Caso Trenton, nessun giallo, ordinaria assenza di coordinamento SAR (Search and Rescue)

di Fulvio Vassallo Paleologo

I media hanno dato molto spazio al caso della nave americana Trenton che ha soccorso alcune decine di naufraghi al largo della costa libica, abbandonando dodici corpi “inanimati” in mare, e restando per due giorni senza che una qualsiasi autorità SAR nazionale (MRCC) le indicasse un punto di sbarco. Poco cambia se i corpi dei migranti sono stati davvero recuperati e poi gettati in acqua, oppure se si è fatta la scelta di lasciarli in mare. Che dopo il primo avvistamento dei cadaveri fossero affondati tutti, senza che sia stato possibile recuperane almeno qualcuno, appare in contrasto con quanto avvenuto in simili occasioni in questi ultimi anni. Sempre di abbandono si tratta. E si dovrebbero sentire i superstiti per capire quante persone fossero davvero a bordo del gommone che è affondato. Dalle immagini diffuse dalla US Navy si vede chiaramente che è il tipico gommone usato in questo periodo dai trafficanti, dunque idoneo a contenere almeno cento migranti. Si dovrebbe indagare per capire se ci sono, come probabile, altre decine di dispersi.

Nelle cronache dei giorni di attesa, prima che finalmente il comando centrale di Roma della Guardia Costiera (IMRCC) indicasse il porto di sbarco, si sono diffuse varie illazioni tendenti ad accreditare la tesi che vi fosse stata una falsa ricostruzione dei fatti da parte dei giornalisti e degli operatori imbarcati a bordo della Sea Watch. Una serie di attacchi che si ripetono ormai anche quando le ONG non hanno ancora soccorso nessuno, ma sarebbero, secondo quanto dichiarato dal ministro dell’interno, in attesa del loro “ricco carico”. Non cé nessun “giallo” che riguarda i cadaveri abbandonati in mare, semmai si potrebbe dubitare che siano stati soltanto dodici. Il vero “giallo” riguarda le modalità di coordinamento dei soccorsi.

Secondo le notizie diffuse da diverse fonti giornalistiche e dalla stessa US Navy, certo più attendibile di una ONG ritenuta da Salvini complice dei trafficanti, la Guardia costiera libica ed i comandi della guardia costiera italiana erano stati immediatamente allertati nella mattinata del 12 giugno, per richiesta di assistenza, innanzitutto da parte della nave militare americana.

Al momento delle prime comunicazioni tra la Trenton e la Sea Watch, la nave americana era già impegnata in attività di soccorso, al di fuori di un coordinamento SAR, mentre la Sea Watch navigava ad oltre 40 miglia di distanza dal luogo dell’evento tragico nel quale avevano perso la vita già dodici persone almeno. Una circostanza che sarà facilmente verificabile. Dunque tutte le notizie ricevute dalla Sea Watch  nelle prime fasi del soccorso, operato esclusivamente dagli americani, provenivano dalla Trenton e non erano frutto di una osservazione diretta. La Sea Watch raggiungeva la Trenton alcune ore dopo la prima chiamata di soccorso, inviata dalla nave americana al Comando della guardia costiera italiana. A quel punto le operazioni di recupero dei superstiti si erano già concluse e si trattava solo ricercare altre vittime e di capire dove andare a sbarcare i superstiti.

Dopo avere ricevuto la richiesta di intervento da parte degli americani fonti di stampa riferiscono che la Sea Watch abbia a sua volta allertato il Comando centrale della Guardia costiera italiana, informando della richiesta di aiuto pervenuta dalla Trenton. Nelle stesse ore meridiane del 12 giugno la Sea Watch informava anche la centrale operativa della Guardia costiera di Roma, come riferito da numerose fonti di stampa, di potere prendere a bordo naufraghi soccorsi da altri assetti navali, peraltro militari e ben dotati quanto ad attrezzature per fare fronte ad eventi SAR, solo con la garanzia di ricevere preventivamente un POS di sbarco in Italia, in un porto raggiungibile in base alla autonomia della nave.

La minaccia più volte reiterata dal ministro dell’interno Salvini, di riservare a tutte le navi umanitarie lo stesso trattamento inflitto alla nave umanitaria Aquarius ed ai suoi sfortunati ospiti, oltre che le precedenti chiusure nei confronti della ONG tedesca, lasciata per giorni senza la indicazione di un porto di sbarco, non potevano che indurre il comandante della Sea Watch, nel pieno rispetto delle Convenzioni internazionali del diritto del mare, a declinare la richiesta di trasbordo dei superstiti fatta dagli americani senza avere la certezza che le autorità italiane avrebbero rapidamente indicato un porto di sbarco. Anche per una doverosa esigenza di sicurezza per la sua nave ed il suo equipaggio, il comandante della Sea Watch attendeva indicazioni dal Comando della Guardia costiera, dal momento che tutti i superstiti si trovavano già a bordo di una nave molto più grande e sicura.

Per un giorno la nave Sea Watch, dopo essersi avvicinata alla Trenton, ha navigato di conserva con la nave americana in attesa che una qualche autorità SAR assumesse, come imposto dalle Convenzioni internazionali, la responsabilità del coordinamento SAR. Come riferito da diversi media, in diverse occasioni il Comando centrale di Roma (MRCC) comunicava ad entrambe le navi di non potere indicare un porto di sbarco non avendo assunto il coordinamento delle attività SAR. Come se, in sostanza, esistesse una zona SAR (libica?) nella quale si era verificato il naufragio e nella quale le autorità italiane rifiutavano di assumere, come in passato, il ruolo di autorità di coordinamento. Il mancato intervento delle autorità libiche, che pure erano state allertate, piutosto che esonerare del tutto le autorità italiane dalla responsabilità delle operazioni di ricerca e salvataggio (SAR) avrebbe invece imposto un loro tempestivo intervento di coordinamento.

Una zona SAR libica con un coordinamento centrale (MRCC) come previsto dalle Convenzioni internazionali in Libia ancora non esiste, malgrado i corsi di formazione di militari libici a bordo di mezzi italiani ed europei, ed anche in Italia.La sentenza del Tribunale di Ragusa che ha confermato il dissequestro della Open Arms ha ribadito che la Libia, o quello che ne rimane, non è in grado di offrire porti sicuri di sbarco. Le operazioni di intercettazione in alto mare sono frutto di contatti diretti tra autorità europee che avvistano, anche con il ricorso ad assetti aerei, e mezzi libici che intervengono, quando intervengono. Quanto a Malta è ormai noto che le autorita’ de La Valletta non assume alcun coordinamento di attività SAR in quella che definisce, sulla carta, come una zona SAR “libica”, ma che di fatto le autorità libiche, nell’attuale stato di frammentazione dello stato, non riescono a controllare.

Si è così verificata una rottura evidente con la prassi precedente, applicativa di rigorose convenzioni internazionali, secondo cui, in assenza di altri assetti navali e di un Comando centrale di coordinamento (MRCC) di altro stato, toccava al paese richiesto per primo del soccorso di assumere immediatamente il coordinamento, al fine di soccorrere i naufraghi nel più breve tempo possibile, e recuperare le vittime. Una prassi seguita da anni, e con onore e professionalità dalla Marina italiana e dalla Guardia costiera che si è caratterizzata per avere effettuato con successo centinaia di interventi di soccorso nella stessa zona nella quale si è verificato quest’ultimo naufragio. Come testimoniato dai Rapporti annuali di attività della Guardia costiera che tutti farebbero bene a leggere.

Nessuno, tranne le autorità americane, o i migranti che sono stati testimoni diretti del naufragio, potrà confermare quante fossero le persone a bordo, e che cosa ne sia stato delle 12 vittime che gli uomini della Trenton hanno riferito di avere visto inanimate in mare, e dunque di avere lasciato in acqua per dare la precedenza ai soccorsi dei vivi. Appare invece certo che la Sea Watch non disponesse di celle frigorifere per conservare i corpi di 12 persone per il tempo indeterminato che le autorità italiane impongono ormai per la individuazione di un porto di sbarco. Come è altrettanto certo che una nave come la Trenton disponeva di celle frigorifere e di mezzi di soccorso tali che avrebbero dovuto permettere di recuperare almeno qualche cadavere, come hanno sempre fatto fino a ieri le navi italiane in presenza di vittime a mare.

Emerge con certezza che per due giorni le navi Trenton e Sea Watch, sono rimaste senza risposta sulla richiesta di un coordinamento SAR e quindi, da parte della Trenton, sulla indicazione di un porto di sbarco. Giovedì 14 giugno era sparsa la notizia che che la Trenton sarebbe rientrata ad Augusta (Siracusa), che è anche la sua base operativa. Secondo altre fonti la nave si sarebbe trovata ancora al largo, tra la Libia e la Sicilia. Ma lo sbarco dei naufraghi ancora a bordo della nave americana potrebbe avvenire dopo un trasbordo su una motovedetta della Guardia costiera italiana, secondo alcuni, partita dal porto di Catania, dove quindi dovrebbe fare rientro. In questo caso la giurisdizione sulle eventuali indagini penali ricadrebbe sulla procura di Catania che avrebbe la posibilità di interrogare tutti i migranti soccorsi dalla nave americana. Vedremo se ci sarà occasione per fare chiarezza su quanto avvenuto, o per un ennesimo attacco contro le ONG. Una chiarezza sulle circostanze del soccorso a nord delle coste libiche, a questo punto, non verrà certo dalle autorità americane.

Nella giornata di venerdì 15 giugno si sono accavallate le notizie più contrastanti sulla reale ubicazione della nave militare americana, i cui movimenti sono coperti da segreto militare, come il destino delle persone che ha soccorso e che sono ancora a bordo. Solo alle ore 17 di questo giorno, un comunicato delle autorità italiane rendeva noto che la Centrale operativa della Guardia costiera italiana prendeva in carico l’evento SAR, a tre giorni dal soccorso, e avrebbe indicato un porto di sbarco in ITalia.

In questo modo probabilmente si eviterà che la magistratura possa rivolgere domande scomode al comandante della Trenton sulle circostanze del soccorso e si potrà continuare l’opera di criminalizzazione delle ONG, come minacciato da Salvini.

Per La Repubblica, alle ore 17 del 15 giugno, “C’è una soluzione per il caso della nave Trenton, della Us Navy statunitense. I 41 superstiti del naufragio di martedì, che ha causato almeno 12 morti lasciati andare alla deriva dai marinai americani, approderanno in Italia tra sabato e domenica su mezzi della Guardia costiera. Il trasbordo nelle prossime ore. La Guardia costiera italiana ha infatti risposto positivamente alla richiesta dell’ambasciata Usa e ha assunto il coordinamento dei soccorsi. Sarà individuato nelle prossime ore il “porto sicuro” – comunque in Italia – in cui far sbarcare le persone soccorse in mare. Certo è che la nave americana non raggiungerà l’Italia”.

La mancanza di informazioni ufficiali su queste operazioni di soccorso, che in passato erano immediatamente comunicate alla stampa dalla Guardia costiera italiana, costituisce una precisa strategia. Questo livello di disinformazione si raggiunge solo in paesi governati da regimi autoritari nei quali la libera informazione è sottomessa alle esigenze di chi controlla ( o aspira a controllare) il potere. Quanto avvenuto a livello mediatico, prima sul caso Aquarius e poi sul soccorso operato dalla Trenton, avvantaggia chi agita i fantasmi dell’invasione e vuole colpire le residue possibilità di resistenza, tra queste l’associazionismo e le ONG, a quello che si sta configurando come un vero e proprio regime, basato sul disprezzo del diverso, e dell’avversario, in palese contrasto con la coesione sociale e lo stato di diritto prefigurati dalla Carta Costituzionale.

Non si vede sulla base di quale appiglio normativo il Comando centrale della Guardia costiera italiana abbia potuto sottrarsi per tanto tempo alla assunzione della responsabilità di coordinamento delle attività SAR, come non era mai successo nei mesi e negli anni scorsi, in cui semmai tale responsabilità inizialmente assunta dal comando italiano, veniva trasferita alle autorità libiche. Le Convenzioni internazionali di diritto del mare non possono essere disattese per una scelta discrezionale del ministro dell’interno, o dell’intero governo. Sono Convenzioni ratificate con legge dello Stato, legge approvata dal Parlamento, che tutti sono tenuti ad osservare. Lo stesso vale per gli Emendamenti alle Convenzioni.

In ogni caso le Convenzioni internazionali di diritto del mare non possono essere interperate ed applicate senza un costante collegamento con le Convenzioni internazionali che proteggono i rifugiati, i richiedenti asilo, i minori e le persone comunque in una situazione di vulnerabilità.

Quanto avvenuto in occasione dell’intervento di soccorso della Trenton evidenzia l’ennesima “scomparsa” delle autorità libiche, tanto attive fino a poche settimane fa ad intercettare i gommoni carichi di migranti, soprattutto quando questi erano avvicinati dalle navi delle ONG in operazioni di soccorso, seppure inizialmente coordinate dal Comando centrale della Guardia costiera italiana. Allora erano forse troppe le autorità che gestivano le operazioni SAR nel Mediterraneo centrale. Adesso assistiamo anche all’eclissi delle autorità di coordinamento  SAR italiane. Un fatto che sta diventando “ordinario” dopo la vicenda che ha coinvolto la nave Aquarius, una vicenda dagli esiti ancora imprevedibili.

Dall’incidente Trenton si ricava un quadro complessivo dell’intermittente coordinamento delle operazioni SAR nel Mediterraneo centrale,a seconda della nave che interviene o viene coinvolta nelle operazioni di soccorso, e della sua nazionalità, frutto probabilmente dalla svolta impressa  ai comandi della Marina e della Guardia costiera dal ministro dell’interno e Vicepresidente del Consiglio, oltre che capo della Lega, che si sta apprestando a completare la sua attività di criminalizzazione ( e di eliminazione) delle ONG.

Adesso Salvini ha annunciato una visita in Libia per incontrare il capo della Guardia costiera di Tripoli, Qassem. Un personaggio che coordina una Guardia costiera che da tempo è sotto la lente delle indagini da parte della Corte Penale internazionale. 

Forse questa volta si cercherà di attuare un vero e proprio blocco navale congiunto tra autorità italiane ( forse anche europee) ed autorità libiche. Una ipotesi che contrasta con tutte le Convenzioni internazionali, come l’ipotesi già praticata del blocco dei porti, o quella che alcuni stanno escogitando, secondo cui competente per lo sbarco dovrebbe essere il paese di bandiera della nave che opera i soccorsi.

Non si possono prevedere gli esiti della visita di Salvini in Libia, anche alla luce della situazione di scontro militare che si sta aggravando proprio nella Tripolitania, in quelle zone che sono particolarmente “trafficate” sia per la presenza di importanti terminali petroliferi e di gasdotti, che per il controllo che le milizie che gestiscono il territorio riescono ad esercitare anche sul traffico di migranti. Di certo, quali che siano gli accordi che verranno conclusi, la mancanza di assetti navali di soccorso, come fino allo scorso anno erano le dieci navi delle ONG, e prima ancora (2014) le navi italiane della missione Mare Nostrum, o dal 2015 quelle delle missioni Frontex o EunavforMED, produrrà un aumento esponenziale delle vittime.

Eppure qualcuno potrà gioire per una ulteriore diminuzione degli arrivi. In ogni caso, i cadaveri che galleggiano nelle acque del Mediterraneo, o i tanti corpi bruciati ed abusati, internati nei centri di detenzione libici ( governativi e non governativi), non garantiranno maggiore sicurezza e benessere a quegli italiani che applaudono Salvini ed oggi sono più scatenati di prima contro ogni manifestazione di solidarietà e di rispetto della dignità umana.

 

Barbara Spinelli: Salvati e sommersi in Mediterraneo

Strasburgo, 14 giugno 2018

Intervento (interrotto dalla presidenza) di Barbara Spinelli in apertura delle votazione nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo:

«Una mozione d’ordine su una questione di vita o di morte. Abbiamo avuto notizia che la nave militare USA Trenton ha salvato 41 persone da un naufragio presso la Libia, chiedendone il trasbordo su SeaWatch3, l’unica nave che fa salvataggi in Mediterraneo. Operazione impossibile perché SeaWatch3 deve poter sbarcare in un porto sicuro, ma il centro di coordinamento italiano, contattato tre volte da SeaWatch3 e Trenton, lo ha negato non avendo coordinato il salvataggio.

Chiaro che urgono redistribuzioni delle responsabilità in Europa (Malta inclusa). Ma sono questioni da risolvere a terra e non in mare dove invece prevale l’imperativo umanitario immediato.

Non denuncio ma chiedo a tutta l’Unione atti concreti, ORA. E per l’Aquarius, che si apra un porto in Sardegna, le condizioni di navigazione sono estreme».

Apprendiamo dall’IOM che la nave Trenton si trova di fronte al porto siciliano di Augusta con i 41 sopravvissuti a bordo, tra cui una donna incinta. Tutti hanno urgente bisogno di assistenza. Chiediamo che venga consentito immediatamente l’attracco della nave e che vengano chiarite le modalità del soccorso.