“Chiusi” i porti del Mediterraneo, anche la Spagna blocca i soccorsi umanitari.

di Fulvio Vassallo Paleologo

Poco importa che le Nazioni Unite abbiano riconfermato che la Libia non garantisce in alcuna delle sue frazioni territoriali e militari porti sicuri di sbarco. Si nasconde che i migranti intercettati in acque internazionali dalla guardia costiera “libica”, con il plauso di Salvini e di altri ministri europei, vengono rigettati in lager nei quali sono esposti al rischio di subire “Privazione della libertà e detenzione arbitrarie in centri ufficiali e non ufficiali; tortura, compresa la violenza sessuale; rapimento per riscatto; estorsione; lavoro forzato; uccisioni illegali”, come è documentato in un recente rapporto dell’ONU.

Si apprende che “la Capitaneria di Porto di Barcellona ha negato l’autorizzazione a lasciare il porto alla Open Arms, che ne aveva fatto richiesta per proseguire le sue missioni di monitoraggio nel Mediterraneo Centrale considerando le attuali condizioni politiche non sicure e lesive del diritto internazionale”. Secondo quanto comunicato dalla stessa ONG, ” la Capitaneria di porto di Barcellona ha negato alla nostra imbarcazione, l’Open Arms, il permesso di lasciare il porto per raggiungere il Mediterraneo Centrale. Dichiarando i loro porti chiusi infatti, secondo le autorità portuali spagnole, gli stati membri dell’Unione Europea, nella fattispecie Italia e Malta, violano le convenzioni internazionali che regolano il soccorso in mare e non assicurano alla nostra ONG le necessarie condizioni di sicurezza”. Alla costante azione di propaganda e di intimidazione contro le ONG rivolta da mesi dal ministro dell’interno italiano, si aggiunge dunque la decisione delle autorità spagnole di bloccare la partenza della nave umanitaria Open Arms dal porto di Barcellona. Una decisione politica frutto di un ulteriore rafforzamento delle destre europee che si battono da anni contro le ONG. Un cedimento gravissimo del governo Sanchez, se non interverrà a rimuovere il blocco, e delle autorità di Barcellona. Salvini in conferenza stampa giunge ad attribuirsi il merito di avere bloccato anche la nave di Open Arms, “costringendo” le autorità spagnole ad impedire l’uscita della nave dal porto di Barcellona. Ma sono proprio le stesse autorità spagnole che certificano come l’Italia e Malta stiano violando sistematicamente le regole internazionali del soccorso in mare. Chi ha deciso questo blocco nel porto di Barcellona, anche se usa toni critici, di fatto si schiera però, proprio con quei governi dell’Unione Europea che si ritrovano allineati con la politica salviniana di “chiusura dei porti.

Non è vero che la riduzione delle partenze dalla Libia, peraltro dovuta agli accordi stipulati dal precedente governo e da Minniti con il governo di Tripoli il 2 febbraio 2017, poi ratificati dalla Conferenza europea di Malta del 3 febbraio dello stesso anno, abbia ridotto il numero delle vittime, come afferma il ministro dell’interno italiano. Se nel 2018 si registra una diminuzione sul numero delle vittime accertate dopo naufragi in mare, un dimezzamento a fronte della diminuzione dell’80 per cento nei cd. “sbarchi”, rimane incalcolabile il numero delle persone migranti che hanno perso la vita durante il transito ed il blocco nei centri in Libia, o che non “fanno statistica” soltanto perchè sono stati abbandonati in alto mare.

Le responsabilità per il fallimento delle politiche europee non possono nascondere i gravissimi abusi commessi dai guardiacoste libici e le omissioni mortali imputabili ai governi che, sostenendo la cd. guardia costiera libica, e riversando ingenti somme sulle milizie che controllavano i territori, hanno tentato di chiudere tutte le rotte del Mediterraneo. Ma solo la garanzia di canali legali di ingresso sicuri e legali (ben oltre la modesta applicazione di corridoi umanitari) potranno sconfiggere i trafficanti di morte. Sono i governi che praticano il proibizionismo delle migrazioni, e non le ONG, i veri alleati di chi specula sulla pelle di persone che comunque sono determinate a partire per la situazione terribile che si lasciano alle spalle. Nei loro paesi, ed anche in Libia, o in quello che ne rimane. Ed i paesi politicamente più vicini al nuovo governo italiano, come i regimi sovranisti del Patto di Visegrad e l’Austria, sono i principali responsabili del blocco della riforma del Regolamento Dublino e del fallimento dei progetti di redistribuzione dei richiedenti asilo a livello europeo. Neppure l’Italia, del resto, sta facendo la sua parte.

In un momento in cui si sta impedendo l’applicazione del diritto internazionale del mare e della Convenzione di Ginevra sui rifugiati, bloccando o rallentando le attività in acque internazionali delle ONG, con la minaccia di sanzioni penali che la magistratura potrebbe applicare agli operatori umanitari ed ai cittadini solidali, e con l’omissione di provvedimenti dovuti, come la indicazione di porti sicuri di sbarco, occorre puntare su due obiettivi imprenscidibili. Per salvare quante più vite possibile, dunque per il diritto alla vita, e per impedire che qualunque azione solidale venga criminalizzata. Per restituire un minimo di umanità a chi fugge e chiede aiuto. Si tratta di persone, non di rifiuti tossici da scartare e nascondere, o sulle quali giocare operazioni propagandistiche o ricatti a livello europeo, donne e bambini compresi. Intanto da Malta continuano ad arrivare minacce sempre più gravi contro le ONG. Sono divisi su tutto, tra Roma e La Valletta, ma si ritrovano uniti quando si tratta di attaccare gli operatori umanitari ed i soccorsi che questi operano in acque internazionali.

1)Occorre sospendere il riconoscimento internazionale di una zona SAR libica, agendo presso l’IMO e dunque rivolgendosi allle Nazioni Unite perchè garantiscano certezza, tempestività e sicurezza legale alle attività di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale che non possono essere abbandonate al coordinamento SAR delle autorità di Tripoli. Che non hanno alcuna capacità di intervento sull’intera zona SAR loro riconosciuta a partire dal 28 giugno 2018.

Le linee guida approvate dall’IMO non garantiscono che lo sbarco dei naufraghi soccorsi in acque internazionali avvenga in un place of safety, non chiarendo che la Libia non garantisce porti sicuri di sbarco.

Le Nazioni Unite non possono consentire che la Libia continui ad essere considerata un porto sicuro di sbarco, talvolta anche da qualche rappresentante dell’UNHCR, e che la Guardia Costiera o la marina, che fanno capo al governo Serraj, possano intercettare migranti anche 70-80 miglia dalla costa, in acque internazionali, quando negli stessi rapporti delle Nazioni Unite si ricorda la sorte terribile che attende le persone migranti che vengono riportate indietro. Nei cd. point of disembarkation in Libia, che alcuni governi europei vorrebbero moltiplicare, non ci sono garanzie per il rispetto dei diritti fondamentali delle persone migranti. E l’Italia sta ancora rinforzando la sedicente Guardia costiera “libica”.

2)Occorre ritornare ad una serie di missioni coordinate di soccorso, se si riesce anche sotto l’egida europea, con una rivisitazione dei compiti assegnati alle operazioni di Frontex e di Eunavfor Med, e con un riconoscimento della partecipazione delle navi delle ONG alle attività SAR (di ricerca e salvataggio) come già avvenuto nel 2016 e nel 2017. In questo quadro, vista l’incapacità del Consiglio Europeo ad approvare una riforma del Regolamento Dublino che permetta una equa e tempestiva redistribuzione tra diversi paesi europei, va confermato che l’Italia deve garantire l’operatività piena dei propri porti come “place of safety”, e che le autorità maltesi devono prestare a loro volta la massima collaborazione, superando i ricorrenti conflitti di competenza con il governo italiano. Che si sommano a gravi violazioni del diritto internazionale del mare. Il governo maltese e’ giunto persino a negare i rifornimenti alle navi delle ONG che avevano portato a compimento attività di ricerca e salvataggio, con il trasbordo dei naufraghi su una motovedetta maltese, in acque maltesi, secondo un piano concordato a livello europeo.

Mentre i cittadini solidali non faranno venire meno il proprio impegno di accoglienza ed assistenza, ovunque si renderà possibile, piuttosto che puntare ad azioni pilota davanti ai giudici internazionali, occorrerà promuovere un diffuso ricorso alla giustizia contro le decisioni di abbandono dei soccorsi o di rifiuto nell’indicazione di un porto sicuro di sbarco. E se ci saranno naufraghi respinti in mare per giorni, abbandonati senza un porto sicuro di sbarco, ma a bordo di navi battenti bandiere europee, ci si dovrà attrezzare per fare giungere al più presto i loro ricorsi, con le procedure di urgenza, alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo. Occorre certamente una strategia europea, perchè europee saranno le prossime scadenze elettorali, ma soprattutto occorrerà incrementare le capacità di comunicazione e non farsi ridurre al silenzio da chi utilizza qualunque occasione per spostare l’attenzione dal terreno delle garanzie, dal rispetto della solidarietà e dal senso di umanità al tema della paura e della (in)sicurezza. Di certo nessun cittadino europeo potrà sentirsi più sicuro, o vedrà avverarsi migliori prospettive economiche, perchè i governanti, e le autorità marittime e militari alle loro dipendenze, continuano a fare morire le persone migranti in mare, o in Libia in mano alle milizie.


OPEN ARMS: LA CAPITANERIA DI PORTO DI BARCELLONA NEGA AUTORIZZAZIONE A LASCIARE IL PORTO ALLA NAVE DELLA ONG SPAGNOLA, L’OPEN ARMS

La Capitaneria di Porto di Barcellona ha negato l’autorizzazione a lasciare il porto alla nostra nave, l’Open Arms, che ne aveva fatto richiesta per proseguire le sue missioni di monitoraggio nel Mediterraneo Centrale considerando le attuali condizioni politiche non sicure e lesive del diritto internazionale.

La Capitaneria di porto di Barcellona ha negato alla nostra imbarcazione, l’Open Arms, il permesso di lasciare il porto per raggiungere il Mediterraneo Centrale. Dichiarando i loro porti chiusi infatti, secondo le autorità portuali spagnole, gli stati membri dell’Unione Europea, nella fattispecie Italia e Malta, violano le convenzioni internazionali che regolano il soccorso in mare e non assicurano alla nostra ONG le necessarie condizioni di sicurezza.

“L’imbarcazione è costretta a rimanere in mare per diversi giorni, attraversando il Mediterraneo, e a sbarcare le persone salvate in un porto molto lontano dal luogo del soccorso”, azione che “viola i procedimenti relativi alle operazioni di salvataggio regolati della normativa internazionale”, dichiara la Spagna.

Per questa ragione, il permesso di lasciare il porto ci viene negato “finché non verrà garantito un accordo di sbarco dei naufraghi con le autorità delle zone Sar competenti (Italia e Malta)”.

Se dunque gli Stati non rispettano i loro obblighi di soccorso, nemmeno noi dobbiamo proteggere la vita dei naufraghi in mare. Per l’ennesima volta, anziché denunciare la violazione delle convenzioni internazionali, si sceglie di eliminare i testimoni scomodi dei naufragi e di nascondere la verità sulle morti nel Mediterraneo.

Le politiche scellerate dell’Europa continuano a violare i più elementari diritti delle persone, primo tra tutti quello alla vita. Per questo, abbiamo presentato ricorso all’atto di fermo e continueremo a batterci per poter tornare quanto prima a operare in mare.

Su Open Arms

POA è un’organizzazione non governativa che sovrintende ai diritti umani in mare, ha iniziato i suoi lavori di salvataggio a aesbo (Grecia) nel settembre 2015, dove ha salvato migliaia di persone nel Mar Egeo. Nell’estate 2016 ha ampliato la sua missione nel Mediterraneo centrale, dove ha salvato 15.000 vite a bordo della barca a vela Astral in 4 mesi. Da quando è iniziata la missione nel Mediterraneo centrale, sono state salvate 26.500 persone, 5.000 a bordo dell’Open Arms. Tutto grazie alle donazioni della società civile.

Il comandante della Open Arms a TPI: “Contro le ong pressioni anche dall’Unione europea”

di Valerio Nicolosi , 14 gennaio 2019

Intervista a Riccardo Gatti, numero uno della flotta di navi dell’ong spagnola: “Nero su bianco, si dice che noi violiamo le normative internazionali in materia di soccorso in mare”

L’inviato di TPI Valerio Nicolosi ha intervistato Riccardo Gatti, comandante della flotta di navi della Ong spagnola Open Arms.

Open Arms è l’ong che nell’estate 2018 ha recuperato nel mar Mediterraneo i cadaveri di una donna e di un bambino al largo delle coste libiche, e salvato Josefa, l’unica sopravvissuta al naufragio nella notte tra il 16 e il 17 luglio. A bordo della nave c’era anche Nicolosi: qui il suo diario di bordo.

Nei giorni a ridosso di Natale, una nave di Open Arms ha salvato 311 migranti nel mar Mediterraneo ma si è vista negare da Malta e Italia l’autorizzazione a sbarcare: la nave, alla fine, ha ricevuto il via libera dal Governo spagnolo ed è potuta sbarcare nel porto di Algeciras, vicino Gibilterra.

Qui il reportage di Valerio Nicolosi, che in quei giorni è salito a bordo dell’Open Arms: “Il mio viaggio di Natale insieme ai 300 migranti della Open Arms: scabbia, gelo e un neonato di 2 chili senza latte”.


El govern de Pedro Sánchez bloqueja l’‘Open Arms’

www.ara.cat internacional

El capità marítim denega el permís per salpar cap al Mediterrani central

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“És una gran irresponsabilitat bloquejar un vaixell que salva vides en un lloc on mor tanta gent sense testimonis -explica a l’ARA Oscar Camps, director de l’ONG-. Ens bloquegen sense cap motiu i fora de les seves competències: no entenc com el capità marítim pot dormir a la nit -resumeix-. Ens han investigat judicialment a Itàlia durant anys i no han trobat res contra nosaltres. La capitania marítima, que ens ha investigat a fons, tampoc”, afegeix. Camps està convençut que el bloqueig respon al moment polític, després del resultat de la ultradreta de Vox a Andalusia i a les portes de les eleccions municipals i europees del maig: “Això és cosa de polítics covards”. Camps insta el govern espanyol a portar Itàlia i Malta davant el Tribunal del Mar d’Hamburg (al qual només poden recórrer els estats) per denunciar les vulneracions del dret marítim que ha posat per escrit el funcionari. …………………….