Dietro le “foto di famiglia”, sulla Libia intese possibili solo contro i diritti delle persone

  1. di Fulvio Vassallo Paleologo

La Conferenza di Palermo sulla Libia si è conclusa senza un documento finale condiviso, senza date precise per i prossimi incontri, senza alcun richiamo ai diritti violati dei migranti e delle popolazioni civili libiche. Una sorta di “cessate il fuoco” sul piano diplomatico, che non delinea però come si potrà implementare il piano delle Nazioni Unite, su cui molti convergono, per riservarsi poi una personale interpretazione degli impegni che impone alle diverse parti oggi in conflitto.  E’ filtrata così “da fonti diplomatiche italiane” la notizia, tutta da confermare, che Haftar avrebbe dato il suo assenso alla permanenza di Serray a Tripoli, nel ruolo di capo del governo, fino alle prossime elezioni che dovrebbero svolgersi nella seconda metà del 2019. Dopo che sono state evidentemente rinviate quelle già fissate per il 10 dicembre di quest’anno. Ma da Bengasi arrivano gia’ forti critiche alle conclusioni del vertice e il futuro della Libia rimane ancora molto incerto, come prima della Conferenza di Palermo. Ed a Tripoli, nei pressi dell’aeroporto si e’ mossa la Settima brigata e sono riprese le sparatorie.

In realtà Haftar è andato via da Palermo senza incontrare le delegazioni delle altre fazioni libiche, e la Turchia, che sostiene invece Serraj, ha abbandonato i lavori della conferenza plenaria offesa dal mancato invito al “summit” ristretto, parallelo, imposto da Haftar con il supporto di Russia ed Egitto. Non si vede davvero come, quello che Conte ha definito “lo spirito di Palermo”, possa consentire nei prossimi mesi la “stabilizzazione” della Libia, una duratura cessazione degli scontri armati e la riunificazione delle principali istituzioni libiche, a partire dalla Banca centrale e dall’esercito, con la transizione verso un governo unitario.

La nuova politica nazionalista delle alleanze internazionali del governo gialloverde, affidata in questa occasione a Conte, malgrado la numerosità degli invitati a Palermo, appare solo come una conferma dell’isolamento dell’Italia. Anche se la Francia di Macron è apparsa su posizioni coincidenti con quelle italiane, come avviene spesso nei vertici multilaterali, e forse anche per i recenti accordi tra Enel e Total sul petrolio libico, si è registrata una grave assenza europea, che non può ritenersi colmata dalle parole di circostanza della Commissaria UE agli affari esterni Federica Mogherini. Un recente rapporto di Amnesty International conferma le gravissime responsabilità dell’Unione Europea nell’avvitamento della crisi libica, che non potrà certamente risolversi con iniziative d’immagine come quella della Conferenza di Palermo.

La complessiva posizione italiana in Libia, dove non si riesce neppure a mandare un nuovo ambsciatore a Tripoli, al di là del ruolo delle grandi imprese italiane presenti in quel paese, non appare particolarmente rafforzata. Non sempre basta la diplomazia sotterranea dell’ENI. Le strette di mano, buone per le foto di opportunita’, non risolvono un conflitto civile e militare che,in Libia ed ai suoi confini, la divisione dell’Unione Europea e la competizione tra le potenze industriali mondiali stanno alimentando. La Libia potrebbe diventare una nuova Siria. Una soluzione pacifica non è ipotizzabile senza il concorso di tutti gli attori in gioco, nella consapevolezza delle divisioni che attraversano il mondo musulmano. I contatti bilaterali con il governo turco per la partecipazione all’iniziativa italiana erano stati intensi. A Palermo si è sicuramente sottovalutato il ruolo della Turchia che ha abbandonato i lavori prima della fine della conferenza, quando si è appreso del vertice ristretto imposto da Haftar, dal quale era stata esclusa proprio la delegazione turca.

Scrive Alberto Negri oggi sul Manifesto ” “La conferenza internazionale è stata soprattutto un’operazione cosmetica per dare una vernice di provinciale rispettabilità a un conflitto che dura da sette anni e che è diventato un’altra guerra per procura come la Siria e lo Yemen, anche se in modo meno esplicito e più sotterraneo. Il generale Haftar, cittadino americano da 20 anni, non rinuncia a puntare su Tripoli, appoggiato dal generale egiziano Al Sisi: obiettivo fare fuori i Fatelli Musulmani, un target condiviso da Russia, Francia, Arabia Saudita e Usa.”

Alla fine della conferenza di Palermo si è tentato di arrivare alla firma di un documento (statement) condiviso, senza successo. Questo il contenuto parziale:

The Libyan parties participating in the Palermo Conference from 12 to 13 November issued a final statement that included the following points:1 – Respect for the eligibility of elections and punishing those who try to block them.- 2. The legitimate institutions shall assume their responsibilities for the holding of fair elections- 3. Emphasizing the need to adopt a constitution that affirms Libyan sovereignty- 4- Supporting the dialogue to build military and security institutions under the auspices of Egypt.- 5. Considering the Skhirat agreement as the only way to reach a political solution in Libya.- 6. The parties fully support the UN plan and the efforts of its envoy Ghassan Salame in Libya”.

Questo dunque lo statement che Haftar non ha sottoscritto partendo da Palermo senza partecipare ai lavori della Conferenza sulla Libia. Si e’ tenuto le mani libere, forte della copertura ottenuta dall’Egitto di Al Sisi e dalla Russia di Putin. Il governo italiano guarda ormai nella loro direzione. Verso la cancellazione dei diritti umani dei migranti e delle persone in generale, anche dei libici, anche degli italiani più poveri, costretti a condividere con i migranti una casa occupata. Salvini e Di Maio sono finalmente rimasti in silenzio per due giorni. Ma Salvini, già protagonista di una missione in Qatar che potrebbe avere minato le possibilità di riuscita del vertice di Palermo, si e’ fatto comunque vivo, inviando le ruspe al centro Baobab di Roma per l’enesimo sgombero e alimentando così la sua campagna elettorale contro tutte le povertà.

Il ministro dell’interno pensa già di avere vinto la sua personale battaglia contro il soccorso in mare e le ONG. Nelle acque del Mediterraneo centrale spadroneggiano le motovedette libiche. Per i migranti intrappolati nei lager libici non c’è scampo, continuano abusi e torture vere e proprie al fine di estorcere loro danaro, per chi non può pagare è finita. Lo confermano testimonianze sempre più atroci che giungono dai lager libici, ma che i potenti riuniti a Palermo hanno nascosto dietro le fotografie inondate di sole ed i volti sorridenti. Da ultimo Salvini si fa propaganda con l’arrivo di qualche decina di profughi attraverso un corridoio umanitario gestito da organizzazioni non governative e dalla Chiesa, una stonatura di fronte alla sofferenza di decine di migliaia di persone intrappolate in Libia e in altri paesi di transito, proprio per effetto delle scelte politiche e militari dettate dallo stesso ministro dell’interno. Se con la scusa dei corridoi umanitari riservati a poche decine di persone il ministro dell’interno e vicepresidente del Consiglio pensa di aprire un centro di detenzione a Tripoli gestito dall’UNHCR per definire quella zona come “sicura” e legittimare i respingimenti collettivi, si sbaglia di grosso, e finge di ignorare quale è oggi la reale situazione sul campo a Tripoli e in gran parte della Tripolitania.

La storia delle migrazioni ci insegna però che, dopo i successi delle ondate repressive, le partenze dei migranti dai paesi di transito nei quali rimangono intrappolati, magari per anni, riprendono sempre. Intanto però è sempre più drammatica la condizione di chi viene ripreso in alto mare e riportato nei lager dai quali era fuggito, in mano a milizie che non si fanno scrupolo di torturare le loro vittime pur di estorcere altro denaro. E non regge più neppure la distinzione tra centri di detenzione “governativi” e “connecting house” gestiti dai trafficanti, in combutta con le milizie armate che controllano i territori. Una distinzione che in Libia è sempre più difficile. E’ sempre più critica la condizione dei migranti sequestrati nel centro di detenzione di Ben Gashir, a 34 chilometri dalla capitale, oggetto di un conflitto endemico tra milizie che si contendono il controllo del vicino aeroporto. Ancora nella giornata di oggi, secondo quanto riferisce l’ANSA, “scontri sono scoppiati proprio nel distretto di Ben Ghashir, Tripoli sud, tra la 7/a Brigata e i miliziani della Forza di sicurezza centrale. Lo riferiscono media libici e testimoni”. Non si conosce la sorte dei migranti internati nel centro di detenzione ubicato in quel distretto. Eppure da tempo avrebbero dovuto essere evacuati e trasferiti verso località più sicure. Ma fino ad oggi nessuno in Libia sembra garantire davvero la sicurezza dei migranti e degli stessi civili libici. Neppure la presenza dell’OIM e dell’UNHCR, che non riescono a mettere in sicurezza tutti i migranti che visitano nei campi di detenzione come quello di Ben Gashir nei quali hanno ancora accesso.

Come ci ricorda Angela Caponnetto ” A due settimane dal primo appello, i 300 eritrei prigionieri a Ben Gashir, sono stati registrati dagli operatori dell’UNHCR. Ma i soprusi, il cibo fornito a piccolissime dosi, le torture, continuano. E i prigionieri continuano a inviarci appelli con richiesta di evacuazione. Stessa situazione in altre carceri libiche. E’ atterrerà in Italia un aereo con 51 eritrei (famiglie con bambini piccoli) partiti dal campo profughi in Niger. Dal 2017, di quelli evacuati in Niger dalla Libia, ne sono arrivati meno di 400. ma ce ne sono ancora 5.000 registrati prigionieri che nessuno vuole. Basterebbe una condivisione di tutti i paese europei per salvare almeno queste vite. Almeno queste: perché oltre a queste ci sono poi tutti gli altri nelle prigioni non ufficiali. Ipotizzare quello che stanno passando va oltre ogni orribile immaginazione”.

Sembra così destinata a durare con l’avallo di tutte le parti libiche, e dei governi europei, la politica di sistematica omissione di soccorso e di criminalizzazione delle Organizzazioni non governative, già promossa da Minniti e dal governo Gentiloni, con il supporto europeo, con il Migration compact, a partire dal mese di febbraio dello scorso anno, prima con il Protocollo d’intesa con la Guardia costiera libica, e poi il giorno dopo con la Conferenza di Malta del 3 febbraio 2017.

Alla Conferenza di Palermo nessuno ha parlato delle migliaia di vittime di naufragio in mare, sulle rotte del Mediterraneo centrale,frutto della sciagurata decisione di delegare ai libici i soccorsi in acque internazionali, dallo scorso anno, e poi, a partire dal 28 giugno di quest’anno, di istituire una zona SAR (ricerca  e salvataggio) libica, senza che il governo di Tripoli o le milizie che controlano le altre città portuali avessero un effettivo coordinamento operativo rivolto alla salvaguardia della vita mana in mare. Rimane irrisolta la questione dei soccorsi nella zona SAR sovrapposta tra Italia e Malta. Adesso finalmente qualche giornale ritorna a parlare della “farsa della SAR libica”. Sarebbe tempo che le Nazioni Unite e l’IMO (Organizzazione marittima internazionale) pongano fine ad una situazione di incertezza sulle zone SAR nel Mediterraneo centrale, che compromette la vita delle persone che continuano a partire dalle coste libiche. Le politiche della deterrenza hanno già avuto il loro costo più alto in termini di vite umane.

Anche gli interventi delle navi commerciali, coinvolte sempre più spesso in attività di salvataggio in alto mare in quella cje si assume come zona SAR libica, si sono risolte in respingimenti collettivi, come è avvenuto la scorsa estate con l’ASSO 28 e come sta avvenendo ancora in queste ore nel porto di Misurata, dove 95 naufraghi soccorsi alcuni giorni fa in acque internazionali si rifiutano di scendere dal cargo che li ha salvati. Sanno benissimo quello che li attende dopo la loro riconsegna alle milizie libiche dalle quali erano riusciti a fuggire. Come non si è parlato delle vittime in mare, anche la questione delle migliaia di migranti intrappolati nei centri di detenzione in Libia è rimasto al di fuori degli incontri che si sono tenuti a Palermo, di fatto due conferenze parallele, come voleva Haftar. Le loro vite ed i loro corpi sono stati cancellati in nome delle esigenze di sicurezza e di difesa dei confini che tutti hanno condiviso.

L’insistenza della lotta contro quella che chiamano “immigrazione llegale” ha saldato le posizioni di tutti i diversi partecipanti alla Conferenza di Palermo, ed anche Haftar che pure non ha partecipato ai lavori della Conferenza, prima di lasciare la Sicilia ha emesso un comunicato nel quale pone al centro della sua politica, e delle sue future attività militari in Libia, il contrasto dell’immigrazione “illegale”, la sola possibile quando gli stati bloccano tutte le vie legali di ingresso ed impediscono il rilascio di visti per motivi umanitari.”Siamo sempre in stato di guerra e il Paese ha bisogno di controllare le proprie frontiere”, ha affermato Haftar, al microfono di una televisione libica a Palermo. “Abbiamo frontiere con la Tunisia, Algeria, Niger, Ciad, Sudan ed Egitto e la migrazione illegale viene da tutte le parti”. Secondo il generale “i leader di questi Stati sicuramente hanno un punto di vista su questo tema e devono aiutarci almeno controllando le loro frontiere in maniera di non permettere l’immigrazione clandestina che ci crea il problema delle milizie, al-Qaeda, Daesh (Isis, ndr), movimento islamico e integralisti che entrano attraverso le nostre frontiere”. Esattamente come si aspetta certa opinione pubblica europea che lega sempre più la questione immigrazione al tema del terrorismo.

Come bliancio della Conferenza di Palermo, sembra così che l’Italia voglia continuare ad appoggiare le diverse fazioni libiche per esternalizzare in territorio libico i controli di frontiera, di fatto le frontiere dell’Unione Europea, ed inasprire le prassi operative di intercettazione in mare e di respingimento delegato alla Guardia costiera rifornita e coordinata anche dalle autorità italiane.

In questo modo, insistendo sugli aspetti legati alla lotta contro la mobilità umana, si pensa di tutelare gli interessi economici italiani in Libia ed in stati nei quali non si rispettano certo i diritti umani, come l’Egitto di Al Sisi, presente a Palermo, e definito da qualcuno “ago della bilancia”, senza alcuna garanzia di punire i responsabili delle torture e dell’uccisione di Giulio Regeni. Lo stesso Egitto nel quale si sono arrestati tutti i difensori dei diritti umani, persino i loro congiunti, come Amal Fathi, e nei quali la tortura ai danni degli oppositori è una pratica quotidiana.

Del resto la sfilza di rappresentanti di stati che violano i diritti umani presenti a Palermo era lunga, come si potrebbe ricostruire agevolmente leggendo i rapporti di Amnesty International relativi , oltre che all’Egitto, al Niger, al Sudan, alla Nigeria, al Chad ed a tanti stati che però vengono considerati interlocutori politici quando si tratta di contrastare le migrazioni ed il diritto alla fuga, anche se violano tutti i giorni i diritti umani. E invece dovrebbero ampliarsi i corridoi umanitari, moltplicare le evacuazioni di migranti dalla Libia, consentire il rilascio di visti per ragioni umanitarie. Non ci sarebbe nessuna “invasione”, se ci fosse un minimo di condivisione degli oneri di accoglienza a livello internazionale. Se partisse una missione europea di soccorso in mare, sul modello di Mare Nostrum, si salverebbero molte vite, ma oggi questa posizione risulta minoritaria. Hanno messo in minoranza il diritto alla vita ed alla protezione internazionale. Sulle rotte del Mediterraneo centrale si continua a morire, nell’indifferenza generale.

Sembra che ormai le popolazioni europee si siano assuefatte, almeno in maggioranza, all’idea che alle persone che nascono al di fuori della fortezza Europa, o che cercano di arrivarvi, possano essere riservate condizioni di vita disumane, o possano essere sottomesse a regimi autoritari che sopravvivono con il terrore delle carceri e con l’intervento dei servizi segreti, se non con la repressione armata. Regimi autoritari, spesso dittature vere e proprie, caratterizzate da sistemi di corruttela che garantiscono ottimi profitti alle compagnie multinazionali che ne ricavano risorse a basso costo. Questa diffusa consapevolezza, alimentata dai partiti di destra, o apertamente populisti, porta poi a ritenere che anche agli immigrati che hanno la fortuna di arrivare sui nostri territori possano essere riconosciuti diritti “minori”, quando non si legittimano apertamente pratiche discriminatorie e violenza razzista.  Sui diritti fondamentali della persona prevale così il “superiore interesse nazionale” o la difesa delle frontiere, quando quelle frontiere sono l’ultimo barlume di speranza che rimane per chi fugge da torture ed abusi di ogni genere. Finchè il (dis)ordine mondiale e la nostra società saranno improntate  a questa visione differenziale dell’essere umano, a seconda del luogo di nascita o del colore della pelle, non vi potrà essere alcuna sicurezza, per nessuno, ed i conflitti regionali si acuiranno giorno dopo giorno, fino a sfociare in vere e proprie guerre. Come potrebbe accadere anche in Libia, nei prossimi mesi, malgrado le “foto di famiglia” scattate durante la Conferenza di Palermo.