Accordi con i libici e attacchi alle ONG. Informazione di servizi(o).

di Fulvio Vassallo Paleologo

Tutti sapevano quali erano le conseguenze degli accordi stipulati dal governo italiano con le milizie libiche e con il governo Serraj a Tripoli, ma l’informazione ha preferito dare spazio alla campagna denigratoria contro le ONG, per spostare sistematicamente l’attenzione generale verso gli operatori umanitari “collusi” con i trafficanti, piuttosto che verificare chi quegli stessi trafficanti rafforzava e finanziava, o da quali milizie armate ricevessero copertura. Eppure le ONG, già vittime di attacchi in mare da parte della sedicente Guardia costiera libica, avevano preso una posizione molto precisa, e forse proprio per questo andavano ridimensionate, se non eliminate del tutto. Intanto gli abusi in Libia diventavano sempre più gravi e documentati.

Per i migranti riportati a terra dopo i “salvataggi” operati  in acque internazionali dalle motovedette di Tripoli e Zawia non c’era scampo.  Tutto questo era già evidente da mesi. Le ONG avevano chiesto un confronto ed un dialogo, sono arrivate minacce, denunce e calunnie.

Alla c.a. Presidente del Consiglio Gentiloni
Ministro affari esteri e della cooperazione internazionale Alfano
Ministro dell’Interno Minniti

Bruxelles, 22 Febbraio 2017

Egregio signore/ signora,

Noi, le sottoscritte organizzazioni non governative, siamo profondamente preoccupate per la direzione delle politiche tra l’Unione Europea e la Libia descritte nella Comunicazione della Commissione sul Mediterraneo Centrale (25.01.17) e confermate poi nelle conclusioni del Vertice di Malta (03.02.17) e dalle Conclusioni del Consiglio Europeo (06.02.17), aventi l’obiettivo di fermare i movimenti migratori attraverso la Libia.

La decisione di trasferire le responsabilità di gestire i movimenti migratori della rotta per la Libia nel Mediterraneo Centrale non porterà nè ad una riduzione di violazioni di diritti umani, nè alla fine delle pratiche dei trafficanti.
Al contrario, tutto questo porterà ad un notevole aumento dei danni e della sofferenza.

I piani dell’Unione Europea inaspriranno gli arresti e le detenzioni di migranti in Libia, e aumenteranno il rischio di violazioni dei diritti umani.

Il governo sostenuto dalle Nazioni Unite a Tripoli controlla il potere in misura molto limitata e precaria, e compete con un gran numero di altri attori. L’Unione Europea stessa descrive la Libia come un territorio ‘pericoloso’, e una sistematica violenza nei confronti di migrant e rifugiati è stata ampiamente documentata. Molti report di gruppi di protezione dei diritti ulani hanno descritto le gravi e strazianti condizioni di questi ultimi in territorio libico: stupro, tortura, esecuzioni e altre sofferenze. Le nostre organizzazioni hanno documentato l’esistenza di pratiche di detenzione arbitraria, tortura e altri maltrattamenti negli stessi centri in cui migrant e rifugiati sono trattenuti dopo essere stati intercettati in mare dalla guardia costiera libica.

La Dichiarazione di Malta promette che l’Unione Europea “lotterà, insieme al UNHCR e al OIM, per assicurare una capacità di ricezione e delle condizioni adeguate per i migranti in Libia”. Tuttavia, in una dichiarazione congiunta rilasciata in vista del vertice informale a Malta, queste organizzazioni hanno dichiarato che “i vincoli di sicurezza continuano ad ostacolare la nostra capacità di fornire assistenza salva-vita, di fornire servizi di base ai più vulnerabili e trovare soluzioni per un reinsediamento, un rientro volontario assistito o autonomo “, lasciando qualsiasi garanzia in relazione al monitoraggio dei diritti umani e al miglioramento delle condizioni di detenzione del tutto vuote.

Date tali condizioni, come possono gli Stati Membri prendersi la responsabilità di trattenere la gente in Libia ? I governi europei non possono far tornare le persone in LIbia senza infrangere il principio internazionale di non-respingimento (le persone rimpatriate potrebbero essere a rischio di venire esposte a serie violazioni di diritti umani). 
Quindi riteniamo chele nuove politiche europee, che puntano ad aumentare l’abilità delle autorità libiche di intercettare rifugiati e migranti in mare e riportarli in Libia, rappresentino un chiaro tentativo di eludere gli obblighi internazionali dell’Unione Europea, nella totale inosservanza delle severe conseguenze che migliaia di uomini, donne e bambini si ritroverebbero a subire. 
Il finanziamento dei soggetti che effettuano il controllo delle frontiere, comprese le attività di guardia costiera in Libia, incoraggerà soltanto arresti sistematici e detenzione di migranti e rifugiati, condannandoli a maltrattamenti e abusi nelle carceri libiche. Un approccio di questo tipo potrebbe anche potenzialmente impedire a chi fugge dalle persecuzioni di cercare un rifugio sicuro , e condannerà le persone ad ulteriori, inutili sofferenze che costituiscono una diretta violazione dei loro diritti umani.
Vorremmo capire con chi hanno intenzione di collaborare i leader europei. Chi monitorerà queste attività se gli enti di guardia costiera operano in maniera del tutto autonoma, con scarso controllo governativo e senza alcuna vigilanza giudiziaria? Ad oggi non esiste alcun sistema che possa accertare le responsabilità di questi enti.

Concentrarsi nuovamente sul contrasto ai trafficanti non impedirà le migrazioni, né fornirà soluzioni per alleviare le sofferenze umane.

L’investimento sostenibile nei paesi d’origine, aprire e rafforzare canali regolari di accesso in Europa è il modo più efficace di affrontare il contrabbando. Per dare beneficio alle popolazioni più vulnerabili, l’assistenza allo sviluppo dovrebbe essere distaccata da qualsiasi obiettivo di controllo migratori. 
La decisione presa dai leaders europei di concentrarsi quasi esclusivamente sulla lotta ai trafficanti non ridurrà le migrazioni. Le persone in fuga dalle guerre, vittime di violazioni dei diritti umani o prive di opportunità di sostentamento, continueranno a cercare di raggiungere la Libia e di salpare verso l’Europa a prescindere da quanti trafficanti vengano arrestati. In Niger, per esempio, le persone hanno già iniziato a prendere vie più rischiose, dirigendosi nel deserto prima di arrivare ad Agadez, con i prezzi di contrabbando che aumentano e più possibilità che più persone muoiano.
Aprire e rafforzare canali regolari e sicuri verso l’Europa è basilare per prevenire contrabbando e traffici, e permetterà una drastica riduzione del numero di morti nel Mediterraneo; inoltre, potrebbe portare a una notevole riduzione delle spese europee per ricerche in mare e operazioni di salvataggio.

L’accordo tra Unione Europea e Turchia non deve essere considerato come un buon esempio.
L’accordo UE-Turchia è citato dal vertice di Malta come un “successo”, ma l’unico criterio preso in considerazione è il numero di arrivi, mentre l’immenso costo umano di tale accordo non è stato considerato. Migliaia di rifugiati e migranti rimangono intrappolati nelle isole greche in condizioni disumane e di pericolo, che hanno già causato la morte di molti. È importante sottolineare che migranti e rifugiati da allora sono stati costretti a vie di terra alternative, in diversi casi a costo della vita per ipotermia, nel nord-est della Grecia e in Bulgaria. Queste rotte sono più diffuse, meno “visibili” e raramente fanno notizia, mantenendo intatta l’illusione che l’accordo UE-Turchia abbia di fatto fermato gli arrivi.

Non ci sono prove del fatto che l’UE abbia intrapreso particolari valutazioni sulle potenziali implicazioni delle sue politiche sulle persone che ne sono bersaglio. L’UE deve assumersi la piena responsabilità delle conseguenze delle sue politiche in Libia e del potenziale costo umano che esse comportano.
Pertanto, con la presente, Vi chiediamo di:
• Facilitare la mobilità sicura con l’apertura e il rafforzamento di canali sicuri e regolari in Europa per rifugiati e migranti, anche attraverso il reinsediamento, l’asilo umanitario e i visti umanitari, il ricongiungimento familiare, la mobilità dei lavoratori per livelli di competenza e visti di studio; il diritto di richiedere asilo in qualsiasi circostanza deve essere assicurato.
• Rivedere il piano delineato dal Vertice di Malta per assicurarsi che le misure di tutela dei diritti umani e di rispetto del diritto internazionale siano in atto; assicurare che i diritti umani di coloro che si spostano siano rispettati, indipendentemente dal loro status, come previsto dal Piano d’Azione della Valletta.
• Garantire che le politiche di gestione delle frontiere dell’UE proteggano le persone e i loro diritti, e non abbiano lo scopo di fermare i movimenti migratori. Le libertà fondamentali devono essere sostenute, e le esigenze di sicurezza dei diversi gruppi, tra cui quelli più vulnerabili, devono essere valutate.
• Portare alla luce prove di violazioni dei diritti umani in Libia e fermare qualsiasi azione che possa portare ad un respingimento delle persone verso la costa libica. L’approccio attuale rischia di violare i diritti fondamentali delle persone e lo Stato di diritto, compreso il principio di non-refoulement.
• Valutare accuratamente la situazione dei diritti umani dei migranti e i rischi che devono affrontare in Libia, intraprendere una valutazione oggettiva del reale impatto delle azioni finanziate e coordinate dalla UE e sostenere le agenzie internazionali nel garantire che la Libia compia il suo dovere di difendere i diritti umani.
• Mettere in atto misure specifiche per identificare e proteggere i gruppi vulnerabili, compresi i bambini, i migranti e i rifugiati con disabilità, le vittime di torture o di traffico e quelli a rischio di discriminazione.

Saremmo lieti di avere l’opportunità di discutere ulteriormente questi temi con voi.

LE ORGANIZZAZIONI FIRMATARIE

Act Alliance, Act alliance EU, Action for Equality, Support, Antiracism (KISA), Aditus, Agisra e.V, Aitima, Amici dei Bambini, Amnesty International, Amref Health Africa, ARCI, ARCS Culture Solidali, Asociación Por Ti Mujer, Association Afrique Culture Maroc, Association for Integration and Migration, Association for the Social Support of Youth (ARSIS), Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo (AIDOS), Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI), Associazione Universitaria per la Cooperazione Internazionale (AUCI), Asti, Austrian Red Cross, BAG Asyl in der Kirche , Ban Ying, Caritas Europa, CEFA, Centro Informazione e Educazione Allo Sviluppo Onlus (CIES), CIRÉ asbl, Comunità Volontari per il Mondo (CVM), CONCORD Sweden, Consorzio ONG Piemontesi (COP), Cooperazione e Solidarietà Internazionale (AOI), Cooperazione Internazionale Sud Sud (CISS), Cooperazione per il mondo in via di sviluppo (COMI), Cooperazione per lo sviluppo dei paesi emergenti (Cospe Onlus), Coordinamento Italiano network Internazionali (CINI), Detention Action UK, European Federation of National Organisations Working with the Homeless (FEANTSA), European Network Against Racism (ENAR), European Network of Migrant Women, Fachstelle Fauenhandel und Frauenmigration (FIZ), Fédération internationale des droits de l’Homme (FIDH), Federazione Organismi Cristiani di Servizio Internazionale Volontario, Greek Forum of Refugees , het Wereldhuis, Immigrant Council of Ireland, International Catholic Migration Commission Europe (ICMC), Jesuit Refugee Service Europe (JRS), La Cimade, La Strada International , Médecins du Monde, Medibüro Kiel e.V., Menedék – Hungarian Association for Migrants, Migrant Rights Centre Ireland (MRCI), Migrant Voice, Missing Children Europe, Naga Onlus, Open Society European Policy Institute, PAX, Platform for International Cooperation on Undocumented Migrants (PICUM), Prodocs, Progetto Mondo, Red Acoge, Réseau Education Sans Frontières (RESF), Segreteria Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (S.I.M.M.), Serviço Jesuíta aos Refugiados (JRS Portugal), Sonia, Stichting Ros, Stowarzyszenie Interwencji Prawnej, Terre des Hommes, The Research, Centre on Asylum and Migration (IGAM), Un ponte per.

Da parte dei governi europei, e di quello italiano in particolare, si è sviluppato per mesi un piano preciso per catturare l’opinione pubblica più xenofoba che però si è dimostrato funzionale alla linea di attacco delle destre europee, volte ad egemonizzare la comunicazione nella direzione di una generale contrapposizione con gli immigrati e con quei pezzi di società civile che continuano ancora ad assisterli e ad accoglierli. Un piano che ha comportato un vero e proprio smottamento culturale, che non sarà certo recuperabile con il tardivo impegno del governo italiano  su un provvedimento pur necessario, come la proposta di legge sullo “ius soli”. Uno sfaldamento del senso civico, come se il fine giustificasse i mezzi, che è passato anche attraverso l’operazione mediatica della missione “Defend Europe” di Generazione Identitaria,  una missione di “guerra alle ONG” nelle acque internazionali antistanti la Libia, che ha avuto esiti ridicoli, ma che deve fare preoccupare per il seguito che ha ottenuto, malgrado i risultati fallimentari e deplorevoli dal punto di vista legale e morale.

Le organizzazioni non governative avevano denunciato immediatamente quali sarebbero stati gli effetti delle intese concluse dal governo italiano con le milizie libiche e con il governo di Tripoli, ma per mesi l’unico problema, che costringeva il Presidente della Repubblica ad un precipitoso intervento su una grave spaccatura interna al governo, sembrava costituito dal blocco imposto alle ONG, anche attraverso la imposizione di un codice di condotta.  Alla imposizione, tentata, perché alcune ONG come MSF si ritiravano immediatamente, o riuscita, di questo Codice di condotta, firmato da ultimo anche dai tedeschi di Sea Watch, sono seguite con rara sintonia indagini giudiziarie, peraltro ancora aperte. Nel frattempo soldi destinati alla cooperazione internazionale, per aiutare i migranti ” a casa loro” sono stati distolti per finanziare i pattugliamenti illegali in acque internazionali delle motovedette libiche riparate dai meccanici della Marina italiana. Le stesse motovedette che poi aprivano il fuoco sulle navi umanitarie o sui pescherecci italiani..

Soltanto dopo la denuncia contenuta in un rapporto delle Nazioni Unite, e dopo le immagini agghiaccianti che documentavano il comportamento violento ed illegale della Guardia Costiera libica, malgrado l’esistenza di una Unità di coordinamento italo-libica basata a Tripoli in collegamento con il Comando centrale del Corpo delle capitanerie di Porto (MRCC), responsabile per il coordinamento delle attività SAR ( Ricerca e soccorso), si è cominciato a mettere in discussione gli accordi conclusi dal premier Gentiloni e dal ministro dell’interno Minniti, il 2 febbraio, poi ratificati dal Governo italiano e dalla Conferenza di Malta del 3 febbraio 2017.

Quanto afferma il ministro Minniti, secondo il quale gli osservatori delle Nazioni Unite avrebbero avuto accesso in alcuni centri di detenzione libici grazie agli accordi da lui conclusi con il governo di Tripoli , non corrisponde al vero, perché già nel 2012, nel 2013, nel 2014, nel 2015 e nel 2016, con situazioni geopolitiche e  militari anche diverse, UNHCR ed OIM avevano avuto la possibilità di entrare nei centri di detenzione ( circa 20 ) “ufficiali”. D’altra parte le recenti affermazioni del ministro dell’interno, che negli ultimi mesi ha gestito in prima persona la politica estera italiana, costituiscono una implicita ammissione di responsabilità perché gli abusi rilevati dagli osservatori delle Nazioni Unite sono stati rilevati proprio nei centri nei quali erano potuti entrare grazie agli accordi conclusi dal governo italiano. Luoghi nei quali, secondo i protocolli operativi  firmati da entrambe le parti, si sarebbe dovuta implementare una vera  e propria cultura dei diritti umani. Eppure gli abusi sono stati rilevati anche nei centri nei quali avrebbe dovuto operare personale collegato con chi aveva fatto gli accordi con l’Italia, e magari nei quali si trovava personale di sorveglianza che avrebbe dovuto anche ricevere una formazione specifica offerta dalla polizia italiana o dalla missione militare europea EUNAVFOR MED.

Per non parlare della sorte ancora più oscura delle persone intrappolate nella zona di confine tra Niger e Libia, una zona nella quale sono state riversate ingenti risorse per bloccare il passaggio dei migranti, una zona nella quale sarebbero stati inviati anche cento carabinieri, per “blindare” il confine sud della Libia, dei quali non si è saputo più nulla, una zona che rimane saldamente presidiata da milizie armate che infliggono ai migranti, a tutti i migranti che sono costretti a passare per quella rotta, le sevizie più terribili.

Insomma comunque la si voglia girare, gli effetti degli accordi del 2 febbraio scorso, come non hanno riconciliato le diverse parti in conflitto in Libia, non hanno migliorato l’accesso ai centri di detenzione ed hanno solo aumentato il potere di ricatto delle milizie e delle bande criminali che vi sono collegate e che comunque sono state lasciate libere di agire sul territorio. Perché dentro e fuori i centri di detenzione nessuna autorità, proprio nessuna, garantisce oggi in Libia il rispetto dei diritti umani dei migranti in transito (e degli stessi civili libici) , a partire dal fondamentale diritto alla vita. La rapida avanzata delle milizie fedeli al generale Haftar verso Zawia, Sabratha e Tripoli ha rimescolato le carte, e l’assetto delle intese negoziate dal governo italiano per effetto delle quali chi prima faceva il trafficante si è trasformato in guardiano.

Se di fronte a queste circostanze, ed ai corpi martoriati dei migranti che arrivano dalla Libia, qualcuno vuole esaltare il dato della diminuzione degli arrivi, sembra meno 30.000 persone, rispetto allo scorso anno, allora si vanti di avere contribuito all’internamento violento ed alle sevizie inflitte nei campi libici (legali ed informali) a queste decine di migliaia di persone, che lo scorso anno sarebbero già arrivate in Europa. Una differenza,ma si tratta di persone, non solo di numeri, molto modesta, se pensiamo ai 300.000 migranti irregolari ( in Europa sono quasi due milioni) che nella sola Italia sono frutto dell’abbattimento del diritto di asilo europeo, del fallimento della Relocation e del Regolamento Dublino III, e dello sbarramento delle frontiere Schengen. Una questione umana e politica che riguarda tutta l’Unione Europea, che non si potrà risolvere votando i partiti delle destre populiste o apertamente neo-naziste, ma neppure con prassi di negazione dei diritti umani,  promettendo una maggiore operatività dei blocchi alle frontiere e delle politiche di rimpatrio.

Non basterà certo il finto umanitarismo del governo a ribaltare il giudizio sugli effetti deleteri, per le persone che sono state coinvolte, ma anche per il senso di indifferenza che si è alimentato nell’opinione pubblica, dopo la messa  in opera degli accordi tra Italia e governo di Tripoli. Non è vero che i centri di detenzione in Libia sono stati aperti all’ingresso di operatori dell’UNHCR e dell’OIM per effetto degli accordi siglati da Minniti. Come si è dimostrato prima, in alcuni di quei centri, gli operatori delle Nazioni Unite ci andavano già da anni, e mai avevano rilevato situazioni così terribili, come sono emerse negli ultimi rapporti successivi agli accordi del 2 febbraio scorso tra Italia e governo di Tripoli. Adesso si dovrà vedere con quali risultati  e garanzie di sicurezza si darà esecuzione ai progetti del governo italiano di inviare alcune ONG convenzionate in tre centri libici per migliorare la condizione dei migranti che vi sono trattenuti a forza, contro la loro volontà, trattati come migranti “illegali”. MSF , che pure ha già una sua missione in Libia e conosce assai bene quei territori ha già fatto sapere che non parteciperà all’iniziativa promossa dal ministero degli esteri.

Migranti:ambasciata Italia a Tripoli,bando 2 milioni per ong
Iniziativa Cooperazione per migliorare condizioni in tre centri

(ANSA) – IL CAIRO, 16 NOV – L”ambasciata d”Italia a Tripoli ha segnalato con un tweet la pubblicazione di un bando che offre alle ong due milioni di euro per progetti finalizzati a migliorare le condizioni di vita in tre centri per migranti in Libia.
Il messaggio sottolinea “l”impegno dell”Italia a lavorare con  la Libia per migliorare le condizioni nei centri per migranti”. Il riferimento e” a un bando dell”Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (Aics) con scadenza il 29 novembre per la realizzazione dell””Iniziativa di emergenza a favore della popolazione dei centri migranti e rifugiati di Tarek al Sika, Tarek al Matar e Tajoura in Libia”. 
Il bando era stato approvato nell”ottobre scorso nell”ambito della strategia italiana che punta ad arginare il flusso di migranti nel rispetto dei diritti umani e della dignita” delle persone. (ANSA).

16-NOV-17 09:30

La fortissima riduzione dei soccorsi operati in acque internazionali e dunque degli sbarchi in Italia ha corrisposto ad un numero costante di vittime, senza contare i dispersi, in mare, ma anche in terra, nei deserti libici o ai suoi confini meridionali, dove si tentava di coinvolgere anche milizie paramilitari legate a criminali di guerra, come in Sudan, pur di bloccare il passaggio dei migranti in fuga dai propri paesi verso la Libia ed il Mediterraneo.

Eppure, neanche l’evidenza dei fatti e della condanna unanime a livello di comunità internazionale, ha impedito che ripartisse la macchina della delegittimazione delle ONG e degli operatori umanitari, con un tentativo estremo, veicolato da parte del procuratore di Catania, di rivalutare il ruolo di collaborazione garantito da quelle milizie libiche fedeli al governo Serraj che negli stessi giorni hanno fatto sentire la loro voce, attaccando per l’ennesima volta i soccorritori a bordo delle navi umanitarie, peraltro ormai in numero esiguo, ma ancora in grado di documentare gli abusi commessi dai libici, e dunque “pericolose” per la tenuta degli accordi di cooperazione operativa.

Questi attacchi non sorprendono. Notiamo la sinergia, la comunanza di linguaggio, e forse il collegamento attraverso i servizi, tra le folate aggressive delle destre europee, i ricatti e gli avvertimenti dei rappresentanti della guardia costiera di Tripoli, le cronache a senso unico di certa stampa italiana. Ci preoccupiamo quando le posizioni di attacco verso chi pratica soltanto solidarietà, nel pieno rispetto della legge, provengono da settori della magistratura che avrebbero i mezzi per indagare la reale dimensione dei traffici illeciti tra Libia ed Unione Europea, a partire da un omicidio gravissimo, a Malta, quello della giornalista maltese Dafhne Caruana Galizia, che è stato rimosso rapidamente dall’attenzione mediatica generale. Sono tutti da accertare i legami tra chi controlla le rotte dell’immigrazione irregolare verso il Mediterraneo, e chi gestisce il contrabbando di petrolio sullo stesso territorio, negli stessi porti. Sembra impossibile che questi traffici si svolgano in modo indipendente. E sulle complicità con questi trafficanti, alcuni dei quali oggi in divisa di guardia di frontiera, che si dovrebbe indagare.

E’ bene che tutti sappiano che gli operatori umanitari ed i giornalisti indipendenti non si faranno intimidire dalle  minacce dell’estrema destra, e dai tentativi, reiterati di disinformazione, e neanche da possibili iniziative giudiziarie, che finora dopo tanto clamore si sono ridotte al procedimento penale incardinato a Trapani dopo il sequestro della nave umanitaria Juventa della ONG tedesca Jugend Rettet. Non si è provato un solo caso di ingresso non autorizzato di navi delle ONG in acque libiche, non una sola ipotesi di collusione tra trafficanti e soccorritori, le denunce fatte da operatori di una società privata di sicurezza, imbarcati a bordo di una nave di Save The Children che svolgeva  attività di coordinamento SAR, sono state già smentite da risultanze probatorie inconfutabili. Eppure qualcuno continua a parlare come se le sentenze si scrivessero sui giornali e non negli atti dei processi nei tribunali. L’opinione pubblica ha già emesso un verdetto di condanna, non si può negare che si tratti di vero e proprio populismo giudiziario. Nessuna considerazione per le vittime che si sarebbero soccorse se questa nave umanitaria non fosse rimasta bloccata sotto sequestro per oltre tre mesi nel porto di Trapani.

Continueremo a diffondere i fatti, ed a reclamare verità e giustizia per le vittime, come faremo con la prossima sessione del Tribunale Permanente dei Popoli a Palermo,  ma anche a pretendere  che queste stragi non avvengano più, e che le intese con i libici vengano revocate al più presto e sostituite da una missione umanitaria internazionale, come fu nel 2014,  dopo una strage che ancora non ha colpevoli, quella dell’11 ottobre 2013, l’operazione tutta italiana Mare Nostrum. Ci vorrà uno sforzo straordinario per capovolgere un senso comune contaminato da menzogne e insinuazioni che hanno una evidente finalità politica. ma è uno sforzo ed un impegno necessario, non solo per difendere le ragioni dei migranti e di chi li soccorre , ma per difendere lo stato di diritto nel nostro paese.

Testimone dell’«oltraggio alla coscienza dell’umanità» che si consuma alle porte dell’Europa

SOS MEDITERRANEE continuerà a salvare chi fugge dall’«inferno libico»

Palermo, 16.11.2017 – In venti mesi di missione ininterrotta in mare l’organizzazione umanitaria europea SOS MEDITERRANEE, che gestisce la nave Aquarius in partnership con Medici Senza Frontiere (MSF), ha salvato la vita di 24.388 persone in un totale di 147 operazioni di soccorso. I nostri team sono testimoni diretti della sofferenza dei migranti che fuggono dalla Libia, descritta nei giorni scorsi come un «oltraggio alla coscienza dell’umanità» dall’Alto Commissario per i Diritti Umani dell’Onu.

Sin dall’inizio della propria missione in mare, nel febbraio 2016, SOS MEDITERRANEE ha allertato la società civile, i media e la classe politica rispetto alle terrificanti testimonianze fornite dalle persone in fuga dalla Libia, raccolte alle porte dell’Europa.

«Pensavamo che quelle donne, quegli uomini e quei bambini soccorsi in mare ci avrebbero raccontato il terribile trauma del viaggio nel Mediterraneo su imbarcazioni fragilissime non adatte alla navigazione in alto mare. Invece, sin dal primo salvataggio, abbiamo dovuto constatare come abbiano riferito prima di ogni altra cosa dell’«inferno libico»: rapimenti, stupri, estorsioni sotto tortura, maltrattamenti e umiliazioni, lavoro forzato, schiavitù di cui erano vittime sull’altra sponda del Mediterraneo», ricorda Sophie Beau, cofondatrice e vicepresidente di SOS MEDITERRANEE.

Le testimonianze dei sopravvissuti tratti in salvo da SOS MEDITERRANEE, confermate dalle visite mediche del team di MSF, partner sanitario a bordo dell’Aquarius, non lasciano spazio a dubbi circa l’entità delle violenze subite dai migranti in Libia.

Torture – « Frusta mattina, pomeriggio e sera. È il nostro pane quotidiano. I libici ci picchiano tutto il tempo, senza motivo. Ci mettono in prigione senza motivo. I carcerieri uccidono le persone, le gettano in una fossa che chiudono solo quando è piena di corpi» (M., Camerun, testimonianza raccolta a bordo dell’Aquarius nell’agosto 2017).

Stupro – «Prendono donne e ragazze, ragazze che erano persino più giovani di me. Le hanno violentate davanti a noi costringendoci a guardare. C’erano i loro padri e i loro fratelli. Chi si opponeva veniva ucciso all’istante» (Y., 17 anni, dal Gambia, testimonianza raccolta a bordo dell’Aquarius nel novembre 2016).

Riduzione in schiavitù – «In Libia gli arabi vengono nelle prigioni per comprare neri da far lavorare. I neri sono venduti per un migliaio di dinari [circa 620 €]» (C., 20 anni, dalla Nigeria, testimonianza raccolta a bordo dell’Aquarius nel febbraio 2017).

Fosse comuni – «Sono stato costretto a raccogliere i cadaveri dei migranti. I corpi vengono messi nelle fosse comuni, a volte la testa era l’unica parte rimasta. Ultimamente c’erano anche i corpi di donne incinte» (L., dal Gambia, 20 anni, testimonianza raccolta a bordo dell’Aquarius nell’Agosto 2017).

Insicurezza – «Il mondo deve sapere cosa sta accadendo in Libia, la situazione è drammatica. Le persone possono essere uccise per niente e se niente verrà fatto moriranno tutti » (A. e Y., 25 anni, dalla Libia, testimonianza raccolta a bordo dell’Aquarius nel settembre 2017).

Respingimenti – « Quando la Guardia costiera libica ci intercetta in mare e ci riporta a terra, ci viene detto che saremo rimpatriati nel nostro Paese. Quello che fanno invece è venderci a qualcun altro» (C., 20 anni, dalla Nigeria, testimonianza raccolta a bordo dell’Aquarius nel febbraio del 2017).

«Sono stato riportato in Libia tre volte. La prima, mi hanno intercettato in mare, arrestato e messo in prigione per sei mesi, la seconda sono stato in carcere per un mese. La terza volta, la marina libica e la polizia mi hanno arrestato e mandato per tre mesi in una prigione di Sabrata. (…) Ci hanno messo in piccole celle, in ognuna c’erano fino a 60 persone. Senza bagno, siamo stati costretti a fare i nostri bisogni a terra. Lo stesso posto dove dormivamo. Le guardie portavano il cibo in un piatto e lo mettevano sul pavimento. Doveva bastare per circa venti prigionieri. Ci picchiavano coi cavi elettrici. Per uscire di là dovevi pagare. Per la mia liberazione hanno chiesto 480 euro. Il prezzo cambia a seconda della persona. In Libia è impossibile vivere, è impossibile scappare, è impossibile tornare nel proprio Paese» (B., dalla Sierra Leone, testimonianza raccolta a bordo dell’Aquarius nel settembre 2017).

Negli ultimi dodici mesi SOS MEDITERRANEE ha ripetutamente denunciato la mancanza da parte dell’Unione europea di soluzioni adeguate alla crisi umanitaria e ripetutamente ha sollecitato i leader europei a riconsiderare la posizione assunta a Malta nel febbraio 2017.

SOS MEDITERRANEE rinnova il proprio appello affinché siano incrementati in modo significativo i mezzi di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale, affinché sia assicurato che le persone soccorse vengano condotte in un porto sicuro secondo il diritto internazionale, affinché sia data priorità alla tutela della vita e della dignità, anche in mare, e cessi la criminalizzazione delle Ong, il cui unico scopo è quello di salvare vite nel Mediterraneo.

« Malgrado l’assenza di reazioni da parte dei leader Europei mentre alle porte dell’Europa sono in gioco i principi fondamentali ed i valori umanitari, SOS MEDITERRANEE non può accettare di veder morire in mare esseri umani né di vedere le persone riportate in Libia quando le loro imbarcazioni sono intercettate dalla Guardia costiera libica. Ora più che mai è necessario che l’Aquarius resti nel Mediterraneo centrale per soccorrere coloro che cercano di fuggire dall’inferno, per proteggerli e per continuare a testimoniare la realtà vissuta da uomini, donne e bambini in cerca di protezione», ha dichiarato Valeria Calandra, presidente di SOS MEDITERRANEE Italia