Ancora respingimenti collettivi delegati alla Guardia costiera di Tripoli

di Fulvio Vassallo Paleologo

Il governo italiano e le autorità italiane impegnate nel Mediterraneo centrale, la Marina Militare e la Guardia Costiera, continuano a dare esecuzione agli accordi conclusi con il governo Serraj di Tripoli il 2 febbraio scorso, e dopo avere costretto al ritiro la maggior parte delle ONG, continuano ad imporre alle poche navi umanitarie rimaste operative ( Open Arms, Sea Watch 3 ed Aquarius) continui “stand by”, in acque internazionali, a vista di imbarcazioni cariche di migranti in pericolo, dunque all’interno di eventi SAR ( ricerca e soccorso) già dichiarati, in attesa che  arrivino motovedette libiche coordinate dall’unità italo-libica presente a Tripoli, dove è ormeggiata la nave Tremiti della Marina Militare.

Si tratta dell’attuazione di un progetto al quale il governo italiano aveva lavorato con assiduità già nel corso del 2016, con Gentiloni ministro degli esteri. Un progetto che ha avuto un impulso decisivo con l’arrivo di Minniti al Viminale.

“È il progetto dell’Italia sui flussi migratori destinato alla Libia e in fase di attuazione sempre più avanzata. Il finanziamento Ue a Roma riguarda un intervento di sostegno sulle istituzioni – la cosiddetta “capacity building” – dell’esecutivo di accordo nazionale guidato da Fayez al-Sarraj, a partire dai dicasteri locali dell’Interno e della Difesa. Si articola in due fasi temporali: 2017-2020 e 2021-2022. Ma fin da ora per il governo italiano costituire a Tripoli un Mrcc (Maritime Rescue Coordination Centre) e un Ncc (National Coordination Center) è una priorità strategica. Il primo progetto è stato curato dalla Guardia Costiera, il secondo dalla Guardia di Finanza. Sotto l’egida della direzione centrale Polizia delle Frontiere e Immigrazione del dipartimento di Pubblica sicurezza guidato dal prefetto Franco Gabrielli”.

Dal mese di agosto di quest’anno la nave Tremiti della Marina Militare è ormeggiata nel porto di Tripoli apparentemente per ospitare il personale che cura la manutenzione delle motovedette libiche, di fatto come centro operativo del Coordinamento italo-libico. La strategia di coordinamento e di cessione di sovranità sulle acque internazionali da parte del governo italiano e del Comando centrale della guardia costiera (MRCC) è ormai provata anche nei rapporti ufficiali, dopo mesi di denunce inascoltate da parte delle ONG.

Cooperation with Libyan authorities in the fight against human trafcking is increasingly efective, thanks to the intense work of the Joint Commission created last 2 February by the memorandum. Afer completing the training of the crews, Italy refurbished and delivered 4 patrol vessels to the Libyan Coast guard, and started the maintenance activities for the recovery of further 6 patrol vessels, as well as the training of their crews. Among the strategic priorities of the joint action of the two countries, the Joint Commission has identified strengthening the control system of the southern borders of Libya, as a complementary measure to prevent the illicit trafcking of human beings.
The positive results of this tight cooperation have led President Sarraj to ask Italy for technical naval support in the fight against the networks of human traf- fickers. Italy immediately accepted the request and sent a factory vessel to Tripoli, used to restore the efciency of other Libyan naval unites, and coordinate patrol and sea rescue operations. In this field too, our engagement is part of a wider European cooperation efort promoted by Italy, as demonstrated by its involvement in the EUNAVFOR MED – Sophia and EUBAM missions.

Ed a seguito di questa strategia comune continuano a verificarsi casi di soccorsi ritardati in acque internazionali, con le navi umanitarie messe in “stand By” quando potevano operare i soccorsi per prime, per lasciare intervenire le motovedette libiche. Come è successo ancora oggi.

🔴BREAKING testimone nuova intercettazione di Guardia costiera libica in acque intern. Nave presente sulla scena. Offerta di assistenza nostra nave umanitaria rifiutata da Perché le persone vengono riportate in quando è noto quale destino li attende lì?

Le persone “soccorse” dai libici sono dunque oggetto di una vera e propria attività di intercettazione in acque internazionali da parte di mezzi navali italiani, o di assetti aereo-navali europei, come Eunavfor Med, e quindi riportate a terra in Libia, dove vengono consegnate alle milizie che controllano i porti ed alle unità del cosiddetto Nucleo antimmigrazione del governo di Tripoli. La maggior parte di loro, come risulta da numerose testimonianze, una volta ricondotte a terra, sono accolti allo sbarco da personale UNHCR ed OIM,ampiamente fotografato da alcuni media libici, ma alla fine, per la maggior parte, finiscono di nuovo nelle mani dei trafficanti e nei cd. centri informali, magari nel tentativo di imbarcarsi un’altra volta per fuggire dall’inferno libico. Lo raccontano i testimoni, i migranti che riescono a fuggire ancora una volta ed arrivano in Europa.

Contro le fotografie propagandistiche che mostrano i migranti accolti con modalità non violente allo sbarco a Tripoli ci sono decine di testimonianze e diversi rapporti che confermano come la maggior parte delle persone riportate a terra dalla Guardia Costiera, che si definisce libica, ritorna in luoghi nei quali sono esposti ad ogni sorta di abusi. E si tratta anche di donne già violentate ed in stato di gravidanza, di minori non accompagnati già vittime di stupro e di persone torturate comunque al solo scopo di estorcere loro del danaro, per metterle poi nei barconi e lasciarle  fuggire verso l’Europa.

Il progetto del governo italiano che ha convenzionato alcune ONG da inviare in tre centri di detenzione libici per alleviare le sofferenze delle persone che vi sono trattenute dovrebbe giustificare, al pari della presenza dell’UNHCR e dell’OIM negli stessi centri, la politica dei respingimenti collettivi delegati alla Guardia costiera libica, ma è di tutta evidenza, e lo sarà ancora di più in futuro, che questi centri rimangono per tutti coloro che vi sono imprigionati solo dei punti di passaggio. Per chi viene rimesso fuori, oltre all’alternativa del rimpatrio “volontario” per un numero minimo di loro, non viene offerta nessuna possibilità di salvezza, né la possibilità di chiedere asilo, anche perché la Libia non aderisce neppure alla Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati. La missione europea EUBAM Libia non ha raggiunto nessuno degli obiettivi proposti ed ha dovuto lasciare di fatto il paese, salvo temporanee riapparizioni nelle zone ritenute più sicure.

L’Unione Europea ha certamente pesanti responsabilità per avere contrastato l’Operazione italiana Mare Nostrum nel 2014, e poi per avere ritirato a nord le navi dell’operazione Triton di Frontex, oggi ridefinita Guardia costiera e di frontiera europea. A Bruxelles, dopo la conferenza di Malta dell’novembre 2015 hanno pensato che si poteva delegare all’Italia, “come si era fatto sulla rotta dell’Egeo con la Grecia e con la Turchia) il lavoro sporco per bloccare le partenze di migranti dalla Libia. Gli abusi in Libia ai danni dei migranti in transito erano noti da tempo e nessuno è intervenuto. Tutti hanno pensato solo a sbarrare le vie di fuga, anche a costo di fare accordi con le milizie più vicine ai trafficanti. Mentre hanno avuto voce i militari vicini ai trafficanti, sono stati intimiditi i giornalisti indipendenti.

L’Italia si è prestata a questa politica, nella speranza che fossero riaperte le vie della Relocation verso altri paesi europei, ma è andata ancora oltre, negoziando prima il Migraton Compact, nell’ambito del Processo di Khartoum, e poi chiudendo gli accordi con il governo di Tripoli il 2 febbraio scorso, alla vigilia della Conferenza di Malta del 3 febbraio di questo stesso anno.

Da allora si è intensificato l’attacco mediatico e giudiziario, oltre che politico, contro le ONG che, oltre a far soccorso umanitario nel Mediterraneo centrale potevano denunciare quanto si vedeva a mare, e quindi il crescente livello di collaborazione tra le autorità militari e navali di Tripoli con la Marina e con la Guardia costiera italiana, oltre che con le residue navi di Frontex e di Eunavfor Med. Il principale impegno di Frontex nel corso del 2017 è rimasto quello di presenziare gli Hotspot ed i principali luoghi di sbarco con decine di funzionari a carico dei contribuenti europei per raccogliere prove contro le ONG ancora impegnate nel soccorso umanitario. Quando però si fanno i processi il castello di prove costruito contro le ONG con l’apporto esclusivo dei Servizi segreti appare in tutta la sua strumentalità.

Adesso dopo l’ennesimo caso di respingimento collettivo delegato alla Guardia Costiera di Tripoli emerge con certezza come esista un coordinamento operativo tra la Marina militare italiana, il Comando della Guardia costiera (MRCC) e le autorità libiche che con modalità diverse intervengono in acque internazionali per riprendersi le imbarcazioni cariche di migranti che vengono segnalate loro dalla Guardia costiera o dalla Marina italiana Quelle stesse autorità poi decidono dove sbarcare i migranti “soccorsi in acque internazionali, che però i libici, dopo la stipula del Memorandum d’intesa ( MoU) del 2 febbraio, hanno ripreso a rivendicare come di propria esclusiva pertinenza. E sono aree nelle quali si trovano numerose piattaforme Offshore dell’ENI.  Questa cessione di sovranità, perché di questo si tratta,  in acque internazionali, una volta che un evento SAR è stato dichiarato da una autorità competente, come il Comando (MRCC) della Guardia costiera di Roma, configura un illecito internazionale, perché viola l’obbligo di eseguire gli interventi di soccorso nel più breve tempo possibile a salvaguardia della vita delle persone, e dunque utilizzando i mezzi più vicini, soprattutto se garantiscono interventi altamente professionali ( a differenza di quanto ha dimostrato la Guardia costiera libica).

Gli stessi comandi di “stand by” impartiti alle navi umanitarie che potrebbero intervenire con immediatezza, e la “chiamata” alle autorità libiche che poi vengono designate in un secondo momento come “Autorità Sar responsabile”, implicano una scelta che corrisponde ad un vero e proprio respingimento collettivo, attuato dalle autorità italiane, perché senza alcuna differenziazione del possibile status giuridico e delle condizioni personali dei migranti, comporta la loro effettiva riconsegna alle autorità libiche, dopo che sono state soggette, a partire da quando è stato dichiarato l’evento SAR, alla giurisdizione delle autorità italiane, con poteri di vita e di morte, come purtroppo confermano recenti naufragi avvenuti dopo l’intervento delle autorità libiche.

Inoltre il richiamo,  come “Autorita’ SAR competente” , di mezzi libici in acque internazionali, reiterato in diverse occasioni dal comando centrale della Guardia costiera di Roma (MRCC), viola il divieto di refoulement affermato  dall’art. 33 della Convenzione di Ginevra in quanto le autorità italiane, soprattutto il ministero dell’interno, che ha stipulato gli accordi del 2 febbraio scorso, ed i comandi della Marina e della stessa Guardia Costiera italiana, dovrebbero sapere che la Libia del governo Serraj  non ha alcuna unità o continuità territoriale, non garantisce in alcun modo l’esercizio del diritto di asilo, e non aderisce neppure alla Convenzione di Ginevra. Tutti dovrebbero sapere cosa succede ai migranti “ceduti” ai libici e soccorsi dalle motovedette di Tripoli. Eppure si attuano adesso “cabine di regia” italo-libiche che, al di fuori delle regole del diritto internazionale, dovrebbero coordinare gli interventi di contrasto dell’immigrazione “illegale”, inclusa l’attivita’ di respingimento collettivo appaltate alla sedicente Guardia Costiera “libica”, chiamata ad intervenire  in acque internazionali. Anche se il governo di Tripoli non e’ parte di nessuna delle Convenzioni internazionali che garantiscono i diritti fondamentali della persona.

Gli accordi del 2 febbraio 2017 conclusi con il governo Serraj e con la Guardia costiera di Tripoli sono contrari alla legalità internazionale, perché prevedono un assetto di coordinamento congiunto italo libico, già progettato nel 2016 dal governo Renzi, con Gentiloni ministro degli esteri, che ha riattivato i Protocolli operativi già stipulati nel 2007 dal governo Prodi, e poi finanziati con il Trattato di amicizia tra Italia e Libia firmato nell’agosto del 2008 da Berlusconi e Gheddafi ed approvato da una maggioranza bipartisan in Parlamento. Questo assetto di coordinamento congiunto viene stabilito senza che le autorità di Tripoli controllino tutta la costa libica, e senza che possano garantire un minimo rispetto dei diritti umani delle persone che rimangono intrappolate in quel paese.

La esecuzione di quegli accordi sta dando oggi i suoi “frutti” con prassi operative contrarie al diritto internazionale del mare. Le intese bilaterali non possono stravolgere le regole del soccorso in mare sancite dalla Convenzione ONU ( UNCLOS) di New York e dalla Convenzione SAR di Amburgo del 1979. L’affidamento della potestà di intercettazione in acque internazionali conferita alle autorità libiche, con la cessione del ruolo di autorità SAR competente, non può comportare una modifica della sovranità sulle acque internazionali, come invece pretendono i libici, con il supporto della Marina italiana, che da Tripoli concorre a coordinare i loro interventi di “soccorso”.

Non risulta che il governo di Tripoli abbia mai notificato all’IMO ( Organizzazione marittima internazionale) una zona SAR di propria competenza  con effetti di accoglimento della notifica. I tentativi in questa direzione, assai probabilmente perorati dal governo italiano, si sono infranti davanti all’evidente incapacità delle diverse autorità libiche a garantire una qualsiasi attività SAR autonoma sull’intera zona SAR corrispondente alla Libia dal confine con la Tunisia a quello con l’Egitto.

Di fatto con gli accordi del 2 febbraio 2017, tra Italia e governo di Tripoli, e con le successive prassi operative coordinate da Tripoli e da Roma, si è creata una zona SAR ad estensione variabile, rimessa alla valutazione discrezionale delle autorità politiche e militari, che non corrisponde alle esigenze di soccorso e di salvaguardia della vita umana in mare, imposte dalle Convenzioni internazionali, ma che risponde soltanto all’esigenza di bloccare in mare e rispedire indietro il maggior numero di migranti. Anche a costo di affidare i “soccorsi” in acque internazionali a unità militari che non si curano delle vittime che producono durante  i loro interventi, e che una volta giunti in porto si disinteressano del tutto del destino delle persone “soccorse”. Nessun porto libico, neppure se sono presenti UNHCR ed OIM, è un “place of safety” per i migranti, perchè al di là di una prima verifica delle loro condizioni, non viene garantito nè un alloggio in condizioni di sicurezza, nè una sia pur minima libertà di movimento o di accesso effettivo alle procedure di protezione. I pochi casi di resettlement ed i tanto pubblicizzati rimpatri volontari non possono fare dimenticare quello che subiscono, per la maggior parte, i migranti riportati a terra dalla sedicente Guardia costiera libica. Che libica non è, perchè risponde solo ai comandi di qualche milizia e del governo Serraj a Tripoli.

Sarebbe tempo che tutte le Organizzazioni non governative ritirino le loro navi, come hanno gìà fatto per primi MSF, e poi MOAS e Save The Children, che pure avevano firmato il Codice di condotta imposto dal ministro Minniti a luglio. Il rischio di trovarsi coinvolti in operazioni congiunte, delegate alla Guardia costiera di Tripoli, nelle quali si è costretti a rimanere nelle condizioni di stand by e ad assistere a quello che, nella sostanza, corrisponde ad un respingimento collettivo, vietato dalle Convenzioni internazionali, è altissimo. Questa la dichiarazione di Regina Catambrone, rappresentante di MOAS quado l’organizzazione ha deciso il ritiro delle proprie navi dal Mediterraneo. peccato che gli auspici di una umanizzazione dei centri di detenzione libici non si siano ancora realizzati.

“Noi abbiamo firmato il codice per continuare a dare fiducia all’Italia, l’unico paese europeo che accoglie le persone. Sia chiaro, la nostra non è una mossa contro l’Italia, ma dopo il summit di Parigi si è capito verso quale obiettivo sta andando l’Europa. Il governo italiano e l’Europa fanno sicuramente bene a voler stabilizzare la Libia, è un bene per tutti che lì tornino le Ong, l’Unhcr, che possano tornare gli stessi cittadini libici, io sono sicura che tra alcuni mesi ci saranno centri di accoglienza e non di detenzione, ma fino a quando non ci sarà in Libia un governo stabile che assicuri il rispetto dei diritti dell’uomo una Ong che si finanza con donazioni di persone che credono nel principio di umanità non può rischiare di venir meno alla propria missione. E la nostra è salvare le persone in mare e portarle al sicuro”.

Oltre ai comunicati ed ai tweet occorrerebbe moltiplicare le testimonianze e documentare, con  foto, tracciati e registrazioni audio, gli ordini imposti dalle autorità militari che ritardano i soccorsi in acque internazionali per lasciare tempo all’intervento dei guardiacoste libici. Se ci saranno altre vittime, come purtroppo è lecito prevedere, nessuno potrà dire di non esserci o di non sapere.

Per porre fine a queste violazioni del diritto internazionale, ed ai respingimenti collettivi, delegati alle autorità di Tripoli ed alla sedicente Guardia costiera “libica”, occorre mettere fine agli accordi in atto con il governo Serraj ed aprire una vera negoziazione con tutte le parti in causa in quella regione per arrivare ad una intesa sulla pacificazione del paese e sul rispetto delle minoranze e dei migranti intrappolati in centri di detenzione che, salvo poche eccezioni, sfuggono ormai al controllo delle autorità riconosciute dalla comunità internazionale. Nel frattempo dovrebbe lanciarsi una grande missione umanitaria internazionale, come fu Mare Nostrum, ma limitatamente all’Italia nel 2014, e favorire si l’evacuazione della Libia, ma verso nord, ed in diversi paesi del mondo e dell’Unione Europea, non certo con i piani di evacuazione a sud , verso altri paesi africani nei quali i diritti umani non sono garantiti, come il Niger, evacuazioni che hanno il sinistro aspetto delle deportazioni di massa.

Le violenze che subiscono i migranti in Libia sono certamente un crimine contro l’umanità, come afferma anche il Segretario generale delle Nazioni Unite, ma non sarà certo con le deportazioni e con la “umanizzazione” dei centri di detenzione, promessa dal ministro Minniti, che queste violenze avranno termine. Non è vero che l’ONU ha avuto accesso ai campi libici dopo gli accordi stipulati dall’Italia con il governo Serraj, che non controlla se non una minima parte del territorio libico. Le Nazioni Unite erano già presenti in Libia da anni, ed i loro report di attività avrebbero dovuto costituire un freno, un impedimento insormontabile per la stipula di accordi di cooperazione operativa con il governo Serraj, senza che prima fossero state garantite condizioni di sopravvivenza dignitosa e possibilità di transito legale a tutti i migranti rimasti intrappolati in quei territori proprio per effetto degli accordi stipulati tra Unione Europea, Italia e varie autorità libiche.

UN REPORT DI OGGI

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L’ATTESA LA FRENESIA E LA FRUSTRAZIONE – Dopo cinque giorni di furia, il mare di fronte Tripoli si calma. C’è fermento sulla nave: si è aperta una breve finestra di tempo buono e i trafficanti potrebbero tentare di scaricare la loro merce umana a mare. Non finiamo neanche di bere il caffè della colazione, che arriva la chiamata dalla centrale di Roma. Due gommoni, uno già soccorso da Open Arms che si ferma per dare la precedenza alla Guardia Costiera libica. Noi dirottati a nord est di Tripoli, ci imbattiamo su un gommone ribaltato e per metà affondato: no esseri umani sopra o in mare. “speriamo che qualcuno li abbia presi” ci diciamo con gli occhi dubbiosi. 

Intanto ci avviciniamo alle coste libiche che si vedono ad occhio nudo. A bordo il fermento aumenta: pronti i ribh da calare, i kit e i teli per le persone soccorse. Ma la frenesia passa dopo 4 ore di attesa: 4 ore in cui vediamo a distanza di sicurezza la motovedetta che gira intorno al gommone vorticosamente, come per accerchiarlo. I motori talmente carichi che si distingue il fumo in lontananza. Poi L’ Aquarius torna indietro. Dalla radio in cabina di comando arriva il messaggio in arabo dei libici. “Andatevene e pure di corsa”. Dal gommone ci avevano visti e tutto quel carico umano sperava di dirigersi verso l’ Aquarius, verso l’Europa. Ma l’Europa se ne va e quell’umanità forse ora è già tornata in Libia. l’immagine che mi resta impressa oggi? Quella del gommone sgonfio ribaltato vuoto e dell’altro pieno di persone di cui non saprò mai che fine hanno fatto…

 

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