La guardia costiera di Tripoli conferma il coordinamento italiano delle intercettazioni in alto mare

Il sostanziale coordinamento italiano delle missioni di intercettazione in acque internazionali operate da unità navali riconducibili alla sedicente guardia costiera “libica”, da altri definita West Libyan Coast Guard, era già stato riconosciuto lo scorso marzo dal Giudice delle indagini preliminari di Catania nel procedimento penale intentato dalla procura catanese contro la ONG Open Arms, un procedimento che adesso prosegue a Ragusa, dopo la conclusione delle indagini.

Adesso è lo stesso portavoce della Guardia Costiera di Tripoli che conferma il supporto italiano alle attività di blocco in alto mare di oltre 14.000 persone migranti quest’anno (dati UNHCR), tra questi molte donne vittime di violenza e minori non accompagnati. Per non parlare delle vittime di tortura che si stima siano almeno la metà di tutti i migranti che riescono a partire dalle coste libiche.

Anche l’Unione Europea prende atto che ad oggi non si può ancora parlare di una vera Centrale operativa libica per la ricerca ed il soccorso in mare (MRCC), che in base alle Convenzioni internazionali di diritto del mare costituirebbe la condizione imprescindibile per il riconoscimento di una zona SAR (ricerca e salvataggio) affidata alle autorità libiche. Al centro dei progetti di finanziamento rivolti ai libici, nell’ambito del cd. Africa Trust Fund, si pone infatti la implementazione di una Centrale operativa (MRCC) che al momento evidentemente non esiste. Come si ricava anche dalle notizie di stampa, provenienti dall’estero naturalmente, che danno sporadiche notizie sulle attività di intercettazione condotte da unità delle guardie costiere di Khoms e Misurata.

La condizione dei migranti nei centri di detenzione nei quali vengono ricondotti dopo essere stati bloccati in alto mare, anche a 70-80 miglia dalla costa libica, quando ormai sono prossimi ad entrare nella zona SAR maltese, già disastrosa lo scorso anno quando Gentiloni e Minniti firmarono il 2 febbraio 2017 gli accordi con il governo di Tripoli, è diventata insostenibile. Si registrano anche casi di suicidio di persone che non riescono più a tollerare torture e trattamenti disumani o degradanti.

Le attività dell’UNHCR e di altre agenzie umanitarie presenti in Libia riescono a stento, quando gli ingressi non sono vietati dalle milizie, a evacuare alcune centinaia di migranti particolarmente vulnerabili, una minima parte di quelli registrati come potenziali richiedenti asilo, che in Libia sarebbero più di 50.000 persone. Le Nazioni Unite, per quanto presenti in Libia,stato che non aderisce alla Convenzione di Ginevra del 1951,privo peraltro di un governo centrale e frammentato in diverse entità territoriali,sono contro i respingimenti in quel paese. Per il resto la presenza di operatori  UNHCR ed OIM, in prevalenza di nazionalità libica o di altri paesi africani, ai punti di sbarco e le visite periodiche in alcuni centri di detenzione ancora accessibili, si riduce alla individuazione dei migranti “più vulnerabili”, alla consegna di vestiario e di qualche presidio medico. Il nuovo centro di smistamento ed evacuazione aperto a Tripoli dall’UNHCR è soltanto una goccia, importante, ma sempre una goccia nel mare della disperazione sofferta dai migranti intrappolati in Libia per effetto della “esternalizzazione” praticata dagli stati europei ed in primis dall’Italia. Non si risolverà certo con la fornitura di coperte o con  il resettlement di qualche centinaio di persone all’anno la situazione di abusi quotidiani sofferti dalle decine di migliaia di migranti nei tanti centri di detenzione libici, governativi e non, tutti in mano alle milizie, e spesso campo libero per i trafficanti. L’Unione europea ha chiesto la immediata evacuazione dei profughi eritrei internati nei campi libici, sono loro che subiscono i trattamenti piu  atroci, un vero inferno in terra, ma poi decide di finanziare le politiche di esternalizzazione affidate agli accordi bilaterali conclusi dall’Italia con la Libia di Serraj. La violenza dei miliziani e dei trafficanti non risparmia nessuno. Spesso non si riesce neppure a distinguere chi veste una divisa da chi appartiene ad una organizzazione criminale.

Anche i centri di detenzione a Tripoli, per quanto visitati dall’UNHCR, sono luoghi di abusi, come confermano i rapporti di monitoraggio delle Nazioni Unite.  La Libia rimane, e rimarrà a lungo, un “paese terzo non sicuro”. Come afferma l’ONU, anche se forse qualche esperto del Viminale pensa già di inserire questo paese, ancora diviso tra diverse milizie in lotta tra loro, nella lista di paesi terzi sicuri verso i quali potere eseguire respingimenti ed espulsioni. Ma dalla Libia arrivano soltanto cittadini di paesi terzi e dunque anche questo nuovo “escamotage” è destinato a fallire.

Per il ministro degli esteri Moavero Milanesi la Libia “non è un porto sicuro di sbarco”. Ed il ministro dell’interno Salvini rilancia lo scaricabarile” con Malta, imbeccando la magistratura,e vantando i suoi successi, per il calo imponente degli “sbarchi”. Che in passato altro non erano che azioni di salvataggio condotte, anche nel caso della nave Juventa ancora sotto sequestro a Trapani,  con il coordinamento della Centrale operativa della Guardia costiera italiana (IMRCC), in conformità al diritto internazionale. Malgrado le prime archiviazioni, la magistratura inquirente rilancia oggi la sua iniziativa contro gli operatori delle ONG, presunti colpevoli di collusione con gli scafisti, di non essere entrati in porto a Malta, o di non avere obbedito all’ordine di riconsegnare ai libici le persone soccorse in acque internazionali. Un’accusa ancora più infondata se si riferisce al periodo anteriore al 28 giugno scorso, quando venne dichiarata ufficialmente una zona SAR “libica, con l’avallo dell’IMO, malgrado le agenzie delle Nazioni Unite ribadissero che la Libia non poteva garantire porti sicuri di sbarco. Eppure, nell’ambito dell’operazione NAURAS della Marina militare, “Tra le attività di supporto della Caprera figura(va) anche l’importante compito di aiutare i libici a interfacciarsi con la Centrale operativa della Guardia costiera a Roma che coordina le operazioni di ricerca soccorso nel Mediterraneo centrale”. (Fonte Agenzia Nova). E così i respingimenti avvenivano “per procura”, per conto delle autorità italiane.

Ma anche dopo il 28 giugno,  dopo la ingloriosa fine dell’operazione italiana NAURAS a Tripoli, come è confermato da numerosi episodi documentati nel corso degli ultimi mesi, il ruolo di coordinamento da parte delle autorità italiane, collegate con le unità delle missioni di Frontex e di Eunavfor Med, fondamentali negli avvistamenti aerei, ha garantito ai libici una totale libertà di azione in acque internazionali, anche a 90 miglia dalla costa. Ed ha contribuito all’allontanamento delle ultime navi delle Organizzazioni non governative, bloccate anche con espedienti burocratici e giudiziari. Anche Malta ha partecipato alla guerra contro i soccorsi umanitari, bloccando a La Valletta le navi delle ONG , come la Sea Watch, adesso “liberata”, e la Lifeline,”colpevoli” di avere soccorso migranti in stato di “distress”, a rischio di morire per i ritardi degli interventi delle autorità statali.Nulla sarà dimenticato, anche se gli organi preposti alle attività di ricerca e salvataggio hanno imposto una censura sempre più rigida sui respingimenti delegati ai libici. I processi penali chiariranno attraverso  indagini difensive il ruolo deviante dei servizi di informazione, i legami con i gruppi di estrema destra, anche a livello europeo, ed il “grado di coesione” tra la sedicente guardia costiera “libica” ed i più alti comandi militari italiani, ormai alle dipendenze del ministero dell’interno. Non possiamo prevedere quanto il Global Compact for Migration potrà contrastare questo degrado della politica europea ed italiana, in accordo con paesi che non rispettano i diritti umani. Presto, però, le navi delle ONG ritorneranno sulla rotta del Mediterraneo centrale, a garantire monitoraggio e soccorso, malgrado il blocco imposto ad Aquarius con il ricatto rivolto agli stati di bandiera, da ultimo Panama. La solidarietà non si arresta, a mare, come a terra, nei tribunali, anche a livello internazionale, e sui territori.