Il sequestro della Juventa a Lampedusa. Un anno dopo.

di Fulvio Vassallo Paleologo

Un anno fa il sequestro della nave umanitaria Juventa della ONG tedesca Jugend Rettet a Lampedusa. Alla vigilia dell’entrata in vigore del Codice di condotta Minniti, che la associazione tedesca non aveva sottoscritto, come del resto Medici senza Frontiere, per alcuni suoi contenuti che nel tempo si sono rivelati contrari agli obblighi di soccorso sanciti dalle Convenzioni internazionali, in particolare per quanto concerneva già allora il ruolo attribuito alla sedicente Guardia costiera “libica”, in base agli accordi del 2 febbraio 2017.

Come riferiva lo stesso Ministero dell’interno, “«Nella maggior parte dei casi – ha spiegato il procuratore Ambrogio Cartosio – le operazioni servono per trasportare persone scortate dai trafficanti libici». In più occasioni, è stato possibile ricostruire le modalità operative dei soccorsi a migranti che, in almeno in tre casi, non sarebbero stati in pericolo. La motonave prendeva a bordo le persone in mano ai trafficanti nel Mar Libico e poi, non essendo molto capiente, le trasferiva su altre navi della Marina militare o di altre organizzazioni”. La stessa Procura confermava la presenza, nelle occasioni di soccorso contestate alla Juventa, di mezzi della Guardia costiera libica, che però in quel periodo si guardavano bene dall’intervenire. Sono note le indagini internazionali, relative proprio a quel periodo, sui legami tra la cd. Guardia costiera libica e le organizzazioni criminali.

In realtà sulla Juventa e su altre navi umanitarie si indagava già dal mese di ottobre del 2016, proprio da quando partivano da alcuni esponenti di Frontex e da associazioni della ultradestra europea, come GEFIRA, pesanti accuse nei confronti delle ONG, ritenute fiancheggiatrici dei trafficanti, per le loro attività di ricerca e soccorso (SAR) in acque internazionali, che avevano consentito di salvare la vita a decine di migliaia di persone, sotto il coordinamento della Centrale operativa della Guardia costiera italiana. Gli organismi europei giocavano a lungo una partita di attacco contro le ONG, al malinteso fine di ridurre il numero degli sbarchi in Europa, già in calo per fattori ben diversi.

Nel mese di marzo del 2017 le carte dell’indagine, condotta da alcuni ex poliziotti infiltrati a bordo di alcune navi umanitarie, reclutati come componenti della security della nave Vos Hestia di Save The Children, venivano “passate” a Matteo Salvini, che ne faceva uso propagandistico, ben prima di essere utilizzate dalla Procura di Trapani.

La Juventa veniva quindi attirata a Lampedusa, nei primi giorni di agosto dello scorso anno. Mentre si trovava in acque internazionali veniva raggiunta da un ordine della Centrale Operativa della Guardia costiera di Roma (IMRCC) che le assegnava alcuni naufraghi già soccorsi in precedenza da una nave militare italiana perchè li sbarcasse a Lampedusa. Una volta ormeggiata a Lampedusa e trattenuta per ore, al fine apparente di eseguire normali controlli burocratici, la nave veniva sequestrata su ordine della Procura di Trapani, che aveva evidentemente già pronto il provvedimento all’ingresso della nave in porto.

Secondo il Messaggero, “La nave Iuventa della ong tedesca Jugend Rettet, che non ha firmato il protocollo, era stata bloccata in nottata al largo di Lampedusa dalla Guardia costiera italiana, che l’ha scortata fino al porto.
Dalla nave erano stati fatti scendere due siriani, accompagnati nel Centro di prima accoglienza dell’isola. I due migranti erano stati trasferiti in precedenza a bordo della nave della ong tedesca proprio da una delle unità militari italiane impegnate nelle operazioni di soccorso ai migranti nel Mediterraneo. Per scortare in porto la Iuventa sono intervenute diverse motovedette della Guardia costiera, con un grande spiegamento di forze dell’ordine anche sulla banchina.

La nave veniva successivamente trasferita nel porto di Trapani, dove rimane sotto sequestro da oltre un anno, senza potere svolgere il suo prezioso compito di ricerca e salvataggio di vite umane in mare.Il Tribunale di Trapani, prima, e poi, nel mese di aprile di quest’anno, la Corte di Cassazione convalidavano infatti il sequestro della nave, mentre l’indagine si andava progressivamente allargando, coinvolgendo, con riferimento ai tre episodi contestati ( su decine di casi di intervento) anche la nave che spesso svolgeva funzioni di SAR Coordinator on place, la Vos Hestia di Save the Children che operava in diretto contatto con la Guardia costiera italiana e con la centrale operativa di Roma (IMRCC).

Successive attività di indagine riguardavano il comandante della Vos Hestia, e veniva pure perquisita, per ragioni mai rese pubbliche e senza esiti apparenti, la casa del supertestimone dell’accusa.I computer che cercavano i magistrati a casa del teste erano comunque scomparsi. Venivano intanto acquisiti altri materiali probatori, dopo una ulteriore ispezione a bordo della nave Vos Hestia di Save The Children, eseguita nel mese di ottobre 2017 nel porto di Catania. Dopo quella perquisizione la Vos Hestia di Save the Children cessava la sua attività umanitaria, anche se era stata la prima a firmare il Codice di condotta imposto dal ministro Minniti, mentre altre ONG lo rifiutavano o ne chiedevano la modifica.

Il numero delle persone indagate dalla Procura di Trapani cresceva ancora, nel mese di luglio di quest’anno, anche se gli avvisi di garanzia riguardavano il sequestro di telefoni e computer e non estendevano all’intero equipaggio delle navi l’accusa contestata nella fase di avvio delle indagini,di avere favorito l’immigrazione clandestina.

Anche se i magistrati trapanesi precisavano in diverse occasioni l’assenza di un lucro diretto, da parte degli operatori umanitari indagati, e ribadivano che la loro attività era esclusivamente rivolta al salvataggio di vite umane in mare, una campagna di stampa violenta, intrisa di odio, o basata su ricostruzioni chiaramente manipolate,  tendeva a criminalizzare non solo le persone direttamente sotto indagine, ma tutti gli operatori della solidarietà che nel corso del 2016 e nei primi mesi del 2017 avevano contribuito, dopo la fine dell’operazione Mare Nostrum, ed il ritiro della maggior parte degli assetti aerei e navali di Frontex (operazione Triton), a salvare decine di migliaia di vite sulla rotta del Mediterraneo centrale.

La decisione della Corte di Cassazione, che si limitava a confermare la legittimità del sequestro, senza entrare nel merito di responsabilità individuali, una decisione tutta giocata su questioni procedurali di cui ancora non si conoscono per esteso le motivazioni, dava comunque la stura ad un ulteriore attacco alle ONG ed a diffusi tentativi di criminalizzazione della solidarietà. Come se dal principio democratico della colpa e della responsabilità penale individuale, si fosse passati al principio della colpa e della responsabilità penale collettiva, con una inversione della presunzione di innocenza affermata dalla Carta costituzionale.

Infine nel mese di luglio le attività di indagine proseguivano ancora con il sequestro di telefoni e di altri apparecchi informatici appartenenti, oltre che agli operatori della ONG Jugend Rettet, anche a componenti di equipaggi delle navi umanitarie di Save The Children e di Medici senza frontiere. Non venivano ancora rese note le motivazioni della sentenza della Cassazione che aveva confermato la legittimità del sequestro della Juventa.

Il protrarsi delle attività di indagine, probabilmente a fronte della difficoltà di ricostruire un quadro probatorio attendibile, dopo le prime denunce provenienti esclusivamente da agenti operanti sotto copertura, hanno ritardato l’avvio del procedimento penale pubblico e dunque hanno finora sottratto alle persone indagate la possibilità di difendersi nel processo, e svolgere, attraverso i loro avvocati, indagini difensive.

Un rapporto molto dettagliato, ricco di ricostruzioni cartografiche che smentivano la complicità con i trafficanti e la ricorrenza di una fattispecie di agevolazione dell’ingresso irergolare, veniva pubblicato ed aveva vasta diffusione a livello internazionale, ma non attutiva la ventata di odio che si riversava intanto sulle ONG. Associazioni private che, in assenza di un intervento degli stati o dell’Unione Europea, avevano salvato migliaia di persone da morte certa, o dal destino di una deportazione in Libia, equivalente in molti casi alla morte o alla tortura delle persone intercettate in acque internazionali.

Le accuse originarie venivano ridimensionate sulla base di rilievi cartografici, non potendosi ritenere le acque territoriali libiche più estese delle 12 miglia (la Libia non ha mai dichiarato una zona contigua di ulteriori 12 miglia, come l’Italia), e ben prima che gli accordi tra Gentiloni, Minniti e Serraj portassero alla istituzione di, una sia pure fittizia, zona SAR libica. Una zona SAR libica, semmai se ne possa parlare con una Libia divisa tra milizie ancora oggi in conflitto tra loro,  è stata istituita soltanto il 28 giugno di quiest’anno, non certo prima.  Riprese video smentivano i primi fotomontaggi prodotti dagli agenti infiltrati a bordo della Vos Hestia. Che le imbarcazioni sovraccariche fossero poi in stato di pericolo e richiedessero interventi non dilazionabili, trovandosi in alto mare, oppure che non fosse possibile attendere l’arrivo delle motovedette libiche prima di procedere ai soccorsi, veniva ribadito a livello di organismi internazionali, e nel corso di altri procedimenti penali in Italia. Gli stessi procuratori di Trapani negavano inoltre che fosse configurabile una associazione a delinquere tra i trafficanti e singoli appartenenti alle Organizzazioni non governative. Ipotesi di indagine sulla quale sembrerebbe ancora impegnata la Procura di Catania, malgrado il contrario avviso del Giudice delle indagini preliminari del capoluogo etneo.

La Libia di oggi non è un “paese terzo sicuro”. E’ nota la vicenda del dissequestro della nave Open Arms, disposto dal Tribunale di Ragusa nei mesi scorsi. Nessuno ha potuto escludere che i migranti soccorsi nelle diverse vicende contestate fossero in pericolo di vita.

Da ultimo la Procura di Palemo chiedeva l’archiviazione, poi disposta dal Giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Palermo, di una indagine avviata sulla base di segnalazioni simili a quelle che lo scorso anno  erano state inviate alla Procura di Trapani, con riferimento a diverse ONG, tra cui la stessa Jugend Rettet.

Possiamo ritenere che la chiusura dei porti italiani, mai formalizzata con un atto amministrativo del ministro delle infrastrutture, possa essere derivata, di fatto, dalla portata dissuasiva di queste attività di indagine, peraltro doverose, a fronte delle notizie di reato trasmesse da organi di polizia o da agenti sotto copertura, alla autorità giudiziaria.

Abbiamo visto proprio negli ultimi mesi cosa ha significato la” chiusura dei porti”, non solo nei confronti delle navi delle ONG, ma anche riguardo le navi commerciali, come prima la Alexander Maersk a Pozzallo, e da ultimo il rimorchiatore SAROST al servizio di una piattaforma petrolifera a 60 miglia dalla costa di Sabratha, costretto a ritornare a Zarzis, dopo un soccorso in acque internazionali di competenza SAR maltese. Per non parlare del caso del rimorchiatore Asso 28, costretto dalla Guardia costiera “libica”, notoriamente coordinata con i comandi della Marina militare ( Missione Nauras), a rientrare nel porto militare di Tripoli (Abu Sittah), realizzando di fatto un respingimento collettivo ai danni dei naufraghi soccorsi in acque internazionali. Non sappiamo se, e in che tempi, la magistratura accerterà i fatti sulla base dei tabulati e delle registrazioni telefoniche, come richiesto dai legali che, su questo ultimo caso, hanno presentato un esposto alla Procura di Roma.

Occorre fare presto per stabilire i fatti e le responsabilità dell’intera vicenda che riguarda la nave Juventa della ONG tedesca Jugend Rettet, innanzitutto per garantire la effettiva fruizione dei diritti di difesa degli indagati che sarebbero frustrati da attività istruttorie che non si possono protrarre a tempo indeterminato senza precise contestazioni di responsabilità. Sia per ieri che per oggi, nessuno potrà sostenere ancora che la Libia possa essere un place of safety, un luogo sicuro di sbarco, persino la Commisione europea ha dovuto prenderne atto.

La conclusione delle indagini sulla Juventa potrebbe offrire una occasione preziosa per verificare i fatti con la garanzia della sede dibattimentale, nel pieno rispetto del principio del contraddittorio, e quindi restituire credibilità alle operazioni di soccorso, facendo chiarezza sugli obblighi di salvataggio e di cooperazione a carico degli stati. Non sulla base di dichiarazioni estemporanee sui social, come fanno adesso alcuni ministri, ma sulla base di tabulati e tracciati certi.  Una chiarezza che occorre per non perdere altre vite umane, a partire dalla suddivisione delle zone SAR in acque internazionali e dei ruoli di coordinamento delle operazioni di ricerca e soccorso (SAR), che non possono essere affidate a regole mutevoli, imposte dai decisori politici sotto la minaccia della sanzione penale delle attività di cittadini solidali. Che antepongono, ed anteporranno ancora in futuro, la salvaguardia della vita umana in mare, ed il divieto di trattamenti inumani o degradanti a terra, al preteso rispetto alle esigenze di pubblica sicurezza o di controllo dei confini. Esigenze che possono comunque essere garantite, da chi ne ha la competenza, con le doverose attività di indagine su scafisti e trafficanti, una volta che i naufraghi, perchè di questi si tratta e non di comuni migranti, siano stati sbarcati in un place of safety, in un porto sicuro di sbarco. Quale oggi certamente non può offrire nè la Libia, lo confermano anche i giudici italiani, nè la Tunisia, che si accinge a respingere verso i paesi di origine gli sfortunati nauffraghi soccorsi dal rimorchiatore Sarost e sbarcati a Zarzis, seppure con l’intervento dell’UNHCR. Per non parlare di Malta che continua a tenere arbitrariamente sotto sequestro le navi delle ONG Sea Watch e Lifeline, per ragioni legate a inchieste di  bandiera che si sarebbero dovute esaurire in pochi giorni, dunque ancora ferme e sottratte alle loro atività di soccorso,  in assenza di qualsiasi base legale. Ci sarà un giudice a Berlino, o a Roma, se non a Strasburgo ?