Accordi e crimini contro l’umanità in un rapporto di Amnesty International

di Fulvio Vassallo Paleologo

La Rotta del Mediterraneo centrale, dal Corno d’Africa, dall’Africa subsahariana, al Niger al Ciad ed alla Libia costituisce ormai l’unica via di fuga da paesi in guerra o precipitati in crisi economiche che mettono a repentaglio la vita dei loro abitanti, senza alcuna possibile distinzione tra migranti economici e richiedenti asilo. Anche perché in Africa, ed in Libia in particolare, la possibilità concreta di chiedere asilo ed ottenere un permesso di soggiorno o un visto, oltre al riconoscimento dello status di rifugiato da parte dell’UNHCR, è praticamente nulla. Le poche persone trasferite in altri paesi europei dai campi libici (resettlement), come i rimpatri volontari ampiamente pubblicizzati, sono soltanto l’ennesima foglia di fico che si sta utilizzando per nascondere le condizioni disumane in cui centinaia di migliaia di persone vengono trattenute sotto sequestro nei centri di detenzione libici , ufficiali o informali. In tutti gravissime violazioni dei diritti umani, anche subito dopo la visita dei rappresentanti dell’UNHCR e dell’OIM, come dichiarano alcuni testimoni.

Gli accordi stipulati dall’Italia, con l’avallo dell’Unione Europea, per la “chiusura” della rotta libica,in particolare l’intesa Gentiloni-Minniti-Serraj del 2 febbraio scorso, poi ratificata dalla Conferenza di Malta del 3 febbraio,  hanno prodotto una forte diminuzione delle partenze, grazie ad intese con le milizie locali rappresentate dai sindaci , meglio dai capi di alcune tribù, che controllano punti cruciali delle rotte, della migrazione, ma anche del petrolio, come nel caso di Zawia, e da un “arruolamento” della cosiddetta Guardia costiera libica, che  in realtà è la guardia costiera che risponde agli ordini del governo Serraj, o di quei sindaci che hanno stretto intese ben remunerate con il governo italiano.

Già nel mese di maggio di quest’anno si erano verificati episodi di “respingimento collettivo de facto” eseguito in acque internazionali da unità libiche in collaborazione con unità navali militari italiane. Questa la cronaca reperibile in diversi siti indipendenti. “A Libyan coastguard vessel yesterday intercepted a large migrant boat in international waters and returned the approximately 500 migrants to Libya. This incident is noteworthy for a few reasons. First, it may represent the first such interception/rescue operation by Libya in international waters in recent years. Second, the Libyan vessel may have been one of coastguard vessels recently donated by Italy and whose personnel have been trained by the EUNAVFOR MED operation, though this is not clear. And third, an NGO rescue vessel operated by Sea-Watch was responding to the migrant vessel and beginning SAR operations, but according to press reports, the Rome Maritime Rescue Coordination Centre , directed the Libyan coastguard to assume “on-scene command.”  The result of this was the return of the migrants to Libya.  While this was perhaps not technically a “push-back” operation, the effect is the same. The orders issued by the Rome Maritime Rescue Coordination Centre determined where the intercepted/migrants would be taken”.

L’Italia ha  poi inviato in Libia una nave militare, la Tremiti, per curare la manutenzione delle motovedette libiche, poi un mezzo della Guardia di Finanza, ed ha avviato nel porto di Tripoli una rete di coordinamento degli interventi di ricerca e soccorso (SAR) operati dalle stesse motovedette,  anche in acque internazionali, nel corso di eventi SAR dichiarati dal comando centrale della Guardia costiera (MRCC) di Roma, sotto l’occhio complice delle navi militari delle missioni europee Frontex ed Eunavfor Med.

Da mesi, soprattutto dopo gli attacchi subiti dalle ONG che svolgevano attività di ricerca e soccorso in acque internazionali, attacchi in mare ed attacchi giudiziari, le attività di ricerca e  soccorso nel Mediterraneo centrale si svolgono nel caos più totale, con i libici che alcune volte pretendono di intervenire al di fuori delle loro acque territoriali, altre volte lasciano operare le navi delle ONG, sotto il coordinamento della Guardia costiera italiana e del coordinamento operativo creato a Tripoli. 

Tutta la stampa internazionale mette in diretta relazione il drastico peggioramento delle condizioni di trattenimento dei migranti ingabbiati nei centri di detenzione libici, fino a casi documentati di vendita di schiavi, con gli accordi stipulati con il Governo di Tripoli, dall’Italia con l’appoggio dell’Unione Europea. Un appoggio più politico che economico, se consideriamo le poche decine di milioni di euro messe a disposizione dell’Africa Trust, il Fondo fiduciario per sostenere lo sviluppo dei paesi africani, in realtà distolto a mera riserva per il finanziamento dei rimpatri e delle politiche di contenimento e di arresto. Una cifra minima offerta dai paesi membri dell’Unione Europea, rispetto ai sei miliardi di euro sborsati alla dittatura turca di Erdogan per arrestare i siriani in fuga dal loro paese, impedendo loro la traversata dell’Egeo e la prosecuzione sulla rotta balcanica.

Numerosi rapporti di importanti agenzie internazionali documentavano, già lo scorso anno, le condizioni di trattenimento dei migranti intrappolati in Libia, rapporti che non potevano certo esser ignorati da quegli uomini di governo che per conto dell’Italia, o dell’Unione Europea, come il Commissario all’immigrazione Avramopoulos, hanno negoziato la destinazione delle risorse e l’impiego di mezzi e personale, nel quadro degli accordi bilaterali stipulati dall’Italia con la Libia, ed in corso di stipulazione ancora con altri importanti paesi di transito come il Niger ed il Chad. Ancora oggi il ministro Minniti, che pure si definisce “preoccupato” per la sorte dei diritti umani in Libia, conferma la validità e l’efficacia di quelle intese, che, anche da un punto di vista legale, appaiono sempre più dubbie.

Nessuno di questi politici potrà dire domani “non sapevamo”. Hanno agito con la piena consapevolezza delle conseguenze delle loro politiche, e sono stati capaci soltanto di attaccare, anche con iniziative giudiziarie, la società civile e gli operatori umanitari, quando denunciavano gli abusi commessi ai danni dei migranti in territorio africano, nelle acque del Mediterraneo, nei punti di sbarco in Italia, definiti come Hotspot. Ovunque si è voluta eliminare qualsiasi prospettiva di giurisdizione, con la creazione di zone franche sottratte all’applicazione del diritto internazionale, e talora anche dei principi costituzionali e del diritto interno. Gli Hotspot rimangono ancora senza una base legale che giustifichi la privazione della libertà personale inflitta a chi vi rimane rinchiuso. I voli di rimpatrio con procedure “semplificate” violano fondamentali diritti di difesa e impediscono una compiuta identificazione e l’accesso alla procedura di protezione internazionale.  Di converso si è fatto ricorso alla narrazione della “lotta contro i trafficanti” per criminalizzare ogni canale di ingresso e soprattutto coloro che ancora si ostinavano a denunciare cosa stava accadendo. Anche dopo l’attacco da parte di una motovedetta libica ad una nave umanitaria mentre era in corso una operazione di soccorso coordinata dalla guardia costiera di Tripoli, il governo italiano non aveva trovato di meglio che assumere un ruolo pilatesco, intermedio tra i libici visibilmente aggressori e gli operatori umanitari, aggrediti mentre tentavano di salvare vite umane in alto mare. Nessuno potrà mai dimenticare le dichiarazioni rese in quei giorni dal prefetto Morcone che ha già definito “stupidaggini” quanto affermato e documentato nei rapporti di Amnesty International. Adesso ritornerà a rispondere allo stesso modo ?

Il Rapporto pubblicato oggi a Bruxelles da Amnesty International conferma e ribadisce in modo ancora più documentato e specifico le gravissime responsabilità dei governi europei e dell’Italia nel tentativo di chiudere, o quantomeno ridurre significativamente gli arrivi dalla Libia. Una politica che ha indubbiamente avuto successo, dal punto di vista numerico, e forse anche per il consenso di una parte di italiani, ma che sta avendo costi umani spaventosi, come emerge dal rapporto pubblicato da Amnesty e da altre denunce che si sono accumulate in questi ultimi mesi. L’opinione pubblica, sottomessa ai canali di comunicazione gestiti dalle forze di governo appare ormai assuefatta  a questa carneficina che si sta consumando in Libia e nelle acque del Mediterraneo, dove il numero delle vittime rimane costante, anche se gli arrivi calano. Del resto ormai viviamo in una società nella quale prevale l’assuefazione all’orrore quotidiano, quando si verifica in Palestina, in Afghanistan, in Sudan o nello Yemen, frutto della incapacità di risolvere conflitti che infiammano l’intero pianeta. Mentre al più piccolo tentativo di attentato in una capitale del nord del mondo scatta l’allarme globale, che poi viene utilizzato per inasprire quelle stesse politiche di intervento militare che producono effetti disastrosi per la convivenza internazionale e per la stessa convivenza all’interno delle nostre società. Ed adesso qualcuno prospetta anche la strada dell’intervento militare in Libia.

Il rapporto di Amnesty International consegna al mondo intero ed alla coscienza collettiva fatti di una gravità tale da potere essere considerati come crimini contro l’umanità, per le violazioni generalizzate e gravissime dei diritti fondamentali delle persone. Qualche settimana fa, anche la ONG MEDU ha consegnato una lettera a Pozzallo, al ministro Minniti in visita del locale Hotspot, confermando i fatti gravissimi riferiti adesso dal rapporto di Amnesty. Violazioni che i tribunali nazionali non riescono a perseguire, al di là della sfera meramente individuale, ed in rari casi, mentre gli stessi tribunali sono molto più impegnati ad agire contro chi denuncia e chi si schiera dalla parte delle vittime.

I tribunali internazionali, che in passato hanno adottato importanti sentenze di condanna come quella adottata dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo che nel 2012 ha condannato l’Italia per i respingimenti in Libia ( caso Hirsi) sembrano bloccati dalla difficoltà di raggiungere e salvaguardare i possibili ricorrenti e da delicati equilibri politici che hanno visto persino negata la possibilità di ottenere visti di ingresso per motivi umanitari. Ed adesso il ministro Minniti , come il prefetto Morcone, si permettono di replicare alle accuse del Commissario del Consiglio d’Europa ai diritti umani, asserendo che le autorità italiane non hanno più “toccato” un solo migrante poi ripreso dalla Guardia costiera libica, quella stessa Guardia costiera libica che diversi rapporti, e da ultimo anche quello di Amnesty accusano di collusione con i trafficanti e con le milizie che li coprono. Come se la sedicente guardia costiera libica (Libyan Coast Guard) non fosse chiamata ad intervenire proprio dalle autorità italiane che mettono in stand by le navi umanitarie, delle poche ONG che non sono ancora riuscite a far fuori. Venerdì 8 dicembre l’Aquarius di SOS Mediterraneé è stata testimone dell’intercettazione da parte della Guardia costiera libica di un’imbarcazione in difficoltà in acque internazionali al largo della Libia, 35 miglia nautiche dalla costa. Il natante è stato individuato da un aereo del dispositivo EUNAVFORMED e una nave militare irlandese dell’operazione Sophia era presente nella zona dell’intercettazione. L’offerta di assistenza da parte della nostra nave umanitaria e del suo equipaggio di soccorritori professionisti è stata rifiutata dalla Guardia costiera libica, che ha dichiarato di coordinare l’operazione e ha intimato alla Aquarius di allontanarsi dalla zona. Le persone intercettate dalla Guardia costiera libica sono state ricondotte in Libia.

Di certo se UNHCR ed OIM riescono ad entrare in alcuni centri libici, neppure in tutti quelli “ufficiali”, non lo si deve agli accordi tra Italia e Tripoli, ma alla presenza ormai risalente delle Nazioni Unite in Libia, anche negli anni successivi alla caduta di Gheddafi. Altre menzogne che si sommano a menzogne di stato. E nei punti di sbarco in Libia la presenza dell’UNHCR è sporadica e non copre neppure un terzo dei porti di attracco delle motovedette italo-libiche.Il rapporto di Amnesty International chiarisce con grande precisione e sulla base di numerose fonti, assolutamente inattaccabili, gli effetti delle intese raggiunte dal governo italiano con le autorità di Tripoli. Autorità politiche sostenute dalle Nazioni Unite, e da alcune milizie presenti a Tripoli, ma che certo non rappresentano che una minima parte di quel paese, e non sono in una posizione di continuità politica e territoriale con il precedente governo del colonnello Gheddafi, con il quale Berlusconi aveva stipulato il Trattato di amicizia nel 2008. I tentativi italiani di coinvolgere anche il generale Haftar nelle politiche di blocco dei migranti continuano ancora in questi giorni ed avranno un costo assai elevato per l’intera comunità internazionale, anche perchè Haftar ha già fatto sapere di volere dall’Unione Europea venti miliardi di euro, oltre il triplo della cifra che è stata pagata alla Turchia . Tajani da Bruxelles ha offerto già sei miliardi, come per Erdogan. Le vite dei migranti non sono oggetto di mercato soltanto nei lager libici, ma anche nelle trattative tra le autorità di Tripoli e Bengasi/Tobruk con i governi europei.intanto quello che si è già pagato al governo di Tripoli è servito all’esecuzione di operazioni in acque internazionali che nulla hanno del soccorso, quanto piuttosto dell’intercettamento e della riconduzione nei porti di partenza. 

(p.44) “The centrepiece of Italy’s and the EU’s strategy to reduce migration towards Europe from or through Libya has been enhancing the operational capacity of the LCG. To this end, since late 2016 and increasingly in
2017, Italy and other EU member states and institutions have been providing the LCG with training, patrol
boats and other equipment, and financial and other support.
While this co-operation is sometimes referred to as instrumental in saving lives, in reality it is being extended
with the clear expectation that Libyan authorities will intercept refugees and migrants attempting the sea
crossing and bring them back to Libya, and therefore “to stem the flows of illegal migrants” arriving in
Italy. Amnesty International is deeply concerned that Italy and other European governments have substituted
clearly prohibited push-back measures with subsidized, or subcontracted, pull-back measures.
To effectively ensure that the LCG can be the primary actor to intercept refugees and migrants and bring
them back to Libya, Italy has also acted to restrict the work of NGOs conducting rescue operations at sea,
again with the backing of other EU governments and institutions.”

Diventa davvero strumentale, a questo punto, cercare di nascondere le responsabilità italiane dietro le scelte europee, che sono state capaci di coagulare consenso soltanto quando si trattava di affrontare le migrazioni con strumenti repressivi, come con i voli di rimpatrio operati dall’Agenzia Frontex, o per gli accordi con la Turchia, anche in danno di profughi in fuga da una vera e propria persecuzione, mentre quando si è trattato di provvedere alle risorse per il contrasto dell’immigrazione “illegale” nel Mediterraneo centrale, non si è neppure riusciti a raccogliere una quantità di fondi lontanamente paragonabile a quanto era stato speso per la chiusura della Rotta Balcanica e per gli accordi con la Turchia. Con gli accordi conclusi con il governo Serraj, che neppure garantisce la sicurezza dei migranti, e degli stessi libici, nell’intero territorio nazionale, si sono voluti replicare gli accordi tra Unione Europea, Grecia e Turchia, in situazioni profondamente diverse tali da non permettere neppure la ripetizione delle stesse prassi operative.

(p.46) Amnesty International’s research indicates that, over the course of 2017, LCG actions have been increasingly conducted with the co-operation of the Italian authorities, which have in some cases alerted them of the presence and position of boats in distress, and even directly participated in operations at sea. For example, on 27 September 2017, an LCG vessel intercepted two boats carrying refugees and migrants in international waters, 20 nautical miles off Tripoli’s coast. Having received an SOS call from the people on the two boats, the Italian Maritime Rescue Coordination Centre informed ships in the area as well as Libyan authorities of the presence of the two boats in distress. An LCG crew, who was testing a boat recently repaired with the assistance of Italian navy officials in Libya, intervened and reached the boat first. The LCG vessel claimed on scene command for the search and rescue operation involving the two boats and requested the assistance of the Italian warship Andrea Doria, which was in the area and provided lifejackets for the refugees and migrants. The LCG took all of the approximately 200 people back to Libya, where they were disembarked.
Amnesty International wrote to the Italian navy and Maritime Rescue Coordination Centre to request
information on the incident and on the reasons why the warship Andrea Doria did not take refugees and
migrants on board in order to allow for their disembarkation in a place of safety. The Italian Maritime Rescue
Coordination Centre replied, confirming it had informed the Libyan authorities of the boats in distress, and
stating that under international law it cannot stop other countries’ authorities when these decide to intervene
in international waters outside the Italian search and rescue zone.181 The organization had not received a
reply from the Italian navy at the time of writing. 

Tutto questo accresce le responsabilità del governo italiano, dei diversi governi italiani, a partire dalla chiusura subita dell’Operazione Mare Nostrum nel 2014, per passare poi alla proposta del Processo di Khartoum e quindi ai due vertici di Malta ( 205 e 2017), nei quali l’Italia si è presentato come soggetto promotore di politiche di blocco e di respingimento dei migranti, anche dalla Libia verso i paesi confinanti più a sud. L’Agenda Europea  per le migrazioni, risposta europea alla strage del 18 aprile 2015, ha solo contribuito ad inasprire una svolta repressiva che è stata la cifra dell’azione del governo italiano in materia di migrazione ed asilo, fino alle ultime scelte adottate dal ministro dell’interno Minniti in sintonia con il governo e con le autorità militari di Tripoli. Scelte che estendono all’intero governo italiano la responsabilità per quanto succede ai migranti riportati in Libia con il concorso della Marina militare, e sembrerebbe anche della Guardia di Finanza che sta ritornando a Tripoli per istituire una struttura stabile di coordinamento con le “omologhe autorità” di quel paese. Anche se non si comprende con quali autorità, a fronte della frammentazione della Libia e della situazione sempre più precaria del governo Serraj.

 (p.48) “From August 2017, NGOs operating at sea started reporting that in some instances they were receiving
instructions from the Italian Maritime Rescue Coordination Centre to wait before conducting certain rescue
operations, to facilitate the intervention of the LCG. On 15 August 2017, a vessel run by NGO Migrant
Offshore Aid Station (MOAS) initiated a rescue operation but the Maritime Rescue Coordination Centre in
Rome reportedly requested that the crew wait for the LCG to intervene before taking people on board. The
LCG failed to intervene and after two hours the Maritime Rescue Coordination Centre in Rome authorized
MOAS to take people on board and transfer them to Italy. On 24 November 2017, NGO SOS Méditerranée
reported that its rescue vessel Aquarius had been instructed by the Italian Maritime Rescue Coordination
Centre to stand by as the LCG co-ordinated the interception of three rubber boats in distress in international
waters, which would result in refugees and migrants being returned to Libya”

Non ci possiamo attendere giustizia, soprattutto per i migranti ripresi dalla Guardia costiera di Tripoli e  intrappolati in Libia, dai tribunali nazionali o dalle Corti internazionali. I meccanismi elusivi posti in essere dai governi, in contrasto con il principio di buona fede che dovrebbe caratterizzare l’applicazione del diritto internazionale e la sua stessa interpretazione, il controllo dei principali mezzi di informazione, la ventata populista che viene alimentata e sfruttata a seconda delle scadenze elettorali, allontanano qualsiasi possibilità di condanna delle attuali politiche o delle prassi che ne derivano. Le indagini della Corte de l’Aja sulla sedicente Guardia costiera libica non hanno ancora fatto emergere le gravi responsabilità collusive dei governi europei. Non sembra possible nell’immediato l’inversione di una politica che porta soltanto alla guerra, anche interna, ed all’esclusione, attraverso i meccanismi di selezione e di criminalizzazione. Oggi le vittime sono i migranti, ma gli effetti di queste politiche saranno risentiti da tutta la popolazione, anche di quella parte che oggi plaude ai successi del governo italiano che ha ridotto gli arrivi dalla Libia di qualche decina di migliaia di persone. Con le ferite che vediamo sui corpi di chi comunque riesce ancora ad arrivare in Italia.

Il Rapporto di Amnesty International, quali che siano le reazioni velenose che verranno dai governi, consegna alla storia fatti che altrimenti sarebbero stati dimenticati, da voce a centinaia, migliaia di persone fatte scomparire nel silenzio e nell’indifferenza. Per  cogliere il valore di questa denuncia, e delle altre che la hanno preceduta, riteniamo utile ricordare la categoria dei crimini contro l’umanità, e specificamente contro il “popolo migrante” intrappolato in Libia ed ai suoi confini, tra i quali si possono annoverare le gravissime violazioni dei diritti fondamentali inflitte alle persone, agli uomini, alle donne ai bambini,  ai quali il rapporto restituisce voce e dignità. Non sono responsabili soltanto gli autori diretti di quei crimini, ma anche chi vi concorre con accordi che ne facilitano la commissione.

(p.50) Amnesty International is concerned that there is a considerable risk that whatever assistance Italy is
providing to Libyan authorities could be contributing to human rights violations and abuses, particularly
because of the lack of a protection framework in the country. Moreover, assistance to non-state actors
renders the pursuit of accountability for those abuses almost impossible, while increasing the risk of
destabilizing the country. These concerns are aggravated by the lack of transparency of deals the Italian
government has made, particularly with non-state actors who may have been involved in human rights
abuses. In September 2017, shortly after the Sabratha meeting, clashes among militias spread in Sabratha,
leaving scores of civilians dead and displacing hundreds of families.The Anas Debashi and Brigade 48
militias lost control of Sabratha to other militias. Once the clashes were over, about 14,000 refugees and
migrants found themselves stranded in the town. While international agencies worked to provide them
immediate assistance, they were subsequently transferred to DCIM detention centres.
It therefore appears that Italy has set out to enhance the capacity of non-state actors to assume the role of
state agents, and to carry out border control and other policing functions that have exposed refugees and
migrants to widespread and systematic human rights violations and abuses. Amnesty International is deeply
concerned that the Italian authorities have made stopping the flow of refugees and migrants from Libya an
end, in the service of which all means including the violation of its own international human rights
obligations, have become justified.

Si ricorda che sotto la definizione di crimine contro l’umanità ricadono, secondo l’art. 7 dello
Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale, le seguenti azioni:
Omicidio; b) Sterminio; c) Riduzione in schiavitù; d) Deportazione o trasferimento forzato della
popolazione; e) Imprigionamento o altre gravi forme di privazione della libertà personale in
violazione di norme fondamentali di diritto internazionale; f) Tortura; g) Stupro, schiavitù sessuale,
prostituzione forzata, gravidanza forzata, sterilizzazione forzata e altre forme di violenza sessuale di
analoga gravità; h) Persecuzione contro un gruppo o una collettività dotati di propria identità,
inspirata da ragioni di ordine politico, razziale, nazionale, etnico, culturale, religioso o di genere
sessuale (…); i) Sparizione forzata delle persone; j) Apartheid; k) Altri atti inumani di analogo
carattere diretti a provocare intenzionalmente grandi sofferenze o gravi danni all’integrità fisica o
alla salute fisica o mentale

La vera condanna dei responsabili di questi crimini non potrà venire dai tribunali, ma sarà riposta nella coscienza e nell’operato quotidiano di coloro che vorranno riscattare la dignità della persona umana, ovunque si trovi e da qualunque luogo provenga, e ne orienterà le scelte di vita. La verità continuerà ancora ad essere gridata dai tetti.

LE PRIME REAZIONI.

MENTONO SAPENDO DI MENTIRE.

NON HANNO PREVISTO,HANNO SOLO CERCATO DI NASCONDERE LE LORO RESPONSABILITA’  E DI AGGIRARE I DIVIETI IMPOSTI DALLE CONVENZIONI INTERNAZIONALI.

PER QUESTO LE ONG DOVEVANO ESSERE ALLONTANATE O RIDOTTE AL SILENZIO

++ Gentiloni,faro su diritti merito accordo Italia-Libia ++
Non certo di chi racconta vicende come se fossero imprevedibili
(ANSA) – ROMA, 12 DIC – Sui migranti “l”Italia si e” mossa, ha
fatto un trattato bilaterale in Libia, ha ottenuto risultati”,
un risultato che “ha avuto come conseguenza il fatto che
finalmente si sono accesi riflettori sulla situazione dei
diritti umani in Libia: e” merito nostro, non di qualcuno che ora
racconta queste cose come se fosse una realta” imprevedibile”.
Lo afferma il premier Paolo Gentiloni al Senato nelle
comunicazioni in vista del prossimo Consiglio Ue.(ANSA).

ESP
12-DIC-17 15:32

Centinaia di migliaia di rifugiati e migranti intrappolati in Libia sono in balia delle autorità locali, delle milizie, dei gruppi armati e dei trafficanti.
AMNESTY.IT

Non certo di chi racconta vicende come se fossero imprevedibili
(ANSA) – ROMA, 12 DIC – Sui migranti “l”Italia si e” mossa, ha
fatto un trattato bilaterale in Libia, ha ottenuto risultati”,
un risultato che “ha avuto come conseguenza il fatto che
finalmente si sono accesi riflettori sulla situazione dei
diritti umani in Libia: e” merito nostro, non di qualcuno che ora
racconta queste cose come se fosse una realta” imprevedibile”.
Lo afferma il premier Paolo Gentiloni al Senato nelle
comunicazioni in vista del prossimo Consiglio Ue.(ANSA).

ESP
12-DIC-17 15:32 NNNN

Libia:Civati-Maestri(LeU),secondo Amnesty violazione diritti
Il Viminale non puo” cavarsela con risposte pro forma
(ANSA) – ROMA, 12 DIC – Il rapporto di Amnesty International
conferma esattamente le nostre preoccupazioni, espresse in tutti
i modi, sia con dichiarazioni che interrogazioni: in Libia si
sta verificando una costante violazione dei diritti umani. E
l”Unione europea continua a essere spettatrice colpevole, come
racconta l”organizzazione non governativa. Il rapporto, inoltre,
tira indirettamente in ballo pure le responsabilita” italiane: il
ministro dell”Interno Minniti e” grande sponsor di questa
strategia. Tanto che nelle sue risposte in Aula a Montecitorio
ha sempre eluso la questione, vivendo con insofferenza le nostre
domande sul rapporto con la Guardia costiera libica e le milizie
varie che operano al di sopra di ogni regola”. Lo affermano il
segretario di Possibile, Pippo Civati, e il deputato dello
stesso partito, Andrea Maestri, esponenti della lista Liberi e
Uguali.
“Di fronte all”ennesima denuncia – aggiungono Civati e Maestri
– il Viminale non puo” cavarsela con la risposta pro forma che ci
ha propinato quando abbiamo sollevato il dramma dei migranti
nelle sedi istituzionali. Il ministro, in genere molto solerte
nel contrastare le operazioni di salvataggio delle Ong, dimostri
la stessa proattivita” verso le azioni illegali dei suoi
interlocutori”.
(ANSA).

TG
12-DIC-17 15:24 NNNN