Il governo italiano elude il divieto di respingimenti collettivi

di Fulvio Vassallo Paleologo

1.La pietà per le 117 vittime del naufragio di venerdì 18 gennaio non è durata a lungo, e sono rimasti inascoltati tutti gli appelli volti a chiedere agli stati il rispetto degli obblighi di soccorso sanciti dal diritto internazionale. Una strage dopo l’altra, e sempre più rapidamente scattano i meccanismi di rimozione. Alla fine i “colpevoli” vengono indicati nelle ONG, ormai praticamente assenti, e non invece tra i governanti che hanno concluso accordi con autorità militari e guardiacoste che non rispettano i diritti umani, ed adesso omettono sistematicamente gli interventi di soccorso in acque internazionali.

Si è conclusa nel peggiore dei modi l’operazione di ricerca e soccorso in acque internazionali di un gommone con circa centocinquanta persone a bordo, segnalato nella mattina di domenica 20 gennaio a circa 50 miglia a nord della città di Misurata. Per ore, che potevano fare la differenza tra la vita e la morte, praticamente per l’intera giornata di domenica, le autorità italiane, maltesi e libiche non hanno risposto alle richieste di aiuto rilanciate dall’organizzazione Alarm Phone.

Senza l’insistenza delle organizzazioni umanitarie nessuno sarebbe andato in alto mare a salvare le persone che erano ormai sul punto di annegare. Malgrado questo dato evidente, il ministro dell’interno Salvini non ha trovato altra risposta che inasprire le minacce contro le ONG, colpevoli di avere portato alla luce l’evento di soccorso, e sprattutto di avere salvato, in una precedente oprazione SAR, altre 46 persone portate a bordo della nave Sea Watch. Persone che ancora oggi rimangono abbandonate, con l’equipaggio della nave soccorritrice in alto mare, perchè nessun governo delle diverse zone SAR confinati nel Mediterraneo centrale ( Italia, Malta, Libia) risponde indicando un porto sicuro di sbarco, come sarebbe imposto dalle Convenzioni internazionali del diritto del mare e dal Diritto internazionale dei rifugiati. Sempre, ammesso e non concesso, che di Libia come stato unitario si possa parlare, e di una Guardia costiera “libica” con un Coordinamento centrale (MRCC) si disponga per garantire operazioni di soccorso che non possono essere legate alla ridotta capacità di intervento dei suoi assetti navali o alle pressioni diplomatiche di un governo straniero.

Dopo una giornata in cui le autorità libiche avevano lasciato cadere le richieste di intervento, a 50 miglia a nord di Misurata, da parte delle autorità italiane, l’intervento del Presidente del Consiglio Conte, e di non meglio precisate componenti diplomatiche, ha indotto il governo di Tripoli a dirottare verso il gommone una nave cargo, la Lady Sham con bandiera della Sierra Leone, ma in precedenza immatricolata con altro nome presso i registri maltesi, la nave commerciale più vicina in navigazione nella zona dei soccorsi, che ha effettuato un primo trasbordo dei naufraghi ormai stremati dal freddo. Successivamente, per quanto si è appreso dai media, sembrerebbe che alcune motovedette libiche avrebbero effettuato qualche trasbordo dal cargo e trasportato alcune persone a terra, riportandole nel porto di Misurata, dunque molto vicine al luogo dal quale erano state fatte partire dai trafficanti su un gommone fatiscente, approfittando del temporaneo miglioramento delle condizioni meteo.

Il cargo sarebbe invece rimasto all’ormeggio di fronte all’ingresso del porto. A bordo del cargo dovrebbero esserci ancora molte persone che si rifiutano di scendere, tra loro decine di donne che già hanno subito ogni sorta di abusi nei centri di detenzione dai quali sono fuggite. In realtà risulta che ai migranti “soccorsi” a bordo della nave commerciale “coordinata” dalle autorità libiche nessuno avesse detto che la nave li avrebbe sbarcati a Misurata. E che anzi qualcuno li aveva rassicurati che sarebbero stati sbarcati in Italia.

Secondo le notizie più recenti dunque, una parte dei naufraghi starebbe facendo resistenza ancora a bordo della nave che li ha soccorsi, rifiutandosi di scendere a terra, e si profilano altre violenze ai danni dei naufraghi, come già verificato proprio a Misurata, nel caso dello sbarco-irruzione operato a bordo della NIVIN. I naufraghi erano stati sbarcati con la forza dopo una irruzione delle milizie armate che sparavano con fucili proiettili di gomma ad altezza d’uomo. Mentre giornalisti ed operatori umanitari pure presenti nel porto di Misurata venivano tenuti lontani. Non ci sono state più notizie sulla sorte di quelle persone, fatte scomparire nel nulla. Questa è la “Libia”, meglio il territorio controllato dal governo di Tripoli e dalle milizie alleate, con cui collabora il governo italiano. Per il ministro dell’interno, meno persone partono, meno vittime si avranno. Una dichiarazione già tragicamente smentita dai fatti.
Questo il breve messaggio via twitter di Carlotta Sami dell’UNHCR -Italia di oggi sugli arrivi e le vittime sulla rotta libica nel mese di gennaio 2019.

#Mediterraneo #Italia 156 persone arrivate vive, 129 morte nella traversata. Meno sbarchi meno morti? @UNHCRItalia

A nulla sono serviti gli appelli perchè i migranti segnalati da Alarm Phone, che ieri si trovavano ormai in acque internazionali, molto vicini al limite della zona SAR maltese, fossero portati in un porto sicuro Un place of safety (POS) che non si trova certo in Libia, neppure a Misurata come i fatti dimostrano. In Libia non ci sono place of safety per chi viene intercettato in alto mare, anche secondo quanto recentemente dichiarato dal Commissario per le Nazioni Unite per i rifugiati Grandi, sulla base di rapporti delle stesse Nazioni Unite, che documentano gli abusi che subiscono i migranti intercettati in alto mare e riportati indietro dalla sedicente Guardia costiera “libica”. Per comprendere la gravità delle violazioni del diritto internazionale commesse in questa occasione dal governo italiano occorre una breve ricostruzione dei rapporti intercorsi in questi ultimi due anni tra l’Italia ed il governo di Tripoli.

2.Dopo gli accordi con la Libia del 2 febbraio 2017, ratificati dal Vertice euromediterraneo de La Valletta, a Malta, il giorno successivo, le autorità italiane hanno sempre operato per aggirare il divieto di respingimenti collettivi in mare, affermato dalla sentenza di condanna dell’Italia da parte della Corte Europea dei diritti dell’Uomo il 23 febbraio 2012 nel caso Hirsi.

Occorreva chudere, o almeno ridurre in modo sostanziale, gli arrivi di migranti dalla Libia, dopo che i principali partiti allora di opposizione, e soprattutto la Lega ed i Cinquestelle, avevano conquistato fasce sempre più larghe di elettorato, utilizzando in modo strumentale l’allarme che si era fatto derivare dall’elevato numero di arrivi di migranti negli anni dal 2013 al 2016, effetto della crisi siriana e di una situazione di crescente instabilità in Libia e negli altri paesi dell’africa subsahariana.

Per non incorrere in altre condanne a livello internazionale occorreva delegare alla guardia costiera “libica” quell’attività di intercettazione e di respingimento collettivo che le unità italiane, in particolare la Guardia di finanza, non potevano più svolgere come avevano fatto nel 2009 e nel 2010, con Maroni ministro dell’interno. Cosa importava se le motovedette libiche non avevano a bordo neppure salvagenti o mezzi collettivi di salvataggio, in dotazione invece sulle navi delle ONG ?

In questa direzione, con il supporto dell’Unione Europea ( missione Eunavfor Med) si sono addestrati centinaia di guardiacoste, nella veste di Guardia costiera “libica”, e si erano fornite motovedette e risorse finanziarie (Africa Trust Fund). Prima ancora che si arrivasse alla proclamazione di una zona SAR “libica”, si era quindi intensificata la collaborazione operativa con la sedicente Guardia costiera “libica”, come documentato dalla sentenze della magistratura di Catania, Ragusa e Palermo, al punto che i giudici arrivavano al punto di osservare quasi come scontato che il coordinamento sostanziale delle attività di ricerca e salvataggio (SAR) svolte dai libici in acque internazionali fosse di fatto demandato alle autorità italiane, presenti nel porto militare di Tripoli con la missione NAURAS.

In un primo periodo, anche sulla base di operazioni di disinformazione alimentate da gruppi della estrema destra europea (GEFIRA), si cercavo di rallentare, se non dissuadere, con una forte pressione mediatica le attività delle navi delle ONG che operavano nelle acque del Mediterraneo centrale, per colmare un vuoto determinato dalla fine dell’operazione Mare Nostrum (2014) e poi dal progressivo ritiro degli assetti navali dell’operazione TRITON di Frontex.

Nel giugno del 2017 un piano articolato su sette punti,proposto dall’allora ministro dell’interno Minniti, veniva proposto all’Unione Europea che lo approvava e si impegnava a finanziarlo. Tra le azioni previste dal piano rientravano anche le attività di collaborazione e coordinamento con la Guardia costiera “libica”. Gli obiettivi proposti all’Unione europea erano i seguenti :”  1) rafforzare la capacità della Libia nella sorveglianza marittima; 2) dare loro assistenza per la definizione di un’area marittima Sar (Search and rescue, ricerca e salvataggio); 3) istituire una Mrcc (maritime rescue coordination centre), una centrale operativa di coordinamento di salvataggio; 4) assistere la guardia costiera di Tripoli nelle procedure Sar; 5) irrobustire la cooperazione tra le agenzie internazionali e le autorità libiche; 6) intensificare gli interscambi operativi marittimi con l’Italia e gli altri stati Ue; 7) sviluppare le capacità di intervento ai confini di terra nel controllo dei traffici di esseri umani e di soccorso ai migranti in fuga.

Con il Codice di condotta Minniti, alla fine del mese di luglio del 2017, venivano stabiliti obblighi pretestuosi che esulavano dalle prescrizioni stabilite nelle Convenzioni internazionali e si introduceva il principio che le navi private delle ONG avrebbeo dovuto operare nelle attività SAR senza interferire con le attività di soccorso che nel frattempo venivano affidate alla sedicente Guardia costiera libica, allora coordinata direttamente da personale italo-libico a bordo di una nave della Marina militare italiana della missione NAURAS di stanza nel porto militare di Abu Sittah a Tripoli. Tra le attività di supporto della missione Nauras a Tripoli, rientrava, fino al 28 giugno scorso, anche “l’importante compito di aiutare i libici a interfacciarsi con la Centrale operativa della Guardia costiera a Roma che coordina le operazioni di ricerca soccorso nel Mediterraneo centrale”. Questo coordinamento italiano delle attività di intercettazione in mare, affidate gia’ nella prima parte di quest’anno alla cd. Guardia costiera “libica“.

Una previsione che contrastava con il riconoscimento della superiorità gerarchica ( rispetto al codice di condotta ed agli accordi bilterali) delle norme di diritto internazionale o di rango costituzionale, dal momento che già allora risultava evidente quanto gravi fossero le violazioni dei diritti ( e dei corpi) dei migranti sempre più frequenti in Libia, paese che ancora oggi non risulta firmatario della Convenzione di Ginevra sui rifugiati). Violazioni gravisssime che lasciavano segni evidenti nei corpi e nello spirito anche nelle persone che erano state bloccate in mare, in acque internazionali e riportate a terra in mano alle stesse milizie dalle quali erano fuggite.

Il 26 luglio del 2017, all’indomani dell’incontro organizzato a Parigi sulla Libia, l’ex premier Gentiloni dichiarava addirittura che il capo del governo di Tripoli Serraj avrebbe chiesto l’aiuto dell’Italia ” in acque libiche con unità navali, per il contrasto ai trafficanti di esseri umani”.

Nel mese di agosto del 2017 si concretizzava l’offensiva di alcune procure contro le navi delle ONG, con sequestri ed incriminazioni sempre più gravi, dopo una violenta campagna mediatica nei loro confronti, e soprattutto dopo che i loro equipaggi erano stati “infiltrati” da agenti sotto copertura che fornivano una ricostruzione artefatta delle attività di soccorso che avrebbe dovuto mostrare una “collusione” tra i trafficanti, gli scafisti, e gli operatori umanitari. Una “collusione” che veniva presto smontata da indagini difensive che dimostravano la artificiosità delle prove raccolte a base delle prime denunce, ma che comunque resta oggetto di un procedimento penale a Trapani. Il procedimento penale contro l’equipaggio della nave Juventa della ONG Jugend Rettet è infatti ancora in corso, mentre la Procura di Palermo ha chiesto ed ottenuto l’archiviazione di un analogo procedimento penale avviato presso il Tribunale di Palermo, contro la ONG spagnola Open Arms e contro la ONG tedesca Sea Watch. Anche per la Procura di Palermo nessun porto libico si poteva qualificare come “Place of safety (POS)” luogo di sbarco sicuro, e dunque bene avevano fatto le ONG, peraltro sotto coordinamento della Centrale operativa della Guardia costiera italiana (IMRCC), che in quel periodo avevano sbarcato in porti italiani i naufraghi raccolti nelle acque internazionali a nord della Libia.

Dopo una serie di comunicati stampa e pesanti interventi mediatici, nonchè una audizione in Parlamento, la Procura di Catania non giungeva invece a formulare alcuno specifico capo di accusa, corrispondente alle prime dichiarazioni del Procuratore capo. Il processo avviato con il sequestro della nave Open Arms a Pozzallo nel mese di marzo del 2018, rimane ancora aperto, presso il Tribunale di Ragusa, dove il procedimento avviato a catania è stato trasferito per la caduta delle contestazioni relative alle ipotesi associative. Ma la nave è stata dissequestrata, dopo che il Giudice delle indagini preliminari, e poi il Tribunale di Ragusa, hanno ritenuto la Libia priva di porti sicuri e dunque conforme al diritto il comportamento del comandante che non aveva chiesto alle autorità libiche la indicazione di un porto di sbarco, ma sie era diretto invece verso le coste maltesi ed italiane per chiedere un POS (Place of safety), ricevendo anche da Malta un netto rifiuto di sbarco. Il Giudice delle indagini preliminari di Catania, decidendo su questo caso, rilevava il sostanziale coordinamento da parte delle autorità italiane (Operazione Nauras) delle attività di ricerca e salvataggio (SAR) condotte dalle autorità libiche nelle occasioni denunciate. Il Gip di Catania osservava in particolare che ” Anche questa eccezione non può essere condivisa, poiché le motovedette libiche erano intervenute per effettuare una operazione di soccorso, come richiesto da IMRCC di Roma e sotto l’egida italiana con le navi militari di stanza a Tripoli, e perciò non si può parlare minimamente di respingimento, ma solamente di soccorso e salvataggio in mare”.

Il portavoce della Guardia Costiera di Tripoli confermava il supporto italiano alle attività di blocco in alto mare di oltre 14.000 persone migranti nel corso del 2018 (dati UNHCR), tra questi molte donne vittime di violenza e minori non accompagnati. Per non parlare delle vittime di tortura che si stima siano almeno la metà di tutti i migranti che riescono a partire dalle coste libiche.

Anche l’Unione Europea ha dovuto prendere atto che ad oggi non si può ancora parlare di una vera Centrale operativa libica per la ricerca ed il soccorso in mare (MRCC), che in base alle Convenzioni internazionali di diritto del mare costituirebbe la condizione imprescindibile per il riconoscimento di una zona SAR (ricerca e salvataggio) affidata alle autorità libiche. Al centro dei progetti di finanziamento rivolti ai libici, nell’ambito del cd. Africa Trust Fund, si pone infatti la implementazione di una Centrale operativa (MRCC) che al momento evidentemente non esiste.

3.L’aggiramento della sentenza di condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo sul caso Hirsi era ormai realizzato. Con l’insediamento del nuovo governo Salvini-Di Maio-Conte, già nelle prime dichiarazioni del ministro dell’interno si percepiva un ulteriore inasprimento della linea di condotta delle autorità italiane nelle occasioni ancora frequenti di interventi di ricerca e soccorso in acque internazionali sulla rotta libica operati dalle navi delle ONG. Per tutta l’estate dello scorso anno era una guerra aperta contro le ONG, con espedienti burocratici, come le pressio i sugli stati di bandiera delle navi umanitarie perchè le cancellassero dai registri navali, e con la minaccia di altre sanzioni penali, unico strumento per “chiudere i porti”.

Cresceva anche la pressione diplomatica sulla Libia e sull’IMO a Londra (Organizzazione marittima internazionale che fa capo alle Nazioni Unite) perchè fosse riconosciuta una zona SAR “libica” in modo da delegare completamente, almeno sulla carta, il coordinamento delle attività di salvataggio ad assetti libici ed alla costituenda Centrale operativa libica (IRCC). Una autentica finzione, dal momento che la Libia non ha ancora oggi organi di governo o forze armate uniche per tutto il suo vasto territorio, coste e mare territoriale compreso, controllato da milizie in perenne conflitto tra loro. Il 28 giugno 2018, l’IMO inseriva nei suoi data base la autoproclamata zona SAR “libica” comunicata dal governo di Tripoli che neppure riusciva a controllare il territorio dell’intera città, ma che veniva incontro alle richieste del governo italiano, dopo che una prima richiesta rivolta dai libici all’IMO nel dicembre del 2017 era stata ritirata per la evidente mancanza dei requisiti richiesti a livello internazionale per il riconoscimento di una zona SAR.

Se fino al 28 giugno scorso era almeno chiaro che le responsabilità di coordinamento spettavano tutte alla Centrale operativa della Guardia costiera italiana (IMRCC), a partire da quella data, con la notifica di una zona SAR “libica” da parte del governo di Tripoli all’IMO a Londra,a partire da quella data è venuta meno qualsiasi certezza circa le responsabilità di coordinamento dei soccorsi, e dunque di individuazione del punto di sbarco. Non si è riusciti neppure a risolvere il problema ricorrente della sovrapposizione tra la zona SAR maltese e la zona SAR italiana, a sud di Lampedusa e Malta, già occasione di conflitti di competenze, che avevano portato a tragedie con centinaia di morti, come in occasione della cd. strage dei bambini dell’11 ottobre 2013. Per quella strage è ancora in corso un procedimento penale presso il Tribunale di Roma, dopo due richieste di archiviazione da parte delle procure di Agrigento e Roma.

Occorre certezza sulle zone SAR (Search and Rescue) in Mediterraneo. Le Nazioni Unite non possono tollerare che una loro agenzia dichiari la Libia come un paese privo di porti sicuri di sbarco e poi un’altra agenzia come l’IMO continui a riconoscere una zona SAR “libica” che permette lo sbarco di persone che, anche se vengono consegnate al Dipartimento della poizia “libica” contro l’immigrazione (DCIM), sono immediatamente esposte ad abusi di ogni genere.

“People smuggled or trafficked into Libya face torture, forced labour and sexual exploitation along the route, and many also while held in arbitrary detention,” said Martin Kobler, the Secretary General’s Special Representative for Libya and Head of the UN Support Mission in Libya (UNSMIL).

The report, published jointly by UNSMIL and the UN Human Rights Office, is based on information gathered in Libya and from interviews with migrants who had arrived in Italy from Libya, among other sources*.

Migrants are held in detention centres mostly run by the Department for Combatting Illegal Migration (DCIM), where there is “no formal registration, no legal process, and no access to lawyers or judicial authorities,” the report states.

L’appoggio fornito dal governo italiano ai guardiacoste libici che ha dotato di mezzi e di strutture di coordinamento appare chiaramente orientato ad eludere le disposizioni vincolanti in materia di soccorso in mare, fissate dalle Convenzioni internazionali. Ne fornisce conferma lo stesso grande alleato di Salvini e Conte, il brigadiere Qasim, portavoce e comandante della sedicente Guardia costiera “libica”, in realtà presente solo nei principali porti della Tripolitania.

“The spokesman for the Libyan Navy, Ayoub Qassim, said the international community is pressing Libya into taking full responsibility for the illegal migrants while European countries are shutting down their ports in the face of illegal migrants.

“Illegal immigration is not acceptable whether in Libya or in Europe, especially with the endeavors of the NGOs to push it forward with their propaganda campaigns.” Qassim said in a TV interview.

He explained that Libya won’t take in any illegal migrants who weren’t rescued by the Libyan coastguards, saying Libya is facing a very dangerous plot that has started to unveil given the current pressure exercised on the country to make it a settlement place for the illegal immigrants.

Il portavoce della sedicente Guardia costiera libica da Tripoli ha dunque preannunciato che gli assetti militari a sua disposizione non procederanno a svolgere attività di ricerca e soccorso che non siano operate da autorità libiche con i mezzi decisi da Tripoli, dunque con totale esclusione di ogni possibilità di collaborazione con le ONG, o con navi di missioni europee, ancora presenti nelle acque internazionali del Mediterraneo centrale. Esattamente come si è verificato nella giornata di domenica 20 gennaio, quando è stata necessaria una lunga negoziazione condotta direttamente dal presidente del consiglio Conte, per ottenere che i libici almeno coordinassero un intervento di socccorso affidato ad un cargo battente bandiera della Sierra Leoone. Mentre oltre 140 persone potevano annegare da un momento all’altro. Questa posizione, gradita alle autorità italiane, se non ispirata dallo stesso governo di Roma che non perde occasione per ringraziare i guardiacoste libici, puntando tutto sulla deterrenza, anche a costo di disseminare di cadaveri il Mediterraneo, non può essere ignorata quando si va a valutare la ripartizione di competenze nei soccorsi da operare in acque internazionali. Le autorità italiane non possono continuare ad ignorare che il loro partner libico dichiara, e soprattutto impartisce ordini ai ai suoi mezzi navali, stabilendo che le tante motovedette donate generosamente dall’Italia a Tripoli, non usciranno dai porti quando le attività di soccorso in acque internazionali non siano svolte da assetti libici. Una dichiarazione inaccettabile, quella del brigadiere Qacim, che indebolisce i sistemi di soccorso nell’alto mare nella cd. SAR libica, e conferma in modo inconfutabile come gli accordi tra i governi italiani e le autorità di Tripoli possano avere effetti mortali e costituiscano una grave violazione del diritto internazionale.

Esperienze storiche assai risalenti, ma non per questo meno dolorose, anche se oggetto di rimozione quotidiana, confermate dalle torture fisiche e psichiche delle persone che riescono a fuggire dalla Libia, insegnano che quando un individuo è sottratto alla giurisdizione, a qualunque giurisdizione, il suo annientamento è programmato, e la sua dignità umana praticamente negata. Per questo motivo nelle prassi ( si badi bene in assenza di provvedimenti formali o di basi legali) di chiusura informale dei porti, o di delega dei soccorsi ad autorità di altro stato che non sono in grado o che non vogliono eseguirli nel rispetto del diritto internazionale, si possono rinvenire gli estremi di un respingimento collettivo, se non di un vero e proprio crimine contro l’umanità. Questo è il passaggio centrale che si è verificato nel corso della scorsa estate, mentre i sistemi di comunicazione social diffondevano nella popolazione l’idea che i migranti soccorsi dalle ONG costituissero soltanto un regalo fatto ai trafficanti di esseri umani. Che invece prosperano proprio sull’annichilimento della persona, ridotta a merce da scambiare.

Per le Nazioni Unite, in ogni caso, e dunque per qualunque governo del mondo, “la Libia non può essere considerata un luogo sicuro di sbarco”, come ricorda il più recente rapporto diffuso a livello mondiale. Anche se nei punti di sbarco compaiono le pettorine azzurre dell’UNHCR, coloro che ancora riescono a tentare la pericolosa traversata del Mediterraneo, e che “vengono sempre più spesso intercettati o soccorsi dalla Guardia costiera libica che li riconduce in Libia”, ritrovano l’inferno da dove erano fuggiti. Dopo lo sbarco e la consegna di un kit di prima accoglienza finiscono nelle mani delle milizie che controllano i centri di detenzione.

In una visita in Libia ai primi di luglio, Human Rights Watch ha intervistato le forze della guardia costiera libica, decine di rifugiati e migranti detenuti in centri a Tripoli, Zuara e Misurata, e funzionari di organizzazioni internazionali. I richiedenti asilo detenuti e i migranti intervistati hanno espresso gravi accuse di abusi da parte delle guardie e dei trafficanti, e alcuni hanno riferito di comportamenti aggressivi da parte delle forze della guardie costiera durante le operazioni di salvataggio in mare. Human Rights Watch ha confermato che le forze della guardia costiera libica mancano della capacità di assicurare operazioni di ricerca e soccorso sicure ed efficaci.

Si moltiplicano intanto le prese di posizione, dopo alcuni sindaci itaiani, adesso di Human Rights Watch, secondo cui gli stati europei potrebbero rendersi, proprio per gli effetti degli accordi con i libici, responsabili di crimini contro l’umanità. Una responsabilità gravissima, a carico dell’Italia e degli stati dell’Unione Europea, già emersa nella sessione di dicembre del 2017 del Tribunale Permanente dei Popoli a Palermo.

4. La competenza nelle attività SAR o la individuazione del place of safety non possono derogare i principi fondamentali affermati in favore dei rifugiati ai quali sono parificati i richiedenti asilo. In base alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati (art.33), “nessuno Stato contraente potrà espellere o respingere (refouler) – in nessun modo – un rifugiato verso le frontiere dei luoghi ove la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a causa della sua razza, della sua religione, della sua nazionalità, della sua appartenenza ad una determinata categoria sociale o delle sue opinioni politiche. Il beneficio di detta disposizione non potrà tuttavia essere invocato da un rifugiato per il quale vi siano gravi motivi per considerarlo un pericolo per la sicurezza dello Stato in cui si trova, oppure da un rifugiato il quale, essendo stato oggetto di una condanna già passata in giudicato per un crimine o un delitto particolarmente grave, rappresenti una minaccia per la comunità di detto Stato”.

In ogni caso, le espulsioni collettive sono vietate dal Quarto protocollo addizionale della Convenzione europea dei diritti dell’uomo firmato a Strasburgo il 16 settembre 1963 ( e adesso anche dall’art. 19.1 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea).

L’art.33 della Convenzione di Ginevra che impone il divieto di respingimento delle persone verso paesi che non ne garantiscono i diritti fondamentali, in coerenza con l’art. 10 della Costituzione italiana, rendono del tutto privo di basi legali, e dunque non vincolante, qualsiasi ordine di riconsegna dei naufraghi ai libici impartito dopo i soccorsi a navi private che si trovino in acque internazionali. Va ricordato che né la Libia, né le diverse entità statali in cui risulta divisa, hanno sottoscritto la Convenzione di Ginevra sui rifugiati, nè garantiscono un effettiva salvaguardia dei diritti fondamentali delle persone, per non parlare della condizione di abuso alla quale,dopo la riconduzione a terra, sono sistematicamente esposti donne e minori ( ma adesso anche molti adulti di sesso maschile).

Se è vero che in base all’art. 25 della Convenzione UNCLOS lo stato può comunque impedire l’ingresso nei propri porti ad una nave sospettata di trasportare migranti irregolari, è altrettanto da considerare che se uno Stato respinge una imbarcazione carica di naufraghi soccorsi in acque internazionali, senza controllare se a bordo vi siano dei richiedenti asilo o soggetti non respingibili, o altrimenti inespellibili, come donne abusate e/o in stato di gravidanza e minori, e senza esaminare se essi possiedano i requisiti per il riconoscimento dello status di rifugiato, commette una violazione del principio di non respingimento sancito dall’art. 33 par. 1 della Convenzione del 1951 se i territori (Stati terzi o alto mare) verso cui la nave è respinta non offrono garanzie sufficienti per l’incolumità dei migranti. L’articolo 10 del Testo Unico sull’immigrazione 256/98 prevede ancora espressamente la possibilità di applicare il respingimento differito (comma 2) alle persone straniere che sono state “temporaneamente ammessi nel territorio per necessità di pubblico soccorso”. Dunque anche l’ordinamento interno prevede che in caso di eventi di ricerca e soccorso in mare non si possa procedere ad operazioni di respingimento che peraltro assumerebbero il carattere di respingimenti collettivi, vietati dall’art. 4 del Quarto Protocollo allegato alla CEDU e dall’art.19 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

La Convenzione di Palermo contro il crimine transnazionale ed i due Protocolli allegati, contro la tratta e contro il traffico di esseri umani, che pure prevedono accordi con i paesi di origine e transito dei migranti, antepongono la salvaguardia della vita umana in mare alla lotta contro quella che si definisce immigrazione “illegale”. In base all’art.7 del Protocollo contro il traffico, (Cooperazione) “Gli Stati Parte cooperano nella maniera più ampia per prevenire e reprimere il traffico di migranti via mare, ai sensi del diritto internazionale del mare”. Secondo l’art. 9 dello stesso Protocollo “Qualsiasi misura presa, adottata o applicata conformemente al presente capitolo tiene debitamente conto della necessità di non ostacolare o modificare: a) i diritti e gli obblighi degli Stati costieri e l’esercizio della loro giurisdizione, ai sensi del diritto internazionale del mare. Particolarmente importante l’art. 16 del Protocollo che prevede Misure di tutela e di assistenza: (1) Nell’applicazione del presente Protocollo, ogni Stato Parte prende, compatibilmente con i suoi obblighi derivanti dal diritto internazionale, misure adeguate, comprese quelle di carattere legislativo se necessario, per preservare e tutelare i diritti delle persone che sono state oggetto delle condotte di cui all’articolo 6 del presente Protocollo, come riconosciuti ai sensi del diritto internazionale applicabile, in particolare il diritto alla vita e il diritto a non essere sottoposto a tortura o altri trattamenti o pene inumani o degradanti. (2) Ogni Stato Parte prende le misure opportune per fornire ai migranti un’adeguata tutela contro la violenza che può essere loro inflitta, sia da singoli individui che da
gruppi, in quanto oggetto delle condotte di cui all’articolo 6 del presente Protocollo. (3) Ogni Stato Parte fornisce un’assistenza adeguata ai migranti la cui vita, o incolumità, è in pericolo dal fatto di essere stati oggetto delle condotte di cui all’articolo 6 del presente Protocollo. (4) Nell’applicare le disposizioni del presente articolo, gli Stati Parte prendono in
considerazione le particolari esigenze delle donne e dei bambini.

Un ulteriore clausola di salvaguardia si ritrova all’art.19 del Protocollo addizionale contro il traffico: (1) Nessuna disposizione del presente Protocollo pregiudica diritti, obblighi e responsabilità degli Stati e individui ai sensi del diritto internazionale, compreso il diritto internazionale umanitario e il diritto internazionale dei diritti dell’uomo e, in particolare, laddove applicabile, la Convenzione del 1951 e il Protocollo del 1967 relativi allo Status di Rifugiati e il principio di non allontanamento”.

Per effetto degli articoli 10 e 117 della Costituzione italiana le Convenzioni internazionali che l’Italia ha sottoscritto si impongono sulle scelte dell’esecutivo e non possono essere violate da leggi interne o accordi internazionali. Dunque il diritto alla vita ed al soccorso in mare è un diritto fondamentale che non si può ponderare sulla base di altri interessi dello stato pure rilevanti, come la difesa delle frontiere o la lotta alle reti di trafficanti.

Tutti possono vedere oggi le conseguenze delle operazioni di intercettazione/soccorso in mare. I rapporti sui lager libici smentiscono qualunque giustificazione basata sulla presunta garanzia offerta da agenzie come l’UNHCR o l’OIM, che possono intervenire solo in un numero molto limitato di casi. Tanto che su oltre 57.000 persone riconsociute come rifugiati già in Libia, soltanto poco più di mille sono stati evacuati verso paesi sicuri. Adesso è proprio l’UNHCR che, di fronte alla strumentalizzazione in corso, sente l’urgenza di fare questa precisazione. Non è dunque possibile che un ministro dell’interno proclami la sua insofferenza per il diritto internazionale, o che lo ritenga un ostacolo alle sue politiche di “chiusura dei porti”, contando sulla “collaborazione” delle autorità libiche ancora coordinate da dispositivi di monitoraggio italiani ed europei.

La creazione della zona SAR libica, con il supporto dei sistemi europei di monitoraggio satellitare, è servita proprio per aggirare i divieti di respingimento e gli obblighi di salvataggio imposti agli stati dal Diritto internazionale. Era tutto chiaro da mesi. Non sono certo le ONG complici dei trafficanti libici, quanto piuttosto quei governi che fanno accordi con le milizie per bloccare e detenere i migranti prima che possano attraversare il Mediterraneo. A nessuno, in Italia ed in Europa, sembra interessare la vita e la dignità delle decine di migliaia di persone bloccate in acque internazionali e ricondotte nei centri di detenzione libici.

Va ricordato infine che nel caso di avvistamenti o chiamate di soccorso non seguiti da tempestivi interventi di ricerca e salvataggio potrebbero configurarsi gravi responsabilità penali. Come ricordano Caffio e Leanza (Il SAR Mediterraneo) “è da ritenersi in conclusione che responsabilità sarebbero ipotizzabili nei seguenti casi:1) non intervento di navi le quali siano a conoscenza della situazione (anche a seguito di warning emanato dalle autorità italiane) e siano in condizione di intervenire in tempo utile in ragione della distanza e della velocità sempre che non sussistano condizioni ostative attinenti la sicurezza della navigazione e delle persone che sono a bordo nonché alla tipologia di nave (si pensi alle navi gasiere) sprovviste di spazi per ospitare le persone salvate o addirittura pericolose nei loro confronti;2) mancata emissione di warning ai mercantili in transito da parte delle autorità SAR italiane”.

5. Occorre trovare al più prsto un porto sicuro di sbarco per le 47 persone soccorse ieri dalla nave SEA WATCH, per le quali nè Malta, nè Italia hanno finora indicato quanto dovuto in base alle Convenzioi internazionali. La Convenzione internazionale sulla ricerca e il soccorso in mare del 1979 (Convenzione SAR) obbliga gli Stati parte a “…garantire che sia prestata assistenza ad ogni persona in pericolo in mare… senza distinzioni relative alla nazionalità o allo status di tale persona o alle circostanze nelle quali tale persona viene trovata” (Capitolo 2.1.10) ed a “ […] fornirle le prime cure mediche o di altro genere ed a trasferirla in un luogo sicuro”. (Capitolo 1.3.2)

Come osserva il Professor Giancarlo Guarino, già Ordinario di Diritto Internazionale all’Università di Napoli Federico II, “Il riferimento ripetuto del Governo italiano al fatto che le navi delle ONG battono bandiera di vari Paesi è irrilevante,…perché non si tratta di navi pubbliche ma private e quindi il principio per cui lo Stato della bandiera assume anche la responsabilità di chi si trovi a bordo della nave non vale”.

Per “luogo di sbarco sicuro” (Place of safety-POS) si deve intendere un luogo in cui si ritiene che le operazioni di soccorso debbano concludersi e in cui la sicurezza per la vita dei sopravvissuti non è minacciata, dove possono essere soddisfatte le necessità umane di base e possono essere definite le modalità di trasporto dei sopravvissuti verso la destinazione successiva o finale tenendo conto della protezione dei loro diritti fondamentali nel rispetto del principio di non respingimento…» (Regolamento Frontex 656/2014).

L’adempimento degli obblighi internazionali di salvaguardia della vita umana in mare e la tempestiva indicazione di un porto sicuro di sbarco non possono diventare merce di scambio per modificare le politiche dell’Unione Europea.

Gli interessi nazionali diretti alla “difesa dei confini” non possono consentire di cancellare sostanzialmente gli articoli 10 e 117 della Costituzione italiana che affermano la piena operatività, nel nostro ordinamento interno, delle Convenzioni internazionali che l’Italia ha sottoscritto e ratificato. Rimane inalterata la diretta efficacia cogente dei Regolamenti dell’Unione Europea che forniscono una definizione vincolante ( anche per i ministri dell’interno) di “luogo di sbarco sicuro”.

Occorre risolvere al più presto il contrasto tra Italia, Malta e gli altri paesi dell’Unione Europea, senza ulteriori provocazioni che servono soltanto come armi di distrazione di massa. Qualunque trattativa per la distribuzione, pure auspicabile, di naufraghi tra diversi paesi europei può avvenire soltanto quando le persone hanno raggiunto un porto di sbarco sicuro, perché la nave soccorritrice va considerata in base al diritto internazionale come un luogo sicuro “transitorio”, e la permanenza a bordo di persone già duramente provate non può diventare arma di ricatto tra gli stati. Di certo non rileva nella individuazione del porto di sbarco sicuro la bandiera dell’unità soccorritrice, altro argomento utilizzato per impedire o ritardare lo sbarco nei porti italiani delle persone soccorse in mare.

6. Una volta che il Centro nazionale di coordinamento di soccorso marittimo della Guardia Costiera di Roma(I.M.R.C.C.)abbia comunque ricevuto la segnalazione di un’emergenza e assunto il coordinamento iniziale delle operazioni di soccorso -anche se l’emergenza si è sviluppata fuori dalla propria area di competenza SAR – questo impone alle autorità italiane di portare a compimento il salvataggio individuando il luogo sicuro di sbarco dei naufraghi. Se le autorità di Malta hanno negato il loro consenso allo sbarco in un porto di quello Stato, l’Italia non può negare lo sbarco in un proprio porto sicuro, che diventa essenziale per completare le operazioni di salvataggio. Se, come risulta dagli ultimi rapporti delle Nazioni Unite, e come riconosce persino il ministro degli esteri Moavero la Libia non garantisce “porti di sbarco sicuri”, spetta al ministero dell’interno, di concerto con la Centrale operativa della guardia costiera (IMRCC) di Roma, indicare con la massima sollecitudine un porto di sbarco sicuro, anche se l’evento SAR si è verificato nelle acque internazionali che ricadono nella pretesa SAR libica.

Se gli ordini di “chiusura dei porti ”, impartiti in modo informale dal ministro dell’interno, continueranno a produrre l’effetto di bloccare in alto mare, in acque internazionali, decine di persone particolarmente vulnerabili, come lo sono tutti coloro che provengono oggi dalla Libia, sarebbe violato l’inalienabile diritto delle persone, quale che sia il loro stato giuridico, “a non subire trattamenti inumani o degradanti”( Articolo 3 della CEDU). Trattamenti direttamente riferibili al ministero dell’interno che non indica un porto sicuro di sbarco e che potrebbero ben configurarsi qualora, a seguito di un ennesimo braccio di ferro tra gli stati europei, la permanenza a bordo dei naufraghi, malgrado il prodigarsi degli operatori umanitari, dovesse procurare ulteriori sofferenze, se non gravi rischi per la salute o per la stessa vita. Non si può ammettere che in acque internazionali ci siano persone sottratte a qualsiasi giurisdizione. Anche se non interviene direttamente con i suoi mezzi, fino a quando non intervengono direttamente unità navali o aeree, o centrali di coordinamento SAR di altri paesi, le persone che chiamano soccorso dall’alto mare si trovano sotto la giurisdizione del primo paese che riceve la chiamata di soccorso, dal cui esito tempestivo può dipendere la vita o la morte. Questo paese ha l’obbligo di rispettare tutti gli obblighi cogenti derivanti dalle Convenzioni internazionali, a partire dal rispetto assoluto del diritto alla vita.

In caso di violazione del divieto di respingimenti collettivi ( articolo 4 del Quarto Protocollo allegato alla CEDU) o del divieto di trattamenti inumani od degradanti (art.3 CEDU), imposti agli stati nei confronti di tutte le persone che ricadono nella loro giurisdizione, come sono i naufraghi soccorsi in operazioni coordinate, almeno nella fase iniziale, da una autorità statale, si potrebbero ipotizzare ricorsi in via di urgenza alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo. Mentre se il conflitto tra gli stati ( in particolare Italia e Malta) nella individuazione di un POS (porto sicuro di sbarco) si dovesse ripetere, dovrebbe occuparsene la Corte di Giustizia dell’Unione Europea.


APPELLO DA RIVOLGERE ALLE NAZIONI UNITE, ALL’IMO, ALLA COMMISSIONE EUROPEA, AI GOVERNI EUROPEI

ZONE SAR PER RICERCA E SALVATAGGIO, NON PER ABBANDONO IN ALTO MARE

Dal 28 giugno scorso nei data base IMO (Organizzazione marittima delle N.U.) e’ apparsa una zona SAR libica, dopo che per mesi la cd. Guardia costiera libica risultava coordinata da unità militari di un altro paese (l’Italia)Nessuno però ha controllato quale sia l’effettiva capacità di soccorso della cd. Guardia costiera di Tripoli, e chi oggi ne coordini davvero le missioni. La istituzione di una Centrale di coordinamento delle operazioni SAR a Tripoli (MRCC) rimane ancora avvolta in un alone di segreto, e non è chiaro neppure quale sia il ruolo attuale di coordinamento e di assistenza affidato ai mezzi della Marina militare italiana che si alternano nel porto di Tripoli, nell’ambito della missione NAURAS. Tra le attività di supporto della Caprera nave della missione italiana a Tripoli rientrava, almeno fino al 28 giugno scorso, anche “l’importante compito di aiutare i libici a interfacciarsi con la Centrale operativa della Guardia costiera a Roma che coordina le operazioni di ricerca soccorso nel Mediterraneo centrale”.

La linea di condotta ufficiale dell’Italia, a partire dalla istituzione di una zona SAR “libica”, sembra adesso mutata ed alla fine di giugno è chiarita da un messaggio “circolare, di carattere tecnico-operativo” della Guardia costiera italiana. Secondo questo messaggio, “nell’evenienza in cui al Centro di coordinamento di Roma della guardia costiera pervenga da una imbarcazione una richiesta di soccorso in area Sar (Search and rescue) libica, cioè nelle acque di Ricerca e soccorso della Libia, un’area fuori dall’area Sar italiana, le autorità competenti sono quelle libiche e sono loro quelle con cui coordinarsi”.

La individuazione di una zona SAR di competenza, effetto della “notifica” inviata alla fine di giugno da Tripoli all’IMO,  non fa diventare uno stato “paese terzo sicuro”. La Libia non è un paese terzo sicuro. La delimitazione delle zone SAR ha importanti conseguenze nella successiva assegnazione, da parte delle autorità nazionali competenti, di un POS (Place of safety), di un “porto sicuro di sbarco”, che non deve essere necessariamente quello più vicino. Non si vede come si possa riconoscere una zona SAR libica ed ammettere che i naufraghi soccorsi in acque internazionali possano essere riportati indietro in Libia, quando emerge da tempo, anche nell’attività della magistratura italiana, che la Libia non garantisce luoghi sicuri di sbarco,

Da tempo i rappresentanti di Frontex  e della missione Eunavfor Med, escludono che i migranti soccorsi in acque internazionali possano essere ricondotti in Libia o in Tunisia. “Come ha tenuto a precisare Izabella Cooper, portavoce di Frontex, ( http://www.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/564897/Soccorso-migranti-approdo-in-un-porto-sicuro-o-porto-vicino-Dubbi-su-Themis) se esiste una precisa differenza tra “porto sicuro” e “porto più vicino”, rimangono espressamente esclusi i due Paesi extra-Unione Europea interessati dai flussi migratori, la Libia e la Tunisia, per via delle violazioni dei diritti umani e dell’assenza di un sistema di asilo. Tuttavia, non è del tutto escluso che i migranti possano essere portati in Libia e Tunisia, come d’altronde già accade.” Le ultime posizioni di Frontex lasciano infatti aperta la possibilità di una più intensa collaborazione con la Guardia costiera “libica”, ed indicano alle ONG la necessità di riconoscere il nuovo ruolo di coordinamento della centrale MRCC di Tripoli con riguardo agli interventi di soccorso nella zona SAR libica  “notificata” all’IMO alla fine di giugno.

Malgrado sia stata destinataria di una intensa attività diplomatica, rimane il fatto che la Libia, meglio le diverse autorità libiche, non hanno mai aderito alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati, e nessun paese nordafricano riconosce il diritto di asilo nella sua pienezza, attribuendo altresì ai titolari di protezione uno status legale che gli permetta di muoversi e lavorare ( con eccezioni per categorie ristrette di rifugiati, paese per paese a seconda dei rapporti politici internazionali). Nonostante la notificazione all’IMO di una zona SAR “libica”, la Libia, meglio nessuno dei diversi governi che si contendono i poteri di uno stato ancora diviso in fazioni e tribù, garantisce ancora oggi interventi SAR tempestivi e porti sicuri di sbarco. Lo denunciano da tempo le ONG. Lo ha ricordato alle autorità italiane anche l’Unione Europea.

In tale contesto le navi delle ONG, peraltro diminuite di numero per l’abbandono di diverse organizzazioni, per non operare in un contesto caratterizzato dalla violenza sistematica delle autorità libiche, hanno dovuto arretrare il proprio raggio d’azione, ritirandosi oltre le 24 miglia dalle coste libiche (cioè oltre la presunta zona contigua, nella quale la minaccia dell’aggressione delle autorità di Tripoli è più pressante). Le poche imbarcazioni delle ONG ancora operative sono esposte anche all’arbitrio dei governi europei che, senza adottare provvedimenti formali, chiudono i loro porti, impediscono rifornimenti e sbarchi, allungano le rotte di rientro, e impongono in questo modo di allontanarsi dalla zona dei soccorsi, riducendo il potenziale di mezzi disponibili e quindi aumentando il rischio di morte per chi si trova in barconi sovraccarichi sulla rotta del Mediterraneo centrale.

Viene persino impedito di prestare soccorso delegando alle autorità “libiche” di Tripoli, ormai titolari di una zona SAR “notificata” all’IMO, compiti di coordinamento che evidentemente non sono in grado di gestire, e spesso non rimane che assistere ai respingimenti delegati alla Guardia costiera “libica” o a mezzi commerciali. Un’ imbarcazione battente bandiera italiana, il rimorchiatore ASSO 28, il 30 luglio scorso, ha dovuto riconsegnare alle autorità libiche, nel porto militare di Abu Sittah, decine di naufraghi soccorsi in acque internazionali, perché le autorità italiane e maltesi hanno negato la loro competenza, proprio sulla base della notifica di una zona SAR libica all’IMO, da parte del governo di Tripoli.

Le intese bilaterali, e le dichiarazioni inerenti le zone di ricerca e salvataggio (SAR), non possono stravolgere le regole del soccorso in mare sancite dalla Convenzione ONU (UNCLOS) di New York del 1982, dalla Convenzione SAR di Amburgo del 1979, e dalla Convenzione SOLAS del 1974 . Le norme internazionali sui soccorsi in mare e la stessa individuazione di zone di ricerca e salvataggio non possono essere strumentalizzate per impedire i soccorsi alle ONG, in modo da eludere il fondamentale principio della salvaguardia della vita umana in mare, ed il principio di non respingimento affermato dall’art. 33 della Convenzione di Ginevra.

L’obbligo di salvaguardare la vita umana in mare è assoluto e impone che gli stati ai quali sia riconosciuta una competenza SAR abbiano le capacità organizzative e di coordinamento, oltre agli assetti navali ed aerei necessari per garantire il rispetto di questo fondamentale diritto dell’Uomo.Le regole fissate dall’UNHCR e dalle Convenzioni internazionali di diritto del mare sono chiare e tutti dovrebbero applicarle, senza tentativi di aggiramento delle competenze SAR.

Il regime delle zone di ricerca e salvataggio in acque internazionali non va confuso con quello delle acque territoriali. L’affidamento della potestà di intercettazione in alto mare conferita alle autorità libiche, con il riconoscimento di una zona SAR “libica” e la cessione sistematica alle autorità di Tripoli del ruolo di Centrale di coordinamento SAR (MRCC) competente, non può comportare alcuna interdizione alle attività di ricerca e soccorso svolte da mezzi di diversa bandiera, con una modifica del regime della sovranità sulle acque internazionali, come invece pretendono i libici, che minacciano la libera navigazione anche al di fuori delle loro acque territoriali e impediscono l’adempimento tempestivo degli obblighi di salvataggio da parte delle imbarcazioni delle Organizzazioni non governative.

Quanto è avvenuto dopo la notificazione di una zona SAR libica all’IMO a Londra, con conseguente inserimento di tale zona di ricerca e salvataggio nei data base dello stesso organismo, conferma i timori espressi da anni dalle Organizzazioni non governative sulla incertezza delle regole e dei protocolli operativi di intervento che possano garantire il soccorso più sollecito in alto mare e lo sbarco in un porto sicuro (place of safety) come imposto dalle Convenzioni internazionali. Anche se il numero delle persone fuggite dalla Libia è fortemente calato, si registra un preoccupante aumento percentuale delle vittime in mare, quasi una persona su sette, che vengono fatte partire da organizzazioni criminali sempre più crudeli,annega nel tentativo di raggiungere l’Europa.

A fronte delle conseguenze che ha avuto negli ultimi mesi la “notifica” di una zona SAR libica all’IMO,questa organizzazione non può rispondere che si limita a curare soltanto l’inserimento delle notifiche nel suo sistema informatico, senza però “riconoscere” l’esistenza di una vera zona SAR, che dovrebbe richiedere la preventiva verifica che lo stato competente rispetta gli standard internazionali previsti per il riconoscimento delle zone SAR e per la individuazione di porti sicuri di sbarco.

Negli ultimi due mesi, sulla rotta del Mediterraneo centrale, sono annegati oltre 700 migranti, ed in diverse occasioni le autorità libiche non sono arrivate in tempo sui luoghi delle chiamate di soccorso, oppure hanno fatto sapere di non avere i mezzi per intervenire, o di rivolgersi ad altre autorità SAR, rendendo di fatto impossibile concludere le operazioni di ricerca e salvataggio (SAR), come è successo nel caso documentato dalla Aquarius della Organizzazione non governativa SOS Mediterraneè.

Per queste ragioni chiediamo all’IMO di sospendere al più presto l’inserimento nei suoi data base di una zona SAR “libica” per la evidente inadeguatezza dei mezzi a disposizione dalle autorità di Tripoli e la persistente carenza di formazione, per garantire la effettiva salvaguardia della vita umana in mare. Come del resto già verificato alla fine dello scorso anno, quando la notifica di una propria zona SAR, inoltrata dalla Libia all’IMO nel luglio del 2017 veniva ritirata.

Non saranno certo le piccole imbarcazioni di soccorso promesse dall’Italia che risolveranno il problema del salvataggio delle vite umane nella vastissima zona SAR “libica”. Come non sarà certo una maggiore dotazione della Guardia costiera “libica” a rendere più sicuri i porti di sbarco, seppure in alcuni di questi siano presenti l‘UNHCR e l‘OIM. Che però non possono rispondere della sorte dei migranti dopo i primi trasferimenti a terra. La Libia, nelle sue diverse regioni governate da autorità diverse ed in conflitto tra loro, rimane un paese “non sicuro”, privo di place of safety di sbarco e di una Centrale operativa di soccorso (MRCC) in grado di intervenire in tutta la zona SAR per la quale le verrebbe attribuita adesso la competenza.Chiediamo di conseguenza il ripristino delle competenze di coordinamento delle attività SAR già assolto, come prassi internazionalmente riconosciuta, dal Comando Centrale della Guardia Costiera italiana (IMRCC), tenuta ad intervenire in quelle zone SAR contigue a quella italiana, quando non vi siano altre autorità in grado di garantire effettivamente la salvaguardia della vita umana in mare.

Chiediamo anche un coordinamento SAR tra autorità italiane e maltesi, previsto dalle Convenzioni internazionali, al fine di evitare altri conflitti di competenza che possano ritardare i soccorsi e causare altre vittime, come già verificato in passato. A tutti i migranti soccorsi in acque internazionali sulla rotta del Mediterraneo centrale deve essere assicurato un porto sicuro di sbarco (place of safety) nel più breve tempo possibile. Non si possono “chiudere” i porti italiani solo per le ONG che hanno soccorso naufraghi in acque internazionali.

Chiediamo altresì alla Commissione Europea, ai responsabili delle missioni Themis di Frontex ed Eunavfor Med, di solgere le attività SAR, in conformità ai Regolamenti n.656 del 2014 e n.1624 del 2016,fino a 138 miglia a sud di Lampedusa e Malta, come era stato deciso dalla Commissione Europea dopo la tragedia del 18 aprile 2015, la più grande strage del Mediterraneo, con oltre 800 morti. I singoli stati UE non hanno competenze autonome per modificare unilateralmente le regole di gestione delle zone SAR nelle quali operano  gli assetti navali ed aerei europei.

Perchè altre stragi non continuino a ripetersi, nel rispetto del diritto internazionale, occorre adottare regole chiare e generalmente condivise sulla ripartizione delle zone di ricerca e salvataggio e sulla correlata individuazione dei place of safety (POS) di sbarco. Un primo passo in questa direzione potrà essere costituito da una chiara presa di posizione da parte dell’IMO sulla ripartizione delle zone SAR nel Mediterraneo centrale.


ADIF ( Associazione Diritti e Frontiere)

Comitato Nuovi Desaparecidos (Roma)

Borderline Sicilia

Guido Viale ( Presidente Osservatorio solidarietà- Carta di Milano)

Giuppa Cassarà (GRISS-Sicilia)

Cornelia Tolgeyes

Alessandra Ballerini

Chiara Rizzo

Antonino Bevilacqua

Patrizia Dogliani (Università di Bologna)

Elena Consiglio (Università di Palermo)

Christina Schmidt Dogliani

Giovanna Cischele

Emanuela Massa

Francesco Fassone

Sergio Falcone

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Alla cortese attenzione

Presidente della Repubblica

Presidente del Consiglio dei Ministri

Vice Presidenti del Consiglio dei Ministri

Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti

Ministro dell’Interno

Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale

Ministro della Difesa

Comandante Generale del Corpo delle Capitanerie di porto

P.c. Rappresentante Regionale per il Sud Europa di UNHCR

Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa

Capo della Rappresentanza in Italia della Commissione europea

Oggetto: Chiusura dei porti italiani alle navi che trasportano persone soccorse in mare e minacce di respingimenti in Libia

Le organizzazioni scriventi esprimono la più viva preoccupazione per i numerosi casi in cui, nell’ultimo mese, le autorità italiane hanno impedito o seriamente ritardato lo sbarco di persone (inclusi minori, donne incinte e persone con problemi di salute) soccorse nell’ambito di operazioni di salvataggio in mare delle quali il Comando generale del Corpo delle Capitanerie di Porto italiano (MRCC di Roma) ha assunto il coordinamento, conformemente agli obblighi internazionali, essendo stata la prima autorità a ricevere la segnalazione di pericolo.

Riteniamo che tali misure, adottate nei confronti sia di imbarcazioni private (di ONG o mercantili) che di navi dello Stato italiano o di Frontex, abbiano implicato gravi violazioni della Costituzione e delle norme internazionali, europee e nazionali vigenti.

In primo luogo, si evidenzia come finora non siano stati resi pubblici i provvedimenti formali con cui è stata disposta la “chiusura dei porti”, né è noto sesiano stati adottati provvedimenti formali, facendo sorgere seri dubbi sulla legittimità di misure eventualmente adottate in attuazione di mere dichiarazioni effettuate dai Ministri attraverso i social media o a mezzo stampa.

Riteniamo inoltre che siano stati violate alcune norme del diritto internazionale del mare e della disciplina dell’Unione europea in materia. Come è noto, pur non prevedendo in generale l’obbligo per l’Italia di far approdare nei propri porti le navi battenti bandiera di un altro Stato che hanno effettuato salvataggi in mare, la normativa vigente stabilisce che:

  1. In tutti i casi in cui l’operazione di salvataggio sia coordinata dal Comando generale del Corpo delle Capitanerie di Porto in qualità di Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso Marittimo (MRCC), le autorità italiane hanno l’obbligo di adottare tutte le misure necessarie affinché le persone soccorse possano sbarcare nel più breve tempo possibile in un luogo sicuro (Convenzione SAR, par. 3.1.9 come modificato nel 2004), ovvero una località dove la sicurezza e la vita dei sopravvissuti non sia più minacciata, i bisogni primari (come cibo, alloggio e cure mediche) possano essere soddisfatti, e possa essere organizzato il trasporto dei sopravvissuti verso una destinazione successiva o finale (Linee Guida IMO sulle persone soccorse in mare, par. 6.12).
  • In alcuni casi specifici, le autorità italiane hanno l’obbligo di consentire lo sbarco nei propri porti di una nave battente bandiera di un altro Stato, in particolare:
  • i casi in cui l’unità navale che ha effettuato il salvataggio o sulla quale sono state trasbordate le persone soccorse operi nell’ambito di operazioni congiunte coordinate da Frontex, come l’operazione Themis, per le qualil’Italia sia Stato membro ospitante, qualora questa opzione sia la più ragionevole tenuto conto dell’incolumità delle persone soccorse (Regolamento (UE) n. 656/2014, art. 10, c. 1) oppure operi nell’ambito dell’operazione EUNAVFOR MED Sophia, il cui comando operativo ha sede a Roma;
  • i casi di forza maggiore o “distress”, ovvero qualora le persone a bordo siano minacciate da un grave ed imminente pericolo ed abbiano bisogno di soccorso immediato: in questi casi l’ingresso in porto anche senza autorizzazione non costituisce illecito internazionale per lo Stato di bandiera della nave (norma di diritto internazionale consuetudinario codificata all’art. 25 del Progetto di articoli sulla responsabilità degli Stati del 2001), e non può comportare responsabilità penale del capitano in quanto esclusa per stato di necessità (art. 54 c.p.).
  • Le navi battenti bandiera di un altro Stato hanno comunque il diritto di “passaggio inoffensivo” nelle acque territoriali italiane, ovvero il diritto di entrare e transitare in tali acque senza costituire pregiudizio alla pace, al buon ordine e alla sicurezza dello Stato (Convenzione UNCLOS, art. 17); a tale proposito, a livello interno, l’art. 83 del Codice della Navigazione stabilisce che “il Ministro dei trasporti e della navigazione può limitare o vietare il transito e la sosta di navi mercantili nel mare territoriale, per motivi di ordine pubblico, di sicurezza della navigazione e, di concerto con il Ministro dell’ambiente, per motivi di protezione dell’ambiente marino, determinando le zone alle quali il divieto si estende”.

Oltre al diritto del mare, vengono in rilievo le norme sui diritti umani e sulla protezione dei rifugiati in particolare:

  1. Il rifiuto di accesso ai porti di imbarcazioni che abbiano effettuato il soccorso in mare può comportarela violazione degli articoli 2 (diritto alla vita) e 3 (divieto di trattamenti inumani e degradanti) della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), qualora le persone soccorse abbiano bisogno di cure mediche urgenti, nonché di generi di prima necessità (acqua, cibo, medicinali), e tali bisogni non possano essere soddisfatti per effetto del concreto modo di operare del rifiuto stesso, ovvero quando la permanenza prolungata sulla nave, in condizioni di sovraffollamento e promiscuità, potrebbe costituire un trattamento inumano e degradante. Ciò, a maggior ragione, quando il divieto di sbarco colpisca soggetti particolarmente vulnerabili come minori, donne incinte o persone traumatizzate in seguito alle violenze subite o per aver assistito alla morte di persone care durante il naufragio. Nel caso di minori, inoltre, risulta violato il principio sancito dall’art. 3 della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenzasecondo cui, in tutte le decisioni riguardanti i minori, deve essere preso in considerazione con carattere di priorità il superiore interesse del minore.
  • Il divieto di accesso ai porti italiani, con la conseguente impossibilità di valutare le singole situazioni delle persone interessate, può inoltre comportare la violazione del divieto di espulsioni collettive previsto dall’art. 4 del Protocollo n. 4 alla CEDU, nonché del principio di non refoulement e del diritto di accedere alla procedura d’asilo sanciti dalla Convenzione di Ginevra, dal diritto comunitario e dalla normativa italiana.
  • Vietare l’ingresso nei porti italiani a potenziali richiedenti asilo, ai sensi dell’art. 10, co. 3 della Costituzione, viola detta norma costituzionale, che non è territorialmente limitata, potendo il diritto d’asilo costituzionale essere riconosciuto anche a chi si trovi fuori dai confini dello Stato (Trib. Roma 1.10.1999 causa Ocalan). La giurisprudenza riconosce pacificamente il diritto di ingresso in Italia a coloro che intendano chiedere il riconoscimento del diritto d’asilo (Cass. SU 4674/97; SU 907/99; Cass. 18549/2006, n. 26253/2009) e pertanto è illegittima ogni prassi che lo impedisca.

Nelle ultime settimane, le norme sopra citate sono state a nostro avviso violate in diversi casi, tra i quali:

a) Il divieto di ingresso nelle acque territoriali disposto nei confronti delle navi Astral e Open Arms

Il 29 giugno 2018 il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti ha dichiarato in un comunicato che “In ragione della nota formale che mi giunge dal Ministero dell’Interno e che adduce motivi di ordine pubblico, dispongo il divieto di attracco nei porti italiani per la nave Ong Astral, in piena ottemperanza dell’articolo 83 del Codice della Navigazione”[1]Analoga dichiarazione è stata fatta dal Ministro sen. Danilo Toninelli con riferimento alla nave Open Arms[2].

Il 30 giugno, in un’intervista al Corriere della Sera, il Ministro dell’Interno, sen. Matteo Salvini, affermava:“abbiamo chiuso per gli attracchi di queste navi [delle Ong] anche quando non portano migranti. Le navi straniere finanziate in maniera occulta da potenze straniere in Italia non toccheranno più terra”.[3]

Salvo che vi fossero altre specifiche situazioni di cui l’opinione pubblica non è stata informata, la decisione di vietare l’ingresso nelle acque territoriali delle navi Astral e Open Arms per motivi di ordine pubblico, in considerazione dei presunti finanziamenti occulti ricevuti dalle Ong, risulta di assai dubbia legittimità.

b) Il divieto di sbarco dei naufraghi trattenuti sulla nave Diciotti

Tra il mattino dell’11 luglio e il pomeriggio del 12 luglio, la nave della Guardia costiera italiana Diciotti, sulla quale erano state trasferite 67 persone salvate da una nave mercantile, è restata a largo di Trapani in attesa dell’autorizzazione all’ingresso in porto.

Successivamente all’attracco, le persone soccorse – tra cui vi erano anche due minori stranieri non accompagnati, quattro minori accompagnati dai genitori e due donne con problemi di salute piuttosto gravi – sono state trattenute a bordo della Diciotti fino alla tarda serata del 12 luglio, senza poter scendere a terra.

Si è appreso dai media come il divieto di sbarco sarebbe stato ordinato dal Ministro dell’Interno che, come riportato dal quotidiano il Giornale del 11 luglio 2018, avrebbe dichiarato: “non darò autorizzazione a nessun tipo di sbarco finché non ci sarà garanzia per la sicurezza degli italiani che delinquenti, che non sono profughi, che hanno dirottato una nave con la violenza, finiscano per qualche tempo in galera e poi vengano portati il prima possibile al loro Paese. […] Prima di concedere qualsiasi autorizzazione attendo di sapere nomi, cognomi e nazionalità dei violenti dirottatori, che dovranno scendere dalla nave Diciotti in manette”.

La decisione di trattenere i 67 naufraghi a bordo della Diciotti sulla base di tali motivazioni, privandoli della libertà personale in assenza di un provvedimento dell’autorità giudiziaria competente, risulta a nostro avviso illegittima e gravemente lesiva dei diritti delle persone soccorse.

Le dichiarazioni del Ministro dell’Interno costituiscono inoltre una grave interferenza nell’operato della magistratura e, come affermato dall’Associazione Nazionale Magistrati, si pongono non in linea con i principi di autonomia e indipendenza fissati dalla Costituzione, cui tutti devono attenersi”[4].

c) Il grave ritardo nell’indicazione del porto di sbarco alle navi Monte Sperone e Protector

Tra il 14 e il 15 luglio, il pattugliatore Monte Sperone della Guardia di finanza e la nave Protector operativa nell’ambito di Frontex, su cui erano state trasbordate circa 450 persone salvate nell’ambito di un’operazione SAR coordinata dall’MRCC italiano, restavano due giorni in acque territoriali italiane, senza che venisse loro indicato il porto sicuro dove sbarcare.

Tra le persone soccorse risultavano esservi numerosi minori non accompagnati e diverse persone con problemi gravi di salute.

Da fonti giornalistiche, si è appreso che il Ministro dell’Interno avrebbe insistito con il Presidente del Consiglio sull’opportunità che alle due navi venisse data indicazione di fare rotta verso Malta o la Libia[5].

Successivamente, il Presidente Conte dichiarava di lavorare “per un accordo con gli altri paesi Ue per una redistribuzione immediata dei 450”, specificando che “se non ci sono risposte dai partner e in queste condizioni ai 450 non sarà consentito di sbarcare”[6].

Diverse persone sono state colte da malore a causa delle altissime temperature cui sono state sottoposte mentre attendevano a bordo della nave.

Dopo l’evacuazione di alcuni minori, donne e persone con problemi di salute, solo nella tarda serata del 15 luglio veniva effettuato lo sbarco di tutti i naufraghi, inclusi 128 minori non accompagnati e tre minori accompagnati dai genitori.

In tale vicenda non sembrano essere state rispettate le norme che prevedono l’obbligo di adottare tutte le misure necessarie affinché le persone soccorse possano sbarcare nel più breve tempo possibile in un luogo sicuro (Convenzione SAR, par. 3.1.9) nonché di consentire lo sbarco in Italia di unità navale operanti nell’ambito di operazioni congiunte coordinate da Frontex, per le qualil’Italia sia Stato membro ospitante (Regolamento (UE) n. 656/2014, art. 10, c. 1).

Riteniamo inoltre che le autorità italiane si siano rese responsabili di gravi violazioni dei diritti delle persone costrette a restare a bordo in condizioni che, in particolare nel caso dei soggetti più vulnerabili, potrebbero costituire trattamenti inumani e degradanti vietati dall’art. 3 della CEDU, e che risultano senz’altro contrarie al superiore interesse del minore.

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Le misure di cui sopra hanno l’effetto di ostacolare l’operato delle Ong e di tutti i soggetti impegnati nelle operazioni SAR. Di conseguenza, la capacità di salvataggio in mare si è drasticamente ridotta, determinando un aumento del numero di morti: UNHCR stima che nel 2018 più di 1.400 persone siano morte nel tentativo di attraversare il Mediterraneo.

L’Italia, negli ultimi anni riconosciuta a livello internazionale come un modello positivo rispetto alla conduzione delle operazioni di salvataggio in mare, in particolare durante il periodo dell’operazione Mare Nostrum, rischia fortemente di assumere l’immagine, agli occhi dell’opinione pubblica mondiale, di un Paese che ostacola i soccorsi.

Nei casi sopra citati, così come in diversi altri casi (Aquarius, Lifeline ecc.), la decisione di impedire o ritardare lo sbarco dei naufraghi in Italia è stata motivata anche con la finalità di convincere gli altri Stati europei ad accogliere sul proprio territorio una parte delle persone soccorse.

Condividiamo pienamente l’obiettivo di superare il criterio del “primo paese di ingresso” previsto dal Regolamento Dublino III, che impone un iniquo e irragionevole sovraccarico su Paesi quali l’Italia e la Grecia, e di giungere a un’equa distribuzione dei richiedenti asilo tra tutti gli Stati dell’Unione europea.

Tale obiettivo, tuttavia, non può essere perseguito impedendo o ritardando lo sbarco dei naufraghi in un porto italiano in attesa che qualche altro Stato europeo, in seguito a negoziazioni diplomatiche effettuate volta per volta, offra la disponibilità ad accoglierne un numero sufficiente. Una soluzione di questo genere non è percorribile, sia perché comporta la violazione delle norme internazionali, comunitarie e nazionali sopra citate, sia perché si tratta di un meccanismo altamente inefficiente ed aleatorio, essendo tale redistribuzione lasciata di volta in volta alla buona volontà degli altri Stati europei.

È invece necessario introdurre un meccanismo di distribuzione permanente e obbligatorio dei richiedenti asilo tra tutti gli Stati dell’Unione europea, così come previsto dalla riforma del Regolamento Dublino approvata dal Parlamento europeo, finora incomprensibilmente osteggiata dall’attuale Governo italiano.

Solo se verrà adottato un meccanismo obbligatorio, l’Italia potrà chiedere alle istituzioni europee di intervenire per imporre a tutti gli Stati di accettare le quote di richiedenti asilo previste, così come accaduto con le procedure di infrazione avviate nel 2017 dalla Commissione europea nei confronti di Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca per i mancati ricollocamenti dei richiedenti asilo da Italia e Grecia, che potranno concludersi con una sentenza della Corte di Giustizia europea e sanzioni pecuniarie in caso di mancato adempimento.

Esprimiamo infine sconcerto e grave preoccupazione in merito alle ripetute dichiarazioni del Ministro dell’Interno circa la volontà di respingere in Libia le persone soccorse in mare.

Come attestato dalle Nazioni Unite e da numerose altre organizzazioni internazionali[7], i cittadini di Paesi terzi ricondotti in Libia, inclusi i minori, sono oggetto di detenzione arbitraria nelle carceri, in condizioni disumane (sovraffollamento, mancanza di cibo, acqua, cure mediche ecc.) e sottoposti a torture, stupri e violenze sistematiche[8]. Esponenti della stessa Guardia Costiera libica risultano coinvolti in gravi violazioni dei diritti umani[9]. La Libia, inoltre, non ha neanche firmato la Convenzione di Ginevra del 1951 né l’ordinamento interno prevede norme per la protezione dei rifugiati.

Il territorio libico non può ritenersi in alcun modo “luogo sicuro” ai sensi della Convenzione SAR, come affermato anche dalla portavoce della Commissione europea e dall’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza in risposta alle dichiarazioni del Ministro sen. Matteo Salvini e come riconosciuto dalla stessa magistratura italiana[10].

L’eventuale respingimento in Libia delle persone soccorse in mare costituirebbe dunque una gravissima violazione della normativa internazionale, europea e interna, con riferimento sia al diritto del mare, che impone l’obbligo di condurre le persone soccorse in un “luogo sicuro”, sia alle norme in materia di diritti umani e protezione dei richiedenti asilo (principio di non refoulement, protezione dai trattamenti inumani e degradanti, divieto di respingimenti collettivi ecc.).

Oltre alle norme già citate, si ricorda l’art. 4 del Regolamento (UE) n. 656/2014, che stabilisce che “nessuno può, in violazione del principio di non respingimento, essere sbarcato, costretto a entrare, condotto o altrimenti consegnato alle autorità di un paese in cui esista, tra l’altro, un rischio grave di essere sottoposto alla pena di morte, alla tortura, alla persecuzione o ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti, o in cui la vita o la libertà dell’interessato sarebbero minacciate a causa della razza, della religione, della cittadinanza, dell’orientamento sessuale, dell’appartenenza a un particolare gruppo sociale o delle opinioni politiche dell’interessato stesso, o nel quale sussista un reale rischio di espulsione, rimpatrio o estradizione verso un altro paese in violazione del principio di non respingimento”,specificando inoltre che a ciascuna delle persone soccorse deve essere garantita “l’opportunità di esprimere le eventuali ragioni per cui ritengono che uno sbarco nel luogo proposto violerebbe il principio di non respingimento”.

Come è noto, nel 2012 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per il respingimento collettivo di circa 200 persone verso la Libia (Hirsi e altri c. Italia). La Corte ha ritenuto che le autorità italiane avessero violato l’art. 3 CEDU, in quanto i ricorrenti erano stati respinti in Libia malgrado fosse noto che in tale Paese essi sarebbero stati esposti al concreto rischio di subire trattamenti contrari alla Convenzione, in violazione dunque del principio di non-refoulement. L’Italia è stata inoltre condannata per violazione dell’art. 4 del protocollo n. 4, in quanto i ricorrenti erano stati trasferiti in Libia senza alcuna valutazione delle peculiarità di ogni singolo caso.

Si evidenzia infine come le norme internazionali, comunitarie e nazionali in base alle quali il respingimento verso la Libia sarebbe illegittimo trovino applicazione non solo ai respingimenti direttamente effettuati dalle autorità italiane, ma anche ai respingimenti “indiretti” ovvero ai casi in cui l’MRCC di Roma ordini a un’unità navale non appartenente allo Stato italiano di consegnare le persone soccorse alla Guardia Costiera libica affinché vengano riportate in Libia, o addirittura si rifiuti di assumere il coordinamento di un’operazione SAR ritenendo che debba essere assunto dalle autorità libiche.

In considerazione di quanto esposto sopra, chiediamo che:

  1. in nessun caso venga effettuato (direttamente o indirettamente, attraverso la collaborazione con la Guardia costiera libica) o anche solo minacciato un respingimento verso la Libia delle persone soccorse;
  • nell’ambito delle future operazioni SAR coordinate dall’Italia, il Comando generale del Corpo delle Capitanerie di Portoindichi tempestivamente il porto sicuro di sbarco alle navi che trasportano le persone soccorse, e non ne venga illegittimamente ritardato lo sbarco;
  • cessino immediatamente le azioni che ostacolano l’operato delle Ong e di tutti i soggetti impegnati nelle operazioni di salvataggio in mare;
  • siano resi pubblici i provvedimenti adottati dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, dal Ministero dell’Interno e da ogni altra autorità coinvolta in merito al divieto di attracco e di sbarco nei casi sopra citati, affinché la società civile possa conoscere le motivazioni di tali decisioni e comprendere se esse siano state o meno adottate nel rispetto della normativa vigente;
  • il Governo italiano sostenga l’approvazione del testo del Regolamento Dublino IV approvato dal Parlamento europeo e promuova l’adozione di procedure per la distribuzione tra gli Stati europei delle persone soccorse in mare nel pieno rispetto della Costituzione e delle norme internazionali, europee e nazionali vigenti.

30 luglio 2018

A Buon Diritto Onlus

ACLI

ActionAid

Amnesty International Italia

ARCI

ASGI

Casa dei Diritti Sociali

CNCA

Emergency

FCEI

INTERSOS

Médecins du Monde Missione Italia

Medici Senza Frontiere Oxfam


[1] http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2018/06/29/migranti-toninelli-divieto-di-attracco-per-la-nave-ong-astral-_d1b9ba19-7f42-44bc-8ba8-0f6a73f7b069.html

[2] https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/06/29/migranti-nave-open-arms-divieto-di-attracco-nei-porti-italiani-toninelli-disposto-per-motivi-di-ordine-pubblico/4461286/

[3] https://www.corriere.it/politica/18_giugno_30/porti-sempre-chiusi-le-ong-2e734e06-7bdb-11e8-ab49-1b15619f3f8e.shtml

[4] http://www.associazionemagistrati.it/doc/2996/migranti-anm-no-interferenze-su-lavoro-pm-trapani.htm

[5] https://www.corriere.it/cronache/18_luglio_14/migranti-260-trasbordati-barcone-nave-guardia-finanza-36681ecc-872d-11e8-bfdc-8bbc13b64da8.shtml

[6] http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-07-14/linosa-svuotato-barcone-450-migranti-bordo-navi-gdf-e-frontex–093501.shtml?uuid=AETS7uLF

[7] Si vedano ad esempio: OHCHR, United Nations Support Mission in Libya, “Detained and dehumanised”, Report on human rights abuses against migrants in Libya, 13 decembre 2016; Procuratore della Corte penale internazionale, Thirteenth Report to the United Nations Security Council pursuant to UNSCR 1970 (2011), 8 maggio 2017; Lettera del 28 settembre 2017 del Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa al Ministro dell’Interno italiano.

[8] Si veda in proposito anche la sentenza della Corte d’Assise di Milano del 10 ottobre 2017, in cui emergono chiaramente le torture e i trattamenti inumani inflitti nei campi di detenzione in Libia.

[9]Lettera del 1 giugno 2017 del Panel of Experts on Libya established pursuant to resolution 1973 (2011) al President of the Security Council, parr. 104-5.

[10] Il Tribunale di Ragusa con decisione del 16 aprile 2018ha rigettato la richiesta di sequestro preventivo della nave Open Arms, ritenendo sussistente la scriminante dello stato di necessità in quanto la Libia non può esser considerato un “luogo sicuro di sbarco” in considerazione delle gravi e documentate violazioni dei diritti umani nei confronti dei migranti che avvengono in tale Paese.