L’Italia respinge i naufraghi di Aquarius, prima della soluzione europea

di Fulvio Vassallo Paleologo

Per giorni abbiamo assistito ad ogni sorta di attacchi nei confronti della nave Aquarius 2 della ONG Sos Mediterraneè, “colpevole” di non avere riconsegnato alle motovedette libche qualche decina di migranti soccorsi in acque internazionali, mentre poco distante centinaia di naufraghi venivano intercettati in tre diverse operazioni dalla sedicente guardia costiera “libica” e riportati nei centri di detenzione, nei quali avevano già subito trattamenti disumani e degradanti. Dalle  notizie ricavabili dal diario di bordo pubblicato on-line da Sos Mediterraneè si ricava che le autorità italiane, richieste da Aquarius di indicare un porto sicuro di sbarco quando la nave si trovava ancora nella cd. zona SAR (ricerca e salvataggio) libica, hanno rifiutato di assumere la competenza di coordinamento SAR, indicando come autorità competente la centrale di coordinamento (Jmrcc) di Tripoli.

Questi i momenti cruciali del 24 settembre scorso, dopo che nei giorni precedenti l’equipaggio di Aquarius aveva operato due soccorsi in acque internazionali, in quella che si asume essere la zona SAR “libica”. Immediata la risposta maltese, molto ritardata quella italiana, entrambe di contenuto negativo.

Alla fine le autorità italiane e maltesi ribadivano, con ore di ritardo, la competenza di coordinamento dei libici e dunque negavano la indicazione di un “place of safety” nel quale sbarcare i naufraghi soccorsi in acque internazionali. Si accettava, anzi si imponeva, la possibilità che le persone che avrebbero potuto essere soccorse dalla ONG o da altre navi commerciali in transito, fossero invce intercettate (i libici dicono “soccorse”) dalle motovedette partite da Tripoli per essere ricondotte in un porto libico, e quindi internate in un centro di detenzione.

Tutto questo avviene da mesi, anche se le Nazioni Unite e la stessa Commissione Europea hanno avvertito che la Libia, o quello che ne rimane come stato unitario, non offre porti sicuri di sbarco. In alcuni casi, addirittura, i trafficanti ed i miliziani hanno abusato dei migranti avvicinandosi con le divise ed i loghi dell’UNHCR. Questa è la situazione reale in Libia, che le autorità italiane cercano di nascondere per legittimare i rapporti di collaborazione con la Guardia costiera “libica”, e le prassi di intercettazioni in alto mare, con l’assistenza italiana offerta dalla missione Nauras di base a Tripoli nel porto militare di Abu Sittah.

Sarebbe tempo che l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite presente in Libia, anche se la Libia non ha mai aderito alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati, assumesse comportamenti coerenti con quanto recentemente affermato, in ordine alla impossibilità di garantire assistenza nei luoghi di sbarco e di accedere nei centri di detenzione. E che l’OIM ammetta che la possibilità di un rimpatrio assistito dalla Libia nei paesi di origine, se può contribuire ad evacuare persone particolarmente vulnerabili dalla Libia verso i paesi di origine, riguarda una minima parte dei migranti intrappolati in Libia e non può essere proposta come giustificazione per operazioni generalizzate di blocco in acque internazionali e di riconduzione verso i porti libici, affidate ad una Guardia costiera che è stata più volte accusata di violare i diritti umani delle persone che intercetta in alto mare, anche a costo di impedire gli interventi delle ONG.

Occorre mettere fine alla guerra contro le ONG che continuano a soccorrere vite in acque internazionali. Una guerra che dura da oltre due anni e che adesso, dopo campagne diffamatorie, iniziative giudiziarie ( in parte archiviate o in corso di archiviazione), ostruzionismi di ogni tipo a livello amministrativo, ha ridotto le possibilità di soccorso sulla rotta del Mediterraneo centrale. Si è arrivati al punto di esercitare pressioni indebite sulle autorità panamensi perchè ritirassero l’immatricolazione e la bandiera ad Aquarius 2, dopo che analoga misura era stata adottata ad agosto da Gibilterra, adducendo violazioni inesistenti del diritto internazionale, e problemi burocratici che per anni nessuno aveva rilevato (trattandosi di nave definita come “oceanografica”), mentre venivano salvate decine di migliaia di persone sottratte ad un destino di morte o di torture quotidiane nei campi libici. Pressioni che il ministro dell’interno, e vicepresidente del Consiglio ha smentito, anche se risultano da documenti resi pubblici dalle stesse autorità di Panama. La mancata ottemperanza dell’intimazione di consegnare ai libici i naufraghi che erano stati già raggiunti e soccorsi in acque internazionali, seppure in una zona SAR attribuita nei data base dell’IMO al governo di Tripoli, corrisponde ad un comportamento legittimo imposto dalle norme del diritto internazionale e dalla previsione, sul piano interno nei diversi ordinamenti nazionali, dell’omissione di soccorso in mare come reato.

Quando sembrava che anche la Francia avesse negato un porto sicuro di sbarco, attaccando il governo italiano, che si riteneva responsabile di fornire il “porto sicuro più vicino”, una intesa con Malta, patrocinata dalla Spagna e dal Portogallo, e quindi accolta anche dai francesi,ai quali poi si aggiungevano i tedeschi, cosentiva l’avvicinamento di Aquarius, poco prima che si scatenasse una burrasca, alle coste maltesi. Nel banco degli ormeggi in acque internazionali, davanti al porto di La Valletta, si concordava il trasbordo su una unità maltese, in vista dell’immediato trasferimento dei migranti verso i paesi che avevano concordato l’intesa. Ma queste estenuanti trattative sul destino di persone reduci da ogni sorta di abusi in Libia si possono ripetere ad ogni occasione di soccorso operato in acque internazionali in quella vastissima zona SAR che si vuole attribuire al governo di Tripoli ? Non si tratta forse di altri trattamenti inumani e degradanti inflitti a persone che hanno già subito abusi ed estorsioni in Libia ?

Alla fine non ha vinto certo la politica del ricatto giocata da Salvini e Toninelli sulla pelle dei naufraghi soccorsi in alto mare. Un ricatto che si ripete dalla prima vicenda che ha avuto come “vittime” le persone soccorse da Aquarius a giugno, allora per ottenere modifiche al regolamento Dublino, che si è ripetuto ad ogni soccorso operato nella pretesa Sar Libica, come nel caso Diciotti, per ottenere una redistribuzione immediata dei naufraghi soccorsi in acque internazionali tra i diversi stati europei. La politica dei porti chiusi è stata duramente criticata anche dall’ONU perchè in violazione degli obblighi di soccorso stabiliti dalle Convenzioni internazionali, ed a vantaggio delle organizzazioni criminali che si vorrebbe combattere.

Dopo la soluzione individuata a livello europeo, che ha  consentito lo sbarco dei naufraghi a Malta, sono rimasti soltanto i dinieghi italiani, trasmessi al comandante di Aquarius per impedirgli lo sbarco in Italia dei naufraghi soccorsi nella zona SAR che si riconosce impropriamente al governo di Tripoli ed alla Guardia costiera “libica” che ne costituisce ormai l’asse portante nei rapporti con i paesi europei. Non si può continuare con queste prassi che, ad ogni soccorso in acque internazionali, addirittura anche in caso di interventi della guardia costiera italiana, costringono i naufraghi a giorni di attesa prima di potere essere sbarcati in un porto sicuro, diritto inalienabile per ogni essere umano.

Si tratta di scelte che rispondono ad una logica di annientamento della dignità delle persone private persino dei diritti di difesa, perchè si traducono in prassi informali di respingimento collettivo imposte dal governo alle autorità marittime, come da ultimo nel caso della nave Aquarius della ONG SOS Mediterraneè. Sono ormai lontani i tempi in cui la Marina italiana e la nostra Guardia costiera costituivano un esempio nel rispetto degli obblighi di ricerca e salvataggio imposti agli stati in acque internazionali, anche al di fuori delle zone SAR di competenza, quando si trattava di salvare vite umane. I rapporti annuali della Guardia costiera italiana rinviano a prassi che ormai sono state accantonate in nome del modello australiano “zero sbarchi”.

Gli stati europei sempre più divisi tra loro, continuano ad assistere all’avvitamento delle politiche sicuritarie italiane,pur cercando di isolare i tentativi dell’attuale governo giallo-verde, tesi alla costituzione di un fronte europeo sovranista e nazionalista. Ma le regole delle missioni Themis di Frontex e Sophia di Eunavfor Med impongono una collaborazione immediata anche nella cd. sona SAR libica, quando sono in pericolo vite umane, e gli interventi non possono essere ritardati dall’ostruzionismo italiano che nega la indicazione di un porto sicuro di sbarco. Lo impongono le Convenzioni internazionali di diritto del mare quando un paese non riesce a garantire effettivamente le attività di ricerca e salvataggio alle quali sono finalizzate le zone SAR. Sarebbe tempo che l’Unione Europea, di fronte alle prassi di abbandono in mare imposte dal governo italiano, decida di rafforzare le funzioni di ricerca e salvataggio delle missioni Frontex, già previste dai Regolamenti europei n.656 del 2014 e n.1624 del 2016. La moltiplicazione delle finalità repressive, o la delega di soccorsi a stati terzi, che neppure garantiscono i diritti umani, non possono cancellare gli obblighi gerarchicamente sovraordinati di salvaguardare la vita umana in mare.

L’istituzione di una zona SAR è intrinsecamente subordinata alla circostanza che lo Stato parte della Convenzione sia in grado di garantire l’operatività continua ed efficace dei servizi SAR nell’area di propria competenza. In particolare, lo Stato si impegna a istituire un Centro e dei Sotto-centri di coordinamento,a designare delle unità costiere di soccorso, a disporre di strutture, mezzi navali e aerei, centri di telecomunicazione di soccorso e personale adeguato (da un punto di vista quantitativo e qualitativo). Appare evidente che a bordo delle loro motovedette i libici non dispongano neppure di salvagenti o di mezzi collettivi di salvataggio in misura adeguata alle persone da soccorrere.

La Convenzione di Amburgo del 1979 chiarisce che un servizio SAR, per essere efficace, deve essere gestito e sostenuto adeguatamente oltre a essere integrato in uno specifico contesto normativo. La Libia, o meglio il governo di Tripoli, come del resto Malta, per ragioni diverse, non soddisfano oggi queste condizioni.

Malta, in particolare,  continua a pretendere la titolarità di una vastissima zona SAR ed adduce anche l’esistenza di una zona SAR “libica” per giustificare la sua indisponibilità ad offrire un porto sicuro di sbarco. Come per il governo italiano, anche le autorità maltesi ritengono che dal momento che è stata istituita una zona SAR libica le persone socorse in quell’area vadano ricondotte nelle città come Tripoli o Sabratha, anche se proprio in queste città sono in corso gravi scontri, che mettono a rischio i civili libici ed i migranti intrappolati in quei territori. Sono ben note a tutti, dunque ai maltesi, come agli italiani, le gravi violazioni dei diritti mani commessi dalla Guardia costiera “libica” ai danni delle persone intercettate in mare. Comunque di fronte alla chisura dei porti decisa da Salvini e Toninelli, le autorità di La Valletta hanno almeno consentito lo sbarco ed il transito dei naufraghi di Aquarius respinti dal governo italiano.

L’atteggiamento della Francia nei confronti dell’Italia è di evidente chiusura, e si manifesta, oltre che con la competizione in territorio libico, anche nelle prassi illegali di respingimento adottate alla frontiera di Ventimiglia. Contro i francesi, il governo italiano, che punta ad un asse con l’Ungheria di Orban e con l’Austria di Kurz, i due capi nazionalisti che stanno attentando all’Unione Europea, si trova poi costretto a chiedere aiuto agli unici governi non apertamente populisti che ancora rimangono in Europa.  La Francia ha molti torti nei confronti dell’Italia, ma non sbaglia quando denuncia il mancato intervento delle autorità italiane. Come afferma Macron,”l’Italia ha scelto di non seguire più le leggi internazionali e in particolare quelle umanitarie del mare” . L’ultima vicenda di Aquarius, da questo punto di vista, è davvero esempllare. Non si possono ritardare i soccorsi per non assumere la responsabilità di coordinamento SAR e dunque l’obbligo di sbarco in un porto sicuro. Per nascondere i fallimenti internazionali, anche sulla mancata riforma del Regolamento Dublino, il governo a trazione Salvini cavalca adesso il binomio allarme sicurezza-emergenza immigrazione, e brandisce la chiusura dei porti alle ONG come un’arma di sicuro incasso elettorale, ma si tratta di un emergenza inventata, a fronte di un calo esponenziale degli sbarchi e delle domande di asilo.

Non sono invece inventate le ricorrenti violazioni delle autorità italiane ai doveri di soccorso stabiliti dalle Convenzioni internazionali ed al principio di non respingimento affermato dall’art. 33 della Convenzione di Ginevra, completato dall’art. 4 del Quarto Protocollo allegato alla CEDU e dal’art. 19 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, che vietano i respingimenti collettivi. Come è successo in tutti i casi in cui, a partire dal 28 giugno di quest’anno, le autorità italiane non hanno risposto alla richiesta di un porto di sbarco ed hanno indicato nella Guardia costiera libica l’autorità responsabile per il soccorso, stabilendo in questo modo che le persone che già si trovavano in acque internazionali da dove veniva richiesto un intervento alle autorità italiane, sarebbero state intercettate dalle motovedette libiche e ricondotte nei centri di detenzione dai quali erano fuggite.

Le autorità di uno Stato costiero competente sulla zona di intervento in base agli accordi regionali stipulati, le quali abbiano avuto notizia dalle autorità di un altro Stato della presenza di persone in pericolo di vita nella zona di mare S.a.r. di propria competenza, dovranno intervenire immediatamente senza tener conto della nazionalità o della condizione giuridica di dette persone (punto 3.1.3 Convenzione di Amburgo. SAR del 1979 ). In passato, dopo la segnalazione dei casi di soccorso, le motovedette veloci della Guardia costiera partivano da Lampedusa e riuscivano in poche ore a raggiungere i luoghi degli eventi SAR. Oggi quelle motovedette rimangono ferme in porto, oppure operano al limite delle acque territoriali italiane.  Spetta all’autorità nazionale che ha avuto i primi contatti con le persone in pericolo in mare coordinare le operazioni di salvataggio tanto nel caso in cui l’autorità nazionale competente S.A.R. dia risposta negativa alla possibilità di intervenire in tempi utili quanto in assenza di ogni riscontro da parte di quest’ultima. La cessione della competenza ad operare interventi SAR in acque internazionali non dovrà pregiudicare i destini e le stesse vite delle persone che si devono soccorrere, in nome di una esigenza politica di contenimento della presenza di migranti in un paese.

Un respingimento collettivo si può realizzare anche se le persone non sono mai salite a bordo di una unità militare o civile dello stato che respinge. Ormai il monitoraggio sulle rotte del Mediterraneo centrale è affidato a mezzi aerei piuttosto che ad assetti navali. Come ha osservato la Corte Europea dei diritti dell’Uomo nella sentenza Hirsi, “secondo il diritto internazionale in materia di tutela dei rifugiati, il criterio decisivo di cui tenere conto per stabilire la responsabilità di uno Stato non sarebbe se la persona interessata dal respingimento si trovi nel territorio dello Stato, o a bordo di una nave battente bandiera dello stesso, bensì se essa sia sottoposta al controllo effettivo e all’autorità di esso”. 

Malgrado la istituzione di una zona SAR di loro competenza, I libici continuano a confermare che le attività di ricerca e soccorso (SAR), in realtà vere e proprie intercettazioni in acque internazionali, avvengono da tempo sotto il coordinamento delle autorità italiane. “Rome provides Libya’s coastguard with logistical support via its “Joint Rescue Co-ordination Centre”, locating migrant boats to intercept or rescue, as well as providing basic maintenance. Come era stato chiaramente affermato anche dal Giudice delle indagini preliminari di Catania, nel caso del sequestro della nave Open Arms.

Il coordinamento operativo che emerge da quanto accertato dai tribunali di Catania e di Ragusa nelle sentenze sul caso Open Arms, e dagli accordi internazionali ( fino al Memorandum d’intesa del 2 febbraio 2017)  tra il governo italiano, la Guardia costiera italiana (IMRCC) , la Marina militare con una nave presente nel porto di Tripoli, e la sedicente Guardia costiera “libica”, potrebbe configurare un vero e proprio respingimento collettivo, attuato anche direttamente dall’Italia, vietato dall’art.4 del Quarto Protocollo allegato alla CEDU e dall’art. 19 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Se infatti per la configurazione di un respingimento collettivo, in base a quanto affermato dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo, occorre che i migranti siano soggetti alla potestà esclusiva del paese che respinge, la circostanza che le persone siano a bordo di imbarcazioni fatiscenti coinvolte in attività SAR per le quali sia dovuto un coordinamento alle autorità italiane, al fine di evitare la riconduzione in un territorio come la Libia, privo di “place of safety”, le sottopone alla piena giurisdizione dell’Italia. Che come avvenuto in passato, a partire dalla missione Mare Nostrum, nel 2014, deve anche garantire un luogo di sbarco nel place of safety più vicino, e non nel porto più vicino. Ed è l’Italia che deve anche garantire il rispetto del principio di non refoulement (respingimento) affermato dalla Convenzione di Ginevra (art.33) e del divieto di respingimenti collettivi, oltre che il divieto di trattamenti inumani o degradanti, pure sanciti dalla CEDU.

 

Quando le autorità italiane cedono la responsabilità SAR alle autorità libiche, con riferimento alle persone che, trovandosi a bordo di imbarcazioni fatiscenti in acque internazionali, hanno diritto ad essere sbarcati in un place of safety che non può trovarsi in Libia, indipendentemente dallo stato di bandiera dei mezzi  civili o militari che operano i soccorsi, realizzano di fatto gli stessi risultati di una consegna (rendition) di quelle stesse persone alle autorità di un paese che non garantisce un luogo di sbarco sicuro, che non aderisce alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati, nel quale sono note le collusioni tra autorità statali e trafficanti, e che da ultimo si trova in una fase di conflitto armato e di gravi violazione dei diritti umani anche ai danni della popolazione libica. Non risulta peraltro che la Guardia costiera libica abbia i mezzi per garantire la sicurezza in mare nella vastissima zona SAR che le è stata riconosciuta e finora gli interventi di intercettazione in alto mare sono stati coordinati da autorità italiane presenti in Libia con agenti di collegamento in supporto alla centrale operativa per gli interventi a mare (JMRCC) a fianco del governo Serraj.Tantomeno risulta che la stessa Guardia costiera libica, o una qualsiasi autorità militare in territorio libico possano garantire sicurezza e persino integrità fisica ai migranti che vengono riportati a terra. Lo confermano recenti rapporti delle Nazioni Unite.

Classe 500

Non saranno certo le due motovedette veloci ed i dieci motoscafi classe 500, promessi dall’Italia al governo di Tripoli, non ancora consegnati, che permetteranno alla sedicente “Guardia costiera libica” di corrispondere agli standard internazionali fissati dall’IMO (Organizzazione marittima internazionale) per il riconoscimento di una zona di ricerca e salvataggio (SAR) in capo ad uno stato. Con la delega delle attività di intercettazione in acque internazionali alle unità libiche, da parte dell’Italia, si sta di fatto aggirando il divieto di respingimenti collettivi imposto dalla Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

La Corte europea dei diritti dell’uomo (nella stessa sentenza Hirsi Jamaa contro Italia del 23 febbraio 2012) ha ribadito a tale proposito che il divieto di respingimento verso paesi nei quali le persone potrebbero essere esposte a trattamenti disumani o degradanti, ha natura assoluta. Un principio che andrebbe ricordato anche nel caso della nave umanitaria Aquarius, e di altre navi private, commerciali ed umanitarie, che non possono ritenersi obbligate ad obbedire agli ordini di riconsegna dei naufraghi alle autorità libiche. Ma evidentemente, per questo governo, il rischio di tortura o di trattamenti inumani, se avvengono lontano dalle nostre frontiere, si può anche ignorare, come si ignorano le centinaia di vite umane perse in mare, da quando il 28 giugno scorso si è spinto l’IMO ad inserire nei suoi data base la zona SAR libica autoproclamata dalle autorità di Tripoli. Quelle stesse autorità che oggi non sono neppure in grado di garantire la sicurezza del nostro ambasciatore. Come non riescono a garantire la vita e la sicurezza degli abitanti di Tripoli e quelle dei migranti intrappolati nei centri di detenzione che passano dal controllo di una milizia all’abbandono nelle mani dei trafficanti.

Non è servito a nulla che i tribunali italiani dichiarassero “non sicuri” i porti libici. Dal 28 giugno le autorità italiane hanno risposto alle chiamate di soccorso che provenivano da quella zona indicando nella Guardia costiera “libica” e nella sua incerta centrale di coordinamento a Tripoli (Jmrcc) le uniche autorità preposte al salvataggio della vita di chi si trovava in una situazione di grave distress, in pericolo di naufragio. Dal quella data ad oggi si sono contate centinaia di vittime  in mare, mai tante in rapporto al numero sempre più esiguo delle persone che venivano soccorse, e di molte stragi non si è saputo nulla, perchè l’allontanamento delle ONG ha tolto dalla scena gli unici testimoni attendibili. Da quello stesso giorno la situazione nei centri di detenzione in Libia è diventata ancora più disumana che in passato come confermano tutti i rapporti più recenti delle Nazioni Unite.

Si continua dunque a seguire la stessa linea politica che ha portato al respingimento della nave Diciotti, perché di questo si è trattato, alla quale, quando si trovava davanti Lampedusa, si è impedito, come adesso alla Aquarius, lo sbarco nel porto sicuro più vicino. Rispetto a queste scelte si alimenta l’indignazione popolare contro le rigorose attività di controllo esercitate da alcuni magistrati.Una campagna diffamatoria che dopo le ONG ha preso di mira i magistrati che indagano sulle prassi adottate dai ministri per impedire lo sbarco a terra dei naufraghi, prima che l’Unione Europea, o singoli stati si impegnassero ad accettarne la parte più consistente, con un trasferimento immediato.

La giustizia non può essere amministrata, in base ai sondaggi d’opinione, per venire ricondotta ad un ruolo meramente esecutivo di indirizzi politici, se siamo ancora in uno stato di diritto. Come si verifica anche con il decreto legge su “sicurezza e migranti”, nelle scelte di respingimento collettivo delle navi che hanno soccorso vite umane nel Mediterraneo centrale si rinnova la sfida del governo alla magistratura, dopo gli scontri sulle indagini ( in parte archiviate o in via di archiviazione) contro le ONG e sul caso Diciotti. Un attacco, non solo alla indipendenza dei giudici, ma anche contro i migranti che devono essere soccorsi e tutti i cittadini che si riconoscono nei valori di solidarietà e legalità della Costituzione democratica. Che non resteranno inerti ad assistere ad altri conflitti istituzionali o ad a rinnovati attacchi ai diritti fondamentali delle persone, come oggi, al pari dei respingimenti collettivi dei migranti, si sta verificando con le norme che svuotano il diritto d’asilo costituzionale, cancellando la protezione umanitaria, e discriminano gli immigrati coinvolti in procedimenti penali, privandoli dei diritti di difesa, e ribaltando la presunzione di innocenza, attacchi che domani potranno rivolgersi anche contro le fasce più deboli della popolazione italiana.

 


 

Onboard Aquarius Activities and observations of Aquarius in the Mediterranean Sea
SITUATION RECAP

Last update 25/09/2018 at 19:54  (All times in UTC+2)

– In the early hours of Sunday 23 September, Aquarius rescued 47 people from a small wooden boat in international waters north of Zuwarah

– Aquarius received information of a distress case, north of Zuwarah early Sunday morning, around 1AM. The boat is reported to be wooden, containing approx. 50 people and taking on water.

– Aquarius tries to contact JRCC Tripoli by mutliple means without success. ITMRCC tells Aquarius to get in contact with Libyan Coast Guard patrol boat Al Khifa. Patrol boat Al Khifa later takes on-scene commander role.

– Aquarius coordinates with Al Khifa to start search in area of reported distress

– Aquarius is first to arrive at the area of distress and starts to stabilize the boat. Women and children are transfered to RHIB Easy 1. LCG patrol boat Al Khifa later arrives on scene and a complicated communication with them ensues

– Aquarius is finally authorised to take all people from the boat in distress. LCG patrol boat Al Khifa orders Aquarius to leave the Libyan Search and Rescue Region

– On the evening of the 23 September, an INMARSAT message was sent out to all ships informing of a boat of approx. 100 people in distress, reported to be sinking north of al Khoms

– After coordinating with the JRCC through the ITMRCC, as signalled to do in the INMARSAT message, Aquarius heads to the position of distress

– Aquarius arrives in the early hours of Monday 24 September in the area and conducts a search. ITMRCC informs Aquarius that the Libyan Coast Guard intercepted the boat but are unable to confirm the number of survivors. Aquarius finds a deflated rubber boat and empty used life raft on the scene

– In the evening of Monday the 24 September,  Aquarius is in contact with a maritime patrol aircraft on channel 16 regarding the distress case of a rubber boat close to the Sabratah oil fields

– Aquarius calls JRCC Tripoli and ITMRCC for coordination instructions. JRCC Tripoli cannot be reached. Aquarius sends email to all European RCCs asking for coordination

– ITMRCC inform that the LCG have conducted a succesfull rescue operation

– Aquarius contacts merchant vessel in the vicinity. Survivors are currently on merchant vessel and not LCG vessel

– Aquarius sends email to all European RCCs informing of readiness to assist and bring all rescued people on board Aquarius

– As of the evening of 25 September, Aquarius is no longer in the Libyan Search and Rescue region and is heading towards Malta

September 25, 2018
September 24, 2018
September 23, 2018
September 22, 2018
16:50

Tunisian Navy calls Aquarius on VHF requesting vessel details

Normal navigation
September 20, 2018
September 19, 2018
September 18, 2018
September 16, 2018
September 15, 2018
September 11, 2018
August 27, 2018
August 26, 2018
August 17, 2018
August 16, 2018
August 15, 2018
August 9, 2018
August 8, 2018
August 7, 2018
August 6, 2018
August 5, 2018
August 4, 2018
August 3, 2018
August 2, 2018
August 1, 2018
July 25, 2018
June 29, 2018
June 25, 2018
June 17, 2018