Accordi tra Italia e governo di Tripoli, responsabilità SAR e salvaguardia della vita umana in mare.

di Fulvio Vassallo Paleologo

Le due diverse decisioni dei giudici delle indagini preliminari (GIP) di Catania e di Ragusa, che hanno adottato ordinanze di segno opposto sulla convalida del sequestro della nave spagnola Open Arms, richiesto prima dalla Procura di Catania e poi dalla Procura di Ragusa, hanno una importanza che va molto oltre la pur rilevante dimensione processuale, sulla quale non ci esprimeremo in questa sede. I due giudici delle indagini preliminari squarciano un velo di omertà che da mesi avvolge l’attuazione concreta del Memorandum d’intesa tra Italia e governo di Tripoli del 2 febbraio 2017, alla luce dei successivi protocolli operativi, rimasti riservati, e della concreta attuazione del cd. Codice di condotta Minniti. Adesso dopo le decisioni della Giustizia italiana che ha annullato il sequestro della nave umanitaria Pro Arms, i libici minacciano azioni ritorsive, ed addirittura il sequestro delle navi umanitarie che continuano a fare attività di ricerca e salvataggio in acque internazionali. Una minaccia che le autorità italiane, che collaborano con quelle di Tripoli dovranno considerare con la massima attenzione, per non risultarne corresponsabili.

Sono sempre più frequenti intanto le attività di intercettazione poste in essere in acque internazionali dalla sedicente Guardia costiera “libica”, guidata sul luogo degli eventi SAR ( ricerca e soccorso) da autorità italiane, la Marina militare (nell’ambito dell’Operazione Mare Sicuro e della missione Nauras a Tripoli) e la Centrale operativa di Roma della Guardia costiera (IMRCC). In numerose occasioni il primo allarme viene smistato alle unità che si trovano più vicine, navi private o delle ONG, come è imposto dal diritto internazionale del mare, salvo poi ad allertare la sedicente Guardia costiera “libica” che con i suoi tempi salpa dai porti di armamento e raggiunge le imbarcazioni stracariche di migranti a distanze sempre maggiori dalla costa ( anche 50 miglia). Nessuna operazione di Frontex come Themis, partita il 2 febbraio scorso, può dare copertura o legittimazione alla violazione dei doveri di soccorso affermati dalle Convenzioni internazionali.

Alle navi delle ONG, allertate dalla Guardia Costiera italiana e sulla scena dei soccorsi con i loro gommoni veloci ben prima dell’arrivo delle motovedette partite da Tripoli, viene trasmesso l’ordine di “stand by” in attesa dell’arrivo dei libici, e dunque al massimo vengono utilizzate strumentalmente per dotare di giubbotti salvagente, di cui i mezzi libici sono privi, le persone a bordo dei gommoni. Non si sa che fine abbiano fatto i giubbetti salvagente donati dall’OIM alla Guardia costiera di Tripoli. Certo nei video che ritraggono gli interventi dei libici di giubbetti salvagente o di altri mezzi di salvataggio collettivo non se ne vedono. Ed invece si vedono fucili e bastoni. All’arrivo delle motovedette tripoline, in genere poco prima, con comunicazioni radio dal contenuto sempre più minaccioso, viene intimato di allontanarsi e di non “disturbare” i soccorsi, di fatto veri e propri sequestri di persona in acque internazionali,

Durante la intensa attività di vigilanza condotta in acque internazionali, con droni ed elicotteri partiti dalle navi della Marina italiana coinvolte nell’operazione “Mare Sicuro”, viene dichiarato che i gommoni carichi di migranti sarebbero in “buono stato di navigabilità” e che dunque ci sarebbero i tempi necessari per fare arrivare le unità libiche, rallentando o sospendendo l’attività già avviata immediatamente dalle ONG, dopo la segnalazione di un evento SAR ( ricerca e soccorso) da parte della Centrale operativa della Guardia costiera italiana.

L’attuazione concreta degli accordi tra Italia e Libia e dello stesso Codice di Condotta Minniti passa attraverso la individuazione o meno di una situazione di distress , una situazione nella quale non è consentito differire neppure di un minuto un intervento di ricerca e soccorso, al punto che se occorre, al fine di salvare vite umane in mare è consentito persino l’ingresso nelle acque territoriali ( 12 miglia dalla costa). Le acque territoriali non sono comunque da confondere con le acque nelle quali uno stato può avere attribuita dall’IMO ( Organizzazione internazionale del mare) la competenza per le operazioni SAR, acque che rimangono acque internazionali, altrimenti definito come “alto mare”.

Esistono regole vincolanti di diritto internazionale del mare che si impongono ai comandanti delle navi, comprese quelle militari, ed ai Centri operativi di soccorso in mare (IMRCC). Queste regole impongono di intervenire con la maggiore sollecitudine possibile quando si verifichi una situazione di “distress”, che non richiede che le persone siano già finite in mare o che il gommone stia affondando, ma soltanto che lo stesso gommone risulti sovraccarico, ad elevata distanza dalla costa e senza rifornimenti nautici e dotazioni tecniche idonee a raggiungere un qualsiasi porto.

In base all’articolo 98(1)(a)della Convenzione ONU di Diritto del mare  UNCLOS, all’artiicolo 10(1) della Convenzione Salvage del 1989, della Convenzione SOLAS (Annex, Chapter V, Regulation 33 par.1, clause 1), ed alla Convenzione SAR di Amburgo (Chapter 1.3.11), il concetto di  distress è chiarito ogni oltre possibilità di equivoco..

“Distress at sea is ‘a situation wherein there is a reasonable certainty that a vessel or a person is threatened by grave and imminent danger and requires immediate assistance.’
This means that you have to render assistance not only where a passenger has gone overboard. You have to assume that a vessel is in distress in any situation such as the cases mentioned above: if a boat has difficulties or is unable to manoeuvre, if it is damaged or overloaded with too many passengers, or lacks supplies in food, drinking water or necessary medication”.

Quando si avvista un gommone stracarico di persone in alto mare ricorre sempre un caso di distress e l’intervento di soccorso non è in alcun modo e per nessuna ragione differibile,neanche di dieci minuti. Minuti che potrebbero costare la vita di centinaia di persone. Come abbiamo visto in tante stragi rimaste senza colpevoli dopo la fine dell’operazione Mare Nostrum, prima che arrivassero le navi delle ONG.

Il pilota di un elicottero o il comandante di una nave della Marina italiana in attività di pattugliamento sulla rotta del Mediterraneo centrale queste regole vincolanti, imposte dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), dalla Convenzione SALVAGE e dalla Convenzione SOLAS (sulla sicurezza della navigazione), dovrebbero conoscerle bene. E magari potrebbero anche evitare di scrivere nei loro rapporti di attività che un gommone con cento persone a bordo, con la gente seduta sui tubolari ed un piede in acqua, a quaranta miglia (70 chilometri circa) dalla costa libica e senza alcuna probabilità di raggiungere un qualsiasi porto, “‘e’ in buono stato di galleggiabilità”. Sono migliaia le persone che sono annegate in mare sulla rotta libica mentre i loro gommoni si trovavano “in buono stato di galleggiabilità”. Non sarà difficile ricordare i casi più gravi.

Speriamo che nel frattempo non ci siano altre stragi per ritardato intervento di soccorso. Come quella dell’11 ottobre 2013 proprio a sud di Malta. Anche i procuratori della repubblica, prima di avvalorare i rapporti sulla situazione di distress, e costruire fantomatiche ipotesi associative, potrebbero considerare le norme di Diritto internazionale del mare che regolano gli obblighi imperativi di soccorso, che vanno assolti, in caso comunque nel più breve tempo possibile, soprattutto in alto mare. I giudici delle indagini preliminari di Catania e di Ragusa hanno aperto qualche squarcio sulla effettiva attuazione della collaborazione tra la Marina italiana e la sedicente Guardia costiera “libica”. Ma, al di là dei processi, in alto mare, senza il rispetto di regole certe, stabilite dalle Convenzioni internazionali, se si continuerà a fare valere il Codice di condotta Minniti, più di una legge dello stato o di una Convenzione internazionale, domani sarà ancora Far West. E le armi le hanno soltanto i libici.

Si può definire come coordinamento operativo il rapporto diretto che sta emergendo tra le autorità italiane ( la Marina Militare soprattutto, e poi IMRCC), che in una prima fase, dopo gli avvistamenti aerei, assumono la funzione di autorità responsabile dei soccorsi, esercitando dunque una precisa giurisdizione sulle persone che sono a bordo dei gommoni target dell’operazione SAR, e le autorità libiche, alle quali poi si trasferisce la responsabilità SAR, anche se non esiste una zona SAR libica. I mezzi della sedicente guardia costiera “libica” sono dunque “delegate” e fermare i migranti in mare prima che possano essere raggiunti dalle ONG, e poi a riportare a terra quanti sono stati trovati ancora a bordo dei gommoni. Eppure sono mezzi che hanno dimostrato visivamente a tutto il mondo di non avere dotazioni idonee per il soccorso e di intervenire con modalità violente, come si è verificato, e ci sono le immagini,  il 6 novembre 2017. Su questo e su altri episodi simili sta indagando la Corte penale internazionale.

Con gli ordini di stand by, e con il trasferimento della responsabilità SAR alle motovedette libiche, si configura quindi una cessione di giurisdizione dall’Italia alle autorità di Tripoli,  su persone in pericolo di vita in acque internazionali che potrebbe assumere i contorni di un vero e proprio respingimento collettivo, di sicuro un costante attentato alla vita di chi è abbandonato in alto mare alle attività di intercettazione dei libici. Si potrebbe pensare ad una serie di ricorsi alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo, ma i potenziali ricorrenti, una volta transitati nei “disembarkation point”  nei quali sono talvolta presenti anche UNHCR ed OIM, scompaiono nell’inferno delle altre strutture detentive di cui  le diverse milizie libiche dispongono in abbondanza. Molti migranti hanno raccontato cosa gli è successo dopo essere stati intercettati in mare e riportati a terra, ma nessuno di loro è riuscito a dare mandato ad un avvocato per presentare un ricorso alla Corte di Strasburgo o ad altre istanze internazionali. Come è noto in Libia non ci sono tribunali in grado di garantire i diritti dei migranti in transito, esposti ad ogni abuso e privi del diritto di accedere alla procedura di protezione internazionale, a parte i pochi casi di “vulnerabili” ( circa mille l’anno) che sono “presi in carico” dall’UNHCR. Si stima che i migranti trattenuti nei centri di detenzione, formali ed informali, siano almeno 50.000, anche se il loro numero sembra in calo.

Non è certo, del resto, che la Corte Europea dei diritti dell’Uomo, dopo recenti sentenze della Grande Camera, come quella sui respingimenti collettivi del caso Khlaifia, rimanga sulla linea rigorosa emersa nella sentenza Hirsi nel 2012. Si potrebbe verificare che la Corte, pronunciandosi magari per la inammissibilità del ricorso, ceda alle esigenze delle politiche migratorie ed interne degli stati da cui pur sempre provengono i giudici che decidono i casi a Strasburgo, come è successo nel caso Khlaifia. Un vero e proprio boomerang che potrà essere utilizzato dagli stati europei per giustificare i respingimenti collettivi. Ma davanti al diritto alla vita ( Art. 2 CEDU) ed al divieto di tortura o di trattamenti disumani e degradanti (Art.3 CEDU) non sono possibili analoghi compromessi ed i tentativi di elusione in frode al precetto internazionale vanno scoperti e denunciati. Esattamente quello che ha coraggiosamente affermato il Giudice delle indagini preliminari di Ragusa, oggetto di attacchi vergognosi per avere applicato la legge, che altri vorrebbero piegare in base alle esigenze politiche del momento. Adesso urge fare chiarezza su chi coordina davvero i soccorsi in acque interazionali e sull’assoluto rispetto della vita umana in mare.

Come ha osservato nel 2012 la Corte Europea dei diritti dell’Uomo nella sentenza Hirsi, “secondo il diritto internazionale in materia di tutela dei rifugiati, il criterio decisivo di cui tenere conto per stabilire la responsabilità di uno Stato non sarebbe se la persona interessata dal respingimento si trovi nel territorio dello Stato, o a bordo di una nave battente bandiera dello stesso, bensì se essa sia sottoposta al controllo effettivo e all’autorità di esso”.

Dunque le autorità italiane che per prime prendono in carico la responsabilità SAR dopo gli avvistamenti dei gommoni esercitano una giurisdizione su migranti da soccorrere e potranno rispondere del trasferimento di questa responsabilità ( che include la individuazione del luogo di sbarco) alle autorità libiche.

La tutela dei diritti umani, e dello stesso diritto alla vita, non deve cedere il passo all’esigenza di difendere i confini da una invasione (che non esiste) e alla ventata populistica che contamina gli ambienti più diversi del corpo sociale e delle istituzioni. Gli accordi bilaterali con la Libia sono stati il grimaldello per violare o aggirare consolidati principi di diritto internazionale, ribaditi dalle Nazioni Unite e dalla Corte di Strasburgo.

Occorre una assunzione di responsabilità anche da parte di Frontex e delle missioni dell’Unione Europea come Eunavfor Med, che non possono essere complici di violazioni di diritto internazionale del mare.

Su tutte le navi europee incombono i medesimi obblighi di ricerca e salvataggio, in base al Regolamento UE n.656 del 2014 che fa salva l’applicazione prevalente del Diritto internazionale del mare e delle Convenzioni internazionali in materia di diritti umani. Questi obblighi sono rispettati anche alle navi della missione europea Eunavfor Med, che con la nave militare spagnola Reina Sofia sta attivamente collaborando da anni con le ONG nelle attività di ricerca e salvataggio nelle acque del Mediterraneo centrale. Sono da considerare anche i militari spagnoli collusi con i trafficanti libici ?

Il “sostanziale” coordinamento delle operazioni SAR svolte dalla sedicente Guardia costiera libica, con un ben preciso ruolo dell’operazione italiana NAURAS a Tripoli, ben individuato già dal GIP di Catania, ha permesso di aggirare la sentenza di condanna dell’Italia sul caso Hirsi. Ed oggi purtroppo non è ipotizzabile che chi collabora con gli stati europei in Libia ai fii del contenimento delle partenze, incluse le ONG embedded, contribuisca a sostenere ricorsi ( come avvenne nel 2009 sul caso Hirsi) ed a dare protezione alle persone, respinte in mare, che intendono proporre un ricorso contro l’Italia davanti ai giudici di Strasburgo. Da parte sua la Corte Europea dei diritti dell’Uomo in recenti sentenze ha dimostrato una preoccupante flessione in nome della “emergenza”. Una cultura dell’emergenza, alla base del populismo dilagante, diffusa anche nelle sedi giudiziarie, che ha influito anche sui giudici di Strasburgo. Per questo è importante quanto afferma adesso la giurisdizione interna ed è ancora più importante che l’opinione pubblica sia informata della reale portata degli accordi intercorsi tra  il Governo italiano e le autorità di Tripoli. Sono in gioco migliaia di vite umane. Nessuno potrà dire, domani, non sapevo.