Soccorsi e stragi sotto silenzio elettorale. Ancora morte sulla rotta libica.

di Fulvio Vassallo Paleologo

Le partenze di massa dalla Libia sono riprese, e chi parte ( o meglio, viene fatto partire) non  ha altre occasioni per salvare la vita. Si fugge dall’inferno dei centri di detenzione pur sapendo che si rischia di annegare in mare. Del resto che il blocco della rotta libica non tenesse, lo avevano previsto anche gli analisti di Frontex.  nel frattempo però, dopo gli accordi con la Guardia costiera di Tripoli, si è diradata la presenza di navi nelle acque internazionali più vicine al limite delle acque territoriali libiche, ed i soccorsi sono ritardati e spesso inefficaci. I libici sono arrivati al punto di tentare il sequestro di una nave umanitaria in acque internazionali, mentre era in corso un operazione di soccorso, ma altre volte hanno ceduto il passo agli interventi della Guardia costiera italiana. Come funziona il “coordinamento operativo” previsto dagli accordi bilaterali stipulati tra il governo di Tripoli e il governo italiano ?  Di certo le navi militari non bastano, si è costretti ad impiegare anche le poche navi umanitarie delle ONG che sono rimaste (la ONG tedesca Sea Watch ha appena firmato il Codice di condotta Minniti ed ha mantenuto operativa la sua nave più grande la Sea Watch 3), resistendo alla campagna di fango che, a partire dalla fine dello scorso anno, si è abbattuta su chi salvava vite nel Mediterraneo centrale, con una coda giudiziaria dagli esiti imprevedibili. Unico dato certo oggi, non era la presenza delle ONG a costituire un “fattore di attrazione” per le partenze dalla Libia, che adesso, dopo l’allontanamento della maggior parte delle navi umanitarie, sono riprese con le stesse cadenze dei mesi iniziali di quest’anno.

Cambiano solo i punti di partenza, non più concentrati nella zona di Sabratha, ma  spalmati su un tratto di costa di almeno 800-1000 chilometri da Zuwara a Misurata, in pratica tutta la Tripolitania. Non si parte invece dalla Cirenaica, per ragioni geografiche, maggiore distanza dalle isole siciliane e da Malta, e politiche, per il maggior controllo che le truppe del generale Haftar possono esercitare sulle milizie delle città  più orientali del paese nelle quali prospera comunque il contrabbando di petrolio e rimangono focolai di guerriglia. Il processo di pacificazione sostenuto dalle Nazioni Unite e dall’Unione Europea sembra giunto ad un punto morto.

Il fronte del contrasto militare dell’immigrazione “illegale” dunque si allarga, la sedicente Guardia Costiera libica continua ad intervenire, ed in qualche caso, su decisione del Ministero dell’interno che controlla il Comando centrale della Guardia Costiera italiana (IMRCC), sottrae alla libertà uomini, donne e bambini che sarebbero alla portata dell’intervento di una nave umanitaria, o di un mezzo della Guardia Costiera italiana. Ma che, per ordine del Comando centrale di Roma, vengono abbandonati all’intervento dei guardia coste libici, con i mezzi restituiti da Minniti e assistiti nella manutenzione da personale italiano a Tripoli. Lo chiamano “coordinamento operativo”. Sono questi gli effetti degli accordi conclusi tra il governo italiano e la Guardia Costiera di Tripoli, In media per mille o duemila persone che vengono soccorse da mezzi che garantiscono lo sbarco in Italia 200-400 persone vengono abbandonate al “soccorso” dei mezzi di Tripoli e Zawia, basi delle motovedette che l’Italia ha riparato e restituito ai libici all’inizio della scorsa estate. Ed ancora più oscuri sono gli accordi stipulati direttamente con le milizie che controllavano una parte delle aree di partenza, soprattutto tra Sabratha e Zawia.

Non si comprende  che fine abbiano fatto le navi della Marina militare italiana inviate in Libia nei mesi scorsi e soprattutto che ruolo giochino nelle attività Search and Rescue in acque internazionali, dopo che alle motovedette di Tripoli è stato concesso di operare al di fuori delle loro acque territoriali. Il rapido cambiamento di posizioni derivante dall’avanzata delle truppe di Haftar e dei suoi sodali verso Tripoli, specie dopo la presa di Zawia, potrebbe avere costretto i comandi militari italiani a rivedere precipitosamente i loro piani. Forse una parte delle navi militari impegnate in precedenza nell’operazione Mare Sicuro, già dislocata a protezione delle piattaforme petrolifere offshore a 60-70 miglia dalla costa libica, come i campi di Bouri Field, sono state in parte trasferite verso i porti tunisini, dove nello scorso mese di ottobre si sono svolte operazioni congiunte con la Marina tunisina.

Proprio negli stessi giorni nei quali si verificava la strage dell’8/9 ottobre a quaranta miglia dall’isola di Kerkennah, una strage che subito è stata catalogata dai media italiana come un naufragio avvenuto ” nella zona SAR maltese”. Come se in quella zona non ci fossero state presenti unità tunisine ed italiane. Anzi si sospetta che il naufragio sia derivato proprio da uno speronamento del barcone carico di migranti da parte di un mezzo della Guardia costiera tunisina. Comunque l’addestramento congiunto dei militari della Marina tunisina da parte di Eunavfor Med e della Guardia di Finanza italiana, e lo spazio più ampio concesso alle unità tunisine anche in acque internazionali, sta dando i suoi frutti. Aumenta il numero di imbarcazioni partite da porti tunisini e  bloccate in alto mare sulla rotta per la Sicilia.

Il bollettino dei naufragi degli ultimi giorni si ricostruisce a fatica nel generale silenzio della grande stampa, le notizie dei soccorsi e degli sbarchi in territorio italiano sono relegate alle cronache locali, di certo i trasbordi sono continui, e si fa ampio ricorso alle poche navi delle ONG che sono rimaste operative.  In questa ultima settimana in Sicilia non viene fatto sbarcare nessuno, probabilmente per decisione del ministero dell’interno, domenica 5 nell’isola si vota per le elezioni amministrative,e gli sbarchi tornano ad essere concentrati in Calabria ed in Campania, mentre in Puglia continuano gli arrivi di piccole imbarcazioni che partono direttamente dalla Turchia, generalmente cariche di Siriani o Afghani.

Tra giovedì e venerdì scorso i trafficanti hanno fatto partire dalla Libia, su un fronte di centinaia di chilometri, almeno 22 imbarcazioni o gommoni, e sono molte quelle che si sono ribaltate o sono affondate proprio quando sembrava che i soccorsi fossero arrivati. La maggiore distanza dalla costa alla quale si possono avvicinare le navi militari italiane, l’assenza dello stesso numero di ONG presenti fino allo scorso luglio, l’abbandono di una parte delle acque internazionali alle motovedette (italo)libiche hanno prodotto un ulteriore aumento dei rischi ai quali sono esposti i migranti che vengono fatti fuggire a caro prezzo dai trafficanti. A settembre decine di migranti sono morti dopo il rovesciamento di un gommone che è rimasto una settimana alla deriva senza che nessuno intervenisse. Quando il mar libico si svuota e le attività di ricerca e salvataggio vengono affidate esclusivamente alle motovedette della guardia costiera libica che ha proclamato una zona SAR vastissima, estesa anche alle acque internazionali, sembrerebbe fino a 90 miglia dalla costa, le conseguenze sono mortali, e neppure è possibile contare i dispersi. 

Di certo è stata smentita la baldanzosa affermazione di Minniti secondo cui, dopo la chiusura della rotta libica ( in realtà si trattava della rotta da Sabratha controllata dalle milizie con le quali si erano pattuiti rapporti di collaborazione) non si sarebbero aperte rotte alternative. Quanto successo in questa ultima settimana smentisce frontalmente quanto affermato con troppa sicurezza dal ministro dell’interno. E conferma come non fossero certo le ONG ad essere colluse con i trafficanti o a costituire un fattore di attrazione (pull factor). Come strombazzato per mesi da Frontex o da i blogger al servizio delle destre identitarie europee. Quando si voleva anche “mettere in sicurezza” i confini meridionali della Libia, una gigantesca impostura che trova smentite ogni giorno che passa.

Dopo soccorsi confusi e resi “clandestini”, per scelta delle autorità italiane, analoga censura regna sui porti di sbarco dei superstiti e delle salme. Sono diversi porti di arrivo, e spesso cambiano all’ultimo momento, i parenti delle vittime non hanno la possibilità di sapere dove attingere informazioni sulla sorte dei loro cari che avrebbero potuto imbarcarsi a bordo delle imbarcazioni che sono poi affondate. Particolarmente disperante la richiesta di informazioni che arriva dal Bangladesh, anche per le difficoltà di comunicazione dei migranti in Libia con paesi tanto lontani. E quando i migranti del Bangladesh riescono ad arrivare in Italia rischiano di non potere neppure a presentare una domanda di protezione internazionale prima di ricevere il provvedimento di “respingimento differito” da parte del questore.

Almeno due i naufragi verificati in questi ultimi giorni,  ma nessuno conteggia i dispersi, ed anche nelle operazioni di soccorso che si concludono, apparentemente, con il recupero di tutte le persone tratte in salvo delle imbarcazioni in procinto di affondare, non si può mai escludere che qualcuno possa essere annegato. I testimoni vengono dispersi subito nei centri di accoglienza più disparati, e servono solo i testimoni per incolpare i presunti “scafisti”. Dispersi i superstiti che non possono aiutare a ricostruire quanto successo in mare, e dispersi, anche in parte, quelli che non sono riusciti neppure ad arrivare come cadaveri. Nessuno ha davvero interesse ad accertare quale sia stata la dinamica degli interventi Search and Rescue in mare,forse  perchè tutti temono di potere essere incriminati per ritardo od omissione di soccorso. Dopo l’allontanamento delle ONG e la “cessione” delle acque internazionali alle motovedette libiche, sono numerosi i casi in cui il Comando centrale della Guardia costiera italiana “ha fermato” attività di soccorso da parte delle ONG residue per lasciare intervenire motovedette libiche.

 “La mattina del giorno precedente – martedì 31 ottobre – il MRCC (Maritime Rescue Coordination Centre) di Roma aveva segnalato alla nave Aquarius due imbarcazioni in difficoltà in acque internazionali a 30 miglia nautiche dalla costa libica. Mentre procedeva verso la posizione indicata, il MRCC di Roma ha chiesto alla nave Aquarius di mantenere una distanza di sicurezza e di rimanere in standby. La Guardia Costiera Libica ha assunto il coordinamento della operazione di soccorso. I due gommoni sono stati intercettati da una nave della Guardia Costiera Libica e i circa 200 passeggeri sono stati portati indietro in Libia”, riporta l’ong. 

Questa breve cronaca dimostra perchè ad agosto era tanto importante allontanare, con qualunque mezzo, le ONG dalle acque libiche, adesso però quelle stesse ONG risultano essenziali per salvare la vita delle persone, almeno quando le Direttive impartite dal ministero dell’interno al Comando della Guardia costiera, nell’ambito del coordinamento operativo con la Guardia costiera di Tripoli, previsto dagli accordi del 2 febbraio scorso, permettano l’intervento delle navi umanitarie e il trasporto dei migranti in Italia. Ovvero quando, come avviene ancora nella maggior parte dei casi, i libici di Tripoli, dopo avere proclamato ufficialmente una loro zona SAR estesa addirittura fino a 90 miglia dalla costa, non abbiano poi i mezzi per andare a salvare persone tanto lontano dalla costa. Circostanza che fa scattare la responsabilità ( anche penale) della Guardia costiera e delle autorità italiane qualora dopo una chiamata di soccorso o un avvistamento di una imbarcazione in difficoltà, e sono tutte in difficoltà quando vengono avvistate a 20-30 miglia dalla costa soltanto perchè non possono neppure ritornare indietro, non vi sia la predisposizione di tempestivi interventi di ricerca e salvataggio.

Dei dispersi in mare dopo gli interventi di “soccorso” della Guardia costiera di Tripoli non deve parlare nessuno. Eppure tutte le volte che intervengono i libici si registrano vittime, per non parlare della sorte riservata alle persone che vengono ricondotte a terra, anche quando non finiscono subito nelle mani dei trafficanti, ma transitano in quelli che vengono definiti come “centri di detenzione ufficiali”, nei quali con il beneplacito dell’Unione Europea e dell’Italia vengono rinchiusi anche donne e minori non accompagnati.

Un naufragio, forse quello più consistente, è avvenuto prima dell’intervento di una delle quatto navi del dispositivo militare EUNAVFOR MED – Operazione Sophia, la nave Cantabria, che ha recuperato 23 cadaveri. Una parte delle persone soccorse dalla Cantabria è stata recuperata e trasbordata su altre navi. Su decisione del Ministero dell’interno, la Cantabria è stata dirottata alla fine sul porto di Salerno dove arriverà domani. Un viaggio lunghissimo che aggiunge sofferenza a sofferenza e rende difficile ricostruire la lista delle persone disperse. In Sicilia domenica 5 novembre si vota e non si deve fare sapere ( e soprattutto vedere) ai cittadini elettori che ci sono persone soccorse in mare ed accolte nel nostro paese. Altri tre cadaveri erano stati recuperati  nella stessa occasione dalla nave Bergamini dell’operazione Mare Sicuro della Marina militare italiana.  Non sono note le circostanze ed i tempi dell’intervento di queste navi, mancano comunicati ufficiali, una cappa di silenzio che ha suscitato la protesta indignata di alcui appartenenti del CISOM, l’Ordine dei Cavalieri di Malta, che a bordo dei mezzi della Guardia costiera garantisce i primi immediati soccorsi medici.

CISOM (@CIS0M) ha twittato alle 11:43 AM on Sab, Nov 04, 2017:
Non basta il silenzio per ignorare la morte degli invisibili. #mediterraneo #eliberalidalmale https://t.co/axjPirHwdp
(https://twitter.com/CIS0M/status/926761744936067072?s=03)

Questo il comunicato ufficiale rilasciato ieri con un messaggio su Facebook nella pagina dell’Operazione EUNAVFOR MED Sophia

News 31/17
Rome, 3 November 2017

263 migrants rescued by EUNAVFOR MED operation Sophia’s assets

A tough day in the Central Mediterranean Sea where, once again, the different actors at sea and over the air, no matter the uniforms, aims and capabilities, have demonstrated their commitment in safeguarding human life at sea. 

Starting from the early morning SOPHIA units were involved in Rescue operation in International waters under the coordination of the competent Italian Maritime Rescue Coordination Centre (I.M.R.C.C.); the Irish ship Le Niamh was involved in 1 event rescuing a total of 53 migrants in distress.
At the same time the SOPHIA Flagship, the Spanish ship Cantabria, was involved in another two single events.
On her first intervention, the Spanish ship rescued a total of 146 migrants in distress.
In the meanwhile, the AB 212 helicopter embarked on the ship continued to patrol the area from the air, spotting another sinking rubber boats with people already in the water. 
On the second incident 64 were rescued by the ship and 23 dead bodies were recovered during the same event.
Thus far, following EUNAVFORMED operation SOPHIA’s activities, 117 suspected smugglers and traffickers have been delivered to the Italian authorities and prevented 497 boats from being re-used by smugglers. Nonetheless, more than 41.500 lives were saved at sea during 278 rescue events coordinated by the competent Italian Maritime Rescue Coordination Centre. Additionally, from October 2016, we are fully involved in the training of the Libyan Navy and Libyan Navy Coast Guard and in the implementation of the arms embargo off the coast of Libya according to UNSCR 2292(2016), recently extended following UNSCR 2357 (2017).
Therefore, up to now 142 Libyans were trained by SOPHIA crews.
On 25 July 2017, the Council extended the mandate of EUNAVFORMED operation Sophia until 31 December 2018

L’altro naufragio è avvenuto nelle acque internazionali prospicienti la costa libica, tra giovedì e venerdì scorso, prima dell’intervento della nave Diciotti della Guardia costiera, Si è appreso di almeno otto vittime recuperate, ma il numero dei dispersi potrebbe essere più elevato.

 La nave “CP 941 Diciotti” della Guardia costiera, è stata indirizzata a Reggio Calabria, dove è giunta ieri con a bordo 764 migranti, di cui 555 uomini, 97 donne e 112 minori. Sulla nave anche i cadaveri di 8 persone. I migranti hanno dichiarato di provenire da Pakistan, Somalia, Eritrea, Nigeria, Sudan, Libia, Bangladesh, Ciad, Guinea, Algeria, Egitto, Mali, Costa d’Avorio, Nepal, Marocco, Ghana, Camerun, Kenia, Niger, Senegal, Sierra Leone, Etiopia, Sri Lanka, Yemen, Siria, Giordania e Libano. Dalla Libia stanno fuggendo davvero tutti, non solo migranti, tra poco potrebbero anche arrivare altri libici.

I superstiti sbarcati a Reggio sono “sopravvissuti alle torture”. Sono tutti reduci da viaggi lunghi mesi, se non anni. Arrivano da Pakistan, Somalia, Eritrea, Nigeria, Sudan, Libia, Bangladesh, Ciad, Guinea, Algeria, Egitto, Mali, Costa d’Avorio, Nepal, Marocco, Ghana, Camerun, Kenia, Niger, Senegal, Sierra Leone, Etiopia, Sri Lanka, Yemen, Siria, Giordania e Libano.
Molti di loro, se non la maggior parte, hanno vissuto l’inferno della detenzione nelle carceri libiche. Quelle legali e quelle illegali. E tutti in misura maggiore o minore ne portano i segni. Braccia, schiene e volti sono testimoni muti di torture ripetute”.

Altre attività di soccorso si sono concluse invece senza vittime come quelle affidate dal Comando centrale del Corpo della Guardia Costiera alla nave umanitaria Aquarius di SOS Mediterranee, prima diretta verso il porto di Messina e poi dirottata sul porto calabrese di Vibo Valentia.

La nave Aquarius di SOS Meditarreneé, ha fatto ingresso in porto a Vibo Valentia alle sette di venerdì 3 novembre  con i 606 migranti salvati al largo delle acque libiche e successivamente trasbordati su questa nave, dal dispositivo di soccorso che comprendeva anche la nave Diciotti della Guardia Costiera da cui erano stato trasbordati 248 migranti. Tra i soccorsi che la nave della Ong SOS Mediterranee ha sbarcato in Calabria, circa un terzo erano minori e di questi quasi la metà erano minori non accompagnati. Giovani vite che in Libia, se fossero stati ripresi dai guardiacoste di Zawia, Sabratha e di Tripoli, sarebbero state esposte ad altri abusi.

Oltre alla Aquarius, altri soccorsi sono stati operati in questi ultimi giorni dalle navi Mecklenburg e Olympic Commander, rispettivamente appartenenti all’operazione Sophia ed all’operazione Triton di Frontex. La prima con a bordo 322 migranti e la seconda con 48. Anche la Olympic Commander ha ricevuto dal ministero dell’interno, per tramite del Comando centrale della guardia costiera di Roma (IMRCC), direttive  per raggiungere un porto calabrese. Infine la nave Seefuchs della Ong Sea Eye ha soccorso altri 33 migranti già sbarcati in Italia in un porto di cui non si ha notizia.

Come non si ha notizia dei trasferimenti (trasbordi) imposti alle 378 persone soccorse dalla nave della ONG spagnola Proactiva Open Arms, ritornata a svolgere attività di ricerca e salvataggio sotto il coordinamento della Guardia Costiera italiana. Sembra comunque che la nave sia stata indirizzata verso il porto di Crotone, dove dovrebbe arrivare  con 378 persone nella mattinata di lunedì sei novembre. Dopo l’identificazione, i migranti, adulti o componenti di nuclei familiarisaranno trasferiti per essere allocati nelle seguenti regioni, come da piano di riparto del Ministero dell’Interno: Lombardia, Lazio, Veneto, Toscana, Puglia, Liguria, Marche e Molise. In Calabria resteranno circa 60 migranti.
Una serie di trasferimenti disumani inflitti a persone già duramente provate prima di partire dalla Libia, e poi  soccorse in circostanze drammatiche dopo una traversata difficilissima.E pensare che nel mese di agosto scorso  una nave della stessa ONG spagnola si era trovata al centro di un durissimo conflitto di competenze tra Italia e Malta, e le si voleva negare addirittura l’ingresso in un porto italiano.

Mentre in passato dal Comando della Guardia Costiera italiana veniva data notizia delle attività di ricerca e salvataggio delegate a navi delle ONG, a partire dal sequestro della Juventa e dal processo ancora in corso a Trapani, sembra che al comando MRCC di Roma abbiano perso l’abitudine dei comunicati pubblici sulle operazioni SAR in favore di imbarcazioni provenienti dalla Libia. Temono qualche incriminazione anche loro ?

Nella maggior parte dei casi le persone soccorse tra il 2 ed il 3 novembre sulla rotta del Mediterraneo centrale, oltre 2000, sono uomini, quelli che vengono definiti sbrigativamente “migranti economici”, quelli che si dovrebbero respingere alla frontiera, addirittura quelli per cui si pagano le milizie libiche perché li respingano indietro, provenendo da paesi dai quali non si ammette che chi fugge possa chiedere asilo nell’Unione Europea. Una distinzione, quella tra migranti economici e “potenziali richiedenti asilo”,  che di fronte a questi cadaveri, e di fronte a quello che sta succedendo in Libia oggi, non regge più. Una distinzione che discrimina ed uccide. Tutti i migranti in transito o bloccati in Libia sono sottoposti a sevizie ed abusi di ogni tipo.

I migranti definiti dalle istituzioni europee come “migranti economici”, quindi i lavoratori in Libia, sono diventati bersaglio di ogni sorta di violenze in tutto il territorio libico, ed anche di sequestri. Sono persone che devono avere riconosciuto il diritto ad essere evacuati dal quel paese attraverso vie legali. Tutti coloro che fuggono adesso dalla Libia sono migranti forzati ed avrebbero diritto ad un canale regolare di ingresso e ad un permesso di soggiorno per motivi umanitari. La legge italiana lo permetterebbe con l’art. 20 del T.U. n.286 del 1998, e l’Unione Europea dovrebbe attivare la Direttiva sull’arrivo di sfollati di massa ( 2001/55/CE), come sono tutti i migranti che riescono a fuggire oggi dalla Libia. Ma ci sono sempre scadenze elettorali, ed i partiti populisti o apertamente xenofobi  rifiutano qualsiasi apertura sul versante umanitario e alimentano odio che produce morte, impedendo l’adozione di misure previste dal quadro normativo, ma divenute sempre più impopolari. Chissà cosa dirà  sui rapporti tra Italia e Libia , alla prossima conferenza, martedì 7 novembre, il Ministro Minniti ?