Accordi con la guardia costiera libica, la politica del disumano non vincerà

di Fulvio Vassallo Paleologo

I numeri sembrerebbero dare ragione a Salvini, gli arrivi (ma sarebe meglio parlare di “soccorsi”) dalla Libia sono ancora diminuiti dopo il drastico calo verificato lo scorso anno, a partire dal mese di luglio del 2017, per effetto degli accordi stipulati da Gentiloni e Serraj il 2 febbraio 2017, e delle intese operative negoziate da Minniti, in diretto contatto con la Guardia costiera libica, che “libica”  non può certo definirsi, neppure oggi, dal momento che il governo Serraj non controlla neanche l’intera città di Tripoli. I passi diplomatici italiani in quella regione hanno schierato l’Italia con il governo Serraj sostenuto dalle Nazioni Unite, ma privo di una effettiva capacità di riconciliazione delle diverse tribù libiche. Il danaro affluito soltanto ad alcune di queste milizie, soltanto per bloccare le partenze o il passaggio dei migranti, sta dando risultati nel breve periodo, con il rallentamento delle partenze, ma non sconfigge le mafie ed in tempi più lunghi si rivelerà una cancrena che corroderà quello che rimane dello stato libico.

Numerosi segnali fanno prevedere che i “successi” di Salvini, facilitati dalle intese operative maturate da Minniti negli ultimi mesi di governo, e dalla arbitraria istituzione di una zona SAR libica, a partire dal 28 giugno scorso, in assenza di una effettiva capacità di soccorso e coordinamento delle autorità tripoline, si tradurranno presto in una sconfitta politica irreversibile, a livello internazionale, e quindi anche sul piano interno. L’ultimo decreto legge 84/2018, adesso convertito dal Parlamento, con il quale si assegnano nuovi mezzi navali ai libici, comporterà altre stragi ed in una ennesima manovra di propaganda elettorale.

Il costo umano in termini di vite perdute a seguito di naufragi lo abbiamo già visto, almeno in parte, con dati che non appaiono facilmente smentibili. L’equazione “bandiera” della campagna di Salvini contro le ONG, “meno partenze, meno vittime”, è stata sconfitta in modo inconfutabile. Le vittime in mare non erano dunque da ascrivere a responsabilità delle ONG, ma derivavano dalla mancanza di coordinamento e dall’assenza di una effettiva volontà di soccorso degli stati responsabili delle diverse zone SAR ( Search and Rescue). Lo conferma adesso anche un rapporto di Amnesty International.

Come emerge dal Rapporto di Amnesty pubblicato ieri, non sembra che la creazione, sulla carta, di una zona SAR libica, con un centro di coordinamento “fantasma”, che spesso neppure risponde, migliori le capacità di soccorso della Guardia costiera di Tripoli. Che non trarrà alcun benficio, in questa direzione, dalle dieci piccole imbarcazioni e dalle due motovedette donate adesso dal governo Salvini-Di Maio. Lo hanno confermato subito anche i libici, che evidentemente si aspettano ben altro, soprattutto la rimozione dell’embargo e la fornitura di mezzi che si possano dotare in un secondo momento di armi, in modo da potere garantire a chi li detiene il controllo dei traffici leciti ed illeciti, che dal mar libico si dirigono verso l’Europa attraverso lo snodo di Malta.

In Libia, per effetto delle politche italiane di questi ultimi mesi, non sono stati arrrestati trafficanti, come non sono neppure stati arrestati in Italia, non ci riferiamo qui agli scafisti o agli intermediari,  ma sono raddoppiati i detenuti nei centri di detenzione che tutti ormai paragonano a veri e propri lager. Che tali si confermano, se si vedono direttamente sui corpi di chi arriva le tracce delle violenze subite nel corso della permanenza in Libia, sia pure nei centri governativi e non solo in quelli gestiti dalle milizie.

I testimoni a carico del governo italiano e di quelli europei non mancano ed al tempo opportuno racconteranno ai giudici le loro storie, dall’intercettazione in mare da parte della guardia costiera “libica”, fino al momento del successivo internamento in un campo, e quindi fino alla loro ennesima fuga, ed a quelle dei loro compagni più sfortunati che non sono riusciti a raggiungere l’Europa perchè sommersi dalle acque in alto mare, dalle politiche di deterrenza messe in atto dai governi. Che hanno creduto di risolvere tutti i problemi costringendo le ONG ad allontanarsi ed a diradare le loro missioni di soccorso.

Classe 500

Gli interventi italiani in Libia sono oggi finalizzati soltanto al mantenimento del controllo sulle risorse energetiche di quel paese, e non certo alla riconciliazione delle diverse milizie che si combattono, da sempre arruolate a libro paga, ieri per difendere i pozzi, oggi per impedire le partenze di migranti  verso l’Europa. Una politica tutta sbilanciata sul governo di Tripoli, e sulle milizie che vi rimangono fedeli, una scelta di parte che ha contribuito alla lacerazione della Libia e potrebbe mettere a rischio anche le prossime scadenze elettorali, in un paese nel quale manca ancora qualunque garanzia di rule of law ( stato di didirtto), al punto che la politica delle armi prevale sempre più spesso sulle armi della politica.

Di certo sono già facilmente documentabili gli effetti mortali delle politiche italiane ed europee che hanno violato il diritto internazionale, costringendo la Centrale operativa della Guardia costiera italiana a rinunciare a quel ruolo di coordinamento delle operazioni di ricerca e soccorso in acque internazionali sulla rotta del Mediterraneo centrale, che negli ultimi anni aveva permesso di salvare la vita dei centinaia di migliaia di persone, grazie anche alla presenza delle ONG. Dopo che gli stati, e la stessa Unione Europea, alla fine dell’operazione Mare Nostrum nel dicembre 2014, si erano dimostrati incapaci di assolvere ai doveri di ricerca e soccorso loro imposti dlle Convenzioni internazionali, delegando i soccorsi ai grandi mezzi commerciali.

Malgrado il calo degli arrivi sono aumentate le vittime in mare, e di tante altre non resterà neppure una traccia, dopo l’allontanamento degli unici testimoni, le navi umanitarie delle ONG, che fino all’ultimo hanno riferito di casi di mancato coordinamento SAR in mare e di interventi violenti dei libici, che hanno prodotto l’annegamento di centinaia di persone, uomini, ma anche donne e bambini, i più deboli come sempre esposti per primi alla violenza ed all’abbandono.

Al contrario di quello che pensa Salvini le ONG, le associazioni umanitarie, i cittadini solidali non fuggono affatto. Le missioni di ricerca e salvataggio continuano, e saranno azionate tutte le vie di ricorso per salvaguardare i migranti e gli operatori umanitari oggetto dell’unica forma di deterrenza che questo governo giallo-verde sa attuare, quella affidata alle procure della Repubblica. Le fasi dibattimentali dei processi Juventa a Trapani e Open Arms a Ragusa saranno seguite udienza dopo udienza, mentre Malta dovrà rendere conto del sequestro immotivato di tre navi umanitarie, solo una, la Lifeline, per una accusa legata ad un processo in corso, le altre, la Sea Watch e la Seefuchs, senza alcun titolo.

Sarà proprio dai processi intentati contro gli operatori umanitari, e poi in quelli sempre più numerosi che dovranno essere celebrati a seguito delle denunce che si andranno a sommare nel tempo, che verrà fuori la documentazione proveniente delle autorità statali, relativa ai numerosi casi di abbandono in mare, attraverso il trasferimento ad altre autorità nazionali (in particolare alla centrale operativa- MRCC- della Libia che non esiste) delle responsabilità di coordinamento per le attività SAR in acque internazionali.E bene che si sappia che le ONG continueranno a salvare vite umane in alto mare sulla rotta del Mediterraneo centrale, come è successo ancora oggi, anche se gli stati negano un “porto di attracco sicuro” ( place of safety).

Per ogni accusa, che non sarà facile provare, contro le ONG, ci saranno tante richieste di documentazione che nella sede giudiziaria non si potranno eludere. E che consentiranno a tutti di capire quale è la catena delle responsabilità che lega gli accordi con le autorità di Tripoli con i respingimenti in mare, delegati alla guardia costiera “libica”, e poi alle violenze che le stesse persone, respinte o intercettate in mare, subiscono di nuovo nei centri di detenzione nei quali vengono internati. Una prospettiva di indagine sulla quale si sta muovendo anche la Corte Penale internazionale.

Perchè in Libia di campi di internamento, o di sfruttamento schiavistico, occorre parlare, dunque di lager nella piena accezione del termine, non certo di quei campi”modello” ubicati a Tripoli nei quali è andato Salvini e nei quali entrano le delegazioni internazionali. Ammesso che questi campi governativi garantiscano qualche diritto fondamentale, davvero. Per diventare luogo di commercio di schiavi il giorno dopo le visite dei rappresentanti OIM ed UNHCR. Come confermano le drammatiche immagini giunte dal centro di accoglienza “governativo” di Tarek al Matar, proprio a Tripoli, nel quale fino al 30 giugno scorso operava una organizzazione italiana, il CIR.

Non sappiamo quanto tempo gli attuali ministri, e tra loro Salvini, Toninelli e la Trenta, che hanno imposto la cd. “chiusura dei porti”, ma solo per le ONG, resteranno in campo, tocca adesso alla società civile organizzata sostenere e mantenere attive le operazioni SAR attualmente in corso o programmate a breve tempo.Il tempo farà giustizia, la giustizia avrè il suo corso.  Prima o poi qualcuno dovrà rendere conto del respingimento collettivo ordinato al comandante del rimorchiatore italiano ASSO 28, “place of safety” temporaneo, che dopo avere soccorso decine di migranti in acque internazionali, li ha riportati in porto a Tripoli, consegnandoli direttamente alla Guardia costiera libica all’interno della base militare di Abu Sittah, la stessa dove fa base la nave dela Marina militare italiana che partecipa alla missione NAURAS. Quale catena di comando ha disposto questa “rendition”?

Possiamo solo promettere un impegno quotidiano di restenza, dalla interposizione fisica sui territori, alla predisposizione ed al supporto  di esposti e denunce che permettano quanto meno di non fare cadere nel dimenticatoio le migliaia di vite abbandonate in mare o sequestrate nei centri di internamento in Libia. Potranno vincere oggi, quelli che assegnano ai numeri un ruolo predominante, utile per la loro propaganda, anche rispetto alla GARANZIA  DELLA VITA UMANA IN MARE, E AL PRINCIPIO INTERNAZIONALE CHE VIETA TRATTAMENTI INUMANI O DEGRADANTI” dopo lo sbarco in porto.

Domani però le politiche basate sull’odio e sui respingimenti non potranno reggere, soprattutto, per le mancanza di canali legali d’ingresso, per la diversificazione delle rotte, e per la impossibilità fisica, oltre che giuridica, di eseguire quelle centinaia di migliaia di espulsioni promesse agli elettori in campagna elettorale.Non si può certo attendere altra collaborazione dai paesi del nordafrica nella creazione di “disembarkation point” e di centri di selezione dei migranti. Hanno detto tutti no, anche il governo di Tripoli.

Molti cittadini, che oggi sostengono Salvini e le sue politiche, non vorranno prendere atto della realtà fino a quando non cominceranno a pagare sulla loro pelle gli effetti a catena di politiche basate sull’odio e sulla esclusione. La sicurezza, il lavoro ed il welfare che tutti vogliono difendere non verranno certo dalla chiusura dei porti e dal respingimento di qualche centinaio di naufraghi, in prevalenza donne e bambini.In questo modo si potranno solo incancrenire tutti i problemi, accrescendo il numero degli irregolari, ed andremo tutti incontro ad una crisi sociale seza precedenti, con livelli di conflittualità che non abbiamo visto mai prima d’ ora.

Ai ministri che governano con le querele facili, ai fascisti che accoltellano, ai leghisti che distribuiscono odio razziale,contrapporremo le armi del (buon) dirittto, dell’ascolto e della comprensione reciproca. Abbiamo fiducia, con il tempo, e ce ne vorrà, arriveranno le condanne per chi oggi governa utilizzando le armi della discriminazione istituzionale, delle circolari o delle direttive informali contro legge,  e della paura inculcata negli elettori, per violazioni sempre più gravi del dettato costituzionale e del diritto internazionale. Chiediamo la verità sui respingimenti in Libia. Un appello che si rinnoverà giorno dopo giorno con un cumulo di azioni individuali e collettive.