Accordi con la Libia, respingimenti e detenzione amministrativa. Adesso è tempo di bilanci.

di Fulvio Vassallo Paleologo

La vicenda elettorale siciliana, e le grandi manovre già in corso per le prossime elezioni politiche, hanno sostanzialmente oscurato il fallimento di tutti i piani del governo, per inasprire le misure di contrasto dell’immigrazione irregolare, in modo da aumentare la capacità di deterrenza verso coloro che guardano all’Europa come unica possibilità di salvezza, e non certo come una scelta libera. Gli sbarchi che sembravano fortemente diminuiti nei mesi di agosto e settembre, hanno subito una nuova impennata nel mese di ottobre, e i naufragi che non erano mai cessati del tutto, anche se venivano sistematicamente nascosti, sono ripresi con una cadenza ormai periodica. Magari in acque internazionali, sempre più lontano dalla costa della Libia, spesso in prossimità delle piattaforme petrolifere offshore che sono l’unico punto di riferimento per chi si allontana da terra verso il mare aperto, verso nord, verso l’unica prospettiva di salvezza che rimane.

La Guardia costiera libica, sempre più coordinata con la Marina italiana, arriva a riprendere le persone in acque internazionali, dove prima operavano le ONG. Ma i porti di partenza si sono diversificati, e non è facile per nessuno controllare migliaia di chilometri di costa. Quando si riesce ad intervenire si usano anche bastoni e fruste, tutti i mezzi sono buoni per convincere i migranti ad interrompere la loro fuga ed a risalire su una motovedetta libica.

Non sempre il “coordinamento” con la Marina italiana, previsto dai Protocolli operativi, garantisce la salvezza di chi viene bloccato in acque internazionali. Come si è verificato appena due giorni fa nel corso di un evento SAR coordinato dalla Guardia costiera italiana, ed operato da un mezzo di una ONG, la tedesca Sea Watch. Immagini terribili ed inequivocabili che hanno fatto il giro del mondo.

Tutte le misure di contrasto , e gli accordi con chi usa forme violente di arresto e di detenzione, sembrano giustificabili in nome di una risposta alle richieste di sicurezza che sarebbero espresse da una parte della popolazione, come se una vera sicurezza non potesse provenire da un rispetto rigoroso delle Convenzioni internazionali e delle norme dello stato di diritto.  Come se la sicurezza fosse messa a rischio dai migranti che sono soccorsi nelle acque del Mediterraneo centrale, tra cui – si sostiene – si potrebbero infiltrare addirittura terroristi. Una prospettiva che si capovolge se solo si guarda un poco più a sud dei nostri “sacri” confini.

Nel principale paese dal quale continuano a partire i migranti, la Libia, le condizioni di vita sono così precarie, con il rischio continuo di venire sequestrati o  torturati, se non uccisi, che le persone accettano qualsiasi rischio in mare pur di avere una possibilità di fuga, sempre a caro prezzo si intende. Questo le ONG, sotto attacco la scorsa estate, lo avevano denunciato con chiarezza.

Di certo chi si imbarca sui gommoni o sulle fatiscenti imbarcazioni che partono sulla Libia, oltre i pochi casi di rimpatri volontari, non ha alcuna possibilità di scelta, neppure di rientrare nel proprio paese, perché in uscita dalla Libia le frontiere sono sbarrate, e perché chi si trova sulla costa del Mediterraneo, non ha alcuna possibilità di ritornare autonomamente sui propri passi, sia pure per raggiungere il Niger o il Sudan. Basti pensare al destino delle 26 ragazze, sbarcate ornai cadaveri, nel porto di Salerno. Che possibilità di scelta hanno avuto prima di essere imbarcate sul quel gommone che poi le ha soffocate, richiudendosi e riempendosi di acqua a causa del troppo tempo trascorso in mare? Erano tutte giovanissime, probabilmente già condannate in Libia al mercato della prostituzione, eppure alcune ragazze come loro, con anni di permanenza in Italia, una volta diventate maggiorenni, sono state rimpatriate in Nigeria, dopo tutti gli orrori che avevano subito. Dopo lo sbarco dei cadaveri a Salerno è rimasta soltanto una eco lontana di indagini della magistratura, come se i loro aguzzini si trovassero a bordo del gommone affondato, e non fossero invece coloro che li avevano costrette ad intraprendere quella traversata. Alla fine la solita rimozione. Ormai per gli italiani non fa più notizia la morte di tante persone in mare, anzi qualcuno se ne compiace anche, nella più totale impunità.

Eppure proprio su questa possibilità di scelta libera si è impostata la differenziazione tra potenziali richiedenti asilo e “migranti economici”,per giustificare accordi con la Guardia costiera che risponde agli ordini del governo Serraj a Tripoli, e con i capi di una parte delle milizie. Milizie che in passato controllavano i territori, anche al fine di garantire la funzionalità degli impianti estrattivi,e  che  profittavano del traffico di esseri umani che nel tempo è diventato la prima attività economica (seppure illecita) in Libia. Adesso in Libia, dopo l’ultimo vertice del Cairo, è in corso un generale rimescolamento di alleanze, e questo potrebbe avere influito sulle più frequenti partenze dei barconi diretti verso le acque internazionali.

Dopo l’avvio della cooperazione operativa tra la Marina militare italiana e la Guardia costiera di Tripoli, avvenuta nei primi giorni di agosto, in singolare coincidenza con il sequestro della nave Juventa della ONG tedesca Jugend Rettet, si è avuto un primo periodo di forte diminuzione delle partenze dalla costa libica, non tanto per la maggiore possibilità di intervento concessa alle motovedette libiche, anche in acque internazionali,o per il ritiro delle ONG, ferme a Malta, ma soprattutto per il repentino cambio di casacca di alcuni trafficanti, che attraverso le milizie che controllavano o con le quali erano alleati, diventavano a loro volta guardie di frontiera, ricevendo una prima manciata di danaro che li rendeva disponibili a bloccare, da terra, le partenze.

Le stragi di questi giorni, dopo la prevedibile ripresa delle partenze di massa , impongono un bilancio delle politiche del governo italiano dopo tre mesi di operatività degli accordi con la guardia costiera di Tripoli, corrispondenti ai mesi nei quali si è fatta più pesante la pressione sulle ONG che si ostinavano a restare operative in acque internazionali, sulla rotta del Mediterraneo centrale, per tentare comunque di salvare il maggior numero di vite possibile.Dopo Medici senza Frontiere, all’inizio di settembre abbandonava la zona SAR libica l’organizzazione maltese MOAS, che pure aveva firmato il Codice di condotta Minniti, con una dichiarazione durissima nella quale si affermava di non volere collaborare con la politica dei respingimenti predisposta dalle autorità italiane anche se di fatto affidata ad unità libiche, perchè non era chiaro quale fosse la sorte dei migranti riportati in Libia. 

Nel mese di ottobre l’avanzata delle forze di Haftar verso Tripoli, la caduta di Zawia e di altri snodi strategici finiti fuori dal controllo delle milizie fedeli a Serraj, hanno modificato il quadro militare a terra, e potrebbero essere la causa più forte della ripresa assai consistente delle partenze da località anche molto distanti tra loro, segno di un mutamento delle rotte,  che si è verificata proprio nell’ultimo mese, a seguito del capovolgimento di fronti in Libia.

Nelle acque del Mediterraneo centrale invece, da parte della Guardia costiera fedele a Serraj, si intensificavano quelle operazioni di intercettazione  dei barconi partiti dalla costa che erano già state avviate lo scorso anno, anche con semplici gommoni militari con pattuglie armate, da quando le navi europee dell’agenzia Frontex e della Marina italiana (operazione Mare Sicuro) si erano ritirate più a nord, a difesa delle piattaforme petrolifere offshore, e dei relativi mezzi di servizio, lasciando esposte agli attacchi dei libici  le navi umanitarie impegnate in attività di ricerca  e salvataggio sotto il coordinamento della Guardia costiera italiana. Gli incidenti non erano mancati già nel corso del 2016. Sparatorie per allontanare le navi delle ONG ed un tentativo di sequestro di due operatori umanitari.

A maggio di quest’anno i libici avevano sparato pure su una motovedetta italiana. Forse non avevano partecipato abbastanza ai corsi di formazione impartiti da ufficiali italiani e di Eunavfor MED a bordo della Garibaldi. A partire dal mese di agosto di quest’anno le attività della sedicente Guardia costiera libica si erano estese molto più a nord che in precedenza, e si era permesso ai libici, proprio in virtù degli accordi del 2 febbraio di quest’anno, di arrivare a dichiarare la loro zona SAR fino a 80-90 miglia dalla costa, come se si fosse trattato di acque territoriali, nelle quali potevano impedire il passaggio di altre navi, seppure impegnate in attività di ricerca e salvataggio. In violazione del diritto internazionale che non stabilisce le zone SAR per interdire o fare interdire il transito inoffensivo in acque internazionali. Ancora un grave incidente causato dai libici in quelle stesse acque internazionali lo scorso settembre.

Su questo evidente illecito internazionale, scaturito dalle intese intercorse tra il governo Serraj e il governo italiano, supportate dall’Unione Europea, si è portata avanti la cooperazione operativa  in mare, cogestita da un centro unico di coordinamento italo-libico, stabilito da un apposito Protocollo del 2007 ( poi ripreso dal Trattato di amicizia del 2008), dal quale partivano istruzioni per le rispettive guardie costiere, non senza ritardi ed equivoci che hanno determinato attacchi ingiustificati. Come se la Libia di Ghedafi che aveva firmato quelle intese avesse la stessa continuità territoriale e politica del governo Serraj , si potrebbe dire “asserragliato” nella roccaforte di Tripoli e difeso da milizie sempre meno affidabili, oltre che dalla presenza militare europea ed internazionale.

Era quindi scontato che”incidenti” gravi potessero ancora verificarsi, meglio veri e propri attacchi deliberati per fermare le imbarcazioni in fuga verso nord, anche  a costo di mettere a repentaglio la vita delle persone che vi erano imbarcate. Come quello che si è verificato da ultimo con l’abbordaggio di un barcone che veniva soccorso da una unità di una ONG (Sea Watch), inviata per operare attività SAR dalla Guardia costiera italiana, ma contrastata da un mezzo della Guardia costiera libica “alleato” della Marina italiana. Tutto questo è avvenuto sotto gli occhi del comando di una unità francese, distante qualche centinaio di metri, appartenente all’operazione EUNAVFOR MED.che ha contribuito al soccorso, per poi dileguarsi trasferendo quattro salme a bordo di Aquarius un’altra nave di una ONG.  Più assiduo certo l’impegno di EUNAVFOR MED nelle attività di formazione della Guardia costiera libica, in collaborazione con la Guardia di finanza italiana, la stessa arma che nel 2009 eseguì i respingimenti collettivi nel porto di Tripoli, poi oggetto di una condanna dell’Italia da parte della Corte Europea dei diritti dell’Uomo( caso Hirsi).  A volte ritornano. Magari con l’avallo di qualche decisione del Consiglio e della Commissione Europea, sempre decisioni informali naturalmente, prive di natura legislativa, spesso non paper, come si dice in gergo, input politici ai paesi membri, che poi devono eseguire se non vogliono finire strozzati per le compatibilità di bilancio. Come è successo alla Grecia e potrebbe sempre succedere anche all’Italia. E rimangono oscuri i tanti rivoli dei finanziamenti che da Bruxelles arrivano in territorio libico.

Attività aggressive della sedicente Guardia costiera “libica”, anche se con risvolti meno tragici, si erano già verificati nelle settimane precedenti, ma per quanto denunciati alla Corte Penale internazionale che sta indagando più in generale sui crimini commessi ai danni dei migranti in Libia ,erano stati generalmente sottovalutati dai vertici politici, malgrado gli allarmi tempestivamente lanciati da parte delle poche navi delle ONG che erano ancora rimaste, dopo avere firmato il Codice di condotta Minniti, a svolgere attività di ricerca e soccorso ad una distanza doppia dalla costa, rispetto ai primi mesi dell’anno, operando a 30-50 miglia dal limite delle acque territoriali libiche ( 12 miglia dalla costa, circa venti chilometri). Da parte della Guardia Costiera libica non erano mancati attacchi proprio contro mezzi di una ONG tedesca che stavano operando attività di ricerca e salvataggio. Se qualcuno fosse intervenuto davvero, a giugno scorso, per impedire che i guardiacoste  di Tripoli aprissero il fuoco o ostacolassero violentemente gli operatori umanitari  durante operazioni di soccorso, gestite ben fuori dalle acque territoriali libiche da mezzi delle ONG sotto il controllo del Comando della guardia costiera italiana, oggi forse non dovremmo contare tutti questi morti e  questi dispersi. Con le pressioni sulle ONG e con il loro allontanamento si è preferito invece lasciare spazio libero in acque internazionali per le scorribande delle motovedette libiche, in nome di una malintesa deterrenza  delle partenze, e dunque degli sbarchi, che queste avrebbero potuto esercitare su delega delle autorità italiane con le quali avevano concluso accordi e con le quali avevano partecipato ad attività di formazione congiunta.

( L’Avvenire) C’è anche la rediviva Guardia costiera libica nel mirino della Corte penale internazionale dell’Aja. L’ufficio del procuratore internazionale sta acquisendo documenti, filmati, testimonianze, rapporti d’intelligence che accusano i guardacoste di Tripoli, recentemente riforniti da mezzi navali italiani, di «crimini contro l’umanità».
L’ultimo episodio acquisito nel fascicolo d’indagine è di un mese fa, quando un pattugliatore libico aprì il fuoco, ad altezza d’uomo, contro un vecchio peschereccio carico di migranti. Nel corso della sparatoria, il natante della Guardia costiera di Tripoli, tentò di speronare la nave di una organizzazione umanitaria tedesca intervenuta per soccorrere i migranti.

La maggior parte delle navi umanitarie in quel periodo si era nel frattempo ritirata, o si era allontanata dalle acque libiche, stazionando in prevalenza sulla linea di confine tra Libia e Tunisia ( Sea Fuchs e Sea Eye). Soltanto di recente la Sea Watch ha firmato il codice di condotta ed ha potuto riprendere le attività di ricerca e salvataggio in acque internazionali sotto il coordinamento della Guardia Costiera italiana. Vediamo adesso con quali conseguenze. Forse non tutte la Guardia costiera di Tripoli, o le altre milizie armate che si fanno Guardia costiera di fronte alle città che controllano, erano state avvertite in tempo.

Mentre le motovedette libiche ritornavano sempre più spesso a terra con il loro carico umano da rigettare nei centri di detenzione, donne e bambini compresi, a terra la situazione mutava rapidamente perché le milizie fedeli al generale Haftar, uomo forte del governo di Tobruk, sostenuto dagli egiziani e dai russi, nonché in precedenza sostenuto anche della CIA, battevano sul campo le nuove guardie di frontiera che avevano sigillato per due mesi le coste di Zawia e Sabratha, e permettevano una ripresa su scala territoriale molto più ampia delle partenze, come si è potuto verificare nel mese appena trascorso di ottobre. I finanziamenti italiani ed europei erano finiti evidentemente nelle tasche di chi non riusciva più a controllare il territorio, ed altre milizie si preparavano a presentare il loro conto ai negoziatori europei che cercavano di garantire al contempo la sicurezza degli impianti estrattivi, sempre più spesso paralizzati, ed un contrasto efficace, da terra, l’unico possibile, delle partenze dei barconi diretti verso l’Italia.

Zawia sembrava  così diventare il centro di una contesa militare che aveva importanti risvolti criminali ed economici. Con il tempo si scopriva anche come proprio da  Zawia alla Sicilia ci fossero ben altri movimenti (finanziari) che per anni tutti hanno ignorato. Stranamente cambiano gli equilibri a Zawia e vengono a galla affari di contrabbando e mafia. Ed i giornalisti scomodi saltano in  aria, vittime di attentati mafiosi coperti da complicità a tutti i livelli, come è successo per Daphne Caruana Galizia a Malta. Qualcuno dovrebbe proprio interrogarsi su cosa si intende per legalità in quella regione tanto vicina a Malta ed alla Sicilia,  e sulla legittimazione di chi stringe accordi finanziati dall’Unione Europea. In Libia chi controlla le vie del petrolio controlla anche il traffico di migranti. Non è una tesi da provare, è una conseguenza naturale dei rapporti di forza su quei territori.

An engineer stands at the Az Zawiya oil refinery, in Az Zawiya outside of Tripoli, Monday, August 29, 2011. Photographer: Shawn Baldwin/Bloomberg

Dopo l’arrivo dei finanziamenti provenienti anche dal fondo europeo Africa Trust, i trafficanti più importanti di Sabratha, da dove partiva la maggior parte dei barconi diretti verso l’Italia, sono stati di fatto arruolati tra le forze di sicurezza che dovevano impedire le partenze, e naturalmente le partenze sono fortemente diminuite. Dietro il paravento dell’attacco alle ONG si era stretto un legame di complicità con chi aveva fino ad allora garantito il controllo del territorio e dunque gestito il traffico di esseri umani. I ras del traffico diventavano improvvisamente capi delle guardie di frontiera o loro alleati.

Forse, a colludere con i trafficanti non erano le ONG ma organizzazioni criminali a noi ben note. Si riteneva comunque più importante aumentare la capacità di deterrenza dei mezzi impiegati dalla sedicente Guardia Costiera libica, che in realtà concentrava i propri interventi nella zona più vicina a Tripoli (Garabouli) e Zawia, con modalità tali da mettere a rischio la vita dei migranti bloccati in alto mare, in acque internazionali, a distanze sempre più elevate dalla costa, con barconi al limite dell’affondamento e con persone esauste dopo giorni di abbandono in mare.  Piuttosto che gettare subito in mare mezzi di galleggiamento e di fornire ai naufraghi giubbetti di salvataggio, i libici si avvicinano  con modalità aggressive, ad alta velocita, tanto da sollevare onde che possono fare affondare definitivamente le imbarcazioni “soccorse”, all’unico fine di  riportare le persone “salvate” in mare nei centri di detenzione a terra. Si calcola che nella sola zona di Sabratha ci siano almeno 20.000 migranti intrappolati per effetto del blocco derivante dagli accordi delle milizie con il governo italiano. Molti potrebbero essere stati spostati, ma altri potrebbero essere arrivati a prendere il loro posto. E non si contano più i corpi dei migranti che si arenano sulle coste libiche e finiscono nelle fosse comuni.

Qualcuno si era illuso che il patto con i trafficanti libici potesse funzionare. Che l'”invasione” potesse essere fermata.Invece, una volta fatte fuori le ONG, il carico più gravoso dei soccorsi è passato sulle navi militari delle missioni Frontex ed Eunavfor Med, come la spagnola Cantabria. Questo indirizzo di maggiore deterrenza corrispondeva anche ad un incremento dei casi di barconi che, su ordine del Comando centrale della Guardia costiera italiana, pur essendo nella portata operativa dei mezzi delle ONG  presenti in acque internazionali, venivano lasciati alla mercé dei miliziani libici a bordo di motovedette che anteponevano evidentemente la finalità di arresto e di deportazione alla salvaguardia della vita umana in mare, imposta dalle Convenzioni internazionali.

La Libia titolare della zona SAR riconosciuta dalle Convenzioni internazionali è una finzione politica, e le motovedette di Serraj, per quanto mantenute dai tecnici presenti a bordo di una nave militare di stanza nel porto di Tripoli, possono bloccare sporadicamente qualche barcone, ma non possono garantire quella attività di ricerca e salvataggio imposta dalle Convenzioni internazionali. Che dunque, per effetto delle stesse convenzioni, non può che competere al paese competente per la zona SAR confinante, atteso che Malta non ha evidentemente i mezzi, e lo ha dimostrato in numerose occasioni, e neppure la volontà politica, di coprire con propri mezzi la vastissima zona SAR che le assegnano le Convenzioni internazionali. Tutto questo il ministro Minniti lo dovrebbe sapere bene, e dovrebbe affrontare questa emergenza sospendendo gli accordi con la Guardia costiera libica fino a quando non sarà garantito un place of safety per lo sbarco e un intervento rispettoso degli obblighi di salvataggio in mare. Tuttti ormai possono vedere cosa succede ai migranti dopo lo sbarco forzato nei porti libici, dopo che sono stati bloccati in mare, se non sono morti, sono di nuovo soltanto oggetti di scambio o di abuso, e basta. La presenza di UNHCR ed OIM allo sbarco, o in qualche centro “governativo”, si potrebbe chiedere di quale governo,non cambierà le cose se non per una minima parte di loro. Per tutti gli altri il ritorno in Libia non è salvezza ma condanna.

Dopo l’ultimo “incidente” costato la vita a cinque persone, tra cui un neonato disperso in mare sotto gli occhi della madre, appare gravissima la “equidistanza” con la quale il prefetto Morcone ha valutato l’intervento della Guardia costiera di Tripoli mentre era in corso un evento SAR coordinato dalla Guardia costiera italiana che aveva chiamato ad intervenire il mezzo più vicino la nave Sea Watch 3 della omonima ONG.

08/11/17 13:26

ADNK

MIGRANTI: MORCONE, DA ITALIA MAI UN RESPINGIMENTO IN LIBIA
”Tra ong Sea Watch e la guardia costiera libica, non stabilire a
priori buoni e cattivi”

Roma, 8 nov. – (AdnKronos) – “E” tutto chiaro: l”Italia ha aiutato e 
sta aiutando il governo libico legittimamente riconosciuto dall”Onu. 
Ma respingimenti in Libia non ne abbiamo mai fatti”. E” quanto tiene a
sottolineare il prefetto Mario Morcone, già capo dipartimento 
immigrazione del Viminale e capo di Gabinetto del ministero 
dell”Interno, consigliere del ministro Marco Minniti, intervenendo 
nella sede dell”Anci alla presentazione del Rapporto sulla protezione 
internazionale in Italia.

Chiarisce Morcone: “Se è stato riportato in Libia un alto numero di 
persone, ciò è stato fatto dalla Guardia costiera libica, che è una 
istituzione del Consiglio presidenziale della Libia. Ma l”Italia non 
ha mai portato a terra in Libia nessun migrante. Mai”.

Quanto al caso sollevato da Sea Watch circa violenze subite dai 
migranti dalla Guardia costiera libica, il prefetto replica: “Questo è
quanto dice Sea Watch ma bisogna anche ascoltare quanto dice la 
Guardia costiera libica. Noi non crediamo a priori né a Sea Watch né 
alla Guardia costiera libica e non stabiliamo aprioristicamente chi 
sono i buoni e chi sono i cattivi, perché c”è molto da discutere su 
chi effettivamente sia buono e chi effettivamente sia cattivo”.

(Bon/AdnKronos)
08-NOV-17 13:26

Il Prefetto Morcone attacca, nella stessa occasione, i volontari della organizzazione tedesca Sea Watch ed ancora una volta  Amnesty International , “rea” di avere denunciato quanto avveniva due anni fa negli Hotspot siciliani, in particolare a Pozzallo, e non si trattava soltanto dell’uso dei manganelli, ma di altri abusi facilmente documentabili, come la detenzione priva di titoli giustificativi protratta per settimane, rilevata anche dalla Commissione di inchiesta della Camera sui centri per stranieri. Certo, se i manganelli usati a Pozzallo nel 2015 sono stati fati sparire rapidamente, le immagini dei bastoni usati dai libici per “soccorrere” i migranti bloccati a bordo dei gommoni, non si potranno nascondere con la stessa facilità. Dalla motovedetta libica non sono stati neppure lanciati giubbetti di salvataggio, di questo qualcuno dovrà pure renderne conto.

Nei confronti dell'”incidente” avvenuto in acque internazionali a seguito dell’intervento di una motovedetta libica durante una operazione di salvataggio coordinata dalla Guardia costiera italiana ed affidata alla ONG tedesca Sea Watch, a seguito del quale sono morte cinque persone, e tante altre risultano disperse, con le posizioni di “equidistanza” del Viminale si legittimano le modalità di intervento della sedicente Guardia costiera libica, nota da tempo per l’uso dei bastoni per comunicare con i migranti e costringerli a fermare il loro tragitto di fuga per poi caricarli a bordo con le modalità più violente. Sono immagini che sono state ampiamente diffuse, ma che al ministero dell’interno, evidentemente, nessuno vuole considerare.

La risposta più forte, alle insinuazioni del prefetto Morcone, la daranno i sopravvissuti, testimoni di quella che si sta rivelando come una vera e propria strage.

09/11/17 14:01     ANSA

++ Migranti: testimoni, 50 in mare in naufragio di lunedi” ++
Finora bilancio era di almeno cinque morti
(ANSA) – RAGUSA, 9 NOV – Potrebbero essere 50 i migranti scomparsi in mare nell”ultimo naufragio avvenuto nel canale di Sicilia il 6 novembre scorso: finora il bilancio era di almeno
cinque vittime. Lo scafista potrebbe essere morto o essere stato salvato dalla Guardia Costiera libica. Lo dice la polizia di Ragusa dopo aver ascoltato le dichiarazioni dei superstiti nell”ambito delle indagini dello sbarco, avvenuto ieri a Pozzallo (Ragusa) di 59 migranti e del cadavere di un bambino portati dalla nave dell”Ong Sea Watch. (ANSA).

Non basta dire che l’Italia non effettua respingimenti collettivi, si rileva ogni giorno di più come per effetto degli accordi stipulati con il governo di Tripoli quei respingimenti collettivi, operati in acque internazionali, siano “delegati” alla Guardia costiera libica, che mai potrebbe effettuarli se l’Italia non avesse dato le motovedette, ed inviato una nave militare  a Tripoli , e poi un’altra della Marina ad Abu Sittah, per curare la manutenzione delle motovedette libiche, e allestito un coordinamento comune volto al blocco delle persone in acque internazionali e non al loro soccorso ed alla loro riconduzione in un qualsiasi porto sicuro, che non è certo un porto libico. Sono noti e documentati infatti i costi umani derivanti dalla riconduzione in Libia di persone già esposte ad ogni tipo di abusi, le testimonianze si vanno aggiungendo giorno dopo giorno. E nessun prefetto le potrà smentire. L’Italia, con gli accordi bilaterali stipulati con Serraj a febbraio, e con le prassi operative che ne sono seguite,  sta solo “aggirando” il divieto di respingimenti collettivi in mare per cui è stata già condannata nel 2012 dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo ( caso Hirsi).

Lybien Coast Guard speeding up with people still hanging at the hull of the ship

La posizione del Prefetto Morcone tiene evidentemente conto dei rapporti di alleanza con la Guardia costiera di Serraj, derivante dagli accordi del 2 febbraio di quest’anno, e risponde alle farneticanti accuse contro l’equipaggio di operatori umanitari impegnati in attività di soccorso, accuse, smentite da immagini che non si potranno cancellare.  Eppure  queste accuse, i vertici della  stessa Guardia costiera “libica”, le hanno rilanciate nella mattina di martedì 7 novembre in coincidenza con i dubbi insinuati da una parte della stampa italiana, come se fossero frutto della stessa ispirazione.

La Guardia costiera di Tripoli che nel pieno della campagna del fango contro le ONG, la scorsa estate, rilanciava le accuse già formulate da precisi settori della destra europea ed italiana, oggi torna di nuovo all’attacco delle ONG, sulle stesse tesi già sostenute dai servizi di informazione e dagli agenti italiani infiltrati a bordo delle navi umanitarie, secondo i quali dalle navi delle ONG venivano lanciati segnali luminosi diretti verso la costa libica per attirare le imbarcazioni cariche di migranti. Come se di notte fosse possibili procedere a lume di candela, ad operazioni di ricerca e soccorso, peraltro coordinate, anche allora e ben prima del Codice Minniti, dal Comando centrale della Guardia costiera e dalla nave di Save The Children “Vos Hestia”, che fungeva da coordinatore SAR in mare. Ad oggi anche il Comandante di questa nave sulla quale erano imbarcati gli agenti di polizia infiltrati come security ed autori delle denunce contro la Juventa, risulta indagato e la nave, prima di essere ritirata, è stata oggetto di una perquisizione nel porto di Catania. Risultavano evidenti già allora, come oggi, per le stesse tempistiche e modalità comunicative, i rapporti tra i vertici della Guardia costiera tripolina e ambienti bene identificati dei servizi di informazione, che hanno formulato le stesse accuse mosse dal capo della stessa Guardia costiera di Tripoli, poi riprese nel provvedimento di sequestro della nave Juventa. 

I grandi mezzi di informazione italiani hanno sistematicamente omesso il dato fondamentale che le attività delle ONG  coinvolte nelle attività di ricerca e salvataggio nella rotta del Mediterraneo centrale, sono, e lo erano anche prima delle denunce e della imposizione del Codice Minniti, coordinate dal Comando centrale del Corpo della Guardia Costiera, che corrisponde al ministero dei trasporti, e non al ministero della difesa o dell’interno. L’accusa che le ONG fossero colluse con i trafficanti libici  si è rivelata una clamorosa menzogna, a parte il caso della nave Juventa, sequestrata ad agosto a Lampedusa, per la quale sono stati determinanti le accuse raccolte da agenti di una società privata di sicurezza, imbarcati a bordo di un’altra nave umanitaria, che hanno in realtà agito come agenti sotto copertura. Una vicenda torbida che la magistratura dovrebbe chiarire con la massima rapidità. Gli episodi contestati sono soltanto tre, e le prove raccolte appaiono già contraddittorie, al punto che uno dei gommoni di servizio che avrebbero trainato i barconi dei migranti dopo il soccorso, per “restituirli” ai libici, in realtà per allontanarli dalla rotta delle navi, era proprio un gommone appartenente alla stessa nave ( si Save The Children) sulla quale erano imbarcati gli agenti autori della denuncia. Su altre migliaia occasioni di intervento non è venuta fuori nessuna prova che potesse supportare la campagna di fango imbastita per mesi contro le ONG.

Anche davanti a decine di vittime, in realtà oltre cento morti in soli quattro giorni di novembre, di fronte al dolore inaudito di chi ha visto scomparire in mare  i propri figli per effetto di un ritardo o di un conflitto durante gli interventi di soccorso, non è mancato chi ha fatto esercizio di ipocrisia, giungendo a negare che il nostro paese non effettua più respingimenti collettivi diretti, come quelli condannati dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo, nel 2012 ( per i respingimenti effettuati nel 2009 dalla motovedetta Bovienzo della Guardia di Finanza, con la riconsegna ai libici, nel porto di Tripoli, delle persone intercettate in acque internazionali a 50 miglia a sud di Lampedusa).

Il governo italiano ha evidentemente una nozione della legalità internazionale che piega alle esigenze elettorali, alla  logica della ricerca del “consenso” ad ogni costo, alla necessità di dimostrare rigore nelle politiche di controllo delle frontiere esterne, nel tentativo di difendere forse il miserabile successo estivo del decremento di partenze dalla Libia, ottenuto in nome della lotta ai trafficanti, ma che ha avuto come effetto diretto ed immediato quello di intrappolare nei centri di detenzione in Libia, esposti a torture sempre più atroci, migliaia di persone che non hanno potuto trovare altre vie di scampo. Il silenzio dell’Unione Europea di fronte a questo scempio ne segna la condanna definitiva.

Anche quando l’Unione Europea risponde i toni sono sempre evasivi. Il ruolo delle ONG era e rimane essenziale, ma a queste condizioni non potranno più proseguire le loro attività di ricerca  e salvataggio in acque internazionali. Toccherebbe agli stati provvedere al soccorso in mare nelle zone SAR di loro competenza, o nelle quali comunque sono chiamate ad intervenire quando altri non garantiscono il rispetto delle Convenzioni internazionali. Fino a quando non saranno aperti canali legali di ingresso, con la concessione di visti di ingresso per motivi umanitari, non certo nelle misure simboliche che si riscontrano oggi, che pure hanno un valore, ma che non possono essere strumentalizzate da nessuno per giustificare i respingimenti o la detenzione in Libia di centinaia di migliaia di persone. Oltre le strumentalizzazioni, un grande silenzio di giornalisti,intellettuali, dopo mesi di talk show infuocati contro le ONG, contro chi praticava solidarietà. L’immigrazione non è più argomento da prima pagina, neppure quando ci sono decine di morti. E nessuno può approfondire un servizio televisivo  fino a ricercare le cause profonde del decesso di tante persone, o delle condizioni miserevoli nelle quali arrivano i sopravvissuti, forse si potrebbe arrivare a ricostruire una catena di responsabilità che porta troppo in alto. Meglio il silenzio.

Le autorità italiane governo italiano violano al contempo la legalità internazionale ed il dettato costituzionale, e forse per questo si ritiene di giustificare i respingimenti collettivi affermando che si tratta di operazioni di ripresa in acque internazionali da parte delle unità libiche, senza fare trasparire il coordinamento operativo congiunto derivante dagli accordi dei 2 febbraio scorso e dai numerosi  Protocolli operativi riesumati anche dal lontano passato, se pensiamo al richiamo che, negli accordi più recenti, viene fatto al Trattato di amicizia tra Ghedafi e Berlusconi del 2008, ed ai Protocolli operativi comuni, sottoscritti nel 2007 con gli auspici di D’Alema e Prodi, ed a firma di Giuliano Amato allora ministro dell’interno.

Se poi andiamo a guardare cosa succede nel nostro territorio dopo lo sbarco delle persone che vengono sbrigativamente definite come “migranti economici”, dunque da respingere o da espellere immediatamente, anche prima di ricevere informazioni sul loro status, magari prima di potere chiedere una qualsiasi forma di protezione internazionale, possiamo davvero trovare conferma di una violazione diffusa della legalità costituzionale, e della normativa interna ed europea. Basti pensare alla violazione dei diritti di difesa ed al controllo giurisdizionale della limitazione della libertà personale, sancito dall’art. 13 della Costituzione e dall’art. 5 della CEDU. La condanna della Corte Europea dei diritti dell’Uomo nei casi Khlaifia e Richmond Yaw sembra non avere insegnato nulla all’attuale governo italiano.

Gli Hotspot rimangono ancora zone franche sottratte all’applicazione del diritto basato su leggi approvate dal Parlamento, luoghi da stato di polizia, se non spazi di eccezione in cui le persone sono pure entità materiali prive di diritti, come avviene ancora oggi, per settimane, negli Hotspot di Lampedusa e Taranto, riconvertiti ad una funzione espulsiva che in passato veniva esercitata nei CIE ( Centri di identificazione ed espulsione), oggi ridefiniti CPR ( Centri per i rimpatri). Centri nei quali è entrato anche il Garante per i diritti delle persone private della libertà personale.  Centri che oggi sono appena cinque, con una capienza complessiva di circa 400 posti, ma che ben difficilmente diventeranno 13 su tutto il territorio nazionale, come annunciato alcuni mesi fa dal ministro dell’interno Minniti, obiettivo che, per fortuna, non si è ancora concretizzato.

Un fallimento delle politiche governative e delle prassi di polizia che si riconferma poi con la “macchina di produzione” della clandestinità di massa, attivata con al consegna di migliaia di provvedimenti di respingimento “differito”, con  intimazione del Questore a lasciare entro sette giorni il territorio nazionale, magari all’uscita dell’Hotspot, a pochi giorni dallo sbarco, senza mezzi, senza documenti e senza informazioni, che pure sarebbero imposte dalla legge.

Certo le modalità brutali con le quali i libici intervengono in mare a costo di seminare morte non suscitano emozione, anzi inducono ad una prudente “equidistanza”, in chi ha accettato la pratica di violazioni arbitrarie della libertà personale e permette che con i respingimenti diretti, effettuati con i voli congiunti di rimpatrio, cogestiti con l’agenzia europea Frontex, si possano espellere o respingere persone destinate a paesi nei quali si praticano arresti arbitrari ed interrogatori sotto tortura, come l’Egitto, se non caratterizzati, come la Nigeria, da una diffusa corruzione.

Le sentenze dei tribunali italiani e qualche volta dei Tribunali europei non sono mancate, ed hanno permesso di salvare il destino di migliaia di persone colpite da provvedimenti amministrativi illegittimi. Come è noto in Italia, oltre la metà dei ricorsi contro i dinieghi di status e la maggior parte dei ricorsi contro i respingimenti differiti, si concludono con un esito favorevole per i ricorrenti.

Per chi si trova in Libia invece, o viene bloccato in acque internazionali e riportato verso un porto che non è certo qualificabile come “place of safety”, come sarebbe imposto dalle Convenzioni internazionali, sembra che mezzi di tutela giurisdizionale non ne esistano. Nessuno dei migranti che i libici considerano come “illegali” potrà rivolgersi ad un tribunale libico, e ancora più difficile, date le odierne condizioni di quel paese, sarebbe presentare un ricorso alle Corti internazionali. I funzionari dell’UNHCR, che pure operano sporadicamente in Libia, per motivi di sicurezza risiedono in Tunisia, cosa aggiungere, chi può ritenere che oggi la Libia è un paese terzo sicuro ? Per questo diciamo no all’invio delle ONG italiane nei campi di detenzione in Libia, ammesso che riescano davvero ad arrivarci. Altra esercitazione di falso umanitarismo che non sposta di un millimetro il giudizio sulle responsabilità del governo italiano a fronte dell’attuale situazione in Libia.

La Libia non è neppure un paese unitario in grado di garantire una minima sicurezza per le persone che le diverse milizie arrestano, meglio sequestrano, e spesso rivendono ai trafficanti, come è confermato da numerose testimonianze di chi è stato ripreso in mare, riportato a terra, ed è quindi riuscito a ripartire e ad arrivare in Italia. A un prezzo sempre più caro, come si vede dai segni che oggi la maggior parte delle persone che fuggono dalla Libia porta sul proprio corpo. Ma la Guardia costiera libica è alleata del nostro governo, e dunque meglio essere “equidistanti” quando abborda un gommone nel corso di una operazione SAR inizialmente coordinata dalla Guardia costiera italiana, e causa la morte di cinque persone, tra cui due neonati. Attacchi che hanno avuto numerosi precedenti, generalmente sottovalutati, come l’aggressione alla nave della ONG Lifeline, alla fine di settembre.

Noi non potremo essere mai “equidistanti” tra chi uccide e chi soccorre, e l’Europa che non può continuare a voltare le spalle alle richieste di aiuto che provengono dal Mediterraneo,  e non abbiamo bisogno di prove per verificare ancora le modalità di intervento della sedicente Guardia costiera libica, già sperimentata da anni, malgrado i corsi di formazione generosamente elargiti dalla Marina italiana e da Eunavfor MED, E ancora meno abbiamo bisogno di prove per verificare la portata dell’attacco sistematico e coordinato a vari livelli nei confronti delle ONG “colpevoli” di solidarietà, per volere proseguire nelle attività di ricerca e soccorso consentite a tutti sembra, in acque internazionali, meno che a quelle organizzazioni che, oltre a soccorrere, denunciano quanto vedono e le conseguenze degli accordi conclusi per fermare, davvero a qualsiasi costo, gli arrivi in territorio europeo. Occorrerebbe soltanto una grande missione internazionale di soccorso, e non di contrasto dell’immigrazione, un contrasto che vorrebbe colpire i trafficanti, ma che in realtà si accanisce soltanto sulle loro vittime. Di certo la missione europea EUBAM Libia non sta contribuendo ad aumentare la sicurezza dei migranti intrappolati nei centri di detenzione libici.

“Dal primo novembre ad oggi sono sbarcate in Italia 3218 persone, tra esse il 20% è rappresentato da donne e bambini. In questi sette giorni, si stima che siano morte oltre 30 persone. Com’era elementare prevedere, le politiche di chiusura e di respingimento si sono rivelate tragicamente inefficaci. Si deve voltare pagina. E intanto e da subito occorre riprendere l’iniziativa Mare nostrum – irresponsabilmente abbandonata – e si deve promuovere la più ampia presenza di imbarcazioni delle Ong nel Mediterraneo. Tutto il resto – missione italiana in Libia, accordi con i governi di quel paese, controllo dei confini – viene dopo”. (Luigi Manconi)

#caroministrominniti

” Caro ministro Minniti non abbiamo piu’ parole per esprimere il dolore e l’insofferenza civile per la fine tragica di tanti migranti sulla rotta libica. Malgrado siano diminuite le partenze continuano ad aumentare le vittime. Oltre 40 tra morti e dispersi, anche bambini, solo negli ultimi giorni sulla rotta del Mediterraneo centrale.
Crediamo che gli accordi conclusi con il governo di Tripoli, con la Guardia Costiera che vi corrisponde, e con alcune milizie che controllano o controllavano i luoghi di partenza, abbiano costi umani intollerabili, anche tenuto conto delle finalita’ che si volevano perseguire.
Vogliamo incontrarla per comunicare e condividere il dolore, le immagini, i racconti, di persone che non sono riuscite ad arrivare vive in Italia o che sono state soccorse e sbarcate vive nel nostro paese, ma con segni indelebili nel corpo e nello spirito, per le torture ed i trattamenti degradanti subiti in Libia.
Gli accordi bilaterali, o le intese assunte a livello europeo, non possono violare il diritto internazionale, recepito anche in Italia, che garantisce i diritti fondamentali a tutte le persone, a partire dal diritto alla vita, indipendentemente dalla loro provenienza e condizione giuridica.
Speriamo che voglia ascoltare almeno chi porta soltanto una storia da raccontare, una testimonianza, in nome di chi non ha piu’ voce, per chiedere la fine di accordi e protocolli operativi che stanno uccidendo e ferendo migliaia di persone”.

Fulvio Vassallo Paleologo