Oltre le sentenze, per un percorso di partecipazione nell’accertamento di fatti e responsabilità.

     di Fulvio Vassallo Paleologo                              

I paragrafi numerati in corsivo costituiscono parte del dispositivo finale della sentenza pronunciata dal Tribunale permanente dei Popoli nella sessione che si è svolta a Palermo, dal 18 al 20 dicembre 2017, sulle violazioni commesse dagli Stati e dalle Agenzie dell’Unione Europea e dall’Italia, ai danni della popolazione migrante, lungo la rotta libica ed allo sbarco. 

  1. Le politiche dell’Unione Europea sulle migrazioni e l’asilo, a partire dalle intese e dagli accordi stipulati tra gli Stati dell’Unione Europea e i Paesi terzi, costituiscono una negazione dei diritti fondamentali delle persone e del popolo migrante, mortificandone la dignità definendoli “clandestini” e “illegali” e ritenendo “illegali” le attività di soccorso e di assistenza in mare;

Come emerge dai documenti raccolti  dal 18 al 20 dicembre 2017 durante la sessione di Palermo del TPP, la programmazione o la ratifica da parte delle autorità Europee di iniziative ( Decisioni, Risoluzioni) volte al contrasto dell’immigrazione , anche con riferimento a potenziali richiedenti asilo, tenendo anche conto della autonoma personalità giuridica di agenzie come Frontex, non si pone in rapporto alternativo con le corrispondenti iniziative dei governi degli stati membri che propongono o danno attuazione a quelle iniziative, o le  propongono, come è avvenuto nel caso dell’Italia, con il Processo di Khartoum, lanciato nel 2014, e poi con i Migration Compact proposti nel corso del 2016, fino alle intese bilaterali con paesi come l’Egitto (2007), la Nigeria (2011), il Sudan (2016), la Libia ( 2017) o il Niger(2017). Intese che nel tempo sono state integrate da accordi di polizia e da Protocolli operativi.

Factsheet on the relations between Libya and the European Union

The EU provides assistance to Libya and the Libyan people through a set of measures, including supporting a political transition and a negotiated settlement acceptable to all legitimate groups in the country, bilateral assistance, including humanitarian assistance and targeted assistance in the field of migration, as well as support through its Common Security and Defence Policy (CSDP) missions and operations, especially EUNAVFOR MED Operation Sophia and EUBAM Libya.

https://eeas.europa.eu/headquarters/headquarters-homepage_en/19163/EU-Libya%20relations,%20factsheet

Si rinvia anche alle Conclusioni del Consiglio europeo del 17 luglio 2017 sulla Libia. L’Unione Europea continua a considerare la Libia come uno stato di diritto, capace di garantire al suo interno una potesta’ giurisdizionale sulle violazioni dei diritti umani. Questa totale menzogna è alla base di accordi e prassi che hanno gravemente leso i diritti fondamentali dei migranti intrappolati in territorio libico senza alcuna possibilità di fare valere la lesione dei propri diritti fondamentali, diritti della persona umana che vanno riconosciuti a chiunque si trovi su un determinato territorio, a prescindere dalla sua condizione giuridica. Dietro la definizione di “migranti illegali”,  e dietro il “rafforzamento dei controlli di frontiera”,  termini correntemente adottati dalle autorità europee e libiche, non si può celare la serie sempre più grave di abusi e violenze inflitte alle popolazioni migranti in transito in Libia.

 

  1. La decisione di arretrare le unità navali di Frontex e di Eunavfor Med ha contribuito all’estensione degli interventi della Guardia costiera libica in acque internazionali, che bloccano i migranti in viaggio verso l’Europa, compromettendone la loro vita e incolumità, li riportano nei centri libici, ove sono fatti oggetto di pratiche di estorsione economica, torture e trattamenti inumani e degradanti;

La Commissione ed il Consiglio dell’Unione Europea,  non possono neppure escludere la loro responsabilità, sotto il profilo della commissione di veri e propri crimini contro l’umanità, in concorso con le autorità governative di paesi terzi che hanno ordinato intercettazioni in acque internazionali, camuffate da operazioni di soccorso, sostenendo che le autorità libiche abbiano esercitato un «controllo assoluto ed esclusivo» sulle persone intercettate in acque internazionali. In realtà queste persone venivano individuate e raggiunte dai mezzi libici su indicazioni di mezzi appartenenti alla Marina italiana o ad assetti delle operazioni europee EunavforMed e Frontex.  A tale proposito quanto recentemente comunicato dall’IMO e la dichiarazione della Guardia costiera libica (di Tripoli) confermano che una zona SAR libica in acque internazionali non è mai esistita. Non risulta infatti che sia stata notificata ed accettata dall’IMO una zona SAR libica, con la conseguenza che le responsabilità di ricerca e soccorso rimangono quelle esistenti negli anni passati, al tempo dell’operazione italiana Mare Nostrum e della missione europea TRITON dell’Agenzia Frontex.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/12/18/libia-rinuncia-alla-sar-nel-mediterraneo-adesso-litalia-dovra-fare-piu-salvataggi/4046662/

Nei rapporti di Charles Heller e Lorenzo Pezzani della Goldsmith University di Londra emergono con chiarezza le responsabilità dei vertici delle istituzioni esecutive dell’Unione Europea e dell’Agenzia Frontex, in concorso con le autorità italiane, prima per avere imposto all’Italia la sospensione dell’operazione di soccorso Mare Notrum, nel 2015 e poi per avere lanciato la campagna diffamatoria e giudiziaria contro le ONG che operavano nelle acque del Mediterraneo centrale, in concorso come si vedrà con il governo italiano, che ha promosso altre iniziative sul piano nazionale, al fine di scoraggiarne la presenza ( come si è verificato con la imposizione di un Codice di condotta da parte del ministro  dell’interno Minniti).

he EU will support Libya to strengthen its capacities to control its borders, including in the south, in accordance with International Law, in addition to broader EU efforts to reinforce cooperation with countries of origin and transit to significantly reduce migratory pressure on Libya’s and other neighbouring countries’ land borders. The EU will continue to cooperate with G5 Sahel countries, including via contributions of CSDP missions and financial support to the G5 Sahel Joint Force. The EU will further engage and provide support to enhance both sea and land border management by Libyan Authorities.

http://data.consilium.europa.eu/doc/document/ST-11155-2017-INIT/en/pdf

Nelle acque del mar libico, inteso come mare territoriale ed acque internazionali, continuano a verificarsi naufragi di gommoni carichi di centinaia di persone – che risultano generalmente disperse, salvo pochi cadaveri recuperati in mare – e si intensificano i “soccorsi” di imbarcazioni fatiscenti ricondotte nei porti libici, con il loro carico umano, di fatto vere e proprie intercettazioni, da mezzi appartenenti alla cd.Guardia Costiera “libica”, che in realtà corrisponde alle autorità del governo di riconciliazione nazionale di Tripoli.

Le agenzie ufficiali ed i principali media collegano questi eventi alla responsabilità dei trafficanti, ma nessuno riferisce del ritiro della maggior parte dei mezzi della missione Triton di Frontex, avvenuto a partire dal mese di luglio del 2015. Rimangono operative soltanto alcune navi della missione europea EUNAVFOR MED (definita in  passato come Operazione Sophia) con compiti di addestramento della Guardia costiera “libica”.

Risulta diminuita anche la presenza delle unità militari italiane della missione Mare Sicuro, che fino alla fine del 2016 fa avevano partecipato a numerose operazioni di ricerca e salvataggio (SAR – Search and Rescue) sotto il coordinamento del Comando della Guardia costiera italiana (IMRCC). Basta confrontare le notizie ufficiali sulla presenza delle navi di Frontex nel Mediterraneo centrale lo scorso anno e i dati della presenza “visibile” della stessa missione nell’anno in corso, per avere la prova inconfutabile del ritiro della maggior parte dei mezzi dell’agenzia Frontex, proprio in occasione della sua trasformazione in Guardia di frontiera e costiera europea per effetto del Regolamento europeo n.1624 del 14 settembre 2016 ( vedi Allegato 2). Le prescrizioni sul rispetto dei diritti fondamentali della persona e degli obblighi di soccorso a carico delle unità Frontex coinvolte in attività Search and Rescue (SAR) , contenute nel Regolamento europeo n.656 del 2015, hanno avuto così un ambito applicativo sempre più limitato.

 

  1. Le attività svolte in territorio libico e in acque libiche e internazionali dalle forze di polizia e militari libiche, nonché dalle molteplici milizie tribali e dalla c.d. “guardia costiera libica”, a seguito del Memorandum del 2 febbraio 2017 Italia-Libia, configurano – nelle loro oggettive conseguenze di morte, deportazione, sparizione delle persone, imprigionamento arbitrario, tortura, stupro, riduzione in schiavitù, e in generale persecuzione contro il popolo dei migranti – un crimine contro l’umanità;

Le persone “soccorse” dai libici sono dunque oggetto di una vera e propria attività di intercettazione in acque internazionali da parte di mezzi navali italiani, o di assetti aereo-navali europei, come Eunavfor Med, e quindi riportate a terra in Libia, dove vengono consegnate alle milizie che controllano i porti ed alle unità del cosiddetto Nucleo antimmigrazione del governo di Tripoli. La maggior parte di loro, come risulta da numerose testimonianze, una volta ricondotte a terra, sono accolti allo sbarco da personale UNHCR ed OIM,ampiamente fotografato da alcuni media libici, ma alla fine, per la maggior parte, finiscono di nuovo nelle mani dei trafficanti e nei cd. centri informali, magari nel tentativo di imbarcarsi un’altra volta per fuggire dall’inferno libico. Lo raccontano i testimoni, i migranti che riescono a fuggire ancora una volta ed arrivano in Europa. Particolarmente grave la situazione dei minori stranieri non accompagnati, alla mercè di stupratori e trafficanti senza scrupoli. Di una vera e propria evacuazione dai centri di detenzione libici non se ne può ancora parlare, malgrado le recenti affermazioni del Ministro dell’interno Minniti. I corridoi umanitari aperti con il concorso determinante di alcune ONG, per quanto efficaci per i casi delle persone più vulnerabili, non sono certo utilizzabili per la maggior parte dei migranti intrappolati in Libia e nelle regioni confinanti. Ne si può pensare di risolvere il problema affidando all’OIM l’evacuazione di alcune decine di migliaia di persone, con voli di rimpatrio volontario, che se si considerano comunque i nuovi arrivi  lasciano sostanzialmente immutato il numero di migranti esposti ad abusi in Libia.

Contro la propaganda veicolata sui principali media che mostrano i migranti accolti con modalità non violente allo sbarco a Tripoli, ci sono decine di testimonianze e diversi rapporti che confermano come la maggior parte delle persone riportate a terra dalla Guardia Costiera, che si definisce libica, ritorna in luoghi nei quali sono esposti ad ogni sorta di abusi. E si tratta anche di donne già violentate ed in stato di gravidanza, di minori non accompagnati già vittime di stupro e di persone torturate comunque al solo scopo di estorcere loro del danaro, per metterle poi nei barconi e lasciarle  fuggire verso l’Europa.

 A partire dal 10 maggio 2017 diverse fonti  hanno riferito di ” a maritime operation by the Libyan authorities, in coordination with the Italian Search and Rescue Authority, in which 500 individuals were intercepted in international waters and returned to Libya. This operation amounted to refoulment in breach of customary international law and several treaties (including the Geneva Refugee Convention and the European Convention on Human Rights), and an internationally wrongful act is one for which Italy bears international legal responsibility.

According to reports, the migrant and refugee boat called the Italian Maritime Rescue Coordination Centre (MRCCC) whilst it was still in Libyan territorial waters. MRCC contacted both the Libyan coastguard and an NGO vessel (Sea Watch-2) with the latter sighting the boat after it had left Libyan waters and was in international waters. During preparations for the rescue, the NGO boat was informed by the Italian authorities that the Libyan coastguard boat which was approaching had “on scene command” of the rescue operation. Attempts by the NGO vessel to contact the Libyan authorities were not picked up. The Coastguard proceeded instead to cut the way of the Sea Watch 2 at high speed and chase its rescue boat. It then stopped the refugees and migrant boat. Reports indicate that the Libyan coastguard captain threatened the refugees and migrants with a gun and then proceeded to take over the migrant boat.

 Altre circostanziate accuse sul comportamento della Guardia Costiera libica  sono state raccolte durante la deposizione del rappresentante dell’Organizzazione tedesca Sea Watch e nel Report, a firma di Paolo Cuttitta, dell’Università libera di Amsterdam, prodotto dal team che ha redatto l’atto di accusa.

 Respingimenti in Libia, soccorsi ritardati, ONG ostacolate.

di Paolo Cuttitta (Vrije Universiteit Amsterdam)

13 dicembre 2017

Nei giorni 23 e 24 novembre il MRCC (centro di coordinamento dei soccorsi marittimi) di Roma – gestito dalla Guardia Costiera – imponeva alla nave Aquarius dell’ONG franco-italo-tedesca SOS Méditerranéee alla nave Open Arms dell’ONG spagnola Proactiva Open Arms di astenersi dal soccorrere alcune imbarcazioni in pericolo nelle acque internazionali del Canale di Sicilia, lasciando i relativi passeggeri in attesadell’arrivo delle autorità libiche. A queste, infatti,MRCC aveva affidato l’intervento, affinché riconducessero le persone in Libia.

Tali fatti forniscono nuovi spunti di riflessione sulle responsabilità giuridiche italiane per i respingimenti verso la Libia e sulla tempistica dei soccorsi. Essi, inoltre, vanno letti in collegamento con l’evento del 6 novembre che ha avuto come protagonista la nave Sea-Watch 3 dell’ONG tedesca Sea-Watch, e con quello denunciato, sempre il 24 novembre, dall’altra ONG che opera nel Mediterraneo Centrale, la tedesca Mission Lifeline. Emerge così il quadro di un mensis horribilis – il novembre scorso – che ridefinisce le pratiche di controllo, ricerca e soccorso nel Mediterraneo Centrale, a scapito della sicurezza delle persone e in spregio del diritto internazionale.

La nave Aquarius di SOS Méditerranée riceve ordine da MRCC di dirigersi verso un’imbarcazione (catalogata da MRCC come evento SAR 1884) in acque internazionali, a oltre 24 miglia nautiche dalle coste libiche. Tuttavia, dopo avere raggiunto la posizione indicata e individuato l’imbarcazione, l’Aquarius riceve – dallo stesso MRCC di Roma – dapprima l’ordine di attendere, quindi quello di allontanarsi, pur continuando a ombreggiare l’imbarcazione per tenerla sotto controllo. Il “salvataggio”è infatti assegnato alla Guardia Costiera libica, della quale MRCC indica anche l’orario previsto di arrivo. I libici, però, non giungeranno mai. A un tratto, in realtà, dall’Aquarius avvistano un mezzo che prima si avvicina, poi però inverte la rotta e se ne va(come riferito a chi scrive dal coordinatore dei soccorsi dell’Aquarius). L’Aquarius informa di ciò MRCC, che successivamente, dopo avere preso accordi con le autorità libiche (per il tramite della nave militare italiana ‘Tremiti’, ormeggiata dallo scorso mese di agosto a Tripoli, ove svolge funzioni sia di addestramento della Guardia Costiera libica, sia di scambio di informazioni con le autorità locali), dà indicazione all’Aquarius di procedere con il soccorso. Ciò avviene ben due ore dopo che la nave di SOS Méditerranée ha individuato il gommone.Fortunatamente le due ore di attesa, pur prolungandolo stress psico-fisico, non arrivano a determinare effetti mortali tra i passeggeri del gommone. L’imbarcazione non si capovolge, né alcuno versa in condizioni di ipotermia o disidratazione tali da morirne in tempi brevi. Ma che tutti sopravvivranno non può saperlo nessuno, in quel momento; nemmeno la Guardia Costiera italiana, che sceglie quindi deliberatamente di giocare d’azzardo con la vita di queste persone. I 108 passeggeri (più il cadavere di una donna già morta al momento della partenza dalla Libia) vengono poi trasferiti a bordo della nave Open Arms, e da questa condotti a Pozzallo.

La stessa Open Arms, peraltro, ha già a bordo le persone recuperate da uno dei tre eventi nei quali essa è coinvolta quel mattino. Negli altri due, invece, l’equipaggio dell’ ONG spagnola è costretto a fare da spettatore dei respingimenti effettuati dalle autorità libiche su mandato di MRCC. Ciò che non riesce nel sopra citato evento SAR 1884, infatti, si realizza quasi contemporaneamente in questi due casi.Alle 6,35 Open Arms è incaricata da MRCCdi dirigersi verso un gommone in posizione 33° 31’N, 013° 43’E (evento SAR 1885).Strada facendo, però, essa viene informata da MRCC di un altro evento (evento SAR 1886) a breve distanza, e riceve istruzioni di dirigersi verso questo secondo e più vicino gommone. Dopo avere individuato l’imbarcazione dell’evento 1886, la Open Arms apprende da MRCC che il soccorso del primo gommone (l’evento 1885) è stato assegnato alla Guardia Costiera libica. Una volta soccorsi i passeggeri dell’evento 1886, e trasferitili a bordo della Open Arms, i due mezzi di salvataggio dell’ONG spagnola si dirigono verso l’evento 1885, seguendo però l’istruzione di MRCC di restare a distanza, fermandosi non appena stabilito il contatto visivo con l’obiettivo. Mentre una motovedetta libica intercetta il gommone per riportarne i passeggeri in Libia, MRCC comunica a Open Arms una nuova posizione da raggiungere, specificando che anche in questo caso la responsabilità dell’intervento è delle autorità di Tripoli, e che la nave dell’ONG deve solo individuare il gommone, stabilire un contatto visivo e attendere, senza intervenire. Per due volte, quindi, Open Arms è costretta ad assistere a respingimenti verso la Libia coordinati dalle autorità italiane.

 Similmente, il giorno seguente – venerdì 24 novembre – le autorità libiche effettuano almeno altri due respingimenti dalle acque internazionali verso la Libia sotto il coordinamento di MRCC. Questa volta ad assistere è l’Aquarius. Alle 6,30 del mattino è proprio la nave di SOS Méditerranée ad avvistare un gommone a 25 miglia nautiche di distanza dalle coste libiche. Come riferito dal coordinatore dei soccorsi dell’ONG, Aquarius trasmette l’informazione a MRCC; poi, su indicazione di quest’ultimo, procede verso il luogo in cui si trova il gommone (evento SAR 1907), vi giunge alle 7,00, fa una ricognizione e comunica le informazioni raccolte. Successivamente, MRCC comunica ad Aquarius che il soccorso è preso in carico dalle autorità libiche. MRCC chiede ad Aquarius di ombreggiare il gommone, restando a una distanza tale da poter controllare l’evolversi della situazione. L’equipaggio dell’ONG avvista tre mezzi delle autorità libiche: due motovedette della Guardia Costiera e una nave della Marina.Una delle motovedette si avvicina, in un primo momento, ma poi torna indietro. Alla fine, tuttavia, a differenza di quanto avvenuto il giorno precedente, i libici arrivano, ma solo alle 10,42: ben tre ore e 42 minuti dopo l’arrivo dell’Aquarius. La loro nave militare, in risposta all’offerta di assistenza formulata via radio da Aquarius, ordina a quest’ultima di non avvicinarsi al gommone, carica a bordo i passeggeri e riparte alla volta della Libia. Per quasi quattro ore, insomma, le autorità italiane impediscono alla ONG di prestare soccorso a delle persone, con il solo fine di consentirne il respingimento in Libia.

Nel frattempo, mentre Aquarius ombreggiava il gommone catalogato come evento SAR 1907,una delle due motovedette libiche si dirigeva verso un altro gommone, che si trovavaappena più a sud (evento SAR 1908). Anch’esso era stato avvistato da Aquarius: alle 6,54, mentre la nave dell’ONGsi stava dirigendo verso il primo gommone. In questo caso i libici, immediatamente incaricati del soccorso da MRCC, giungevano più tempestivamente (alle 7,35), e l’attesa dei passeggeri prima di essere riportati in Libia era più breve. Anche questo respingimento era quindi deciso e coordinato dalle autorità italiane. Aquarius poteva solo assistere da lontano.

A rendere più opaco lo scenario di quel 24 novembre giungeva infine la notizia che una nave militare della missione europea EunavforMed aveva ordinato alla nave Lifelinedell’ONG Mission Lifeline di abbandonare la zona dei soccorsi perché doveva avervi luogo un’esercitazione militare.

I fatti sopra riportati sollecitano alcune riflessioni.

Innanzitutto la Guardia Costiera italiana, che gestisce l’MRCC di Roma, formalmente non modifica la propria interpretazione estensiva del concetto di “pericolo”, che in diritto internazionale innesca l’obbligo di avviare un’operazione di soccorso. Secondo tale interpretazione, adottata dalle autorità italiane a partire dal 2013, qualunque natante sovraffollato o palesemente poco atto alla navigazione è ipso facto in pericolo, anche se funzionante, e anche se in quel momento non ci sono persone in mare e nessuno appare in immediato pericolo di vita. Infatti un gommone sovraffollato può rovesciarsi,o spaccarsi e affondare, in qualsiasi momento, anche in condizioni meteorologiche buone, come spesso avvenuto. Le autorità italiane, dunque, continuano a dichiarare un evento SAR non appena hanno notizia di una qualsivoglia imbarcazione con migranti a bordo.

Questa interpretazione estensiva – contrapposta a quella più restrittiva adottata da altri paesi, a cominciare dalla vicina Malta – era stata a lungo valutata con favore da chi la riteneva utile a evitare tragedie in mare. Alla luce degli ultimi sviluppi, l’interpretazione estensiva del concetto di pericolo in mare si colora di una luce diversa e ben più ambigua.

Gli ordini di non intervenire contraddicono, infatti, la prassi seguita precedentemente da MRCC di procedere immediatamente al soccorso, prima ancora che si possano verificare circostanze dagli effetti non controllabili. Anche l’ombreggiamento (come quello richiesto ad Aquarius e a Open Arms) può infatti risultare inutile se qualcuno finisce in mare, soprattutto se questi non sa nuotare o se si tratta di numeri elevati di persone. Il fatto che gli episodi sopra descritti non abbiano avuto esiti mortali non significa che analoghi episodi non possano causare vittime in futuro, se la Guardia Costiera italiana continuerà su questa linea.

Insomma: se, da un lato, MRCC continua a catalogare come eventi SAR tutte le imbarcazioni di migranti di cui viene a conoscenza, confermando l’interpretazione estensiva del concetto di pericolo in mare,ciò viene fatto anche al fine di consentire i respingimenti, anzi: anteponendo tale fine a quello di prevenire la morte delle persone dichiarate in pericolo.

È inoltre lecito interrogarsi sulle ragioni di ritardi (evento 1907) e ripensamenti (evento 1884) da parte delle autorità libiche, recentemente coinvolte in modo diretto nei traffici. Appare infatti evidente che ritardi e ripensamenti non nascono dall’esigenza di tutelare la vita delle persone in mare. Del resto, il sostanziale disprezzo da parte delle autorità di Tripoli nei confronti della vita dei migranti è ampiamente documentato, oltre che a terra, anche in mare.Basterà ricordare quanto accaduto il 6 novembre scorso.

Quel giorno, alle 7 del mattino, la nave Sea-Watch 3 riceve da MRCC l’indicazione di raggiungere un gommone 30 miglia nautiche a nord di Tripoli. La situazione è drammatica non solo perché diverse persone sono già in acqua, ma anche perché sul posto è già arrivata, da pochi minuti, una motovedetta della Guardia Costiera libica. Nei pressi c’è anche una nave militare francese, mentre un elicottero italiano sorvola la scena e concorda con Sea-Watch 3 (alla quale MRCC ha affidato la responsabilità del soccorso) le modalità di intervento, offrendo la propria collaborazione. Ilibici, però, ignorando le richieste della Sea-Watch 3 di astenersi da ogni intervento, affiancano il gommone e caricano le persone a bordo, contro la volontà dei diretti interessati e con procedure non ortodosse, con il risultato che altri finiscono in acqua. A bordo, poi, alcuni sono minacciati e picchiati.L’elicottero italiano chiede alla motovedetta di spegnere i motori e collaborare con la Sea-Watch 3, ma la richiesta è ignorata, mentre un uomo, cadendo, resta appeso alla scaletta. La motovedetta parte per la Libia, con l’uomo ancora aggrappato a dritta, ignorando gli ulteriori, ripetuti e accorati appelli lanciati via radio dall’elicottero militare italiano. Alla fine, cinque persone perdono la vita per diretta conseguenza dell’intervento libico.

Questo non è peraltro l’unico caso di pirateria di cui si siano rese protagoniste le autorità libiche, che già nel 2016 avevano ripetutamente aggredito le imbarcazioni di varie ONG (la stessa Sea-Watch, in almeno una prima e una seconda occasione, ma anche Medici Senza Frontiere Sea Eye).Quest’anno, tra i tanti episodi del genere, l’ultimo si era verificato il 26 settembre scorso, quando la nave di Mission Lifeline era stata abbordata e intimidita al termine di un soccorso.

Ancora più grave, alla luce di tutto ciò, appare perciò la decisione di MRCC di affidare alla Guardia Costiera e alla Marina libiche l’incarico di gestire operazioni di soccorso (oltretutto in presenza di altre imbarcazioni più idonee e affidabili), nemmeno tre settimane dopo i fatti del 6 novembre.

In realtà, anche l’affidamento dei soccorsi alla Guardia Costiera e alla Marina libiche non è una novità. Le autorità di Tripoli hanno cominciato a rispondere agli inviti di MRCC a intervenire in acque internazionali almeno da quando, la primavera scorsa, l’Italia ha donato alla Libia quattro motovedette. Il primo caso documentato risale al 10 maggio, quando sulla scena dell’evento SAR arrivava contemporaneamente anche la nave di Sea-Watch, incaricata dapprima di recarsi sul posto, e solo in un secondo momento avvertita da MRCC che l’intervento era stato affidato alle autorità libiche. L’equipaggio dell’ONG,dopo avere subito un’intimidazione dalla motovedetta libica, assisteva al respingimento di quasi 500 persone.

Il fatto che, in tale circostanza, l’imbarcazione in pericolo fosse, sì, già in acque internazionali, ma ancora all’interno della zona contigua (l’area a ridosso delle acque territoriali nella quale il paese costiero può intervenire per sanzionare o prevenire violazioni delle proprie leggi sull’immigrazione) ha poca rilevanza. In primo luogo, infatti, la Libia non ha mai formalizzato la propria zona contigua. In secondo luogo, l’interesse di applicare le proprie leggi non dovrebbe prevalere sul divieto di respingimento da acque internazionali.In ogni caso, per quanto riguarda le responsabilità dell’Italia,l’operazione del 10 maggio era un evento SAR coordinato dalle autorità italiane.MRCC, dunque, violava in modo diretto le norme che impongono all’autorità che coordina i soccorsi di individuare un luogo sicuro (la Libia non lo è) in cui fare sbarcare le persone, in ossequio al principio di non-refoulement.

Proprio per sottrarsi al ruolo di spettatori impotenti di atti criminali, oltre che agli atti di violenza armata perpetrati dalle autorità libiche e avallati da quelle italiane, altre ONG, a cominciare da MOAS e MSF, avevano deciso di ritirare le proprie navi dal Mediterraneo già in estate.

 I fatti verificatisi a novembre fugano ogni dubbio sulla legittimità dei respingimenti, poiché essi si verificano fuori non solo dalle acque territoriali libiche ma anche dall’ipotetica zona contigua.

L’Italia, nel coordinare i soccorsi, non soltanto omette di individuare un luogo sicuro ove condurre le persone ma si rende anche responsabile – secondo l’articolo 16 degli Articles on the Responsibility of States for internationally wrongfulacts della International Law Commission – di complicità di un atto illegittimo commesso da un altro stato: il respingimento dalle acque internazionali verso la Libia da parte delle autorità libiche. Tale responsabilità deriva dall’avere fornito aiuti (nella fattispecie la cessione di motovedette e altre forme di supporto, comprese la formazione professionale e l’assistenza tecnica) al paese responsabile della violazione, nella consapevolezza che tali aiuti sarebbero serviti per la commissione di una violazione.

 Il panorama, in conclusione,è chiaro: nell’assegnazione dei soccorsi da parte della Guardia Costiera italiana,la priorità viene data alle autorità libiche, e solo ove queste non siano disponibili i soccorsi vengono affidati alle navi delle ONG, agli assetti militari europei o ad altre imbarcazioni civili eventualmente di passaggio. In tale contesto le navi delle ONG – peraltro diminuite di numero causa l’abbandono di diverse organizzazioni, non più disponibili a operare in un contesto caratterizzato dalla violenza sistematica delle autorità libiche e dalla complicità di quelle italiane – non solo hanno dovuto arretrare il proprio raggio d’azione, ritirandosi oltre le 24 miglia dalle coste libiche (cioè oltre la presunta zona contigua, nella quale la minaccia dell’aggressione delle autorità di Tripoli è più pressante), ma sono esposte anche all’arbitrio delle navi militari europee, che impongono loro di allontanarsi dalla zona dei soccorsi, riducendo il potenziale di mezzi disponibili e quindi aumentando il rischio di morte per chi è in viaggio.Infine, a esse viene impedito di prestare soccorso nei tempi più brevi, e imposto di assistere ai respingimenti.

La prevista consegna di altre sei motovedette italiane alle autorità libiche e la concordata costituzione di una sala operativa congiunta italo-libica (che renderà più stabili e organiche le attività di cooperazione già svolte dalla nave militare Tremiti di stanza a Tripoli) sembrano destinate a rafforzare queste tendenze.

L’Organizzazione non governativa Sea Watch ha presentato un esposto alla Corte Penale internazionale. Già nel mese di maggio del 2017 si erano verificati “incidenti” causati dalle modalità aggressive di intervento della Guardia costiera libica.

The reason for the initiative of Sea-Watch, which could now potentially have legal consequences, stems from an incident on 10th May in which a patrol boat of the Libyan Coastguard dangerously cut across the bow of the Sea-Watch 2 in order to subsequently reach a wooden boat with c. 500 people on board. The captain of the patrol boat forced the refugees and migrants to stop their boat at gunpoint. Subsequently, they were brought back to Tripoli and from there to the infamous ‘Detention Centres’.“All incidents took place outside Libyan territorial waters and this represents a clear violation of the international ban on refoulement.
It would be an important step if the Prosecutor of the International Criminal Court in The Hague would investigate the crimes of the so-called Libyan Coast Guard closely.
The evidence presented by Sea-Watch is precise and concrete. Now it is up to the International Criminal Court to take the necessary action.”, says Sea-Watch lawyer Jens Janssen. “Sea Watch contacted and encouraged the International Criminal Court to investigate the incidents. The ICC examines if an investigation will be opened.”

La Corte Penale internazionale si sta interessando di quanto avviene dopo l’intervento della Guardia costiera libica. Le recenti attività della magistratura italiana, ancora concentrate sulle ONG “colluse” con i trafficanti, e la crescente difficoltà di raggiungere ed attivare i ricorsi in via di urgenza presso la Corte di Strasburgo, sembrano garantire impunità alle organizzazioni criminali ed ai loro referenti politici e militari .Che in Libia, o meglio in quello che rimane oggi della Libia, in concorso con le autorità militari e politiche degli stati dell’unione Europea, detengono illegalmente, abusano fisicamente, abbandonano in mare, riconsegnano i migranti  a gruppi paramilitari che praticano abitualmente lo stupro, la tortura a scopo di estorsione, sembra anche in qualche caso l’espianto di organi.Per chi si trova in territorio libico, o vi viene ricondotto, dopo essere stato “soccorso” in mare non ci sono speranze di rivolgersi ad una autorità giudiziaria. Centinaia di migliaia di persone sono alla mercé di bande militari, talvolta colluse con i trafficanti, altre volte nei panni di guardie di frontiera

Hanno riferito su questi punti i rappresentanti delle organizzazioni non governative:

Sea-Watch:

Johannes Bayer riferisce di un intervento di salvataggio in acque internazionali il 21.10.2016 su un gommone con 130 persone su richiesta di MRCC. Durante le operazioni l’intervento veniva bloccato dalla Guardia Costiera libica che saliva a bordo del mezzo picchiandomi migranti a bordo e manomettendo il motore, dopo aver constatato di non poter portarlo via. Poco dopo si allontanavano senza effettuare alcun salvataggio ma il gommone frattanto prendeva a sgonfiarsi e i migranti finivano in acqua. A quel punto nave Gregoretti, frattanto arrivata, ed in seguito MRCC, dicevano loro di interrompere l’operazione e di allontanarsi lasciando i migranti in acqua ma lui si è rifiutato e li ha salvati quasi tutti. Se non ci fosse stato l’intervento della Guardia Costiera libica è certo di affermare che li avrebbe salvati tutti.

Ingolf Werth riferisce che mentre effettuavano un intervento di salvataggio di un gommone in acque internazionali venivano affiancati da una motovedetta della Guardia Costiera Libica che non si coordinava con loro pretendendo di gestire l’operazione pur non vendo competenze e mezzi. Mostra foto dell’operazione in cui si vede un migrante che cerca di salire sull’imbarcazione libica e viene colpito e poi in un’altra immagine lo stesso migrante, caduto in acqua, è attaccato al mezzo e l’imbarcazione ha già i motori accesi (ci vede il fumo). L’elicottero Sar (mostra foto) cerca di impedire il movimento ma invano. Riferisce che a causa dell’inosservanza delle procedure di salvataggio diversi migranti sono finiti sotto l’imbarcazione libica durante l’avvicinamento con conseguenze fatali. Quando l’imbarcazione libica si è allontanata c’erano ancora persone in acqua, hanno loro intimato di fermarsi e di consegnargli i migranti a bordo ma i libici hanno risposto di trovarsi in acque libiche e di poter gestire l’operazione come volevano. Lo stesso ha precisato che si trovavano a circa 25 miglia dalla costa libica.

Dopo avere duramente attaccato le ONG presenti in acque internazionali a nord delle acque libiche, le agenzie dell’Unione Europea come Frontex ed Eunavfor-Med, in concorso con il Comando centrale della guardia costiera italiana, che opera su impulso del Ministero dell’interno italiano, hanno scaricato sulle residue navi delle ONG, che dispongono attualmente di una sola nave idonea ad affrontare il mare durante i mesi invernali, le prevalenti responsabilità nel soccorso e nei trasbordi dei migranti intercettati in mare anche a 20 miglia dalla Costa libica, con gravissimi danni per i tempi lunghi dei trasferimenti verso i porti di sbarco. Tempi lunghi in condizioni meteo spesso avverse, che ritardano i trasferimenti a terra in condizioni di sicurezza, come si è verificato da ultimo nel mese di dicembre del 2017.

 

  1. La condotta dell’Italia e dei suoi rappresentanti, come prevista e attuata dal predetto Memorandum, integra concorso nelle azioni delle forze libiche ai danni dei migranti, in mare come sul territorio della Libia;

Il 29 dicembre 2007, l’Italia e la Libia firmarono a Tripoli un accordo bilaterale di cooperazione per la lotta contro l’immigrazione clandestina. Lo stesso giorno, i due Paesi sottoscrissero anche un Protocollo addizionale che fissava le modalità operative e tecniche dell’esecuzione di detto accordo. Nel 2008, il governo Berlusconi richiamava integralmente i protocolli operativi firmati nel dicembre del 2007 dal governo Prodi, così come oggi il governo Gentiloni richiama, senza esclusione alcuna,  il Trattato di Amicizia del 2008 ed i Protocollo addizionale ai quali lo stesso fa riferimento, inclusi dunque quel Protocollo sottoscritto da Amato, allora ministro dell’Interno, con il suo omologo libico, il 29 dicembre 2007.

Risulta  provato che il governo italiano o suoi agenti hanno finanziato la costruzione ed il mantenimento di almeno tre centri di detenzione in Libia, tra cui quello di Tripoli, ed abbia affidato componenti delle forze di polizia che hanno oggi il compito di bloccare le partenze ed arrestare i migranti in transito in Libia. A tale riguardo si rinvia a quanto rilevato nel rapporto di Amnesty International. Non si conosce a quale autorità si possano rivolgere i migranti trattenuti nei centri di detenzione finanziati dal governo italiano, nè se gli stessi abbiano concrete possibilità di ottenere il riconoscimento di uno status di protezione in Libia. Come è noto la Libia, ed adesso i due governi di Tripoli e Tobruk non aderiscono alla Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati.

Sono note da anni le condizioni disumane in cui versano i migranti trattenuti nel centro di detenzione di Zawia, dove recentemente la Guardia costiera libica ha riportato decine di persone riprese in acque internazionali grazie alle motovedette veloci cedute dal governo italiano. La Guardia costiera libica, comandata dal “brigadiere” Qassem, ha espressamente confermato che i migranti “soccorsi” in mare dopo l’arrivo delle prime motovedette restituite dagli italiani sono stati riportati “nel centro di detenzione di Zawia”.

Un recente Rapporto delle Nazioni Unite chiarisce che situazione trovano i migranti ripresi in mare e sbarcati in quel porto. Il centro di detenzione di Zawia è uno di quelli nei quali, secondo le testimonianze dei migranti, si verificano gli abusi peggiori.“The report names Zawia’s coast guard as active participants in fuel smuggling and names a Zawia militia and its leaders. It also names people smugglers and details the involvement of sophisticated international cross-border smuggling and finance rings in the smuggling process.

Malgrado la diffusione globale di notizie che confermano gli abusi generalizzati che subiscono i migranti in Libia, si assiste da tempo ad una campagna di comunicazione che mostra i migranti bloccati in acque internazionali dalla sedicente guardia costiera “libica”, accolti con modalità non violente allo sbarco a Tripoli. Eppure ci sono decine di testimonianze e diversi rapporti che confermano come la maggior parte delle persone riportate a terra dalla Guardia Costiera, che si definisce libica, ritorna in luoghi nei quali sono esposti ad ogni sorta di abusi. E si tratta anche di donne già violentate ed in stato di gravidanza, di minori non accompagnati già vittime di stupro e di persone torturate comunque al solo scopo di estorcere loro del danaro, per metterle poi nei barconi e lasciarle  fuggire verso l’Europa.

Da parte dell’attuale governo italiano si è trattato con le autorità di Tripoli e di altre città della Tripolitania, come Sabratha, con la piena consapevolezza che queste autorità costituite sul territorio  non rappresentavano una entità statale unica, che di fatto si è dissolta da anni, rendendo improprio e illegittimo l’esercizio di un potere negoziale che ha prodotto una inversione dei rapporti di forza sui territori e una definitiva disintegrazione dell’entità statale Libia. Ne è seguito un drastico peggioramento delle condizioni di vita dei migranti intrappolati nei tanti centri di detenzione, sia in quelli controllati dalle autorità ufficiali, che quelli, definiti “informali” sotto il controllo esclusivo delle milizie. Milizie foraggiate con i soldi italiani ed europei, che talvolta sono diventate guardie di frontiera.

 Queste alcune testimonianze e i più importanti documenti prodotti dal gruppo che ha coordinato la stesura dell’atto di accusa e della requisitoria finale per la sessione di Palermo del Tribunale Permanente dei Popoli del 18-20 dicembre 2017.

 (ANSA) – PALERMO, 27 DIC – “Rischiamo la vita, ma e” meglio annegare che essere arrestato dalla Marina libica. E” come se stessimo vivendo di nuovo la schiavitu”. I neri sono i loro schiavi, questo e” quello che pensano in Libia oggi”. E” la testimonianza di un giovane profugo del Mali ai soccorritori di SOS MEDITERRANEE.
“Quando la nave e” arrivata e abbiamo visto la bandiera libica, abbiamo tentato di fuggire. Tutti erano preoccupati. Non ci hanno lasciato scappare, ma hanno continuato a seguirci. Per non rischiare la vita delle persone, perche” c”erano molte donne e molti bambini in mezzo a noi, li abbiamo lasciati fare”, ha raccontato.
“Nessuno e” caduto in acqua, grazie a Dio -ha aggiunto – Sulla nave libica, non ci hanno dato neanche acqua ne” cibo”.  Il giovane ha raccontato anche di essere stato condotto in prigione, una volta riportato a Tripoli: “”Quando siamo arrivati al porto di Tripoli, le organizzazioni umanitarie c”erano, hanno preso i nostri indirizzi. Poi siamo stati messi sul bus e ci hanno portati nelle prigioni.
“Le prigioni non sono organizzate, si stava molto stretti, anche stare seduti era impossibile. – ha raccontato – Si cammina gli uni sugli altri. Là le organizzazioni umanitarie non c”erano. Anche avere dell”acqua era difficile. Bevevamo lentamente perche” non sapevamo se dopo ci avrebbero portato altra acqua. Un giorno hanno portato 5 litri di acqua, e poi abbiamo passato tre giorni senza. Abbiamo cominciato a bere acqua cattiva e ci davano da mangiare pasta cruda. Meglio
rimpatriare rapidamente che essere nelle carceri libiche”.
(ANSA). 27-DIC-17 21:05

 Il rappresentante di MEDU ha riferito che la sua associazione ha raccolto oltre 2600 testimonianze e di aver osservato, dopo gli accordi bilaterali con la Libia, una riduzione degli arrivi  (circa 700.000 persone risultano materialmente bloccate in Libia) cui si accompagna il tragico peggioramento delle condizioni fisiche e psicologiche dei migranti. Il 79% è stato detenuto in condizioni inumane e reca sul proprio corpo e nella mente i segni della tortura fisica e psicologica.   Il 65% delle persone visitate presentava segni di percosse ripetute, di mutilazioni, di oltraggi  e violenze sessuali, di ustioni. Hanno raccontato di essere stati costretti a sentire le urla dei compagni torturati o di essere stati costretti loro stessi a praticare la tortura. Queste persone hanno segni sul corpo che confermano i loro racconti e soffrono di gravi disturbi da stress post-traumatico. Dai loro racconti emerge che non è possibile distingue i centri di detenzione formali da quelli informali e che anche nei primi spesso ai migranti detenuti è chiesto un riscatto per la liberazione. Raccontano la storia di una donna della Costa D’avorio incontrata nel CARA di Mineo che ha riferito di aver subito violenze sessuali di ogni tipo durante la detenzione in Libia, e che gli stessi uomini che la violentavano anche in gruppo la filmavano e l’hanno costretta ad avere un rapporto con un cane.

MEDU ha poi presentato il testimone M., che racconta di aver cercato per ben sei volte di fuggire dalla Libia e ogni volta di essere stato riportato indietro. Racconta di un centro di detenzione più umano degli altri, in epoca successiva agli accordi bilaterali, dove riferisce di essere stato “bene” perché si mangiava tutti i giorni ma da qui viene caricato su un pullman gestito da personale militare libico che lo ha venduto ai trafficanti. Questi lo hanno portato in un centro in cui i migranti pativano gravissime violazioni dei propri diritti, mangiavano una volta ogni tre giorni, non avevano bagni agibili  e cure mediche e c’era un odore terribile e diffuso a causa della carenza delle condizioni igieniche. Il gestore del centro, tale ISA, gli ha messo a disposizione un telefono per consentirgli di chiamare  i propri familiari in Gambia affinchè pagassero del denaro per farlo uscire da centro e solo dopo aver ottenuto 200 dinari lo hanno liberato. Giunto a Tripoli ha accettato la proposta di guidare un gommone minacciandolo di morte nel caso fosse tornato indietro. Giunto in Italia veniva arrestato e processato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Riferisce di essere stato assolto e quindi rimesso in libertà.

Adriana Zega (Oxfam/Borderline Sicilia)  ha riferito sul contenuto del rapporto “L’inferno al di là del mare”, redatto dopo gli accordi italo libici, raccontando di aver raccolto centinaia di testimonianze di persone detenute e costrette a pagare un riscatto nei centri di detenzione sia a bande armate e trafficanti che a esponenti delle forze di polizia libica. La durata del sequestro varia da persona a persona, a volte settimane a volte anni e nel caso non siano in grado di pagare sono costretti ai lavori forzati. Le persone ascoltate hanno riferito di aver subito ogni genere di violenza e tortura nei centri di detenzione, di essere stati sottoposti a scosse elettriche e bruciature (di cui recano i segni), costretti ad ascoltare le grida di migranti torturati e ad assistere ad esecuzioni forzate.  Raccontano infine del fenomeno degli scafisti forzati vittime di tratta le cui storie di violenza e costrizione non emergono perché immediatamente processati e  detenuti in Italia per il reato di favoreggiamento, senza garanzie linguistiche, senza aver compreso il senso dei documenti che firmavano.. Hanno presentato due testimonianze di scafisti forzati, anche loro venduti, detenuti per settimane in un foyer con un solo pasto al giorno e poi scelti per guidare la barca.

Paola Ottaviano  (Borderline Sicilia)  ha introdotto  M., un testimone della Sierra leone che raccontato di essere stato detenuto in un centro libico dove qualcuno gli ha sparato. Dopo un breve periodo trascorso in ospedale Michael è stato riportato nel centro (chiamato Pakistan) dove è rimasto per altri due mesi, dove veniva picchiato regolarmente e privato del cibo e dove ha visto molta gente morire. Le sue condizioni erano tanto gravi che non riusciva a stare in piedi

 Giampiero Obisio (Baobab Experience) ha prodotto una serie di relazioni sulle condizioni d’arrivo dei migranti ed ha riferito di 70.000 traumi documentati, di intere famiglie smembrate che Baobab ha cercato di ricongiungere e di molti casi di scafisti “forzati” processati in Italia. Il testimone Obusio ha raccontato la storia di una donna nigeriana di 21 anni detenuta con le figlie in un centro libico senza assistenza sanitaria. La figlia aveva bisogno di cure mediche che non le sono state fornire ed è morta nel centro. I gestori hanno il corpo e la donna non sa neanche se sia stata seppellita o meno.

Si richiama infine il documento che segue che, anche sulla scorta del precedente Rapporto dell’ONU,  fornisce prove sul mercato di schiavi,  prodotto dalla degenerazione del sistema dei centri di detenzione libici dopo il Memorandum d’intesa concluso dall’Italia con il governo di tripoli il 2 febbraio 2017.

https://foreignpolicy.com/2017/12/27/europe-is-shocked-shocked-by-libyas-slave-markets/

 

 

  1. A seguito degli accordi con la guardia costiera libica e nell’attività di coordinamento delle varie condotte, gli episodi di aggressione denunciati dalle ONG che svolgevano attività di ricerca e soccorso nel Mediterraneo, sono ascrivibili anche alla responsabilità del governo italiano, eventualmente in concorso con le agenzie europee operanti nello stesso contesto;

In questa situazione di stallo, a livello europeo, si è assistito ad un violentissimo attacco, che non si è ancora esaurito, nei confronti delle navi umanitarie che hanno operato attività SAR in acque libiche sotto il coordinamento della Guardia Costiera italiana, accusate, come del resto la missione Mare Nostrum nel 2014, di costituire un fattore di attrazione, se non addirittura di trovarsi in una situazione di collusione con i trafficanti. Un attacco finora del tutto destituito di fondamento, come è stato dimostrato nel 2015 da una ricerca di Charles Heller e Lorenzo Pezzani della Goldsmiths University di Londra, ma che ha avuto come effetto quello di criminalizzare, agli occhi dell’opinione pubblica, sia i migranti che venivano soccorsi, che i loro soccorritori.

Dal momento dell’entrata in opera degli assetti stabiliti con  il Memorandum d’intesa del 2 febbraio tra Libia ed Italia,, la Guardia Costiera libica ha allontanato navi umanitarie che si stavano accingendo ad interventi di soccorso in acque internazionali ricadenti in quella che – solo sulla carta – sarebbe la zona SAR libica. In una occasione, la stessa Guardia costiera libica ha aperto il fuoco contro un mezzo della Guardia costiera italiana che in acque internazionali  si stava accingendo ad una operazione di soccorso. Non si contano più ormai le minacce, veri e propri avvertimenti, ricevuti dalle navi umanitarie delle ONG da parte di mezzi appartenenti alla stessa Guardia costiera.

Si richiama al riguardo il documentato rapporto della ONG tedesca Sea Watch, da inserire integralmente nella documentazione dei fatti rilevanti ai fini della presente sentenza.

https://alarmphone.org/en/2017/12/13/the-long-summer-of-european-border-violence-alarm-phone-6-week-report-30-october-10-december-2017/

In base alle testimonianze ed ai documenti raccolti si può affermare che le autorità italiane, riferibili alla Marina Militare ed al Corpo della Guardia costiera, nonché i vertici del Ministero dell’interno che ne coordina le attività, agiscono in concorso con le autorità libiche nelle attività di intercettazione in acque internazionali e di sbarco (disembarkation) a terra, in porti libici con autorità riferibili al governo di tripoli, alla Guardia costiera di Tripoli, ed alle milizie che vi sono collegate.

Nello Scavo giovedì 14 dicembre 2017

Migranti. Dopo avere allontanato le Ong, la Libia abbandona i «soccorsi»
Le autorità di Tripoli rinunciano a sorvegliare le acque internazionali. Prima ne rivendicavano il pieno controllo
https://www.avvenire.it/attualita/pagine/tripoli-fa-arretrare-la-marina
E’ ufficiale: la Libia rinuncia ai soccorsi in mare al di fuori delle acque territoriali. Il dietrofront di Tripoli è stato comunicato all’Organizzazione marittima internazionale quattro giorni fa. Dopo mesi di polemiche e intimidazioni a mano armata contro le ong che si spingevano fino al confine delle 12 miglia marittime, Tripoli riconosce di non essere in grado di presidiare la zona di ricerca e soccorso (Sar) rivendicata dallo scorso luglio, in concomitanza alla stretta sulle operazioni delle organizzazioni non governative. Il segretariato dell’Organizzazione marittima in alcuni documenti afferma che la missiva del governo di transizione «ritira la precedente notifica ufficiale», datata 10 luglio 2017.
L’affidamento della potestà di intercettazione in acque internazionali conferita alle autorità libiche, con la cessione del ruolo di autorità SAR competente, non può comportare una modifica della sovranità sulle acque internazionali, come invece pretendono i libici, con il supporto della Marina italiana, che da Tripoli concorre a coordinare i loro interventi di “soccorso”.

Non risulta che il governo di Tripoli abbia  notificato all’IMO ( Organizzazione marittima internazionale) una zona SAR di propria competenza  con effetti di accoglimento della notifica. I tentativi in questa direzione, assai probabilmente perorati dal governo italiano, si sono infranti davanti all’evidente incapacità delle diverse autorità libiche a garantire una qualsiasi attività SAR autonoma sull’intera zona SAR corrispondente alla Libia dal confine con la Tunisia a quello con l’Egitto. Non si conosce ancora l’esito dell’ultima richiesta riformulata all’IMO dalle autorità di Tripoli nel mese di dicembre del 2017. In ogni caso, questa stessa richiesta documenta in modo inconfutabile che sinora non è esistita una zona SAR libica riconosciuta a livello internazionale.

Di fatto con gli accordi del 2 febbraio 2017, tra Italia e governo di Tripoli, e con le successive prassi operative coordinate da Tripoli e da Roma, si è creata una zona SAR ad estensione variabile, rimessa alla valutazione discrezionale delle autorità politiche e militari, che non corrisponde alle esigenze di soccorso e di salvaguardia della vita umana in mare, imposte dalle Convenzioni internazionali, ma che risponde soltanto all’esigenza di bloccare in mare e rispedire indietro il maggior numero di migranti. Anche a costo di affidare i “soccorsi” in acque internazionali a unità militari che non si curano delle vittime che producono durante  i loro interventi, e che una volta giunti in porto si disinteressano del tutto del destino delle persone “soccorse”. Nessun porto libico, neppure se sono presenti UNHCR ed OIM, è un “place of safety” per i migranti, perchè al di là di una prima verifica delle loro condizioni, non viene garantito nè un alloggio in condizioni di sicurezza, nè una sia pur minima libertà di movimento o di accesso effettivo alle procedure di protezione. I pochi casi di resettlement ed i cd.  rimpatri volontari non possono fare dimenticare quello che subiscono, per la maggior parte, i migranti riportati a terra dalla sedicente Guardia costiera libica. Che libica non è, perchè risponde solo ai comandi di qualche milizia e del governo Serraj a Tripoli.

Esistono già le prove, nelle dichiarazioni del responsabile della Guardia Costiera di Tripoli e nelle comunicazioni radio registrate da parte delle navi appartenenti alle organizzazioni non governative, del coordinamento delle attività di ripresa in mare – piuttosto che di soccorso – effettuate da unità libiche sotto gli occhi degli equipaggi delle navi umanitarie. Ecco il vero motivo per cui si è tentato in tutti i modi, anche con le calunnie, di allontanare le navi delle ONG dall’area di mare in acque internazionali, sulle quali si sta consentendo ai libici una attività di intercettazione, anziché di soccorso vero e proprio.

 

6.L’allontanamento forzato delle navi delle ONG dal Mediterraneo, indotto anche dal “codice di condotta” imposto dal governo italiano, ha indebolito significativamente le azioni di ricerca e soccorso dei migranti in mare e ha contribuito ad aumentare quindi il numero delle vittime.

 Adesso che gli accordi con la Libia hanno dimostrato il loro effimero successo numerico, dopo la “commedia” estiva del Codice di Condotta per le ONG che è servita solo a distogliere l’attenzione dalla situazione reale nel mar libico e nella stessa Libia, c’è già chi grida vittoria ed esalta gli autori politici di quegli accordi, mentre sembra che le attività di indagine della magistratura possano estendersi quasi senza limite, fino alla creazione per via giudiziale di un vero e proprio reato di solidarietà. La condanna delle ONG da parte della maggior parte dell’opinione pubblica è già arrivata prima ancora che comincino i processi,  e stanno dilagando gli attacchi contro i migranti e gli operatori umanitari che della solidarietà fanno pratica quotidiana. Non rimane che attendere qualche mese, se non qualche anno, per verificare come tutto questo possa incidere sui rapporti di convivenza oltre che sul nostro sistema giudiziario. E i processi alle navi umanitarie, adesso, oltre alla Juventa sembra che nel procedimento di Trapani sia coinvolta anche la Vos Hestia di Save The Children, potrebbero segnare una linea di confine su principi cardine per uno stato democratico come la riserva di legge e la separazione dei poteri. Si rinvia al riguardo al dossier difensivo predisposto ad uso della stampa da parte dei responsabili della ONG tedesca “Jugend Rettet”

Basta prendere atto dell’espresso richiamo al  protocollo operativo del 29 dicembre 2007, recepito nel Trattato di amicizia Italia-Libia del 2008, contenuto negli accordi raggiunti con il Memorandum d’intesa firmato il 2 febbraio scorso, per verificare sino in fondo la complicità del governo italiano e degli stati europei nei crimini contro l’umanità commessi in Libia e nelle acque internazionali ai danni dei migranti. Non soltanto una responsabilità per omissione, ma una responsabilità ancora più grave per avere deliberato accordi ed interventi, ed adottato misure operative, nella piena consapevolezza delle conseguenze che si sarebbero scaricate sulle persone bloccate in mare, riportate a terra dalla Guardia costiera libica ed intrappolate a tempo indeterminato nei centri di detenzione libici. Gli effetti più evidenti di queste linee operative sono emersi dopo l’allontanamento e la forte riduzione delle navi ONG che in passato avevano operato attività Search and Rescue (SAR) in acque internazionali, sotto il coordinamento della Guardia costiera italiana.

Le autorità italiane hanno riattivato gli accordi operativi vigenti al tempo della Libia quando era uno stato unitario sotto la guida di Gheddafi. In particolare, in base all’articolo 2 del Protocollo aggiuntivo del 2007, “l’Italia e la Grande Giamahiria organizzeranno pattugliamenti marittimi con 6 unità navali cedute temporaneamente dall’Italia.  I mezzi imbarcheranno equipaggi misti con personale libico e con personale di polizia italiano per l’attività di addestramento, di formazione, di assistenza tecnica all’impiego e manutenzione dei mezzi. Dette unità navali effettueranno le operazioni di controllo, di ricerca e salvataggio nei luoghi di partenza e di transito delle imbarcazioni dedite al trasporto di immigrati clandestini, sia in acque territoriali libiche che internazionali, operando nel rispetto delle Convenzioni internazionali vigenti, secondo le modalità operative che saranno definite dalle competenti autorità dei due Paesi”.

La maggior parte dei soccorsi in acque internazionali, prospicienti le acque territoriali libiche, è coordinata dalla Guardia Costiera italiana (IMRCC), che in diverse occasioni mette in stand bay le navi umanitarie più vicine e chiama la Guardia costiera libica che interviene per riprendere i migranti in fuga quando sono già arrivati in acque internazionali, per riportarli indietro, in Libia. E’ la concreta attuazione del piano operativo messo a punto alcuni mesi fa dal governo italiano, dopo il Memorandum d’intesa con il governo Serraj sottoscritto il 2 febbraio 2017, e la successiva Conferenza europea de La Valletta, il 3 febbraio di questo stesso anno a Malta.

 Una centrale operativa per la ricerca e il soccorso barconi. Una sala di controllo collegata con gli stati presenti nel Mediterraneo per la sorveglianza dei traffici di esseri umani. Di seguito: mezzi per il pattugliamento, radar, ponti radio, sistemi di allerta e monitoraggio, di intercettazione e scambio dati.

È il progetto dell’Italia sui flussi migratori destinato alla Libia e in fase di attuazione sempre più avanzata. Il finanziamento Ue a Roma riguarda un intervento di sostegno sulle istituzioni – la cosiddetta “capacity building” – dell’esecutivo di accordo nazionale guidato da Fayez al-Sarraj, a partire dai dicasteri locali dell’Interno e della Difesa. Si articola in due fasi temporali: 2017-2020 e 2021-2022. Ma fin da ora per il governo italiano costituire a Tripoli un Mrcc (Maritime Rescue Coordination Centre) e un Ncc (National Coordination Center) è una priorità strategica. Il primo progetto è stato curato dalla Guardia Costiera, il secondo dalla Guardia di Finanza. Sotto l’egida della direzione centrale Polizia delle Frontiere e Immigrazione del dipartimento di Pubblica sicurezza guidato dal prefetto Franco Gabrielli.

Il progetto di centrale libica di ricerca e soccorso ha avuto un passaggio concreto il 22 giugno quando il comandante generale della Guardia Costiera, ammiraglio Vincenzo Melone, ha firmato il Grant Agreement (contratto finale) per una serie numerosa di azioni da chiudere entro un anno. C’è, tra l’altro, da definire un network operativo con i ministeri italiani (Infrastrutture, Difesa, Interno, Esteri), i diversi uffici di Bruxelles e le controparti libiche. Così come verificare se l’area Sar (search and rescue) dichiarata di recente da Tripoli sia coordinata con gli stati vicini: Tunisia, Egitto, Grecia e Malta. Fino ad avviare una prima operatività. In programma c’è anche la formazione entro l’anno di 132 agenti della Guardia costiera libica. Insieme all’avvio della centrale di soccorso, poi, è essenziale anche una sala di controllo dei traffici di esseri umani. L’idea è di costituire un centro di coordinamento libico da collegare a quello italiano a Pratica di Mare, guidato dalla Guardia di Finanza, che ospita a sua volta il centro di coordinamento internazionale dell’agenzia europea Frontex. Entro l’anno prossimo, inoltre, è prevista un’azione articolata di sostegno logistico ai mezzi libici – da aggiungersi a quella svolta finora dalla Marina militare con nave Tremiti in porto a Tripoli – e una fornitura di materiale vario: 20 gommoni per il pattugliamento, 30 veicoli suv, quattro ambulanze, stazioni di lavoro, dispositivi di comunicazione radio-satellitare, gilet antiproiettile.

Le modalità operative  adottate dalle autorità libiche relativamente al contrasto della cosiddetta “immigrazione illegale”, come quelle relative all’uso dei mezzi ceduti dal governo italiano a questo fine, rientrano dunque tra i poteri decisionali di un’autorità mista di coordinamento, che condivide al suo interno tutte le responsabilità circa la sorte delle persone che sono oggetto delle attività amministrative e militari o di polizia che vengono realizzate allo stesso fine di combattere l’immigrazione “illegale”.  A questo “comitato  misto” si aggiunge il “coordinamento operativo istaurato con la Guardia costiera libica con l’invio della nave Tremiti della marina militare italiana nel porto di Tripoli, dove è stabilmente ormeggiata da alcuni mesi. Se questo coordinamento, previsto dai Protocolli operativi richiamati dal Memorandum d’intesa del 2 febbraio scorso, firmato da Gentiloni e Serraj non esiste, dovrà essere il governo italiano a provarlo, ma alla luce dei fatti verificatisi dopo la consegna delle motovedette ai libici, a partire dal mese di maggio del corrente anno, questa prova sembra alquanto ardua, per non dire impossibile.

Anche se non si potrà dire, come nel caso Hirsi, che il governo italiano poteva esercitare una “giurisdizione esclusiva” sui migranti intercettati in acque internazionali e riconsegnati alle autorità libiche nel porto di Tripoli, non sembra escludere una potestà concorrente in ordine alla destinazione del luogo di sbarco dei migranti soccorsi nelle acque internazionali al limite delle acque costiere libiche, con la conseguente responsabilità dello stato italiano per le gravi violazioni dei diritti umani, subite da queste persone, indipendentemente dalla presenza di delegazioni dell’OIM o dell’UNHCR in territorio libico, nei luoghi di sbarco e poi in alcuni centri di trattenimento amministrativo.  Una responsabilità “esclusiva”  a carico di enti o soggetti italiani, e delle agenzie europee, presenti nelle acque internazionali, che si potrà configurare nei casi in cui, come si vedrà più avanti, le autorità italiane preposte alla gestione delle operazioni SAR, dopo avere ricevuto una chiamata di soccorso ed avere coordinato l’avvio di una attività SAR, ne cedano la gestione alla Guardia costiera libica, alla quale segnalano le imbarcazioni intercettate in acque internazionali. Si impediscono così i soccorsi più tempestivi che sono imposti dalle Convenzioni internazionali e che sarebbero possibili in presenza di navi appartenenti ad ONG presenti in zona. Navi alle quali le autorità italiane impongono l’ordine di “stand by” , in attesa dell’arrivo delle unità libiche. Ma in realtà una zona SAR libica non esiste e non è mai esistita. 

I comandi di “stand by” impartiti dal Comando centrale della Guardia costiera (MRCC) alle navi umanitarie che potrebbero intervenire con immediatezza in acque internazionali, e la “chiamata” alle autorità libiche, designate in un secondo momento come “Autorità Sar responsabile”, implicano scelte che corrispondono negli effetti ad un vero e proprio respingimento collettivo, attuato dalle autorità italiane in concorso con gli assetti europei presenti in acque internazionali.. Sul punto si rinvia anche allo studio

Biondi, P. (2017) Italy Strikes Back Again: A Push-back’s Firsthand Account. Available at: https://www.law.ox.ac.uk/research-subject-groups/centre-criminology/centreborder-criminologies/blog/2017/12/new-dutch

In definitiva, in Libia non si riscontra una autorità statale centrale dotata di una Guardia Costiera capace di garantire gli obblighi di ricerca e soccorso nella vasta zona SAR che sarebbe affidata a questo Paese dalle Convenzioni internazionali.  Come del resto appare di tutta evidenza che il governo Serraj non controlla che una minima parte del vasto territorio libico, coste e acque territoriali incluse. Nel mese di luglio il governo di Tripoli ha rivolto all’IMO (Organizzazione internazionale marittima) una richiesta di riconoscimento effettivo di una sua zona SAR, ma la richiesta è stata respinta nel mese di dicembre e subito ripresentata, anche se lo stesso governo di Tripoli non riesce a controllare il territorio libico ed ancor meno le sue acque territoriali. Quindi per tutto questo periodo nel quale si è concesso alla guardia costiera libica di operare in acque internazionali, cedendo a tale autorità il compito di responsabile per le operazioni SAR, si sono commessi gravi illeciti rilevanti sul piano internazionale e nel diritto interno, al limite della configurazione del reato di omissione di soccorso.

Nancy Porsia ha riferito come sia cambiato il sistema e come l’affare economico (business) più remunerativo in Libia  adesso non sia più il viaggio ma la detenzione, strumento di estorsione e ricatto. Ha confermato  l’impossibilità di censire i centri di detenzione presenti a decine in quel paese e che, in ragione dei numeri, vengono utilizzate strutture che non garantiscono nessuno standard di tutela dei diritti.

Giacomo Zandonini ha riferito  dell’esportazione del modello europeo di repressione penale dell’immigrazione clandestina in Niger e delle sue conseguenze, prospettando  un aggravamento delle condizioni di pericolosità del viaggio a causa della ricerca di rotte meno esposte attraverso il Sahara e della necessità di celarsi alla vista, nascondendo i migranti in luoghi chiusi, in condizioni di coabitazione forzata, in precarie condizioni igienico-sanitarie. Lo stesso Zandonini ha riferito di un numero crescente di morti nel Sahara, sebbene i numeri non siano determinabili con esattezza per la mancanza di informazioni. Ha visto personalmente gente disidratarsi nel tentativo di passare il Sahara. Ricorda che l’Italia ha dato al Niger 50 milioni di euro per il controllo delle frontiere e tutto questo ha reso le condizioni dei migranti in Niger molto più difficili esponendoli a rischi molto più alti di quelli passati.

Flore Murard- Yovanovitch ha affermato come le vittime del Mediterraneo siano la conseguenza di precise scelte politiche. Secondo quanto affermato dala teste, rappresentante del Comitato per i nuovi Desaparecidos, negli ultimi 15 anni sono scomparse più di 30.000 persone, numeri immensi, morti nel mare e nel deserto, corpi non ritrovati, non identificati, identità non confermate, nazionalità ignote e manca la volontà politica per identificarli.  Anche l’ Onu ha riferito che nel sud della Tunisia e della Libia ci sono fosse comuni. Si è dunque di fronte ad una dimensione di vera e propria strage sconosciuta, si delega a regimi repressivi il compito di arrestare migranti e si schiacciano queste persone tra due forme di violenza, la deportazione in paesi d’origine con catena violazioni da indagar e la negazione della loro esistenza.  Esternalizzare le frontiere vuol dire far finta che non sia mai esistito. Questa politica ha come mantra esclusivo la riduzione dei flussi  e come implicazione la responsabilità nelle sparizioni sistematiche dei migranti. Si costringe un popolo intero, il popolo migrante, a sopravvivere in un limbo di non diritto è la negazione del popolo migrante, che costituisce anche una forma di annientamento psicologico.  Secondo la testimone le condizioni di sicurezza dei viaggi sono peggiorate drasticamente per una precisa scelta politica. L’operazione Mare Nostrum a causa dell’elevato numero di salvataggi  è stata considerata fattore  di attrazione e pertanto sostituita prima con Triton (novembre 2014) e poi con Eunavformed , la cui seconda fase prevedeva la distruzione delle navi dei trafficanti. La conseguenza è stato un incremento morti perché i trafficanti  hanno smesso di usare le grandi barche di legno e hanno iniziato ad usare quasi esclusivamente gommoni che si sgonfiano e  capovolgono  facilmente a poche miglia dalle coste libiche.

Il Memorandum con la Libia del 2 fennraio 2017 e poi il Codice Minniti del luglio,  hanno dunque  aggravato le condizioni di insicurezza poiché si è diffuso, a bordo delle motovedette libiche, l’uso delle armi durante i salvataggi, che sono adesso anche vere e proprie intercettazioni in acque internazionali da parte della Guardia costiera “libica”. L’incremento dei corpi spiaggiati svela una verità diversa da quella che ci viene raccontata. I Finanziamenti forniti alla guardia costiera di Tripoli implicano la responsabilità dell’Italia nelle violazioni nella misura in cui i migranti  soccorsi vengono riportati in luoghi disumani in Libia, luoghi cui l’Italia afferma di prestare assistenza, senza al contempo garantire che vi siano possibilità di ricorso e di tutela effettiva delle vittime degli abusi e delle torture..

A conferma di quanto emerso dalla sessione di Palermo del Tribunale permanente dei Popoli , e dele evidenti responsabilità condivise dal governo italiano con il governo Serraj, sostenuto dalle Nazioni Unite, si riporta quanto contenuto nel recente Rapporto predisposto nel 2017 dal Ministero degli esteri italiano, dal titolo :

 THE ITALIAN STRATEGY IN THE MEDITERRANEAN STABILISING THE CRISES AND BUILDING A POSITIVE AGENDA FOR THE REGION

A pagina 21 del Rapporto si ritrova una conferma degli stretti rapporti di collaborazione instaurati dalle autorità italiane  con la Guardia costiera libica e le agenzie di contrasto dell’immigrazione “illegale” istituite dal governo Serraj.

And in Rome, the tribes from southern Libya (Awlad Suleiman, Tuareg and Tebu) signed an agreement to promote the economic and social development of the south of the country. Rome has also hosted several meetings of the many and diverse Libyan municipalities, whose support to the Political Agreement is essential to facilitate a botom-up institutional consolidation process.

 Regarding Libya and the issue of migration flows, in 2017 the Guardia di Finanza intensified training and capacity-building initiatives and organised 9 courses for around 200 law enforcement ofcials from Libya as well as other Countries of Sub-Saharan Africa (Niger, Chad, Burkina Faso, Mali, Nigeria, Ivory Coast, Mauritania, Seychelles).

 Cooperation with Libyan authorities in the fight against human trafcking is increasingly efective, thanks to the intense work of the Joint Commission created last 2 February by the memorandum. Afer completing the training of the crews, Italy refurbished and delivered 4 patrol vessels to the Libyan Coast guard, and started the maintenance activities for the recovery of further 6 patrol vessels, as well as the training of their crews. Among the strategic priorities of the joint action of the two countries, the Joint Commission has identified strengthening the control system of the southern borders of Libya, as a complementary measure to prevent the illicit trafcking of human beings. The positive results of this tight cooperation have led President Sarraj to ask EUNAVFOR MED-SOPHIA The operation was launched by the European Union on June 22, 2015 to help to dismantle the business model of human trafcking in the central Mediterranean. Its mandate was later extended. In addition to the main task, other additional ones have been added, such as: (a) supporting the Libyan Coast guard; (b) contributing to the exchange of information and the implementation of the UN arms embargo on Libya. At the last renewal of Operation Sophia (until December 31, 2018), Italy asked to review the procedures for the landing of migrants, in line with the changes that will be made to the Triton Operation Plan, or independently from this. EUNAVFOR MED is led by the Italian Admiral Enrico Credendino. 24 Italy for technical naval support in the fight against the networks of human traffickers. Italy immediately accepted the request and sent a factory vessel to Tripoli, used to restore the efciency of other Libyan naval unites, and coordinate patrol and sea rescue operations. In this field too, our engagement is part of a wider European cooperation efort promoted by Italy, as demonstrated by its involvement in the EUNAVFOR MED – Sophia and EUBAM missions.

Si rinvia per altri aspetti ad una lettura integrale del Rapporto consultabile nel sito del ministero degli affari e del commercio estero. 

 

  1. Considerazioni conclusive : dalle sentenze dei Tribunali ai processi partecipati

Appare ormai evidente come processi e denunce non riescano a sanzionare le responsabilità dei governi, né ad avere alcuna efficacia deterrente rispetto alla prosecuzione di politiche e di prassi amministrative che hanno costi umani sempre più elevati.  Ed anche costi economici che sfuggono a qualsiasi controllo. Si assiste infatti allo storno di ingenti risorse da parte del governo italiano verso progetti di finanziamento delle milizie libiche e dei loro referenti politici, sindaci o altre autorità di governo, inclusa la sedicente Guardia costiera libica. Nel 2017 l’Italia ha stanziato nella legge di Bilancio 200 milioni di euro per progetti di “cooperazione” in Africa .  Si tratta anche di processi poco trasparenti. Si riscontra soltanto un decreto del ministero degli affari esteri che il primo febbraio del 2017, il giorno prima della firma degli accordi con il governo Serraj, stanziava una somma di circa 50 milioni di euro per avviare la collaborazione con le autorità libiche di Tripoli, a partire dalla fornitura di quattro motovedette. Risorse che originariamente erano destinati alla Cooperazione internazionale ai paesi in via di sviluppo che sono stati utilizzati per rendere effettive politiche e prassi di polizia volte al contrasto di quella che si definiva soltanto come immigrazione irregolare.

Sui finanziamenti alle politiche di esternalizzazione delle frontiere nei paesi terzi: hanno testimoniato Ludovica Jona e Sara Prestianni.

Secondo fonti giornalistiche, nel 2017 l’Italia avrebbe stanziato complessivamente 200 milioni di euro: 140 milioni sono serviti per finanziare il Fondo Fiduciario per l’Africa, per interventi in Niger, Libia, Tunisia e Ciad. Questi soldi sono stati usati in piccola parte per progetti di sviluppo: la maggior parte delle risorse vengono impiegate per i contrasti alla migrazione, attraverso “l’addestramento, l’equipaggiamento e il sostegno alla guardia costiera libica”, finanziando direttamente l’apparato militare libico; oppure vengono investite direttamente nella logistica, anche sotto forma di aiuti economici ai centri di detenzione e per  la fornitura di motovedette utilizzate dai libici. Fondamentale poi per il governo italiano il dialogo con le milizie libiche: come hanno denunciato alcune inchieste giornalistiche l’Italia avrebbe pagato 5 milioni di euro al clan di Dabbashi, che fino a poco tempo fa comandava una rete di scafisti.

Il 14 novembre 2017,  l’ASGI ha impugnato davanti al Tribunale Amministrativo del Lazio  il Decreto 4110/47 con il quale il Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale ha accordato al Ministero dell’Interno un finanziamento di 2 milioni e mezzo di euro per la rimessa in efficienza di 4 motovedette, la fornitura di mezzi di ricambio e la formazione dell’equipaggio. Tutte attrezzature ed attività da destinare alle autorità libiche.

Sono anni che la società civile italiana denuncia il supporto economico ed operativo offerto dall’Italia alla sedicente Guardia costiera libica. Un appoggio economico, contenuto nel c.d. Decreto Africa, che sta comportando il trasferimento di fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo verso il sostegno alle misure di arresto e deportazione in paesi terzi

Dalle testimonianze raccolte e dai rapporti acquisiti risulta provato il trattamento contrario al rispetto della dignità e dei diritti fondamentali della persona umana dopo la riconsegna da parte della cd. Guardia costiera libica alle milizie di terra o al Corpo di polizia anti-immigrazione del governo di Tripoli.  Abusi che proseguono e si aggravano dopo la riconduzione forzata dei “naufraghi”, più spesso definiti come  “migranti illegali” nei centri di detenzione dai quali erano già fuggiti. Dai lavori del Tribunale dei Popoli è emerso come la distinzione in Libia tra centri governativi e centri informali non regga più, e come anche nei centri visitati, magari una volta al mese, da funzionari ONU, anche lì, non appena finiscono le visite, riprendono gli abusi e le richieste estorsive.  Come è emerso  dalla testimonianza di Cornelia Toelgyes, anche quanto sia precaria ed esposta ai trafficanti la sorte di quella esigua minoranza di persone che ricevono dall’UNHCR la certificazione di rifugiato, ma non godono in Libia di un qualsiasi status legale, considerati sempre come migranti “illegali”. E non sembra affatto migliore la situazione degli stessi migranti nei paesi confinanti con la Libia, verso i quali adesso si vorrebbero respingere i migranti.

Alcune questioni sono ancora irrisolte e vanno portate all’attenzione dei giudici, ma devono essere anche oggetto di un rinnovato processo di aggregazione e di denuncia.

l dispositivo della sentenza del Tribunale Permanente dei Popoli adottato nella Sessione di Palermo lascia sullo sfondo la questione del  trattenimento negli Hotspot o nelle aree attrezzate di sbarco definite come tali, che viola i diritti fondamentali delle persone trattenute, a partire dal diritto di accesso alla procedura di protezione ed alle garanzie procedurali e sostanziali in materia di espulsione e respingimento.

Se andiamo a guardare cosa succede nel nostro territorio dopo lo sbarco delle persone che vengono sbrigativamente definite come “migranti economici”, dunque da respingere o da espellere immediatamente, anche prima di ricevere informazioni sul loro status, magari prima di potere chiedere una qualsiasi forma di protezione internazionale, possiamo davvero trovare conferma di una violazione diffusa della legalità costituzionale, e della normativa interna ed europea. Basti pensare alla violazione dei diritti di difesa ed al controllo giurisdizionale della limitazione della libertà personale, sancito dall’art. 13 della Costituzione e dall’art. 5 della CEDU. La condanna della Corte Europea dei diritti dell’Uomo nei casi Khlaifia e Richmond Yaw sembra non avere insegnato nulla all’attuale governo italiano.

Gli Hotspot rimangono ancora zone franche sottratte all’applicazione del diritto basato su leggi approvate dal Parlamento, luoghi da stato di polizia, se non spazi di eccezione in cui le persone sono pure entità materiali prive di diritti, come avviene ancora oggi, per settimane, negli Hotspot di Lampedusa e Taranto, riconvertiti ad una funzione espulsiva che in passato veniva esercitata nei CIE ( Centri di identificazione ed espulsione), oggi ridefiniti CPR ( Centri per i rimpatri). Centri nei quali è entrato anche ilGarante per i diritti delle persone private della libertà personale.  Centri che oggi sono appena cinque, con una capienza complessiva di circa 400 posti, ma che ben difficilmente diventeranno 13 su tutto il territorio nazionale, come annunciato alcuni mesi fa dal ministro dell’interno Minniti, obiettivo che, per fortuna, non si è ancora concretizzato.

Un fallimento delle politiche governative e delle prassi di polizia che si riconferma poi con la “macchina di produzione” della clandestinità di massa, attivata con al consegna di migliaia di provvedimenti di respingimento “differito”, con  intimazione del Questore a lasciare entro sette giorni il territorio nazionale, magari all’uscita dell’Hotspot, a pochi giorni dallo sbarco, senza mezzi, senza documenti e senza informazioni, che pure sarebbero imposte dalla legge.

Certo le modalità brutali con le quali i libici intervengono in mare a costo di seminare morte non suscitano emozione, anzi inducono ad una prudente “equidistanza”, in chi ha accettato la pratica di violazioni arbitrarie della libertà personale e permette che con i respingimenti diretti, effettuati con i voli congiunti di rimpatrio, cogestiti con l’agenzia europea Frontex, si possano espellere o respingere persone destinate a paesi nei quali si praticano arresti arbitrari ed interrogatori sotto tortura, come l’Egitto, se non caratterizzati, come la Nigeria, da una diffusa corruzione.

Le sentenze dei tribunali italiani e qualche volta dei Tribunali europei non sono mancate, ed hanno permesso di salvare il destino di migliaia di persone colpite da provvedimenti amministrativi illegittimi. Come è noto in Italia, oltre la metà dei ricorsi contro i dinieghi di status e la maggior parte dei ricorsi contro i respingimenti differiti, si concludono con un esito favorevole per i ricorrenti. Per molti migranti appena sbarcati, trattenuti per settimane negli Hotspot, non vi sono tuttavia garanzie effettive di difesa e di accesso alla procedura di asilo.

A partire dal 26 settembre 2014, con l’aumento delle persone soccorse in mare e sbarcate nei principali porti dell’Italia meridionale, si è verificato un flusso continuo di circolari ministeriali, alcune note e pubblicate, altre rimaste riservate, che hanno variamente disciplinato la materia della prima accoglienza, dell’identificazione e registrazione, dell’ammissione alle procedure di asilo, del trattenimento e dei respingimenti. A fronte di prassi amministrative che, per anni, non garantivano la compiuta identificazione delle persone sbarcate, si trattava di soddisfare le richieste politiche che provenivano dall’Unione Europea, soprattutto in merito alle procedure di prelievo delle impronte digitali nei cd. HOTSPOT ( definiti nelle circolari ministeriali come “aree attrezzate di sbarco”), cinque dei quali in Sicilia, al fine di contenere il fenomeno, ampiamente verificato nel corso del 2014. Tra i punti di crisi ( definiti come Hotspot) accanto alle “aree attrezzate di sbarco” di Palermo , Messina e Catania, si istituivano centri chiusi di primissima accoglienza utilizzando i vecchi CPSA ( Centri di primo soccorso ed accoglienza) come a Pozzallo e Lampedusa, o addirittura un CIE ( come nel caso di Trapani-Milo). Anomala la condizione del centro Hotspot aperto con grande ritardo ad Augusta (Siracusa), e consistente in una tensostruttura ubicata sulle banchine portuali. Le procedure di identificazione e selezione dei migranti sbarcati dopo essere stati soccorsi in mare procedevano  tra grandi incertezze ed episodi anche gravi di uso della forza nei confronti di persone sottoposte al prelievo delle impronte digitali.

Si è così determinata una grande confusione tra strutture che avrebbero dovuto essere strutture di accoglienza, e centri chiusi, denominati Hotspot, nei quali i migranti appena sbarcati restavano giorni e settimane, prima di essere identificati e di ricevere provvedimenti amministrativi e dunque di fare valere le correlate garanzie di difesa. Nel frattempo le prassi  di accompagnamento in frontiera, seppure rivolte ad una percentuale minima delle persone che venivano trattenute nei punti di sbarco, si sono talmente accelerate che i minimi diritti di informazione e le garanzie dei diritti fondamentali della persona migrante sono apparsi a rischio, soprattutto nel caso di voli di rimpatrio predisposti senza alcun preavviso. Per evitare la lesione del fondamentale diritto di chiedere protezione, il Ministero dell’interno all’inizio del 2016 ha diffuso una circolare rivolta, tra gli altri, al Capo della Polizia e dunque alle singole questure.

In molti casi, come si ricava da numerose testimonianze concordanti, per le modalità di raccolta di questi “fogli notizie” allo sbarco è mancata qualsiasi informazione legale individuale. Come spesso mancava il mediatore linguistico-culturale. Ai destinatari delle misure di respingimento “con intimazione a lasciare entro sette giorni il territorio nazionale”, non veniva concessa una sola possibilità di lasciare legalmente il territorio nazionale, in assenza di documenti e mezzi economici. In molti casi la scelta tra l’ammissione alla procedura di protezione e l’avvio di una procedura di respingimento o di espulsione è rimasta affidata alla discrezionalità delle forze di polizia, magari sulla base della provenienza nazionale e degli accordi di riammissione esistenti con i paesi di origine, se non della disponibilità di posti nei centri di detenzione ( prima CIE , adesso definiti CPR, centri per il rimpatrio). Occorre ricordare al riguardo che la capienza attuale complessiva dei CPR in Italia non supera i 400 posti in sei strutture attualmente aperte, mentre nel 2011 esistevano ben 11 CIE con una capienza complessiva (teorica) di circa 1900 posti.

Tutti questi dati sono facilmente ricavabili dalle relazioni della Commissioni Diritti umani del Senato,della Commissione di indagine sui centri per stranieri della Camera e dalla Relazione del Garante per i diritti dei detenuti e delle persone private della libertà personale, presentata in parlamento nel mese di marzo di quest’anno.

Anche se in Italia non è in vigore una lista di “paesi terzi sicuri”, che pure si poteva introdurre per legge in base alla Direttiva 2008/115/CE sui rimpatri,  la categoria del “migrante economico” è stata utilizzata anche poche ore dopo lo sbarco in modo da negare i diritti di informazione e di difesa, e l’accesso alla procedura di protezione internazionale. Piuttosto che esprimere una effettiva motivazione dell’ingresso in Italia, la qualifica di “migrante economico” è stata applicata con particolare riferimento alla nazionalità di appartenenza ed al percorso di arrivo sulle coste del Mediterraneo. Da ricordare al riguardo la prassi avviata nel 2015 di fare compilare senza alcuna informazione preventiva, talora anche in assenza dell’interprete, un “Foglio notizie” già nell’area di sbarco.

“Migranti economici” ai quali, solo perché, una volta barrata la casella che la motivazione del loro ingresso in Italia sarebbe costituita dalla cerca di un lavoro, dopo la prima identificazione e quindi l’uscita dall’Hotspot, si consegna un provvedimento di respingimento differito, con l’intimazione a lasciare entro sette giorni il territorio nazionale. Un provvedimento che non si dovrebbe adottare senza una completa informazione individuale, e soprattutto sulla base di un questionario che nella sua articolazione grafica appare costruito per strappare una dichiarazione ovvia anche per un potenziale richiedente asilo.

Si rinvia, per altre considerazioni a supporto di quanto riportato, ed a conferma delle circostanze riferite nell’atto di accusa, alla Relazione del Garante nazionale dei detenuti e delle persone private della Libertà personale

http://www.garantenazionaleprivatiliberta.it/gnpl/resources/cms/documents/bc9d71fe50adf78f32b68253d1891aae.pdf

ed alla Relazione della Commissione straordinaria per la promozione e  la tutela dei  Diritti umani del Senato,  pubblicata nel gennaio del 2017

https://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg17/file/Cie%20rapporto%20aggiornato%20(2%20gennaio%202017).pdf

Sulla negazione sostanziale del diritto d’asilo in Italia hanno testimoniato

 Arci Porco RossoFausto Melluso ha riferito:

la storia di M., giovane, egiziano che ha lasciato l’esercito ed è fuggito in Italia dove è stato destinatario di un provvedimento di respingimento differito identico ad altri 150 circa. Non è mai stato informato del suo diritto di chiede asilo.  La storia di uno scafista forzato che non è mai stato messo in condizione di raccontare la storia delle violenze e delle costruzioni e che è stato processato e condannato dall’autorità giudiziaria italiana.

Alessandra Ballerini in collegamento Skype da Lampedusa ha riferito  che è sempre più difficile fornire assistenza legale ai migranti chiusi negli Hotspot, che non vengono garantiti diritti di difesa e racconta dell’espulsione di 48 sudanesi, 8 dei quali sono riusciti ad intercettare casualmente un legale ottenendo il riconoscimento dello status di rifugiato. Gli altri 40 sono stati rimpatriati ma è ragionevole credere che le condizioni fossero le stesse e che pertanto andasse riconosciuto anche a loro lo stesso status. Ha denuciato come la negazione del diritto d’asilo si possa attuare anche ignorando le istanze presentate dagli avvocati allorquando la persona non è stata fisicamente in grado di formularla personalmente. Infine ha ricordato come da tempo l’Hotspot di Lampedusa non sia dotato dei modelli C3 per la formulazione della richiesta d’asilo,e che lo stesso centro abbia assunto nel tempo, al di fuori dell’approccio Hotspot, una connotazione spesso meramente detentiva, in assenza dei richiesti provvedimenti amministrativi.

Nel giugno del 2017 anche  l’hotspot di Taranto si sarebbe trasformato in una sorta di prigione per quattordici minori stranieri non accompagnati. I giovani migranti, provenienti da Bangladesh, Gambia, Mali, Senegal, Ghana e Costa d’Avorio, sono stati trattenuti per alcune settimane all’interno della struttura senza poter uscire o contattare qualcuno, né telefonicamente, né via web. Da quando l’hotspot è stato istituito, nel febbraio del 2016, non è la prima volta che accade. Ma ora la questione è finita davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu), come Osservatorio Diritti è in grado di documentare in anteprima in questo articolo.

Il ricorso è stato presentato dall’avv.  Dario Belluccio. La decisione è stata presa dopo che l’avvocato del foro di Bari e componente del direttivo nazionale dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) ha visitato la struttura a inizio luglio.

Al governo italiano viene contestata la violazione degli articoli 3, 5, 8, 13 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, oltre che quella dell’articolo 13 della Costituzione italiana. Questo prevede che la libertà personale possa essere limitata solo su ordine di un giudice o, in casi eccezionali e qualora ciò sia previsto dalla legge, dalle autorità di pubblica sicurezza con successivo avallo della autorità giudiziaria competente.

In pratica, la contestazione riguarda nello specifico il trattenimento di minori nell’hotspot di Taranto in modo illegale e ingiustificato, ma anche in condizioni materiali inumane e degradanti, in relazione alla loro condizione di minorenni appena giunti in un paese straniero. Non solo. Secondo l’avvocato «si è evidenziata la situazione di promiscuità fra minori e adulti, aggravata dal sovraffollamento della struttura».

Rimane da affrontare infine la questione tenuta sempre più nascosta dei I rimpatri collettivi verso lEgitto, il Sudan ed altri paesi terzi, effettuati sulla base di accordi bilaterali firmati dallItalia. Si tratta di accordi che violano i diritti umani di chiedere asilo e di accedere a un ricorso effettivo, e comportano un alto rischio di violazione di altri diritti fondamentali delle persone, inclusi quello alla vita e quello di non subire torture e imprigionamenti arbitrari

A conclusione di questa disamina dei fatti rilevanti ai fini della sessione del TPP occorre ricordare come il governo italiano abbia concluso accordi con i principali paesi confinanti con la Libia, sia per eseguire operazioni di respingimento con modalità semplificate, come nel caso dell’Egitto, o del Sudan, di cittadini di questi paesi che comunque continuino a raggiungere il territorio italiano, che per utilizzare questi paesi terzi come paesi di destinazione provvisoria di migranti particolarmente vulnerabili, come nel caso del Niger, evacuati dai centri di detenzione libici, in vista dell’ammissione, in quegli stessi paesi terzi ad una vera e propria procedura di asilo extraterritoriale. Sul punto si rinvia alla documentazione raccolta ed allegata anche con riferimento alle modalità di rimpatrio immediato e collettivo, nel caso dell’Egitto, o di destinazione di potenziali richiedenti asilo evacuati dalla Libia con il supporto dell’UNHCR, dell’OIM o di qualche organizzazione non governativa, come la maltese MOAS.

L’Italia è stata più volte condannata dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo per avere effettuato respingimenti collettivi vietati dal Quarto protocollo allegato alla CEDU e dall’art. 19 della Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea, e per avere violato il divieto di trattamenti inumani o degradanti sancito dall’art. 3 della CEDU, oltre che per non avere riconosciuto effettivamente i diritti di difesa previsti dall’art. 13 della CEDU e dall’art. 47 della stessa Carta dei Diritti fondamentali UE. Si ricordano in particolare i casi Hirsi (2012),  Sharifi (2014),  Khlaifia (2016),  Richmond Yaw ( 2016).  In tutti questi casi le difese dei differenti governi italiani hanno cercato di eludere la giurisdizione della Corte Europea dei diritti dell’Uomo, giungendo persino a contestare l’esistenza dei ricorrenti o l’autenticità delle procure conferite dai ricorrenti agli avvocati.

Malgrado le condanne definitive da parte della Corte Europea dei diritti dell’Uomo, che ha riaffermato la sua giurisdizione anche nel caso di  violazioni commesse in acque internazionali, e nonostante il peggioramento della situazione politica e militare nei paesi di transito, come è ormai ampiamente documentato da numerosi rapporti internazionali, l’attuale governo italiano ha chiesto ed ottenuto, con la Conferenza di Malta del 3 febbraio 2017, un sostanziale avallo da parte dell’Unione Europea, e un consistente supporto economico, per esternalizzare i controlli di frontiera e trasferire sui paesi di transito i poteri di arresto e respingimento che in passato sono stati esercitati dalle autorità italiane in modo non conforme ai Trattati ed alle Convenzioni internazionali. Oggi la politica europea in Africa, ed in Libia in particolare, basata sulla deterrenza delle migrazioni, con la copertura degli aiuti economici, appare in crisi. Sembra non rimanga altra opzione che quella militare. Per ottenere il risultato che non si poteva più conseguire eseguendo direttamente respingimenti collettivi e praticando detenzioni arbitrarie in spazi sottratti a qualsiasi giurisdizione, nei quali le persone trattenute non potevano fare valere i più elementari diritti di ricorso, si sono creati, dopo i CIE ( oggi definiti Centri per i rimpatri – CPR) , gli Hotspot, fulcro della Roadmap presentata dall’Italia alla Commissione Europea nel 2015. Tutte le politiche europee incentrate sul blocco dei migranti stanno avendo un costo molto più alto del previsto, non solo in termini di vite umane violate o clandestinizzate, ma anche in termini puramente economici.

Si è fatto ricorso agli accordi bilaterali con i paesi di transito per affidare alle forze di polizia di questi paesi, nei quali non esisteva evidentemente alcuna garanzia di stato di diritto, né tanto meno la possibilità di ottenere uno status di protezione, il compito di arrestare, respingere e detenere quelli che venivano genericamente definiti come “migranti illegali”, anche quando erano evidentemente portatori di istanze di protezione o soggetti vulnerabili. Nei confronti di tutti gli operatori umanitari che non hanno assecondato queste politiche, si è fatto ricorso ad una criminalizzazione violenta che ha alimentato campagne di stampa e movimenti di opinione pubblica, nella direzione di negare i più elementari diritti della persona umana definita come “illegale”. Una volta rese “illegali” le persone, con la distinzione tra migranti economici e potenziali richiedenti asilo, è stato facile dichiarare illegali le attività di soccorso e di assistenza.

Le intese e gli accordi stipulati tra gli Stati dell’Unione europea e i Paesi terzi devono essere dunque valutati in considerazione degli effetti che producono, al di là delle affermazioni formali di rispetto dei diritti umani e delle Convenzioni internazionali, con particolare riguardo al diritto alla vita, all’ integrità fisica e psichica ed alla libertà personaledi quanti ne subiscono le conseguenze. A partire dal 2015 l’Italia ha concluso o rinegoziato  accordi con l‘Egitto, con la Nigeria e con il Sudan con intese, spesso allo stato di Memorandum ( MoU) neppure approvate dal Parlamento nazionale, sulla vita e sui corpi dei migranti che ne sono oggetto. Adesso sembra che i rimpatri in Sudan ed in Nigeria siano stati sospesi, ma gli effetti che hanno già prodotto costituiscono una macchia indelebile per il nostro paese.

Le conseguenze di questi processi di esternalizzazione , condensati nel Processo di Khartoum, e nei vertici di Malta del 2015 e del 2017, sono stati assai gravi in tutti i paesi di transito, basti pensare all‘Egitto ed al Sudan, ed ancora più gravi potrebbero essere in futuro se si pensa agli accordi in corso di definizione con il Niger, con il Mali ed in prospettiva con l’Etiopia ed altri paesi dell’Africa subsahariana. Su questo terreno le responsabilità europee, sotto la guida, o il ricatto dei paesi del Gruppo di Visegrad ( Polonia, Ungheria, Repubblica ceca, Slovacchia), ai quali presto potrebbe aggiungersi l’Austria, stanno superando le responsabilità dell’Italia, che ha innescato processi che adesso non appare più in grado di controllare e dalle conseguenze imprevedibili, soprattutto in territorio libico e nel Mediterraneo centrale.

a)L’Italia ha stipulato accordi con il Niger per favorire le deportazioni di migranti “illegali” dalla Libia verso quel Paese. Anche in questo caso si registra una pesante corresponsabilità del governo italiano, come emerge dalle dichiarazioni, rese lo scorso marzo ,dal ministro degli Esteri Alfano: Alfano said yesterday that if a deal could be reached with Niger, Italy would then help Libya with removing migrants from it. However, he did not clarify how that would be done. La trattativa è durata un anno ed ha coinvolto diversi attori strategici nella regione, come la Francia e la Germania.

 «La svolta africana. Soldati italiani in Niger non solo per addestrare (…). Con 470 uomini e 150 veicoli le nostre truppe svolgeranno anche “attività di sorveglianza e di controllo del territorio”. All’inizio coi francesi, tra miliziani, contrabbandieri e migranti». Così Gianluca di Feo su “Repubblica” del 14 dicembre del 2017 ha anticipato ciò che il Ministero della Difesa ha sostanzialmente confermato il giorno seguente e che il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha ribadito nei giorni di Natale.

«Italia e Niger hanno firmato ieri a Roma un accordo di cooperazione nell’ambito della Difesa siglato dai ministri Roberta Pinotti e Kalla Moutari. Ne ha dato notizia il ministero della Difesa senza rivelare però dettagli circa i contenuti dell’accordo che rientra nella strategia italiana di cooperazione con i Paesi africani interessati dai flussi di immigrati illegali diretti in Libia e poi nella Penisola. Il Niger è infatti il “paese chiave” di questi traffici, vero e proprio “hub” dei flussi migratori illegali diretti in Europa dall’Africa Occidentale e sub sahariana» (Roma 27 settembre 2017, Ministero della Difesa).

b) L’11 agosto 2016 si è svolta una missione dell’allora ministro degli esteri Paolo Gentiloni in Nigeria, con l’obiettivo di ridurre gli arrivi di quelli che vengono definiti sbrigativamente “migranti economici”. Sarebbero 12.163 i nigeriani arrivati in Italia nei primi sei mesi del 2016. Ad Abuja, Gentiloni avrebbe spiegato il senso del Migration Compact proposto da Renzi e successivamente condiviso dall’Unione europea. Si spera di arrivare un’intesa formale con la Nigeria entro l’autunno. Per Gentiloni rimane prioritaria la conclusione di un accordo di riammissione tra Unione e Nigeria (l’Italia ha già un accordo bilaterale). L’avvio del negoziato è previsto per ottobre, dopo che – il 7 e l’8 settembre scorso, a Varsavia – si è svolto un seminario Frontex-Nigeria centrato sul tema delle riammissioni. Nel caso della Nigeria, l’agenzia europea Frontex ha già stipulato nel 2012 un accordo per rendere più efficaci le operazioni di rimpatrio forzato, assumendosi anche l’organizzazione di voli charter congiunti per la riammissione nel paese di origine dei migranti nigeriani ritenuti “irregolari”. Inascoltate le critiche delle organizzazioni non governative. Se questi accordi previsti dal Migration Compact si estenderanno anche a diversi paesi africani, oltre l’Egitto, la Libia, il Gambia la Nigeria, il Sudan –magari anche al Mali, il Niger, e poi all’Eritrea e all’Etiopia, ai quali si potrebbe riconoscere la qualificazione di “paese terzo sicuro”, come si è fatto con la Turchia – si aprirà la strada per la detenzione indiscriminata dei migranti lì intrappolati, che a questo punto sarebbe qualificati tutti come “migranti economici”. E si aprirà la strada per un ritorno alle procedure di respingimento collettivo e di respingimenti par ricochet, come si sta verificando tra la Grecia e la Turchia e tra la stessa Turchia verso paesi come l’Afghanistan e la Siria. Se si procederà in questa direzione, diventerà essenziale il ruolo di Frontex e delle nuove agenzie che sono state istituite per rafforzarne il ruolo.

c)Quanto all’Egitto si continua a procedere ad operazioni di rimpatrio gestite con modalità tali da configurare la violazione del divieto di respingimenti collettivi.

La giurisprudenza italiana, inoltre, conferma che gli egiziani vanno considerati di minore età, e dunque inespellibili ai sensi dell’art. 19 del T.U. n.286 del 1998, fino ai 21 anni perché solo a quell’età in Egitto si diventa maggiorenni. Sarebbe dunque obbligatorio sottoporre, ben prima di eseguire i respingimenti, tutti i migranti ad un accertamento approfondito dell’età effettiva.

Come risulta da un comunicato di Save The Children “la maggiore età dei ragazzi e delle ragazze stranieri deve essere stabilita in base alla legge dello stato di cui hanno la cittadinanza, e non secondo la legge italiana. Lo dice la legge n. 218/95 (articolo 42). Questa legge prevede che si deve applicare in ogni caso la Convenzione dell’Aja del 5 ottobre 1961 sulla competenza delle autorità e sulla legge applicabile in materia di protezione dei minori(articolo 12). Per conseguenza, le autorità italiane devono considerare minorenni i ragazzi che sono tali in base alla legge dello stato di origine e adottare i provvedimenti di protezione previsti dalla legge italiana per i minorenni, fino al raggiungimento della maggiore età così stabilita. Sulla base di questa argomentazione, sono stati annullati dal Tribunale di Roma dei decreti di espulsione emessi nei confronti di ragazzi stranieri diciottenni, perché la normativa dello stato di origine (Egitto), li considera tali solo al compimento dei 21 anni”. In questo senso si sono pronunciati: il Giudice di Pace di Roma, decreto del 05.12.2012 in proc. n. 42634/2012 ed il Tribunale di Roma, decreto del 20 settembre 2011 in proc. n. 17850/2010.

Ne deriva pertanto la possibilità di individuare a carico degli stessi soggetti  fatti concreti  e specifici che ne determinano la responsabilità per avere commesso crimini contro l’umanità, trattandosi di comportamenti che, anche se non assumono in tutti i casi una rilevanza penale, producono lesioni gravi ed irreversibili nella sfera dei diritti fondamentali di una pluralità di persone che non è neppure possibile elencare nominativamente, e tanto basta a radicare una specifica responsabilità, come crimini contro l’umanità,  per violazioni che né le parti lese, né i loro prossimi congiunti potranno fare valere, salvo qualche caso isolato, con istanze giurisdizionali individuali davanti ai giudici ordinari, sia nazionali che internazionali.

d) Il 4 agosto 2016, Italia e Sudan hanno firmato un Memoriale d’intesa sul tema della migrazione, che prevede la collaborazione tra i due paesi nella lotta al crimine e nella gestione degli effetti migratori e delle frontiere. Stando a quanto si precisa nel comunicato diffuso dall’ambasciata italiana a Khartoum, l’accordo si iscrive nel più ampio quadro di cooperazione tra Sudan e Unione europea sui temi migratori, in particolare il Processo di Khartoum e il Fondo fiduciario d’emergenza dell’Unione europea per la stabilità e la lotta contro le cause profonde della migrazione irregolare e del fenomeno degli sfollati in Africa, lanciato nel novembre 2015 al vertice di La Valletta. Il memorandum è stato firmato a Roma dal capo della polizia italiana, Franco Gabrielli, e dal suo omologo sudanese, generale Hashim Osman Al Hussein, alla presenza di funzionari del ministero dell’Interno e del ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale. Qualche settimana dopo, gruppi di migranti sudanesi rastrellati alla frontiera di Ventimiglia e trasferiti nell’hotspot di Taranto sono stati espulsi, imbarcati su un aereo e riportati a Khartoum.

Un’operazione “esemplare”: occorreva sgomberare la frontiera, da Ventimiglia a Chiasso, e poi dare effettività alle misure di espulsione con accompagnamento forzato, secondo quanto previsto dal “piano Gabrielli”. Di fatto si sono realizzate espulsioni collettive e si è negato un diritto effettivo di difesa. Gli accordi bilaterali sui quali si basano queste procedure non possono prevalere su norme cogenti aventi forza di legge, o sui diritti fondamentali riconosciuti dalle convenzioni internazionali. Inoltre queste intese costituiscono accordi che hanno natura politica e comportano un rilevante impegno di spesa, e dunque non potrebbero essere attuati prima dell’approvazione da parte del Parlamento nazionale, come previsto dall’articolo 80 della Costituzione italiana. Le prassi stanno travolgendo anche i richiami costituzionali. Per non parlare della violazione dei diritti di difesa delle persone espulse prima di potersi avvalere di un ricorso effettivo, e a rischio di subire trattamenti degradanti vietati dall’articolo 3 della CEDU.

Le operazioni di accompagnamento forzato in frontiera, per le procedure adottate, hanno assunto il carattere delle espulsioni collettive, vietate dall’articolo 4 del Quarto Protocollo allegato alla CEDU. Anche con il Gambia, l’Italia sta intensificando la collaborazione per una lotta “più efficace” contro l’immigrazione “irregolare”. Si sta procedendo nella stessa direzione già seguita con il Sudan di  Bashir. Dopo una visita di una delegazione del governo del Gambia in Italia, nel dicembre 2015, è stato già stipulato il consueto memorandum d’intesa senza l’approvazione del Parlamento italiano, e adesso si stanno sviluppando contatti diplomatici per rendere effettive le misure di allontanamento forzato, come respingimenti ed espulsioni. A rischio la sorte dei richiedenti asilo denegati, probabilmente migliaia nei prossimi mesi, visto i criteri restrittivi adottati dalle Commissioni territoriali. Ai ricorrenti asilo denegati si vorrebbe anche ridurre, con il disegno di legge del ministro della giustizia Orlando, le possibilità di un ricorso giurisdizionale effettivo.

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Al termine di questa rassegna di fatti e responsabilità, emersi durante la sessione di Palermo del tribunale permanente dei popoli, vogliamo affermare con forza che in futuro nessuno potrà più dire:non sapevo.

 Da tempo le Organizzazioni non governative avevano contestato al governo le modalità e gli effetti degli accordi conclusi con governi che non garantivano il rispetto dei diritti fondamentali della persona, l’integrità fisica, la dignità ed i diritti di circolazione e difesa. Malgrado questi richiami, da parte del governo italiano non si è aperto alcun canale di confronto reale, e soprattutto negli ultimi mesi si sta insistendo sullo schiacciamento delle ONG in un ruolo di enti embedded, al servizio delle esigenze delle politiche di governo, se non delle logiche militari, o il loro definitivo allontanamento.

 

Libia: Focus sulle politiche anti-traffico di esseri umani e sulla cooperazione con le autorità libiche esporrà le persone a maltrattamenti e detenzioni arbitrarie

 

Alla c.a. Presidente del Consiglio Gentiloni

Ministro affari esteri e della cooperazione internazionale Alfano

Ministro dell’Interno Minniti

 

Bruxelles, 22 Febbraio 2017

Egregio signore/ signora,

 

Noi, le sottoscritte organizzazioni non governative, siamo profondamente preoccupate per la direzione delle politiche tra l’Unione Europea e la Libia descritte nella Comunicazione della Commissione sul Mediterraneo Centrale (25.01.17) e confermate poi nelle conclusioni del Vertice di Malta (03.02.17) e dalle Conclusioni del Consiglio Europeo (06.02.17), aventi l’obiettivo di fermare i movimenti migratori attraverso la Libia.

La decisione di trasferire le responsabilità di gestire i movimenti migratori della rotta per la Libia nel Mediterraneo Centrale non porterà nè ad una riduzione di violazioni di diritti umani, nè alla fine delle pratiche dei trafficanti.

Al contrario, tutto questo porterà ad un notevole aumento dei danni e della sofferenza. I piani dell’Unione Europea inaspriranno gli arresti e le detenzioni di migranti in Libia, e aumenteranno il rischio di violazioni dei diritti umani. Ma le ONG non arretrano. Le richieste e le proposte rimangono sempre le stesse, come emergono dal documento che segue.

Il governo sostenuto dalle Nazioni Unite a Tripoli controlla il potere in misura molto limitata e precaria, e compete con un gran numero di altri attori. L’Unione Europea stessa descrive la Libia come un territorio ‘pericoloso’, e una sistematica violenza nei confronti di migranti e rifugiati è stata ampiamente documentata. Molti report di gruppi di protezione dei diritti ulani hanno descritto le gravi e strazianti condizioni di questi ultimi in territorio libico: stupro, tortura, esecuzioni e altre sofferenze. Le nostre organizzazioni anno documentato l’esistenza di pratiche di detenzione arbitraria, tortura e altri maltrattamenti negli stessi centri in cui migranti e rifugiati sono trattenuti dopo essere stati intercettati in mare dalla guardia costiera libica.

La Dichiarazione di Malta promette che l’Unione Europea “lotterà, insieme al UNHCR e al OIM, per assicurare una capacità di ricezione e delle condizioni adeguate per i migranti in Libia”. Tuttavia, in una dichiarazione congiunta rilasciata in vista del vertice informale a Malta, queste organizzazioni hanno dichiarato che “i vincoli di sicurezza continuano ad ostacolare la nostra capacità di fornire assistenza salva-vita, di fornire servizi di base ai più vulnerabili e trovare soluzioni per un reinsediamento, un rientro volontario assistito o autonomo “, lasciando qualsiasi garanzia in relazione al monitoraggio dei diritti umani e al miglioramento delle condizioni di detenzione del tutto vuote.

Date tali condizioni, come possono gli Stati Membri prendersi la responsabilità di trattenere la gente in Libia ? I governi europei non possono far tornare le persone in LIbia senza infrangere il principio internazionale di non-respingimento (le persone rimpatriate potrebbero essere a rischio di venire esposte a serie violazioni di diritti umani).

Quindi riteniamo che le nuove politiche europee, che puntano ad aumentare l’abilità delle autorità libiche di intercettare rifugiati e migranti in mare e riportarli in Libia, rappresentino un chiaro tentativo di eludere gli obblighi internazionali dell’Unione Europea, nella totale inosservanza delle severe conseguenze che migliaia di uomini, donne e bambini si ritroverebbero a subire.

Il finanziamento dei soggetti che effettuano il controllo delle frontiere, comprese le attività di guardia costiera in Libia, incoraggerà soltanto arresti sistematici e detenzione di migranti e rifugiati, condannandoli a maltrattamenti e abusi nelle carceri libiche. Un approccio di questo tipo potrebbe anche potenzialmente impedire a chi fugge dalle persecuzioni di cercare un rifugio sicuro , e condannerà le persone ad ulteriori, inutili sofferenze che costituiscono una diretta violazione dei loro diritti umani.

Vorremmo capire con chi hanno intenzione di collaborare i leader europei. Chi monitorerà queste attività se gli enti di guardia costiera operano in maniera del tutto autonoma, con scarso controllo governativo e senza alcuna vigilanza giudiziaria? Ad oggi non esiste alcun sistema che possa accertare le responsabilità di questi enti.

Concentrarsi nuovamente sul contrasto ai trafficanti non impedirà le migrazioni, né fornirà soluzioni per alleviare le sofferenze umane.

L’investimento sostenibile nei paesi d’origine, aprire e rafforzare canali regolari di accesso in Europa è il modo più efficace di affrontare il contrabbando. Per dare beneficio alle popolazioni più vulnerabili, l’assistenza allo sviluppo dovrebbe essere distaccata da qualsiasi obiettivo di controllo migratorio.

La decisione presa dai leaders europei di concentrarsi quasi esclusivamente sulla lotta ai trafficanti non ridurrà le migrazioni. Le persone in fuga dalle guerre, vittime di violazioni dei diritti umani o prive di opportunità di sostentamento, continueranno a cercare di raggiungere la Libia e di salpare verso l’Europa a prescindere da quanti trafficanti vengano arrestati. In Niger, per esempio, le persone hanno già iniziato a prendere vie più rischiose, dirigendosi nel deserto prima di arrivare ad Agadez, con i prezzi di contrabbando che aumentano e più possibilità che più persone muoiano.

Aprire e rafforzare canali regolari e sicuri verso l’Europa è basilare per prevenire contrabbando e traffici, e permetterà una drastica riduzione del numero di morti nel Mediterraneo; inoltre, potrebbe portare a una notevole riduzione delle spese europee per ricerche in mare e operazioni di salvataggio.

L’accordo tra Unione Europea e Turchia non deve essere considerato come un buon esempio. L’accordo UE-Turchia è citato dal vertice di Malta come un “successo”, ma l’unico criterio preso in considerazione è il numero di arrivi, mentre l’immenso costo umano di tale accordo non è stato considerato. Migliaia di rifugiati e migranti rimangono intrappolati nelle isole greche in condizioni disumane e di pericolo, che hanno già causato la morte di molti. È importante sottolineare che migranti e rifugiati da allora sono stati costretti a vie di terra alternative, in diversi casi a costo della vita per ipotermia, nel nord-est della Grecia e in Bulgaria. Queste rotte sono più diffuse, meno “visibili” e raramente fanno notizia, mantenendo intatta l’illusione che l’accordo UE-Turchia abbia di fatto fermato gli arrivi.

Non ci sono prove del fatto che l’UE abbia intrapreso particolari valutazioni sulle potenziali implicazioni delle sue politiche sulle persone che ne sono bersaglio. L’UE deve assumersi la piena responsabilità delle conseguenze delle sue politiche in Libia e del potenziale costo umano che esse comportano.

Pertanto, con la presente, Vi chiediamo di:

  • Facilitare la mobilità sicura con l’apertura e il rafforzamento di canali sicuri e regolari in Europa per rifugiati e migranti, anche attraverso il reinsediamento, l’asilo umanitario e i visti umanitari, il ricongiungimento familiare, la mobilità dei lavoratori per livelli di competenza e visti di studio; il diritto di richiedere asilo in qualsiasi circostanza deve essere assicurato.
  • Rivedere il piano delineato dal Vertice di Malta per assicurarsi che le misure di tutela dei diritti umani e di rispetto del diritto internazionale siano in atto; assicurare che i diritti umani di coloro che si spostano siano rispettati, indipendentemente dal loro status, come previsto dal Piano d’Azione della Valletta.
  • Garantire che le politiche di gestione delle frontiere dell’UE proteggano le persone e i loro diritti, e non abbiano lo scopo di fermare i movimenti migratori. Le libertà fondamentali devono essere sostenute, e le esigenze di sicurezza dei diversi gruppi, tra cui quelli più vulnerabili, devono essere valutate.
  • Portare alla luce prove di violazioni dei diritti umani in Libia e fermare qualsiasi azione che possa portare ad un respingimento delle persone verso la costa libica. L’approccio attuale rischia di violare i diritti fondamentali delle persone e lo Stato di diritto, compreso il principio di non-refoulement.
  • Valutare accuratamente la situazione dei diritti umani dei migranti e i rischi che devono affrontare in Libia, intraprendere una valutazione oggettiva del reale impatto delle azioni finanziate e coordinate dalla UE e sostenere le agenzie internazionali nel garantire che la Libia compia il suo dovere di difendere i diritti umani.
  • Mettere in atto misure specifiche per identificare e proteggere i gruppi vulnerabili, compresi i bambini, i migranti e i rifugiati con disabilità, le vittime di torture o di traffico e quelli a rischio di discriminazione.

Saremmo lieti di avere l’opportunità di discutere ulteriormente questi temi con voi.

Cordiali saluti

Act Alliance, Act alliance EU, Action for Equality, Support, Antiracism (KISA), Aditus, Agisra e.V,Aitima, Amici dei Bambini, Amnesty International, Amref Health Africa, ARCI, ARCS Culture Solidali, Asociación Por Ti Mujer, Association Afrique Culture Maroc, Association for Integration and Migration, Association for the Social Support of Youth (ARSIS), Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo (AIDOS), Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI), Associazione Universitaria per la Cooperazione Internazionale (AUCI), Asti, Austrian Red Cross, BAG Asyl in der Kirche , Ban Ying, Caritas Europa, CEFA, Centro Informazione e Educazione Allo Sviluppo Onlus (CIES), CIRÉ asbl, Comunità Volontari per il Mondo (CVM), CONCORD Sweden, Consorzio ONG Piemontesi (COP), Cooperazione e Solidarietà Internazionale (AOI), Cooperazione Internazionale Sud Sud (CISS), Cooperazione per il mondo in via di sviluppo (COMI), Cooperazione per lo sviluppo dei paesi emergenti (Cospe Onlus), Coordinamento Italiano network Internazionali (CINI), Detention Action UK, European Federation of National Organisations Working with the Homeless (FEANTSA), European Network Against Racism (ENAR), European Network of Migrant Women, Fachstelle Fauenhandel und Frauenmigration (FIZ), Fédération internationale des droits de l’Homme (FIDH), Federazione Organismi Cristiani di Servizio Internazionale Volontario, Greek Forum of Refugees ,

het Wereldhuis, Immigrant Council of Ireland, International Catholic Migration Commission Europe (ICMC), Jesuit Refugee Service Europe (JRS), La Cimade, La Strada International , Médecins du Monde, Medibüro Kiel e.V., Menedék – Hungarian Association for Migrants, Migrant Rights Centre Ireland (MRCI), Migrant Voice, Missing Children Europe, Naga Onlus, Open Society European Policy Institute, PAX, Platform for International Cooperation on Undocumented Migrants (PICUM), Prodocs, Progetto Mondo, Red Acoge, Réseau Education Sans Frontières (RESF), Segreteria Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (S.I.M.M.), Serviço Jesuíta aos Refugiados (JRS Portugal), Sonia, Stichting Ros, Stowarzyszenie Interwencji Prawnej, Terre des Hommes, The Research, Centre on Asylum and Migration (IGAM), Un ponte per.