del Presidente della Corte, sempre più restio ad ammettere ulteriori prove proposte dalla difesa. La prossima udienza del processo si terrà il 14 febbraio, mentre si avvicina il compimento del terzo anno dall’arresto dell’imputato in Sudan.

Sorprende che, in questo quadro, si tentino esperimenti di cooperazione giudiziaria che non sembrano sorretti da adeguate base legali. Si profila infatti l’arrivo in Italia di esponenti delle forze di sicurezza del regime di Bashir che dovrebbero testimoniare, a quasi tre anni dall’inizio del procedimento penale, contro il falegname eritreo  Medhanie Tesfamarian Behre sotto processo a Palermo, perchè oggetto di uno scambio di persona, con il più noto trafficante Medhanie Mered, noto come Il Generale. Che secondo le ultime informazioni diffuse un Svezia, sarebbe al sicuro in Uganda o in un altro dei paesi africani a sud della Libia nei quali trafficanti di ogni risma godono ancora della libera circolazione. Come riferisce il Post, la Televisione pubblica svedese (SVT) “sarebbe in possesso di un fascicolo che rivela come un’autorità di polizia europea sia a conoscenza del fatto che il vero trafficante è ancora in libertà e di come non riesca a convincere i pubblici ministeri italiani a emettere un nuovo mandato di cattura”.

Chiarissima la posizione critica di Amnesty riportata dal Guardian, “Amnesty International said the judge’s decision was unacceptable for a democratic country. “Any type of judicial collaboration between Italy and the Sudanese police is morally unacceptable,” said Riccardo Noury, a spokesman for Amnesty in Italy. “Considering they’ve invited members of his police force, why don’t they extend their invitation to Bashir himself? They might do the ICC a favour and turn him over to the judicial authorities.”

Vedremo quale sarà il contributo che potranno portare in un procedimento penale in Italia persone che appartengono a forze di polizia che nel loro paese non esitano a ricorrere alla tortura cone un normale strumento di indagine, o che si rendono colpevoli di sparizioni forzate. Esattamente come continua a succedere con l’Egitto, nel quale è stato barbaramente torturato ed ucciso Giulio Regeni, come migliaia di oppositori di Al Sisi, ma con il quale rimane in vigore l’accordo bilaterale di riammissione, che adesso si sta cercando di riattivare nuovamente. Se davvero questi agenti sudanesi si presenteranno per deporre davanti al tribunale di Palermo potrebbero emergere prove di una loro partecipazione ad attività di polizia che si sono realizzate con il ricorso alla tortura o ad altri trattamenti inumani o degradanti. Con la conseguenza che potrebbero a loro volta diventare oggetto di una indagine penale nel nostro paese. In caso contrario sarebbero la prova, non della colpevolezza di un imputato, ma dell’abbandono dei valori costituzionali sui quali si basa il processo penale in Italia.

Appare sempre più evidente, ed in linea con la svolta autoritaria chiaramente percepibile in diversi paesi europei, dalla Polonia all’Italia, come il rispetto dei diritti umani venga sempre più spesso sacrificato alle attività di contrasto dell’immigrazione “illegale”, se non ad esigenze elettorali dei partiti di governo che speculano sulla paura, sull’insicurezza, e sull’allarme invasione, se non sulla minaccia terroristica. Succederà anche nelle aule di giustizia ?

Per usare le parole di Luigi Ferrajoli “Assistiamo in Italia – e in generale in tutto l’occidente, a cominciare dagli Stati Uniti- a politiche penali autoritarie, tanto indifferenti alle cause strutturali dei fenomeni criminali e inefficaci a alla loro prevenzione, quanto promotrici di un diritto penale massimo e disuguale, pesantemente lesivo dei diritti fondamentali: politiche interessate soltanto, tramite misure massimamente repressive, a riflettere e ad assecondare, ed anzi ad alimentare, le paure e gli umori repressivi presenti nella società quali massimi fattori del consenso politico.

Ci auguriamo che questo tentativo non passi anche attraverso un processo penale, addirittura con il coinvolgimento di agenti di polizie che in Africa non rispettano i diritti umani. Con una prima serie di vittime tra i migranti sottoposti a procedimenti indiziari, ma con una involuzione dello stato di diritto e con una riduzione della effettività delle garanzie costituzionali, che già stanno scontando sulla pelle tutti coloro che a vario titolo vengono messi in stato di accusa in quanto ritenuti “colpevoli di solidarietà”.

7.La Convenzione di Palermo contro il crimine transnazionale ed i due Protocolli allegati, contro la tratta e contro il traffico di esseri umani, che pure prevedono accordi con i paesi di origine e transito dei migranti, antepongono la salvaguardia della vita umana e della integrità della persona alla lotta contro quella che si definisce immigrazione “illegale”. Un specifica clausola di salvaguardia si ritrova all’art.19 del Protocollo addizionale contro il traffico:: Nessuna disposizione del presente Protocollo pregiudica diritti, obblighi e responsabilità degli Stati e individui ai sensi del diritto internazionale, compreso il diritto internazionale umanitario e il diritto internazionale dei diritti dell’uomo e, in particolare, laddove applicabile, la Convenzione del 1951 e il Protocollo del 1967 relativi allo Status di Rifugiati e il principio di non allontanamento”.

Non si è compreso, o non si è voluto comprendere che, per smantellare davvero le reti di trafficanti internazionali non basta il processo penale. Gli accordi bilaterali hanno diostrato da tempo la loro inefficacia. L’unica via, praticabile con un ritorno al multilateralismo, sarebe quella dell’apertura di canali legali di ingresso, anche attraverso la concessione di visti umanitari rilasciati dalle ambasciate dei paesi occidentali.

Solo con la moralizzazione delle forze di polizia e con il disarmo delle milizie paramilitari nei paesi di origine e transito, ed in genere con un comportamento conforme agli standard internazionali degli eserciti, con un nuovo ruolo delle Nazioni Unite, si potranno creare le condizioni per la creazione di spazi minimi di sicurezza personale e di agibilità democratica, oltre che di rispetto minimo dello stato di diritto, nei paesi di transito. Dai quali si fugge perchè anche lì i migranti si ritrovano a subire gli stessi rischi ( se non ancora più gravi) di quelli che avevano costretto alla fuga dai paesi di origine. Senza una lotta effettiva alla corruzione tra le forze di polizia in questi paesi, non è possibile pensare di avviare forme di cooperazione giudiziaria che portino risultati autentici nel contrasto delle organizzazioni di trafficanti. Basti pensare alla scarsa o nulla collaborazione delle autorità dei paesi di origine o transito quando dall’Italia parte una richiesta di rogatoria internazionale. Che spesso non si sa neppure a chi indirizzare. O che non riceve alcuna risposta. Non sono praticabili espedienti processuali per superare questa situazione caso per caso.

Non sembra dunque necessario smantellare le garanzie dello stato di diritto, a partire dalla presunzione di innocenza e dal principio del giusto processo, per vantare successi effimeri nella lotta contro il traffico di esseri umani. “Successi” anticipati dai titoli dei giornali ma che vengono smentiti giorno dopo giorno dai fatti. Fatti che contano, che non si potranno cancellare, che caratterizzano una fase storica, oltre a segnare quella che si potrà definire soltanto come verità processuale. Non sono in gioco soltanto destini individuali, ma le basi stesse della nostra democrazia, e ciascuno dimostrerà, nei diversi ruoli che riveste, da che parte si schiera, assumendosene tutte le responsabilità.


MEMORANDUM D’INTESA

TRA IL DIPARTIMENTO DELLA PUBBLICA SICUREZZA DEL MINISTERO DELL’INTERNO ITALIANO E LA POLIZIA NAZIONALE DEL MINISTERO DELL’INTERNO SUDANESE PER LA LOTTA ALLA CRIMINALITÀ, GESTIONE DELLE FRONTIERE E DEI FLUSSI MIGRATORI ED IN MATERIA DI RIMPATRIO

PREAMBOLO

Il Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno italiano e la Polizia Nazionale delMinistero dell’Interno sudanese, di seguito denominati separatamente la “Parte” e congiuntamente le”Parti”;

CONSAPEVOLI delle ripercussioni negative che la criminalità nelle sue varie forme ha sull’ordine e lasicurezza pubblica degli Stati, in particolare sul benessere dei propri cittadini e della comunità internazionale;

RICONOSCENDO la necessità di rafforzare la cooperazione di polizia nella lotta contro la criminalitàorganizzata transnazionale, in particolare contro il traffico di migranti e l’immigrazione irregolare, la tratta di esseri umani, il traffico di droga e il terrorismo;

PIENAMENTE IMPEGNATI a impedire i pericolosi viaggi di migranti che mettono seriamente a rischio le loro vite, nonché a promuovere e rispettare i diritti umani nell’attuazione della cooperazione bilaterale, in conformità al diritto internazionale pertinente e alla Convenzione di Ginevra sullo statuto dei rifugiati del 1951;

CONVINTI che un’efficace politica di rimpatrio avrebbe un notevole effetto deterrente, contribuendo a prevenire la migrazione irregolare e le tragedie umanitarie ad essa connesse;

RICHIAMANDO la Risoluzione n. 45/123 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, in data 14 dicembre 1990, in tema di cooperazione internazionale nella lotta contro il crimine organizzato, nonché la Convenzione Unica sulle sostanze stupefacenti (New York, 30 marzo 1961), così come emendata dal Protocollo aggiuntivo (Ginevra, 25 marzo 1972), la Convenzione sulle Sostanze Psicotrope (Vienna, 21 febbraio 1971), la Convenzione cont ro il Traffico Illecito di Stupefacenti e Sostanze Psicotrope (Vienna, 20 dicembre 1988), il “Piano Globale d’Azione” (New York, 23 febbraio 1990), nonché la Convenzione delle Nazioni Unite contro la Criminalità Organizzata Transnazionale (Palermo, 12/15 dicembre 2000) e relativi Protocolli aggiuntivi contro il “Traffico Illecito di Migranti via Terra, Mare e Aria” e per “Prevenire, Reprimere e Punire la Tratta di Persone, in particolare di Donne e Bambini” , la Convenzione ONU sulla corruzione (Merida, 9-1l_dicembre 2003), nonché le pertinenti Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e le Convenzioni contro il Terrorismo adottate sotto l’egida delle Nazioni Unite, alle quali la Repubblica Italiana e la Repubblica del Sudan hanno aderito;

CONSIDERATA la partecipazione della Repubblica Italiana e della Repubblica del Sudan alla “Organizzazione Internazionale della Polizia Criminale-INTERPOL” (0.1. P.C – INTERPOL)

NEL RISPETTO del principio di sovranità ed uguaglianza degli Stati;

IN CONFORMITÀ dei rispettivi ordinamenti e legislazioni nazionali e degli obblighi internazionali assunti da entrambi gli Stati, nonché, per l’Italia, di quelli derivanti dall’appartenenza all’Unione Europea e, per il Sudan, di quelli derivanti dall’appartenenza all’Unione Africana;

HANNO CONCORDATO quanto segue:

CAPITOLO I

COOPERAZIONE DI POLIZIA

Articolo 1

Obiettivo

Le Parti concordano che l’obiettivo del presente Memorandum è quello di promuovere e sviluppare lacollaborazione di polizia per la prevenzione e il contrasto alla criminalità nelle sue varie forme.

Nell’attuazione della cooperazione, le Parti assicurano e promuovono il pieno rispetto dei diritti umani.

Articolo 2

Autorità competenti

Le Autorità competenti per l’attuazione del presente Memorandum sono:

a. per la Parte italiana, il Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno;

b. per la Parte sudanese, la Polizia Nazionale del Ministero dell’Interno.

Articolo 3

Settori di cooperazione

1. Le Parti collaborano per la prevenzione ed il contrasto della criminalità nelle sue varie forme, con

particolare riferimento ai seguenti settori:

a. criminalità organizzata transnazionale;

b. produzione e traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope e dei relativi precursori chimici,nonché di sostanze chimiche di base utilizzate nel processo di fabbricazione;

c. tratta di persone e traffico di migranti;

d. immigrazione irregolare;

e. traffico internazionale di autoveicoli rubati;

f. traffico illecito di armi, munizioni, esplosivi, materiali nucleari, radioattivi e tossici;

g. criminalità informatica;

h. reati economici e finanziari, incluso il riciclaggio;

i. reati riguardanti la contraffazione monetaria, documentale e commerciale;

j. corruzione.

2. Le Parti collaborano, inoltre, nella gestione delle frontiere e dei flussi migratori e in materia di rimpatrio, nonché nella prevenzione e contrasto del terrorismo internazionale, in conformità della legislazione nazionale e degli obblighi internazionali dei rispettivi Stati, comprese le Convenzioni internazionali contro il terrorismo e le Risoluzioni adottate dalle Nazioni Unite e, in particolare, per l’Italia, degli obblighi derivanti dall’appartenenza all’Unione Europea e, per il Sudan, di quelli derivanti dall’appartenenza all’Unione Africana.

3. Il presente Memorandum non produce effetti in materia di estradizione e di mutua assistenza giudiziaria in materia penale.

Articolo 4

Modalità della collaborazione

1. Le Parti, in conformità della legislazione nazionale e degli obblighi internazionali dei rispettivi Stati, e, inparticolare, per l’Italia, di quelli derivanti dall’appartenenza all’Unione Europea e, per il Sudan, di quelli derivanti dall’appartenenza all’Unione Africana, promuovono·e sviluppano la collaborazione con le seguenti modalità:

a. scambio di informazioni sui reati, sui gruppi criminali organizzati, i gruppi strutturati e i soggetti coinvolti,sulla loro struttura, gestione e modus operandi, nonché sull’applicazione delle misure di prevenzione personali e patrimoniali (sequestro e confisca);

b. scambio di informazioni sui gruppi terroristici operanti nei rispettivi territori e sui soggetti coinvolti,nonché sulle attività svolte;

c. scambio di informazioni sui reati relativi agli stupefacenti, alle sostanze psicotrope e loro precursori e suireati ad essi connessi; nonché sui luoghi e sui metodi di produzione e fabbricazione delle droghe, sui nuovi tipi di droghe, sulle rotte, gli itinerari, i canali e i mezzi usati dai trafficanti, comprese le modalità di

d. scambio di informazioni sugli strumenti legislativi e scientifici per combattere il crimine, comprese le tecniche di analisi investigativa;

e. scambio di informazioni sulla formazione dei funzionari di polizia, con la possibilità di realizzare scambi di esperienze e di esperti e di organizzare corsi e attività addestrative;

f. scambio di informazioni finalizzate alla identificazione e alla localizzazione dei beni di provenienza illecita;

;g. scambio di informazioni, tecniche e prassi operative dirette a prevenire e reprimere le infiltrazioni criminali nelle imprese che partecipano a appalti per contratti di lavori, forniture e servizi pubblici;

h. scambio di informazioni in materia di immigrazione irregolare;

i. scambio di informazioni per combattere la tratta di esseri umani e il traffico di migranti attraversò le frontiere;

j. scambio di informazioni sui passaporti e sugli altri documenti di viaggio, sui visti e sui timbri di ingresso euscita, al fine di individuare documenti falsi;

k. identificazione e rimpatrio dei propri cittadini presenti nel territorio dell’altra Parte in posizione irregolarerispetto alla normativa sull’immigrazione;

I. possibile partecipazione congiunta ad iniziative di cooperazione operativa a livello regionale ointernazionale, anche, ove possibile, nell’ambito delle attività svolte dalle competenti agenzie dell’Unione Europea, quali Frontex ed Europol.

m. esecuzione delle richieste di assistenza previste all’articolo 5 ;

n. scambio di altre informazioni di interesse reciproco per le Autorità competenti;

o. svolgimento di attività di formazione nei settori di cooperazione menzionati all’articolo 3.

2. La collaborazione prevista nel presente Memorandum si realizza attraverso i punti di contatto designatidalle Autorità competenti per ciascuna materia o attraverso i canali Interpol. Le Parti si comunicano i rispettivi punti di contatto, per iscritto, utilizzando la via diplomatica o i canali Interpol.

Articolo 5

Richieste di assistenza

1. La collaborazione prevista nel presente Memorandum avviene sulla base di richieste di assistenza, le qualidovranno essere effettuate per iscritto. In casi di urgenza, le richieste di assistenza possono essere effettuate oralmente, ma devono essere confermate per iscritto entro sette (7) giorni.

2. Le richieste di assistenza contengono:

a. il nome dell’Autorità competente che formula la richiesta e dell’Autorità competente che la riceve;

b. i dettagli del caso;

c. una descrizione dell’assistenza richiesta;

d. lo scopo e i motivi della richiesta;

e. eventuali altre informazioni utili per l’esecuzione.

Articolo 6

Rifiuto delle richieste di assistenza

1.La richiesta di assistenza, formulata conformemente alle disposizioni del presente Memorandum, può essere rifiutata se l’Autorità competente richiesta valuta che l’esecuzione sia pregiudizievole per i diritti umani e le libertà fondamentali, per la sovranità, la sicurezza, l’ordine pubblico o altri interessi essenziali del proprio Stato o valuta che sia contraria all’ordinamento giuridico e agli obblighi internazionali del proprio Stato e, in particolare, per l’Italia, a quelli derivanti dall’appartenenza all’Unione Europea e, per il Sudan, a quelli derivanti dall’appartenenza all’Unione Africana.

2. L’assistenza può anche essere respinta se l’esecuzione della richiesta implica un onere eccessivo per le risorse dell’Autorità competente richiesta.

3. L’Autorità competente richiesta può, prima di rifiutare l’assistenza richiesta ai sensi del presente Memorandum d’intesa, consultare l’Autorità competente richiedente al fine di verificare se l’assistenza può essere fornita secondo i termini e le condizioni che si reputano necessari. In caso di accettazione di tali condizioni da parte di entrambe le Autorità competenti, esse devono impegnarsi a rispettarle.

4. L’Autorità competente richiesta comunica per iscritto all’Autorità competente richiedente il totale o parziale rifiuto di assistenza con una spiegazione delle ragioni di tale rifiuto.

Articolo 7

Esecuzione delle richieste di assistenza

1.Le Autorità competenti adottano le misure necessarie per garantire l’esecuzione delle richieste diassistenza, nei limiti del presente Memorandum.

2. L’Autorità competente richiedente viene informata immediatamente su eventuali circostanze che possono impedire o ritardare l’esecuzione della richiesta.

3. Se l’esecuzione della richiesta di assistenza esula dalle attribuzioni del!’Autorità competente richiesta, la stessa lo comunica immediatamente all’Autorità competente richiedente.

4. L’Autorità competente richiesta, se lo ritiene necessario per eseguire o agevolare l’esecuzione della richiesta di assistenza, può richiedere all’Autorità competente richiedente informazioni supplementari.

5. L’Autorità competente richiesta informa quanto prima l’Autorità competente richiedente in merito airisultati dell’effettiva esecuzione della richiesta.

CAPITOLO II

COLLABORAZIONE NELLA GESTIONE DELLE FRONTIERE E DEI FLUSSI MIGRATORI E IN MATERIA DI RIMPATRIO

Articolo 8

Consulenza, assistenza tecnica e formazione

1. Le Parti si possono fornire reciprocamente consulenza, formazione e supporto per migliorare le rispettivecapacità di gestione delle frontiere e dei flussi migratori e di contrasto alla migrazione irregolare e ai reaticonnessi.

2. Per le finalità indicate nel paragrafo 1, la Parte italiana prende in considerazione la possibilità di offrire alla Parte sudanese, su base annuale, supporto e assistenza tecnica in termini di formazione e di fornitura di mezzi e di equipaggiamento, compatibilmente ed entro i limiti della sua effettiva disponibilità finanziaria A tale riguardo, la Parte Italiana può anche decidere di chiedere il sostegno finanziario del!’Unione Europea.

3. Oltre a quanto previsto dal paragrafo 2, ciascuna Parte può invitare il personale designato dall’altra Parte a partecipare a seminari professionali e corsi di formazione sulle materie oggetto del presente Memorandum.

4. Possono essere, altresì, realizzati scambi di personale e visite di studio presso agenzie ed organismi di ciascuna Parte responsabili in materia di gestione delle frontiere e dei flussi migratori, rimpatrio e indagini sul traffico di migranti e reati connessi.

Articolo 9

Cooperazione in materia di rimpatrio

1. Le competenti autorità sudanesi forniscono assistenza e supporto nell’accertamento della nazionalità dei migranti irregolari, procedendo alla loro identificazione, al fine di consentire alle competenti autorità italiane di eseguire le misure di rimpatrio, in conformità della legislazione nazionale e internazionale pertinente e, in particolare, per l’Italia, degli obblighi derivanti dall’appartenenza all’Unione Europea e, per il Sudan, di quelli derivanti dall’appartenenza all’Unione Africana, nonché nel pieno rispetto della dignità umana e dei diritti fondamentali dei migranti.

2. Per le finalità indicate al paragrafo 1, le competenti autorità diplomatiche/consolari del Sudan, su richiesta

delle competenti autorità italiane, procedono senza indugio alle interviste delle persone da rimpatriare, alfine di stabilire la loro nazionalità e, sulla base dei risultati del colloquio, senza svolgere ulteriori indagini sulla loro identità, emettono, il prima possibile, documenti di viaggio sudanesi d’emergenza (lasciapassare), consentendo in tal modo alle competenti autorità italiane di organizzare ed eseguire operazioni di rimpatrio mediante voli di linea o charter. I suddetti documenti di viaggio d’emergenza devono essere validi per almeno 10 giorni, rinnovabili.

3. Le interviste di cui al paragrafo 2 si svolgono in linea di principio nel luogo in cui le persone darimpatriare sono alloggiate o trattenute. Qualora possibile e nel caso in cui siano da rimpatriare solo pochi migranti, l’intervista può aver luogo presso i locali dell’ambasciata o del consolato del Sudan.

4. La Parte italiana riprende senza indugio sul territorio italiano ogni persona rimpatriata in Sudan con documenti di viaggio d’emergenza emessi in base all’intervista di cui al paragrafo 2 se, a seguito di verifiche approfondite sulla sua identità eseguite dalle competenti autorità sudanesi, dovesse risultare che la persona interessata non è un cittadino sudanese. Ogni eventuale spesa connessa al ritorno in Italia è a carico della Parte italiana. Tale previsione non implica alcun onere finanziario aggiuntivo per il bilancio dello Stato italiano.

Articolo 10

Invio di esperti in missione di breve periodo

1. Qualora si debba rimpatriare un notevole numero di persone, le competenti autorità del Sudan possono

nviare, se necessario, con il consenso delle competenti autorità italiane, uno o più esperti in missione in Italia per un breve periodo di tempo, al fine di supportare queste ultime autorità e le competenti autorità diplomatiche/consolari nello svolgimento delle interviste di cui all’articolo 9, volte ad accertare la nazionalità delle persone da rimpatriare, rendendo in tal modo più veloci e agevoli le procedure per il rilascio di documenti di viaggio d’emergenza e le operazioni di rimpatrio.

2. Oltre a quanto previsto nel paragrafo 1, qualora opportuno e di reciproco interesse delle Parti, uno o piùesperti del Sudan possono essere inviati in missione in Italia per un breve periodo di tempo, d’intesa con le competenti autorità italiane, al fine di fornire consulenza e supporto tecnico nelle indagini sulle reti criminali implicate nel traffico di migranti e reati connessi.

3. In conformità delle legislazioni nazionali, l’organizzazione delle missioni previste dai paragrafi 1 e 2,inclusa la durata e tutte le altre modalità pratiche, sarà concordata caso per caso dalle competenti autorità delle Parti.

Articolo 11

Invio di esperti in missione di lungo periodo

1. In alternativa all’invio di esperti in missione di breve periodo, previsto all’articolo 10, la Partesudanese può inviare in Italia, su richiesta della Parte italiana, uno o più esperti per un periodo più lungo, con il compito principale di svolgere le interviste di cui all’articolo 9, al fine di supportare le competenti autorità italiane nel settore del rimpatrio.

2. Gli esperti in missione di lungo periodo di cui al paragrafo 1 saranno distaccati presso gli uffici della polizia italiana, a livello centrale o locale (inclusi i punti di sbarco dei migranti), a seconda delle esigenze delle competenti autorità italiane, per un periodo di sei o dodici mesi, che può essere prorogato previa intesa tra le Parti.

3. Gli esperti in missione di lungo periodo svolgeranno anche funzioni di collegamento, facilitando cosil’attuazione degli altri settori di cooperazione pratica oggetto del presente Memorandum.

4. Le modalità pratiche connesse all’invio di esperti in missione di lungo periodo sono definite nei termini di riferimento allegati al presente Memorandum.

Articolo 12

Status e responsabilità degli esperti

1. Gli esperti di cui agli articoli 10 e 11 svolgono i loro compiti, che si limitano al supporto tecnico e allaconsulenza, per le finalità del presente Memorandum. Gli esperti agiscono sempre in conformità alle linee guida e alle istruzioni fornite dalle competenti autorità italiane e in stretta collaborazione con le autorità diplomatiche/consolari sudanesi. Gli esperti non possono esercitare alcun potere di polizia né svolgere attività di controllo.

2. Gli esperti inviati in Italia alle condizioni previste nel presente Memorandum sono soggetti alla legge italiana in materia di responsabilità civile e penale.

Articolo 13

Spese relative alle interviste e all’invio di esperti

La Parte italiana si fa carico delle spese derivanti dalle attività svolte dalle autorità diplomatiche/consolarisudanesi in relazione alle interviste delle persone da rimpatriare e al rilascio dei documenti di viaggio d’emergenza sudanesi, nonché delle spese, comprese quelle di viaggio e di vitto e alloggio, connesse all’eventuale invio di esperti sudanesi di cui agli articoli 10 e 11.

Articolo 14

Procedure di rimpatrio nei casi di necessità e urgenza

1. Qualora le Parti riconoscano, di comune accordo, l’esistenza di casi di necessità e d’urgenza, le procedureper stabilire l’identità delle persone da rimpatriare possono essere eseguite in territorio sudanese, in conformità dei rispettivi ordinamenti e legislazioni nazionali e degli obblighi internazionali assunti da entrambi gli Stati, nonché, per l’Italia, di quelli derivanti dall’appartenenza all’Unione Africana entrambi gli Stati, nonché, per l’Italia, di quelli derivanti dall’appartenenza all’Unione Africana

2. In tali casi, le Parti concordano tempi e modalità di trasporto, nonché le garanzie per il ritorno nel territorio italiano di coloro i quali non risultino essere cittadini sudanesi, nel rispetto delle seguenti condizioni:

a) Le suddette procedure sono seguite esclusivamente nei casi di necessità ed urgenza, chesono valutati, previo comune accordo, dalla Direzione Centrale dell’Immigrazione e della Polizia delle Frontiere del Dipartimento della Pubblica Sicurezza e dalle competenti autorità sudanesi.

b) Il vettore aereo che trasporta le persone da rimpatriare non lascerà il territorio sudanese fino aquando non siano stati eseguiti i dovuti controlli da parte delle competenti autorità sudanesi, in modo che coloro i quali non risultano essere cittadini sudanesi possano essere ricondotti in Italia dallo stesso. vettore aereo. Se, per motivi contingenti, non è possibile seguire taleprocedura, la Parte italiana garantisce il ritorno sul proprio territorio, senza alcun indugio, a bordo del primo volo disponibile, delle persone che non risultano essere cittadini sudanesi.

c) La presenza di personale di sicurezza a bordo del vettore aereo che trasporta le persone da

rimpatriare sarà assicurata o dalla Parte italiana o dalla Parte sudanese, secondo modalità da stabilire caso per caso.

CAPITOLO III

PROTEZIONE DATI

Articolo 15

Protezione dei dati personali e delle informazioni classificate

1. Le Parti concordano che i dati personali, trasferiti nell’ambito del presente Memorandum, sono trattati esclusivamente per le finalità da esso previste e in conformità delle legislazioni nazionali e degli obblighi internazionali sui diritti umani dei rispettivi Stati e, in particolare, per l’Italia, di quelli derivanti dall’appartenenza all’Unione Europea e; per il Sudan, di quelli derivanti dall’appartenenza all’Unione Africana.

2. Ciascuna Parte garantisce un livello di protezione dei dati personali equivalente a quello garantito dall’altra

Parte e adotta le misure necessarie per ridurre i rischi di distruzione o di perdita, anche accidentale dei dati stessi, di divulgazione non autorizzata, di alterazione, di accesso da parte di persone non autorizzate o dieventuali forme non autorizzate di elaborazione di tali dati.

3. Su richiesta del!’Autorità competente che ha trasmesso i dati, l’Autorità competente che li ha ricevuti è obbligata a rettificare, bloccare o cancellare i dati che sono inesatti o incompleti, ·oppure se l’acquisizione o il trattamento contrastano con le disposizioni del presente Memorandumo con l’ordinamento giuridico applicabile al!’Autorità competente che liha forniti.

4. Le Autorità competenti, qualora vengono a conoscenza che i dati ricevuti in attuazione del presente Memorandum sono inesatti o incompleti, adottano le misure necessarie per impedire l’erroneo affidamento sugli stessi, procedendo, eventualmente, all’integrazione, alla cancellazione o alla rettifica di tali dati. Nel caso in cui i dati siano inesatti, incompleti, inattendibili o diano luogo a difficoltà di interpretazione, l’Autorità competente che li ha ricevuti lo notifica al!’Autorità competente che li ha fomiti.

5. I dati e le informazioni trasferiti in attuazione del presente Memorandum non possono essere divulgati alle Autorità competenti ad altri soggetti, Stati od organizzazioni internazionali, senza il preventivo consenso dell’Autorità competente che li ha forniti.

6. Le informazioni classificate sono scambiate e protette dalle Autorità competenti con le modalità e le misure di protezione dei sistemi per la comunicazione delle informazioni, in conformità alle legislazioni
nazionali e agli obblighi internazionali sullo scambio e a protezione delle informazioni classificate dei rispettivi Stati. e agli obblighi internazionali sullo scambio e a protezione delle informazioni classificate dei rispettivi Stati.

CAPITOLO IV

PROCEDURE FORMALI E SPESE

Articolo 16

Riunioni e consultazioni

1.Ai fini dell’attuazione del presente Memorandum, nonché per valutare e migliorare la collaborazione, i rappresentanti delle Autorità competenti possono, se necessario, tenere riunioni e consultazioni.

2. Le riunioni si svolgono, alternativamente, in Sudan e in Italia.

Articolo 17

Spese

1.Salvo quanto diversamente stabilito dal presente Memorandum, le spese ordinarie di esecuzione dellerichieste di assistenza sono sostenute dall’Autorità competente richiesta, se non altrimenti concordato per iscritto dalle Autorità competenti. Nel caso in cui la richiesta di assistenza dovesse comportare spese elevate, le Autorità competenti si consultano per decidere i termini e le condizioni di esecuzione della richiesta, nonché il modo in cui ripartire le spese.

2. Se non diversamente previsto, i costi delle riunioni sono sostenuti dall’Autorità competente ricevente, mentre i costi di viaggio e di soggiorno sono sostenuti dall’Autorità competente inviante.

Articolo 18

Lingua di lavoro

Per l’attuazione della collaborazione sancita nel presente Memorandum le Autorità competenti utilizzano la lingua inglese, corredata da eventuale traduzione nelle rispettive lingue nazionali.

Articolo 19

Composizione delle controversie

Eventuali controversie derivanti dall’interpretazione o dall’attuazione del presente Memorandum sono risolte tra le Parti in via amichevole, attraverso consultazioni e negoziati.

Articolo 20

Efficacia, emendamenti e cessazione

1. Il presente Memorandum diviene efficace all’atto della firma ed ha una durata illimitata.

2. Il presente Memorandum può essere emendato con il reciproco consenso delle Parti.

3. Il presente Memorandum resta efficace fino a che una delle Parti comunica all’altra per iscritto,attraverso i canali diplomatici, la propria intenzione di risolverlo. In tal caso, il Memorandum cessa di avere effetto dopo sei (6) mesi dalla data di ricezione della notifica di risoluzione.

IN FEDE DI CIÒ, i sottoscritti hanno firmato il presente Memorandum in due originali, ciascunonella lingua araba, italiana e inglese, tutti i testi facenti ugualmente fede. In caso di divergenze nell’interpretazione del presente Memorandum, il testo inglese prevale.

FATTO a Roma, il giorno 3 del mese di Agosto dell’anno 2016.

TERMINI DI RIFERIMENTO

(TdR)

per l’attuazione pratica degli articoli 11 e 13 del Memorandum d’Intesatra il Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno italiano e la PoliziaNazionale del Ministero dell’Interno sudanese per la lotta alla criminalità, gestione delle frontiere e dei flussi migratori ed in materia di rimpatrio, firmato a Roma il 3 agosto 2016(di seguito denominato Memorandum)

1. Costi

In conformità con l’articolo 11 del Memorandum, la Direzione Centrale dell’Immigrazione e della Poliziadelle Frontiere del Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno italiano (di seguito denominata DCIPF) sosterrà. i seguenti costi relativi all’impiego di uno o più esperti del Sudan:

a) Viaggio da/verso il Sudan all’inizio e alla fine del periodo di missione dell’esperto.

b) Rilascio del permesso di soggiorno.

c) Alloggio in una struttura ricettiva di polizia o, se questa non è disponibile, in una struttura privatascelta dalla DCIPF.

d) Vitto completo (colazione, pranzo e cena) in una struttura ricettiva di polizia o, se questa non èdisponibile, in una struttura privata scelta dalla DCPIF.

e) Un biglietto aereo di andata e ritorno in patria ogni anno, nel caso in cui il periodo di missione sia dialmeno 12 mesi. Periodi più brevi di missione (per es. 6 mesi) non conferiscono tale diritto.

f) Una tessera per la rete di trasporto locale, se è necessaria per raggiungere il posto di lavoro

g) Una diaria giornaliera di 40 Euro (per diem). L’esperto non ha diritto a ricevere tale diaria quando è in congedo. L’esperto deve aprire un conto corrente bancario sul quale verrà accreditata la diaria giornaliera. L’esperto deve chiudere il suo conto in banca prima di lasciare l’Italia per tornare definitivamente in Sudan.

h) L’iscrizione al servizio sanitario nazionale.

2. Punti di contatto

Per qualsiasi questione relativa al soggiorno dell’esperto in missione in Italia vengono designati i seguenti

Punti di contatto nell’ambito della DCIPF:

a) Per la Parte italiana:

DCIPF – Servizio Immigrazione

3″ Divisione (cooperazione internazionale in materia migratoria)

Via Tuscolana, 1558 – 00173 Roma·

tel.+39 06 46530910

+39 06 46530906

+39 06 46530904

e-mail: dipps.servizioimmigrazione. [email protected]

b) Per la Parte sudanese:

Polizia Nazionale -Direzione della Cooperazione Internazionale

tel. +249 183 773350

fax. +249 183 794110

email: [email protected]

Khartoum – Sudan

3. Stesura di rapporti da parte dell’esperto

a) Se si verificano eventi particolari durante il servizio giornaliero, l’esperto deve riferire al direttoredell’ufficio della polizia di frontiera o dell’ufficio immigrazione presso il quale è distaccato o alla persona di contatto designata da quest’ultimo, nonché ai Punti di contatto citati al punto 2.

b) L’esperto redigerà inoltre un rapporto sulla sua attività, sia mensilmente che alla fine del suo mandato, che verrà consegnato ai soggetti citati alla lettera a).

c) Le attività di cui alle lettere a) e b) non pregiudicano l’eventuale obbligo dell’esperto di riferire alle proprie autorità nazionali e diplomatico/consolari.

4. Regole di condotta

a) Quando in servizio o durante il tempo libero, l’esperto deve sempre comportarsi in conformità con

le norme stabilite per il personale della Polizia di Stato italiana.

b) Conoscenti, amici o parenti dell’esperto non possono essere ospitati nella struttura di polizia in cuiegli è alloggiato.

c) L’esperto svolgerà le sue funzioni senza alcun tipo di arma e in abiti civili. L’utilizzo dell’uniforme nazionale in particolari circostanze può essere autorizzato solo dalla DCIPF.

5. Disposizioni finali

a) Oltre alle disposizioni dei presenti TdR, la DCIPF, se necessario, può adottare tutte le decisioni ed iniziative atte a garantire che la missione dell’esperto in Italia venga svolta in modo agevole ed efficiente conformemente allo spirito e all’ambito di applicazione del Memorandum.

b) I presenti TdR hanno il solo scopo di attuare le disposizioni pertinenti del Memorandum. Essisaranno applicabili fin tanto che il Memorandum è efficace.

IN FEDE DI CIÒ, i sottoscritti hanno concordato i presenti TdR.

Fatto a Roma, il 3 agosto 2016, in due originali, nelle lingue italiana ed inglese, entrambi i testi facenti ugualmente fede. In caso di divergenze nell’interpretazione dei presenti TdR, il testo inglese prevale.