Respingimenti collettivi vietati, Tunisia e Libia non sono “paesi terzi sicuri”

di Fulvio Vassallo Paleologo

(Aggiornato al 31 luglio 2018)

Dopo il caso ancora aperto dei migranti salvati nella zona SAR maltese e quindi a bordo del rimorchiatore SAROST 5, di fatto respinti verso la Tunisia per effetto del mancato ccordinamento dei soccorsi delle autorità (MRCC) di La Valletta e di Roma, un caso non ancora concluso, malgrado la disponibilità concessa, dopo settimane di attesa in mare, dalle autorità tunisine, si profila un vero e proprio respingimento collettivo, questa volta verso le coste libiche, con decine di migranti sbarcati nel porto di Tripoli dal rimorchiatore italiano ASSO 28, “coordinato dalla Guardia costiera libica”.

La dinamica dei fatti rimane controversa, anche dopo il comunicato della società armatrice del rimorchiatore Asso 28, comunicato che si riporta alla fine di queste note. Non si può certo dire che sia stata consentita una ricostruzione imparziale di quanto avvenuto. nè si hanno notizie certe sulla sorte delle persone che il comandante del rimorchiatore italiano ha riconsegnato ai miliziani libici.

Nella stessa giornata quattro giornalisti della Reuters e dell’Associated Press che documentavano la riconsegna dei naufraghi dagli italiani alle millizie libiche nel porto militare di Tripoli, ad Abu Sitta, dove fanno base anche le navi della missione militare italiana NAURAS, sono stati arrestati. Ennesima conferma che Tripoli non è un luogo sicuro di sbarco. Non si doveva sapere in Europa che nelle giornate di sabato e domenica scorsa le partenze dalla Libia non erano affatto cessate, e che le motovedette di Tripoli avevano intercettato in alto mare oltre 600 persone, poi ricondotte nei centri di detenzione, essendo tutte considerate, prima che persone, come “illegali”. Anche queste notizie sono filtrate a fatica, grazie al coraggio dei piloti di un piccolo aereo che fa monitoraggio con le ONG sulle acque internazionali del Mediterraneo centrale.

Ormai violare il diritto internazionale e condannare centinaia di persone a trattamenti inumani o degradanti nei paesi di transito,se non a morire in mare per abbandono, è diventato “una sfida all’Europa”, con l’avallo dei sovranisti e delle destre di tutto il mondo, da Trump ad Orban. Come vogliono a Washington ed a Mosca, con il pretesto della lotta ai trafficanti, Salvini “smonta l’Europa”.

On wednesday may 6 Italian ships intercepted 227 would be immigrants at sea and sent them directly back to Libya.
On wednesday may 6 Italian ships intercepted three boatloads of migrants they were transferred to three Italian ships and by Thursday morning they were returned to Tripoli.

Si ripete un respingimento collettivo, dopo che Minniti aveva creato con il precedente governo, con gli accordi con Serraj e la Guardia costiera di Tripoli (libica soltanto di  nome), formalizzati nel Memorandum d’intesa del 2 fennraio 2017,  i precedenti per la esecuzione di operazioni di push back, sulla base dei Protocolli operativi firmati nel 2007 e poi recepiti dal Trattato di amicizia tra Italia e Libia sottoscritto nel 2008. Il trasferimento dei naufraghi verso il porto di Tripoli, nella base militare di Abu Sittah, luogo di attracco stabile della nave Caprera della missione italiana Nauras , indipendentemente dalle autorità che lo abbiano ordinato, costituisce un respingimento collettivo analogo a quello effettuato il 6 maggio 2009 dalla Guardia di finanza su ordine di Maroni. Che poi e’ costato all’Italia una denuncia e quindi nel 2012 una condanna definitiva dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo ( caso Hirsi). Questa volta però non si vede chi raccoglierà le procure dei ricorrenti, e chi farà ricorso, potrebbe essere fatto scomparire facilmente nei centri lager in Libia.

Anche le Nazioni Unite sembrano pronunciarsi per la illegittimità dei respingimenti operati dal  comandante del rimorchiatore Asso 28 che, sembrerebbe su ordine della società armatrice (del gruppo ENI), si è rimesso ai poteri di coordinameto italo-libico , ed a centrali  di coordinamento SAR che hanno violato l’articolo 33 della Convenzione di Ginevra. Presto l’attacco al soccorso umanitario e la legittimazione delle violazioni più gravi del diritto internazionale, potrebbero venire dal richiamo al pericolo del terrorismo, sull’onda di un episodio isolato, il soccorso del’attentatore suicida di Manchester operato da una nave inglese nel 2014, che rischia però, a livello mediatico, di demolire definitivamente la legittimità delle operazioni di ricerca e salvataggio operati a nord delle coste africane. Neanche una parola per le migliaia di persone morte o disperse in mare sulla rotta del Mediterraneo centrale, ridotte evidentemente alla categoria nazista di subumani (untermenschen).

Negli ultimi casi di soccorso in acque internazionali, a notevole distanza dalle coste libiche, in zona SAR di incerto riconoscimento da parte dell’IMO, sono stati coinvolti, rimorchiatori di servizio alle piattaforme petrolifere di Farwah ( nel caso della SAROST 5 in collegamento con diverse compagnie petrolifere), e di Sabratha/Bouri Field (nel caso dell’ASSO 28, in collegamento con l’ENI e con la società libica di stato NOC).

Unità commerciali di supporto alle attività di piattaforme petrolifere che operano in aree fortemente presidiate da unità militari di diversi paesi, nei quali è maggiore il coordinamento tra la Marina militare italiana e le autorità libiche e tunisine. Sembra però che i mezzi militari non vedano più i migranti, malgrado i sofisticati sistemi di tracciamento radar e di rilevazione satellitare, e che i “soccorsi” siano effettuati in prevalenza da motovedette tunisine e libiche, adesso da rimorchiatori privati, dopo che le ONG sono state allontanate con le minacce, con le calunnie e con i procedimenti penali aperti in Italia ed a Malta.

Un video propagandistico diffuso da Matteo Salvini conferma la presenza di una nave della Marina militare a Tripoli nel porto militare di Abu Sittah, dove la Guardia costiera “libica” riporta i migranti intercettati in acque internazionali. Il video conferma anche lo stretto controllo operato dalle navi della missione Mare Sicuro sulle acque attorno alle piattaforme Offshore Eni. Le cinque navi della missione Mare Sicuro impegnate a ridosso delle piattaforme petrolifere ENI a nord di Sabratha naturalmente” non vedono” i naufraghi soccorsi dai rimorchiatori di servizio alle stesse piattaforme, che pure dovrebbero sorvegliare. Toninelli afferma che il  soccorso operato dal rimorchiatore Asso 28 è stato gestito senza coinbolgimento della guardia costiera italiana. Il ministro afferma che “l’Italia non c’entra”. O sono incapaci, e non lo sono, o mentono sapendo di mentire, per assecondare la finzione di una zona Sar libica. Ma questa Sar libica comprende anche le acque attorno alle piattaforme petrolifere 65 miglia a nord di Sabratha?

Risulta dunque strumento essenziale per camuffare i respingimenti collettivi delegati alla guardia costiera libica, che libica non è, la istituzione di una zona SAR “libica”, autoproclamata dal governo di Tripoli, che alla fine di giugno la ha notificata all’IMO, dopo che in precedenza era emerso chiaramente che lo stesso governo Serraj non disponeva nè dei mezzi navali nè del centro di coodinamento nazionale, che sarebbero richiesti perchè possa essere riconosciuta una zona sar davvero “libica”.

Colpisce anche che, mentre i data base del’IMO ( Organizzazione delle Nazioni Unite per il mare) hanno da poco inserito alcuni riferimenti riguardanti la zona SAR libica, omettono qualsiasi richiamo ad una zona SAR tunisina, come se questa non esistesse o non fosse stata mai notificata all’IMO. La grande situazione di incertezza sulle autorità competenti ad intervenire nei soccorsi in acque internazionali nel Mediterraneo centrale ed a indicare un porto sicuro di sbarco, che non è necessariamente quello più vicino, aumenta le vittime in mare e sta mettendo a rischio anche la navigazione delle navi commerciali, sempre più spesso coinvolte in interventi SAR ( ricerca e salvataggio).

Risultato di queste (non) decisioni dell’IMO, imposte dai governi che intendevano esternalizzare le pratiche di respingimento collettivo, una crescita esponenziale di naufragi nella rotta del Mediterraneo centrale, la più pericolosa del mondo, con ulteriori minacce alle ONG che ancora operano attvità SAR. Mentre le operazioni di ricerca  e soccorso che sempre più spesso, malgrado siano operate a 70-80 miglia dalla costa, in acque internazionali, nelle quali in passato il coordinamento era affidato alla centrale MRCC di Roma, si concludono con lo sbarco dei naufraghi in Tunisia ed in Libia.

Dopo lo sbarco in questi paesi terzi, ritenuti adesso Place of safety, malgrado la presenza in banchina di qualche operatore UNHCR ed OIM, i migranti si trovano di fronte all’alternativa tra un lungo limbo di attesa in un centro di acoglienza chiuso in Tunisia, se non una terribile detenzione in Libia, e la richiesta di un rimpatrio volontario. Sempre che non ricadano prima nelle mani delle organizzazioni crimninali per un altro tentativo disperato di fuga verso l’Europa. Sia in Tunisia che in Libia, malgrado le situazioni assai differenti quanto al riconoscimento dei diritti umani, non vi è una legislazione effettiva sul diritto di asilo, ed anche le persone seguite dall’UNHCR non hanno alcuna prospettiva certa di ritrasferimento, o di ottenere uno status legale di soggiorno là dove hanno riconosciuto il diritto alla protezione. La Libia peraltro non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra sui rifugiati, ed il governo Serraj, a Tripoli, non è neppure in grado di garantire controllare il territorio della città nella quale risiede, e la sicurezza dei suoi cittadini.

La Tunisia d’altro canto, non riconosce uno status legale di soggiorno neppure a quei pochi richiedenti asilo che vengono riconosciuti dall’UNHCR in base alle restrittive regole della Convenzione di Ginevra.

Le Convenzioni internazionali chiariscono molto bene cosa si deve intendere per Place of safety, porto sicuro di sbarco. In base al diritto internazionale, un paese terzo si può definire come paese terzo sicuro, e dunque garantire un POS (Place of safety), quando:
-non sussistono minacce alla vita e alla libertà del richiedente per ragioni di razza, religione, nazionalità, opinioni politiche o appartenenza a un determinato gruppo sociale;
– non sussiste il rischio di danno grave (quale definito nella normativa eurpea sulle qualifiche di protezione);
– è rispettato il principio di non-refoulement conformemente alla Convenzione di Ginevra;
– è osservato il divieto di allontanamento in violazione del diritto a non subire torture né trattamenti crudeli, inumani o degradanti sancito dal diritto internazionale;
ü esiste la possibilità di godere, secondo il caso, di protezione in virtù delle norme sostanziali della Convenzione di Ginevra o di protezione sufficiente ai sensi della normativa europa. In definitiva la sicurezza del paese va valutata in base agli standard dei Trattati e delle Costituzioni europee, e non in base a valutazioni di comodo basate sul calcolo politico o su accordi bilaterali.

Una nave battente bandiera italiana, in base al diritto internazionale, può essere qualificata come piace of safety temporaneo, dal quale non si può essere sbarcati in un porto non sicuro ( secondo Unhcr e Commissione Europea, oltre che per la magistratura italiana, senza infrangere le Convenzioni internazionali di Diritto del mare e la Convenzione di Ginevra. Gli accordi bilaterali o l’invenzione di una Sar libica da parte dell’Imo a Londra sotto la pressione della diplomazia italiana non trasformano la Libia in un paese terzo sicuro. Dunque la riconsegna dei naufraghi dal rimorchiatore Asso 28 alla Guardia costiera “libica” nel porto di Abu Sittah (Tripoli) configura un respingimento collettivo ed espone oltre cento persone, tra cui certamente donne e minori, a trattamenti inumani o degradanti.

Da tempo anche i rappresentanti di Frontex escludono che i migranti soccorsi in acque internazionali possano essere ricondotti in Libia o in Tunisia. “Come ha tenuto a precisare Izabella Cooper, portavoce di Frontex, se esiste una precisa differenza tra “porto sicuro” e “porto più vicino”, rimangono espressamente esclusi i due Paesi extra-Unione Europea interessati dai flussi migratori, la Libia e la Tunisia, per via delle violazioni dei diritti umani e dell’assenza di un sistema di asilo. Tuttavia, non è del tutto escluso che i migranti possano essere portati in Libia e Tunisia, come d’altronde già accade.”

Per queste ragioni suonano come deridenti quelle prosizioni di rappresentanti dell’UNHCR che, a margine del caso del rimorchiatore Sarost, affermano che i migranti soccorsi in mare non avrebbero diritto di scegliere il paese nel quale chiedere asilo, e che alcune ONG, pur meritevoli per i salvataggi in mare, svolgerebbero attività di lobby, insinuando dunque che siano queste organizzazioni ad orientare le scelte dei richiedenti asilo in ordine al paese al quale rivolgersi. Come se questa materia non fosse rigidamente disciplinata da norme internazionali, oltre che da Convenzioni e direttive europee, che tutti dovrebbero conoscere e che le ONG rispettano, mentre sono gli stati che le violano continuamente, ritardando i soccorsi, contravvenendo al divieto di respingimento e praticando di fatto vere e proprie espulsioni collettive. Intanto diverse navi delle ONG rimangono sotto sequestro in Italia ed a Malta, e mancano sia i soccorritori che i testimoni delle gravi violazioni del diritto internazionale perpetrate dagli stati.

Qualsiasi rappresentante dell’ONU dovrebbe avere chiare le regole di soccorso in mare e di riconoscimento del diritto di richiedere asilo decise dalla sua stessa organizzazione ed i rapporti sulla Tunisia pubblicati nei siti delle Nazioni Unite ad uso degli operatori. Un paese terzo sicuro si può riconoscere quando ne presenta i requisiti ed offre porti sicuri di sbarco, quindi Place of safety (POS) in conformità con le Convenzioni internazionali. Amnesty International ed Human Right Watch esprimono da tempo preoccupazioni sulla effettiva portata del riconoscimento dei diritti umani in Tunisia, malgrado qualche recente progresso.

Proprio mentre il caso Sarost restava drammaticamente aperto, le autorità italiane hanno posto in essere un vero e proprio respingimento collettivo, per interposta SAR libica, cedendo alle autorità di Tripoli, da mesi coordinate dalla Marina militare italiana, la responsabilità di salvataggio operato in acque internazionali a 70 miglia dalla costa. E quindi dando alle medesime autorità la possibilità di indicare il porto di sbarco, a Tripoli, nella base militare di Abu Sittah, dove da mesi si concludono le operazioni di intercettazione in alto mare affidate alla sedicente Guardia costiera “libica”. Quanto avvenuto segue di pochi giorni il comportamento incerto dell’UNHCR sul caso della Sarost bloccata per giorni con il suo carico di disperazione davanti al porto di Zarzis, ed il voto con una maggioranza “bulgara” al Senato in favore degli accordi con la Libia del governo Serraj e con la Guardia costiera di Tripoli.

I tracciati evidenziano chiaramente che i soccorsi operati dal rimorchiatore italiano Asso 28 si sono verificati in una zona molto prossima alle piattaforme petrolifere del bacino di Bouri Field/Sabratha, una zona che è strettamente presidiata dalla Marina militare italiana, anche per garantire la sicurezza dei lavoratori delle piattaforme e dei mezzi di servizio, Di fatto l’ultima meta raggiungibile partendo con i gommoni dalle coste libiche, dopo che quasi tutte le ONG sono state allontanate, come è avvenuto del resto per le navi della missione Thenis di Frontex e per i mezzi della guardia costiera italiana, che proprio in queste stesse acque, negli anni passati hanno soccorso decine di migliaia di persone. Persone oggi abbandonate al loro destino, in mare, o nei campi di detenzione in Libia, dove sembra raddoppiata in questi ultimi mesi la presenza dei migranti che per i libici sono soltanto “illegali”, donne in gravidanza e minori compresi.

Per queste ragioni, per salvare la vita di queste persone occorre portare avanti il processo di riconciliazione in Libia senza altre competizioni tra gli stati europei, senza foraggiare milizie che controllano anche i territori dai quali partono i migranti, ma avendo come primo obiettivo la fine del conflitto ed il ristabilimento dello stato di diritto in un paese finalmente riunificato. Nel frattempo vanno salvaguardate le vite delle persone che comunque continueranno a fuggire dai centri di detenzione e da condizioni lavorative schiavistiche. Per questo occorre che le missioni internazionali di soccorso siano intensificate e sia fatta chiarezza una volta per tutte sulla nozione di porto di sbarco sicuro e di ripartizione delle competenze a seconda delle diverse zone SAR. Che non possono essere istituite soltanto con un tratto di penna, per marcare accordi politici o aree di influenza economica, ma che devono tenere in maggiore considerazione la salvaguardia della vita umana in mare. Anche le autorità maltesi dovranno rendere conto dei mancati interventi nella vasta zona SAR loro assegnata e del fermo amministrativo del tutto  illegittimo, imposto alle navi delle ONG Seawatch e Lifeline.

Migranti:Fratoianni,soccorsi su gommone portati in Libia
Esponente LeU si trova a bordo nave Open Arms nel Mediterraneo

(ANSA) – ROMA, 30 LUG – “Abbiamo appreso che uno dei gommoni segnalati oggi dalla Guardia Costiera italiana con 108 persone a bordo nel Mediterraneo e” stato soccorso dalla Nave AssoVentotto, battente bandiera italiana, che si sta dirigendo versoTripoli. Non sappiamo ancora se questa operazione avviene su indicazione della Guardia Costiera Italiana, ma se cosi” fosse si tratterebbe di un precedente gravissimo, un vero e proprio respingimento collettivo di cui l”Italia ed il comandante della nave risponderanno davanti ad un tribunale. Il diritto internazionale prevede che le persone salvate in mare debbano essere portate in un porto sicuro e quelli libici, nonostante la mistificazione della realta” da parte del governo italiano, non possono essere considerati tali.”
Lo afferma Nicola Fratoianni di Liberi e Uguali da bordo della Open Arms.
(ANSA).

da www.repubblica.it

Nave italiana soccorre e riporta in Libia 108 migranti

Per la prima volta una nave italiana ha riportato in Libia migranti soccorsi nel Mediterraneo. La Asso 28, nave di supporto a una piattaforma petrolifera, è stata coinvolta nelle operazioni di soccorso di un gommone con 108 persone a bordo. Come avviene ormai da settimane, la sala operativa di Roma ha dato indicazioni di coordinarsi con la Guardia costiera libica e, prese a bordo le persone, la Asso 28 ha seguito le indicazioni e le ha sbarcate nel porto di Tripoli.

Un fatto senza precedenti in violazione della legislazione internazionale che garantisce il diritto d’asilo e che non riconosce la Libia come un porto sicuro in cui, secondo la convenzione di Ginevra, devono essere sbarcati i migranti soccorsi. Nessuno dei migranti riportati a Tripoli, infatti, ha avuto la possibilità di chiedere asilo come garantito dalla legge.

Nelle scorse settimane la portavoce del Consiglio d’Europa aveva ribadito che “nessuna nave europea può riportare migranti in Libia perché contrario ai nostri principi”. Venti giorni fa, un’altra nave di supporto a una piattaforma petrolifera, la Vos Thalassa, dopo aver soccorso dei migranti stava per consegnarli ad una motovedetta libica quando un tentativo di rivolta di alcuni dei soccorsi ha convinto il comandante ad invertire la rotta e a chiedere l’aiuto della Guardia costiera italiana che prese poi a bordo della nave Diciotti i migranti sbarcandoli a Trapani dopo l’intervento del presidente della Repubblica Mattarella.

Ieri è stata una nuova giornata di soccorsi nel Mediterraneo. Sei i gommoni avvistati dall’aereo della Ong francese Pilotes Volontaires con almeno 600 persone a bordo, 350 quelle di cui si ha notizia perché riportate in Libia dalla Guardia costiera libica ma anche dalla nave italiana.

Un episodio su cui chiede spiegazioni il deputato di Liberi e Uguali Nicola Fratoianni, in questi giorni a bordo della nave della Ong spagnola Open Arms tornata in zona Sar. “Non sappiamo ancora se questa operazione avviene su indicazione della Guardia Costiera Italiana, ma se così fosse si tratterebbe di un precedente gravissimo, un vero e proprio respingimento collettivo di cui l’Italia e il comandante della nave risponderanno davanti a un tribunale. Il diritto internazionale prevede che le persone salvate in mare debbano essere portate in un porto sicuro e quelli libici, nonostante la mistificazione della realtà da parte del governo italiano, non possono essere considerati tali”, afferma Fratoianni.

 

 

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