Il diritto degli stati contro la giustizia dei popoli. Le ONG ritornano a soccorrere mentre la Guardia costiera “libica” riporta nei lager.

di Fulvio Vassallo Paleologo

aggiornamenti alle ore 20 di sabato 22 dicembre

migranti BREAKING via @RadioRadicale 17:52 🔴

I 311 DI OPEN ARMS LI PRENDE LA SPAGNA.

Salvamento Marítimo (guardia costiera), da parte del governo di Madrid, ha inviato un messaggio alla #OpenArms con la disposizione di dirigersi verso Spagna. (fonte ONG OA).

Aid ship with 311 migrants ignored by Italy, heads to Spain

Intanto a bordo si profila una nuova emergenza sanitaria che sta preoccupando i medici e a cui il capomissione sta cercando di trovare una soluzione: “Stiamo cercando una soluzione per un ragazzino di circa 14 anni che viaggia solo – ha proseguito Naso -. Ha un gonfiore sulla tempia che continua a crescere e di cui i medici non comprendono l’origine. Ha bisogno di accertamenti e il capitano sta contattando tutte le capitanerie per trovare qualcuno che lo faccia sbarcare e lo affidi alle cure mediche di cui ha bisogno”.

Nel frattempo anche Sea-Watch ha soccorso 33 naufraghi e sta cercando un porto.

ARTICOLO AGGIORNATO ALLE ORE 16 DI SABATO 22 DICEMBRE

Nel dicembre dello scorso anno una sentenza del Tribunale permanente dei Popoli denunciava i gravi crimini contro l’umanità commessi nei confronti delle persone migranti intercettate in acque internazionali e riportate in Libia dalla sedicente Guardia costiera “libica” dopo che le autorità italiane avevano impartito ordini di Stand By alle unità delle ONG presenti nelle aree di ricerca e salvataggio, quelle navi umanitarie che avrebbero potuto consentire lo sbarco dei naufraghi in un porto sicuro. Come sarebbe imposto dal diritto internazionale.

Nel mese di maggio di quest’anno una sentenza del Tribunale di Ragusa, e poi, a giugno, l’ordinanza di archiviazione della Procura di Palermo, nei confronti delle ONG Jugend rettet ( nave Juventa) e Sea Watch, ribadivano che la Libia non garantiva porti sicuri di sbarco, e che dunque non c’erano i presupposti per il sequestro delle navi umanitarie, e nel caso di Palermo, per la prosecuzione dell’azione penale.

Nella richiesta di archiviazione della Procura di Palermo nel procedimento contro le ONG si rileva : “I pubblici ministeri hanno anzitutto richiamato il principio della «effettività del soccorso» e la «assoluta mancanza di cooperazione dello Stato di Malta nella gestione dei predetti eventi», i quali vanno letti alla luce del dovere giuridico di salvaguardare la vita dei migranti e di assicurare il rispetto dei principi umanitari”.

Ebbene, dal momento che «le operazioni di soccorso non si esauriscono nel mero recupero in mare dei migranti, ma devono completarsi e concludersi con lo sbarco in un luogo sicuro (POS, piace of safety)» – conclude la Procura – «il porto più vicino non deve individuarsi esclusivamente avuto riguardo alla posizione geografica, ma dovrà invece essere, necessariamente, quello che assicurerà il rispetto dei predetti diritti».

La situazione delle persone migranti intrappolate in Libia intanto peggiorava rapidamente, soprattutto dopo la ripresa degli scontri in Tripolitania alla fine di agosto. Lo confermano diversi rapporti delle Nazioni Unite. Intanto però dal 28 giugno il governo di Tripoli dichiarava unilateralmente una zona SAR ( ricerca e salvataggio) estesa oltre 90 miglia dalla costa libica ( oltre 170 chilometri) e il governo italiano riforniva di motovedette le milizie di Tripoli, Zawia e Misurata. Al punto che oltre 29.000 persone ( Libyan coast guard says it has intercepted 15,000 migrants … The U.N. Libya mission (UNSMIL) said in a 61-page report on Thursday that the coast guard had intercepted or rescued 29,000 migrants in the first nine months of the year) venivano intercettate in mare, e quindi ricondotte nei lager libici. Senza distinzione tra centri governativi e centri gestiti dalle milizie, da quando le stesse milizie si contendevano palmo a palmo il territorio e tutte le risorse economiche, compresi gli esseri umani, che potevano controllare.

In realtà molte persone scomparivano nel nulla, annegate in mare o sequestrate nei centri di detenzione nei quali erano riportati dalla Guardia costiera libica, Nessuna notizia delle persone che, sempre secondo le stime delle Nazioni Unite, sarebbero state bloccate in acque internazionali o fermati subito dopo la partenza. Anche nei centri governativi, ci sono le testimonianze dei migranti, i miliziani potevano avere libero accesso e sequestrare anche persone che già erano state registrate dall’UNHCR come soggetti vulnerabili e dunque meritevoli di protezione in attesa di un resettlement. Una protezione che evidentemente in Libia, o meglio nelle diverse parti nelle quali è diviso il paese, nessuno è in grado di assicurare ai migranti.

Malgrado questa situazione, di diffusa violazione dei diritti umani e della stessa integrità fisica delle persone, in particolare donne, tutte abusate, e minori non accompagnati, una situazione ben nota, censita dai rapporti delle Nazioni Unite (UNSMIL) e documentata nei report periodici dell’UNHCR, ad aprile, come a novembre, il governo italiano delegava del tutto alla guardia costiera “libica” le attività di intercettazione in acque internazionali, inviava altre motovedette a Tripoli , dopo avere addestrato gli equipaggi libici, e chiudeva i porti nazionali alle ONG, affermando in più occasioni che le persone soccorse in mare, in acque internazionali ricadenti nella cd. zona SAR libica, andavano riconsegnate ai guardiacoste libici. Riprendeva la criminalizzazione rivolta anche attraverso i social contro le ONG che, malgrado tutte le intimidazioni e le campagne diffamatorie rivolte nei loro confronti, continuavano a fare monitoraggio ed a soccorrere vite umane nel tentativo di condurle in un porto sicuro di sbarco, dunque non in Libia. Ma occorreva eliminare ogni testimone scomodo di una strage silenziosa che doveva continuare, all’oscuro degli organismi internazionali, e soprattutto senza destare pietà negli italiani, almeno in quella parte che ancora poteva provare un tale sentimento.

A partire dal mese di settembre la magistratura rilanciava la sua attività di contrasto delle ONG “colpevoli” dei soccorsi in mare, non certo dell’immigrazione “illegale” o dei trafficanti che speculavano proprio sulla chiusura di tutte le vie di fuga dalla Libia. Prima il sequestro della nave Aquarius di SOS Mediterraneè e MSF bloccata in porto a Marsiglia, seguito dalle nuove incriminazioni a Catania per sbarco di rifiuti nocivi per la salute, poi il rilancio delle accuse contro Open Arms e l’ampliamento delle incriminazioni per l’equipaggio della Juventa, sotto sequestro a Trapani dallo scorso anno. Per non parlare del caso Diciotti.

Anche Malta faceva la sua parte in una guerra contro l’umanità che si giocava sull’omissione di soccorso in mare attraverso la mancata indicazione di un porto di sbarco sicuro da parte dei governi competenti. Ben tre navi delle ONG, Lifeline, Seefuchs e Sea Watch restavano sequestrate tutta l’estate a Malta, dopo lunghe contese con l’Italia, che minacciava a sua volta il sequestro, e solo in autunno la nave di Sea Watch, dopo l’ennesimo controllo da parte delle autorità olandesi veniva riconosciuta come perfettamente in regola e poteva lasciare il porto de La Valletta.

Ancora una strage con decine di dispersi nel Mediterraneo occidentale. Si aprono infatti nuove rotte, anche dal Marocco, il numero delle vittime ritorna ad aumentare, malgrado il calo verticale delle partenze dalla Tripolitania, non certo un “successo” dei governi europei, ma una conseguenza degli abusi sempre più crudeli ai quali venivano sottoposti i migranti, soprattutto eritrei, cristiani e donne, intrappolati nei centri di detenzione in Libia. L’allontanamento forzato delle ONG non è un successo per nessuno, è soltanto la sconfitta dei diritti umani e della dignità di quanti lo hanno imposto. Ed è anche la causa della perdita di tante vite umane e degli abusi che subiscono i migranti riportati in Libia.

Venerdì 21 dicembre riprendevano i soccorsi operati dalle ONG al largo delle coste della Tripolitania e mentre si aveva notizia che la Guardia costiera “libica” aveva bloccato in alto mare alcune decine di migranti, quasi trecento persone erano soccorse dalla nave Open Arms, al largo di Khoms, ad est di Tripoli. Somalia, Siria, Sus Sudan, Costa D’Avorio, Camerun, Gambia, Ciad, Ghana, Sierra Leone, Nigeria, Mali, Niger, Senegal, Burkina Faso, Egitto, Palestina; le nazionalità delle persone, anche donne e bambini,a bordo dei barconi in procinto di affondare.

Tra i soccorsi ,anche un bambino appena nato, partorito sulla spiaggia libica prima che la madre si potesse imbarcare sul barcone che poi è stato fatto salpare verso l’alto mare. Un bambino che è stato urgentemente evacuato per ragioni mediche, naturalmente con la madre (MEDEVAC) come avviene di norma in questi casi, sulla base di quanto previsto dalle Convenzioni internazionali, che il governo maltese e quello italiano devono riconoscere ed applicare anche nella individuazione di un porto di sbarco, trovando una intesa operativa nel giro di qualche ora. Ne va della vita o della morte di persone duramente provate dalla permanenza in Libia. In una successiva operazione di ricerca e salvataggio la nave Sea Watch 3, che era rimasta bloccata a La Valletta per mesi, fino allo scorso ottobre, in forza di un provvedimento arbitrario del governo maltese, ha soccorso altre decine di persone in pericolo di annegare.

BREAKING #SeaWatch ha appena concluso il soccorso di 33 persone in difficoltà. Chiediamo un porto sicuro per loro e per le 311 persone a bordo di @openarms_fund.#United4Med pic.twitter.com/sOyPQoSpYO03:33 – 22 dic 2018

Come unica risposta agli appelli lanciati da Open Arms, il ministro dell’interno rilancia i suoi slogan ad effetto elettorale, senza alcun rispetto per gli obblighi di soccorso e sbarco imposti dal diritto internazionale. Come riferisce Il Giornale, ancora una volta canale privilegiato di comunicazione del ministero dell’interno, “Matteo Salvini non ha usato giri di parole: “La nave Open Arms, di Ong spagnola con bandiera spagnola, ha raccolto 200 immigrati e ha chiesto un porto italiano per farli sbarcare, dopo che Malta (dopo aver fatto giustamente sbarcare una donna e un bambino) ha detto di no. La mia risposta è chiara: i porti italiani sono chiusi! Per i trafficanti di esseri umani e per chi li aiuta, la pacchia è finita”.

Per Salvini, e per qualche magistrato che ne segue le indicazioni, chi soccorre vite umane in mare aiuta i trafficanti di esseri umani. Ma per chi diffonde menzogne “la pacchia” è davvero finita. “Salvini ha perso, e si vendica con i migranti”, ha affermato Pietro Grasso. Gli organismi umanitari internazionali, a partire dalle Nazioni Unite, hanno messo in stato di accusa il governo italiano, proprio per i continui attacchi contro le ONG e le sue politiche di chiusura dei porti. Ed anche a livello europeo, il conto che sarò presentato all’Italia per queste sue scelte potrebbe essere molto “salato”. In assenza di risposte sulla indicazione di un porto di sbarco, che non può essere quello dello stato di bandiera, troppo lontano per le condizioni delle persone a bordo, si potrebbero configurare gravi responsabilità penali , anche sul piano internazionale. Intanto un’altra nave della ONG Open Arms, l’imbarcazione a vela ASTRAL, è partita dalla Spagna per portare rifornimenti e soccorsi urgenti alla nave della stessa Organizzazione, ancora tenuta in alto mare dai dinieghi frapposti dalle autorità maltesi ed italiane.

Un soccorso condotto in partenariato con altre ONG, a lungo nascosto dai media italiani, nel silenzio più assoluto delle autorità di governo e dei vertici della Marina militare e della guardia costiera. Anche se, per prima, ne raccontava la stampa ben lontano dall’Italia.

Massimo riserbo, se non omertà, anche da parte dei comandi dell’operazione Eunavfor Med, prorogata fino a marzo 2019, sotto comando italiano, ed ancora obbligata per mandato a sbarcare in Italia i migranti soccorsi in attività SAR. Ma puntualmente assente in questi ultimi mesi dai luoghi nei quali si trovano le imbarcazioni cariche di persone in procinto di annegare. Eppure il sistema di monitoraggio aereo, satellitare e radar delle unità militari “vede” le imbarcazioni cariche dei migranti molto prima di quanto non le possano vedere i mezzi commerciali, sempre più spesso coinvolti nelle operazioni di soccorso, e le pochissime unità delle ONG ancora presenti nel Mediterraneo centrale.

Le imbarcazioni cariche di migranti vengono individuate innanzitutto con avvistamenti aerei da assetti militari europei, soprattutto di FRONTEX. Questo dato emerge con certezza dai procedimenti penali aperti contro le ONG, e più si andrà avanti nella fase dibattimentale, più questa realtà non si potrà più nascondere. Ma negli ultimi mesi, a differenza di quanto avveniva in passato, gli avvistamenti dei militari in acque internazionali non sempre sono seguiti da tempestivi interventi di soccorso, si preferisce tracciare le rotte delle imbarcazioni, se si avvicinano alle acque italiane, o delegare il lavoro di intercettazione e riconduzione a terra alle unità libiche, se si trovano ancora nella pretesa SAR libica. Se non ci sono navi commerciali nella zona dei soccorsi, ma anche queste navi vengono obbligate a riconsegnare i migranti ai libici, come nel caso NIVIN.

Adesso, anche dopo questo salvataggio, siamo certi che il governo italiano proseguirà nella sua irresponsabile politica di omissione di soccorso per mancata indicazione dei porti sicuri di sbarco, e che qualche procura stia preparando ulteriori incriminazioni per coloro che, ancora una volta, si sono resi colpevoli del delitto di solidarietà in mare. Un delitto che non è previsto dal codice penale, ma che sta emergendo dalla prassi giurisprudenziale, ben al di fuori del principio di legalità, e del dettato costituzionale, anche se per ora solo come contestazione, perché di condanne su fatti accertati ancora non se ne sono viste. Domani quelli che oggi appaiono vincenti, potrebbero essere costretti a fornire giustificazioni per le loro scelte di abbandono in mare. La vita umana prevarrà sugli sbarramenti alle frontiere marine, la frontiera liquida del Mediterraneo, una frontiera che nessuno potrà mai chiudere.

Questi ultimi soccorsi saranno anche occasioni per fare ripartire dal Viminale la macchina della propaganda, in un momento nel quale la maggior parte del popolo italiano, quello che viene evocato tanto spesso dai partiti di governo, sta pagando sulla propria pelle il mancato rispetto delle promesse elettorali. A fine anno, con la legge finanziaria ancora in alto mare, Salvini e alleati si sono gettati in ritardo, in occasione di quest’ultimo soccorso, sull’ennesimo attacco alla solidarietà.

Come rileva Andrea Natale a margine della incriminazione di alcuni componenti della ONG spagnola Open Arms per violenza privata, ai danni del ministero dell’interno, l’osservatore di tali vicende è colto da un profondo senso di smarrimento. Secondo la Procura di Ragusa, gli operatori di Open Arms – per non fare violenza sulle autorità italiane – avrebbero dovuto lasciare i migranti in balia dei libici; sennonché altre autorità giudiziarie (la Corte di assise di Milano, quella di Agrigento, il gip presso il Tribunale di Catania) hanno messo nero su bianco – in linea con le denunce di varie organizzazioni umanitarie – che le condizioni di vita dei migranti in Libia sono drammatiche, con esposizione degli stessi a trattamenti inumani e degradanti, che pongono talora a repentaglio la loro stessa vita.”

Come osserva il Professor Giancarlo Guarino, già Ordinario di Diritto Internazionale all’Università di Napoli Federico II, “Il riferimento ripetuto del Governo italiano al fatto che le navi delle ONG battono bandiera di vari Paesi è irrilevante,…perché non si tratta di navi pubbliche ma private e quindi il principio per cui lo Stato della bandiera assume anche la responsabilità di chi si trovi a bordo della nave non vale”.

Rimane anche confermato dall’Unione Europea, per i soccorsi eventualmente operati da navi dell’operazione Eunavfor Med, prorogata fino al mese di marzo del 2019, che il porto di sbarco sicuro delle persone soccorsi dalle unità rientranti negli assetti operativi dell’ operazione sia scelto esclusivamente tra i porti italiani, destinazioni che il governo italiano, dopo una lunga negoziazione con Bruxelles, non è riuscito ad escludere. Anche perché conforme al diritto internazionale.

In direzione ostinata e contraria, di fronte ad uno smottamento sicuritario dell’opinione pubblica che fa temere per la tenuta democratica del paese, chiediamo ancora una volta il rispetto degli obblighi internazionali di soccorso e sbarco, il rispetto del diritto alla vita e del divieto di respingimenti collettivi verso paesi che non garantiscano i diritti umani. Chiediamo in particolare :

a) che qualsiasi riconoscimento della cd. zona SAR libica, ancora oggetto di convegni, e di fatto abbandonata all’arbitrio dei libici, venga immediatamente sospeso, anche per l’assenza di una unica Centrale di coordinamento nazionale dei soccorsi (MRCC). Va salvaguardato il diritto alla vita, in mare, ma anche a terra nei centri di detenzione libici si rischia la vita, oltre all’incolumità fisica ed alla dignità umana.

b) che le autorità italiane e maltesi riprendano il coordinamento dei soccorsi in mare fino al limite delle acque territoriali libiche, a 12 miglia dalla costa, come avveniva fino al giugno del 2017, senza ulteriori conflitti di competenza sulla ripartizione delle zone di soccorso, garantendo ai naufraghi individuati in acque internazionali il diritto allo sbarco in un porto sicuro, che come confermano anche le Nazioni Unite, non può essere in Libia. La successiva redistribuzione dei naufraghi tra diversi paesi europei dovrà essere oggetto di un accordo quadro e non dovrà dipendere da ricatti incrociati.

c) che le attività di monitoraggio, ricerca e salvataggio delle ONG non vengano più criminalizzate, e che le unità delle Organizzazioni non governative possano continuare ad operare in acque internazionali sotto il coordinamento del comando centrale della guardia costiera italiana, come avveniva fino al mese di giugno del 2017, prima che il codice Minniti imponesse di abbandonare i migranti ai libici.

d) chiediamo l’apertura di veri canali legali di ingresso con visti umanitari, come richiesto anche da un recente voto del Parlamento europeo, e la riapertura di canali di ingresso legale per lavoro. Per questo è necessario un accordo tra diversi stati europei, se non dell’Unione Europea nel suo complesso, dal momento che i paesi del gruppo di Visegrad ( Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia) seguiti adesso da Austria ed Olanda, non accetteranno tale opzione, almeno fino a quando resteranno al governo i partiti populisti e nazionalisti.

e) il riconoscimento della protezione per casi speciali, in base alla legge 132 del 1° dicembre 2018, o della protezione umanitaria ancora riconoscibile in base all’art. 10 della Costituzione italiana per tutti i migranti che riescono a fuggire dalla Libia, anche se nel loro paese non ricorrono cause di persecuzione individuale o gravi motivi di pregiudizio alla persona. Per le condizioni terribili che hanno vissuto nei centri di detenzione in Libia, a queste persone va riconosciuto un permesso di soggiorno in quanto vittime di un trattamento disumano o degradante pari alla tortura. Ed anche peggio, in molti casi che si potranno documentare con referti medici.

La società civile solidale ed i giuristi impegnati a difendere i valori della Costituzione e delle Convenzioni internazionali contro l’arbitrio dei governi e la sottomissione di parte della magistratura, proseguiranno nel loro lavoro di denuncia a livello interno ed internazionale, e resteranno accanto a tutte le organizzazioni ed alle persone che dovessero finire ancora una volta sotto attacco, a livello mediatico o in sede giudiziaria. Questa resistenza è doverosa non solo per difendere i diritti fondamentali dei migranti intrappolati in Libia o abbandonati in mare alla guardia costiera libica, ma per difendere tutti noi, per la sicurezza di cittadini e stranieri, per la democrazia costituzionale in Italia ed in Europa. La solidarietà non si arresta. Per ogni nave delle ONG che bloccheranno, ne arriveranno altre, per ogni operatore umanitario che sarà incriminato, altri lo sostituiranno.


Comunicato stampa di Sea Watch. Da diffondere.

“311 rescuers shouldn’t have to spend Christmas at sea.
Despite winter conditions, people are still trying to escape the civil war country Libya on the dangerous route through the central Mediterranean. The “OPEN ARMS”, part of the #United4Med fleet, which also includes Sea-Watch, rescued 313 people in 3 rescue operations on 21 December and is now waiting for instructions as to where they should go ashore. A two day old baby had to be flown by helicopter to Malta tonight due to his state of health. Should the weather deteriorate, the situation could also quickly become critical for the remaining 311 people. We therefore demand that the OPEN ARMS be assigned a safe harbour immediately. These people should not have to spend Christmas at sea.

With a water temperature below 20°C, the chances of survival in the event of a shipwreck are far below 24 hours. Despite this risk, people are still trying to flee Libya on boats that are not seaworthy. They try to escape torture, unlawful detention, slavery, rape and death as there are no safe and legal escape routes.

In the morning hours of 21 December, Sea-Watch crew members on the SAR plane “Colibri” discovered three dinghies in distress. The crew informed the authorities and the OPEN ARMS, the nearest rescue vessel that could provide assistance. The Open Arms belongs with the search planes Moonbird & Colibri and the ships Sea-Watch 3, Sea-Eye 2, to the #United4med coalition, which is currently the only civilian rescue aid on the Mediterranean. The rescue operations lasted until the late evening of 21 December. All rescued persons are now safe on board the OPEN ARMS, but now a safe harbour must be assigned as soon as possible to avoid health risks for the rescued.

All we want (be)for(e) Christmas is a Port of Safety

A two-day-old baby and his mother had to be flown to Malta tonight due to the baby’s health condition and also for the 311 rescued on board the OPEN ARMS, the situation could quickly become critical due to a deterioration of the weather. “All we want for Christmas is a safe haven for the rescued,” says Philipp Hahn, Operations Manager for Sea-Watch on the central Mediterranean. “It would be absolutely unacceptable for these people to spend Christmas in the Mediterranean. All those who speak of charity these days – now is the time to act! We need a solution before Christmas Eve”

The #United4med Alliance therefore urges all those states that still uphold their own constitution to act in the spirit of human dignity and find a solution for the people at OPEN ARMS. As happened before, the people could go ashore in a nearby safe haven and then be distributed to different countries.

“Those who want to defend Christian values now have the opportunity to do so” Philipp Hahn, Head of Operations at Sea-Watch

“Now those who want to speak of European values and defend Christian values can show that they are serious,” says Hahn. “There are a large number of cities that stand for a Europe of solidarity and have declared themselves safe havens. There is no reason and no justification to leave these people exposed to the wind and weather conditions at sea over Christmas”. Federal Interior Minister Seehofer must now make a landing possible and end this drama by agreeing to a quota according to §23 of the Residence Act.”


COMUNICATO STAMPA
SEA-EYE
21 dicembre 2018

LA NUOVA NAVE DI SEA-EYE, LA “PROFESSOR ALBRECHT PENCK”
INIZIA LA SUA PRIMA MISSIONE!
La “Professor Albrecht Penck” mentre lascia il porto di Algeciras.
Alexander Draheim/sea-eye.org
Nel pomeriggio di venerdì 21 dicembre, la “Professor Albrecht Penck”, nuova nave dell’organizzazione non governativa Sea-Eye, ha lasciato il porto spagnolo di Algeciras per fare rotta verso la zona SAR al largo delle coste libiche dopo aver superato l’ispezione finale delle autorità spagnole.
La “Professor Albrecht Penck” è la prima nave di salvataggio civile battente
bandiera tedesca. L’equipaggio a bordo è composto da 18 persone che si
preparano a trascorrere due settimane al largo della Libia. La prima missione è iniziata dopo cinque giorni di severi controlli da parte delle autorità spagnole dopo i quali, anche grazie all’aiuto e al supporto delle autorità tedesche, è giunta l’autorizzazione finale.
“In Spagna abbiamo avuto un esempio di ciò che possiamo aspettarci dal nostro stato di bandiera in caso di necessità. Senza l’aiuto delle autorità tedesche non ci sarebbe stato possibile lasciare Algeciras prima del weekend e avremmo dovuto posticipare l’inizio della nostra prima missione nel nuovo anno” afferma Gorden Isler, portavoce di Sea-Eye.
Il capitano della prima missione è il tedesco Klaus Merkle di Amburgo. Con lui uu equipaggio di 17 persone provenienti da Austria, Germania, Ghana, Norvegia, Ucraina e Russia. Sette di loro sono marinai esperti mentre i restanti sono osservatori dei diritti umani, medici e infermieri volontari. La missione non sarebbe potuta iniziare senza l’aiuto di Christoph Hempel, armatore della nave Aquarius, che ha aiutato l’organizzazione nella ricerca di marinai.
L’arrivo nella zona di Ricerca e Salvataggio è previsto tra 4 o 5 giorni,
compatibilmente con le condizioni meteo. Qui, la “Professor Albrecht Penck”, si
unirà alle navi delle ONG Sea-Watch e Open Arms per iniziare il lavoro di
testimonianza, documentazione e, se necessario, di soccorso. Nelle giornate di ieri e di oggi la “Open Arms” e la “Sea-Watch 3” hanno soccorso circa 350 persone. Sea-Eye auspica che possa presto essere fornito un luogo sicuro di sbarco alle due imbarcazioni.
Su Sea-Eye
L’organizzazione Sea-Eye è stata fondata nel 2015 a Ratisbona. In questi anni più di 800 volontari hanno preso parte al salvataggio di 14’378 persone a bordo delle due navi dell’organizzazione, la “Sea-Eye” e la “Seefuchs”. Nell’estate del 2018 il consiglio della ONG ha scelto di iniziare una nuova missione con una nave battente bandiera tedesca: la “Professor Albrecht Penck”. La nave, precedentemente utilizzata per missioni di ricerca, è stata resa adeguata alle operazioni di Ricerca e Salvataggio (SAR) dai volontari dell’organizzazione che hanno lavorato per 6 settimane a bordo della nave.
Ufficio stampa Sea-Eye: Gorden Isler, +49 1785394916
E-mail: [email protected]