Accordi bilaterali e diritti senza confine. Ancora fuoco sulle ONG

di Fulvio Vassallo Paleologo

1.Nella “guerra contro l’immigrazione illegale” è stato rimesso in discussione il principio di divisione dei poteri, principio fondante dello stato democratico inteso come stato di diritto. Il Processo di Khartoum e le due conferenze di Malta, nel novembre 2015 e quindi nel febbraio del 2017 hanno offerto una cornice di governance europea priva di riferimenti normativi certi ma tutta improntata a decisioni politiche rimesse successivamente all’attuazione da parte dei singoli stati e dei loro servizi di sicurezza. Esemplare al riguardo la vicenda dell’impegno operativo dell’Agenzia Frontex, con il periodico ritiro dell’operazione TRITON dal Meditertraneo centrale e dell’Operazione Eunavfor Med, altrimenti intesa Operazione Sophia, che hanno visto crescere costi ed organici e ridurre fortemente i propri campi di intervento. Importanti ricerche confermano il costo di queste politiche in termini di vite umane, soprattutto da quando è partito l’attacco alle attività di ricerca e soccorso portate avanti dalle ONG.

Legittimate dal continuo richiamo alla figura del “clandestino”, e alla lotta contro “l’immigrazione illegale”, le intese internazionali bilaterali tra stati europei e stati africani, variamente denominate, come i Memorandum d’intesa e gli Accordi di riammissione, e le pratiche amministrative, come la cd. “cooperazione pratica” di polizia, si sottraggono a qualsiasi controllo giurisdizionale, oltre che alla doverosa ratifica parlamentare, e sono rivolte sempre più spesso contro quelli che l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (ACNUR) definisce “flussi misti”, composti sia da potenziali richiedenti asilo che da migranti economici, mentre la distinzione di tali categorie diventa sempre più difficile, tanto nei paesi di transito che nelle acque internazionali. Ancora più drammatica la condizione dei soggetti vulnerabili, dei minori non accompagnati e delle vittime di tratta, che si sono visti travolti, già allo sbarco, da prassi sempre più aggressive attuate nell’ambito del cd. Approccio Hotspot, da parte delle forze di polizia alla caccia degli scafisti, ma sempre meno capaci di individuare, o almeno di lasciare individuare agli specialisti, le vittime, di tortura. A Catania, qualche mese fa, si è giunti persino a negare accesso al porto, durante le operazioni di sbarco, ad una equipe di Medici Senza Frontiere, specializzata nella prima assistenza ed alla individuazione delle vittime di tortura.

La guerra civile in Libia e l’esodo forzato di centinaia di migliaia di migranti in transito da quel paese ha posto le condizioni per il superamento di una distinzione (quella tra rifugiati e migranti economici) che appare legata alla divisione del mondo in blocchi, anteriore alla caduta del muro di Berlino nel 1989, ma che oggi ha perduto senso, anche a fronte del numero crescente di profughi ambientali. E si profilano ancora nuovi casi di ricorso all’immigrazione come arma di ricatto praticata da alcuni paesi di transito (esemplare il caso della Libia) verso i paesi di destinazione. L’assenza di canali legali di ingresso in Europa, che si è riconfermata ovunque con l’aggravarsi della crisi economica e con lo smottamento del senso comune che individua ormai negli immigrati i responsabili di una crisi che ha origini ben diverse, continua ad aggravare la condizione di tutti coloro che comunque si sono decisi o sono stati costretti a percorrere le rotte, sempre più pericolose, dell’immigrazione clandestina, tra questi molti richiedenti protezione internazionale, con un continuo aumento del numero delle vittime, in mare e nei paesi di transito. Malgrado il calo degli arrivi registrato nei mesi di luglio ( meno 50 %) ed agosto ( meno 80 %) del 2017 rispetto all’anno precedente, il numero delle vittime continua ad aumentare, e questo prova che non era certo la presenza delle navi delle ONG al largo della costa libica, in acque internazionali, che produceva la serie infinita di naufragi che non acenna ad interrompersi neppure oggi.

Ed a settembre si registra una nuova impennata del numero delle persone soccorse sulla rotta del Mediterraneo centrale, o arrivate direttamente sulle coste siciliane, ennesima conferma della illusorietà delle politiche di “blocco delle partenze”, perseguite con grande dispendio di risorse che poi finiscono puntualmente nelle tasche di personaggi corrotti o direttamente in contatto con gli stessi trafficanti che si vogliono combattere. In ogni caso si passa da un ricatto internazionale a vere e proprie estorsioni sulla pelle dei migranti, come avviene adesso anche in Niger.  Le iniziative italiane hanno esasperato la guerra per bande in Libia. E dietro l’apparente avvicinamento dei contendenti, proprio la venuta del Generale Haftar in Italia potrebbe essere alla radice dell’improvviso aumento delle partenze dalle coste di Sabratha.

Gli accordi con la Libia e con gli altri paesi di transito sono stati tenuti nascosti per mesi dietro la campagna mediatica e giudiziaria contro le ONG impegnate nel soccorso e nella ricerca di migranti in pericolo in acque internazionali, sempre sotto il coordinamento del Comando centrale della Guardia Costiera italiana, presso cui è dislocato da anni anche un agente di Frontex, che dunque dovrebbe essere bene informata delle attività di salvataggio nel Mediterraneo centrale.

Malgrado il coordinamento congiunto con la Guardia costiera italiana le milizie libiche imbarcate a bordo delle motovedette di Tripoli continuano ad aprire il fuoco sulle poche navi umanitarie che ancora svolgono attività di ricerca e salvataggio in acque internazionali, ma che i libici dichiarano come tratto di mare sul quale avrebbero la giurisdizione assoluta. Sotto questo profilo l’avallo fornito dalle autorità italiane, a partire dall’IMRCC di Roma e poi dal Ministero dell’interno, potrebbe configurare un concorso in gravi illeciti internazionali, in quanto le unità navali libiche, che dovrebbero essere doordinate con i comandi della Guardia costiera e della Marina militare, si stanno rendendo responsabili di atti di interdizione della libera navigazione e di attività di soccorso in acque internazionali, ben al di fuori delle proprie acque territoriali.

2. Il fallimento dei processi di transizione verso la democrazia innescati dalle primavere arabe, che in questa sede non si possono analizzare compiutamente, ma che presentano comunque caratteristiche non facilmente omologabili, né allo stato prevedibili, non ha apportato modifiche sostanziali ai rapporti di carattere bilaterale – che i paesi del Nord-Africa avevano instaurato con l’Italia e con altri paesi europei. Gli accordi stipulati dall’Italia a partire dal 1998, dall’allora ministro dell’interno Napolitano, con la Tunisia e con il Marocco, prima, con l’Algeria e con l’Egitto in un secondo tempo, sono rimasti sostanzialmente immutati. Un caso a parte, e dagli sviluppi ancora imprevedibili, è costituito dalla Libia, paese con il quale l’Italia aveva al tempo di Gheddafi i rapporti più stretti di collaborazione nelle attività di contrasto dell’immigrazione clandestina, prima con i protocolli operativi sottoscritti nel dicembre del 2007 e poi con il Trattato di amicizia del 2008 che li recepiva integralmente. Di certo non esistono paesi terzi sicuri per effetto di una definizione, come dimostra una recente condanna subita dalla Tunisia, ed il valore delle cd. assicurazioni diplomatiche” sulla sorte delle persone rimpatriate cessa del tutto, quando queste persone si trovino in paesi che non abbiano un regime giuridico, una Costituzione democratica ed una situazione sul terreno tale da consentire una efficace protezione delle vittime di abusi e di corruzione, una piaga nascosta ma che sta dilagando ovunque in Africa attorno al triste destino dei migranti che vengono definiti soltanto come “illegali”. Merce da scambiare e non più esseri umani.

Ratificata dai due Paesi tra febbraio e marzo del 2009, sarebbe davvero interessante andare a vedere il voto bipartizan, con nomi e cognomi di coloro che hanno determinato la sua approvazione,  Il Trattato di amicizia tra Italia e Libia, stipulato nel 2008, riprendeva i Protocolli operativi del dicembre 2007 ( sottoscritti dal governo Prodi) fino allora rimasti inapplicati, e  sanciva  la collaborazione tra i due paesi nella lotta all’immigrazione clandestina. A quel tempo la Libia era una entità nazionale con un governo centrale ed un esercito che rispondeva ciecamente agli ordini di Gheddafi. Ed erano già note allora le torture inflitte ai migranti in transito in quello stato verso le coste del Mediterraneo. Si prevedeva già allora, come si continua a prevedere oggi,  “un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche da affidare a società italiane in possesso delle necessarie competenze tecnologiche”, esattamente lo stesso punto di intesa raggiunto dal presidente del consiglio Mario Monti nel 2013 in un suo viaggio a Tripoli. Mentre  si deve al ministro dell’interno Minniti la ripresa della attuazione dei protocolli operativi firmati nel dicembre 2007 dal governo Prodi, che prevedevano la cessione di motovedette dall’Italia alla Libia, il supporto tecnico operativo, e il pattugliamento delle coste libiche con una unità centrale di coordinamento italo-libica. Gli accordi tra Italia e governo di Tripoli, sottoscritti a Roma il 2 febbraio 2017 stanno andando adesso a regime con la fattiva collaborazione della Marina italiana, e presto dovrebbe realizzarsi l’invio di operatori  sotto l’egida di numerose ONG “embedded” in territorio libico, al fine evidente di dare una copertura “umanitaria” alle attività di blocco e di respingimento finanziate dal governo italiano in quel paese. Politiche che sono state avversate dal governo di Tobruk, ma che adesso stanno convincendo, con cospicui flussi finanziari, anche il generale Haftar, che di Tobruk  e della Cirenaica è l’uomo forte, ieri in visita a Roma.

L’accordo con Tripoli del 2008 prevedeva già allora l’impegno del governo italiano a realizzare infrastrutture in Libia per un valore di oltre 5 miliardi di dollari con un esborso di 250 milioni di dollari all’anno per 20 anni. Oggi queste intese vengono richiamate, con un continuo rilancio sulle cifre richieste, anche per sfruttare il ruolo delle ONG attive nel campo della cooperazione internazionale. Le ONG che saranno convenzionate sulla base di un bando pubblico che dovrebbe uscire tra pochi giorni. Chi sottoscriverà tali impegni potrà spartirsi la considerevole torta delle risorse immesse per intervenire nei centri di detenzione disseminati in tutta la Libia e dare copertura alle operazioni di respingimento attuate dalle diverse milizie che sono state raggiunte dai finanziamenti italiani ed europei, magari attraverso i sindaci delle città di transito dei migranti. Appare sempre più evidente come gli accordi in materia di immigrazione costituiscano sempre una parte integrante di più ampi accordi di coperazione economica. Gli ultimi incontri tra vari esponenti del governo italiano, dal ministro della difesa Pinotti al ministro dell’interno Minniti, con i diversi capi dei governi ancora in conflitto in Libia, hanno avuto come oggetto oltre al blocco delle partenze la sicurezza degli impianti petroliferi dell’ENI in LIbia. Adesso, nel tentativo di chiudere la frontiera tra Libia e Niger, l’Italia è arrivata alla firma di un accordo di cooperazione con il governo nigerino.

Per effetto di questi accordi bilaterali, soprattutto nel caso dei rapporti tra Italia, Egitto, Marocco e Tunisia, si sono sperimentate forme sempre più drastiche di rimpatrio sommario e di respingimento in acque internazionali, con la cessione gratuita di unità militari ai governi dei paesi di transito, da ultimo alla Libia, per intercettare le imbarcazioni in partenza verso l’Europa, o per imbarcare a bordo in acque internazionali e ricondurre verso il porto di partenza migranti segnalati da unità militari italiane. La condanna dell’Italia nel 2012 pronunciata dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo sul caso Hirsi non è evidentemente servita a nulla, ed il governo italiano non vi ha neppure dato esecuzione.

Come sembra che non sia servita a nulla la condanna ricevuta dall’Italia  per l’ingiustificato trattenimento di cittadini tunisini nell’Hotspot di Lampedusa. Tutto sembra giustificato sulla base degli accordi bilaterali con i paesi di origine. Gli accordi di riammissione si basano soprattutto sulle prassi di polizia, che permettono respingimenti collettivi ed espulsioni, sui centri di detenzione amministrativa e sui voli di rimpatrio.

Negli ultimi tempi l’Unione Europea sta puntando in particolare  sulle operazioni di rimpatrio. Si sta potenziando per questo l’Agenzia Frontex che presto sarà dotata di altri nuclei specializzati destinati all’accompagnamento forzato dei migranti da espellere o respingere. Soprattutto verso Nigeria,Tunisia e Marocco. Più di recente sono stati incrementati anche voli congiunti finanziati da Frontex anche verso paesi come il Sudan, il Niger, l’Egitto, la Turchia o l’Afghanistan che non garantiscono alcuna tutela dei diritti umani. Paesi nei quali, appena al di fuori degli aeroporti, e talora anche al loro interno, sono normali le sparizioni forzate e le torture più terribili.

Il 22 luglio 2009, la conclusione ad Algeri di un Memorandum of understanding (MOU) a firma dei capi delle polizie dei due Paesi costituiva, secondo l’allora ministro Maroni, “il rafforzamento della già ottima collaborazione in atto in materia di lotta alla criminalità transnazionale sotto ogni forma e in particolare al traffico di esseri umani”. Sempre secondo lo stesso Maroni ,“la collaborazione si è tradotta nell’azzeramento degli sbarchi in Sardegna e nella disponibilità a riaccogliere gli immigrati partiti dalle coste algerine e intercettati in mare. Ben 51 “clandestini” intercettati in acque internazionali sono stati consegnati all’Algeria nel corso di due distinte operazioni nel giugno e agosto 2009. Il memorandum prevede uno scambio di informazioni e di esperienze, formazione, visite di studio e stage tematici, nonché attività di consulenza e assistenza nei diversi settori di interesse. Avrà una durata di due anni rinnovabili e consentirà il distacco in Italia di ufficiali di polizia algerina”. È evidente che l’esempio da seguire per il governo italiano rimane sempre quello della “collaborazione” tra Italia e Libia sancita dal Trattato di amicizia firmato tra Berlusconi e Ghedafi nel 2008. Nel corso del 2011, in Algeria venivano dislocati agenti di collegamento tra la polizia italiana e quella algerina per contrastare la partenza degli “harragas”, i ragazzi che cercano di bruciare la frontiera per raggiungere l’Europa, per molti di loro l’unica prospettiva di sopravvivenza. Negli anni successivi quei rapporti di collaborazione si sono allentati per il venire meno dei finanziamenti che li alimentavano, ma dopo la parziale chiusura della rotta libica, nell’estate del 2017, si sono intensificate le partenze dall’Algeria con la destinazione Sardegna. Ed è ritornata più forte l’esigenza di na nuova cooperazione di polizia.

Maggiore continuità si riscontra nei rapporti tra Italia ed Egitto, al di là dei cambi di governo al Cairo, e della gravissima vicenda del rapimento e dell’uccisione sotto tortura di Giulio Regeni, da parte di forze chiaramente riconducibili al governo del generale Al Sisi. I rapporti di collaborazione non si sono mai interrotti, neppure durante il periodo di ritiro dell’ambasciatore italiano dal Cairo.

Non appena l’ambasciatore italiano è ritornato in Egitto il dittatore Al Sisi ha fatto arrestare uno degli avvocati che difendeva Giulio Regeni e sprezzante dell’opinione dei paesi occidentali, lo ha messo sotto tortura accusandolo di tramare contro il proprio paese. Un accusa che ha permesso il sequestro, la sparizione, la tortura di centinaia di egiziani democratici, che hanno subito la stessa terribile sorte destinata a Giulio Regeni. Eppure la comunità internazionale non sembra intenzionata a mettere sotto accusa il regime egiziano, che si presenta ai vertici internazionali con la massima determinazione e con la chiara intenzione di condizionare le crisi regionali che dalla Palestina alla Libia dilaniano i paesi confinanti con l’Egitto.

La politica di rimpatrio dei migranti egiziani che giungono iregolarmente in Italia prosegue senza visibili discontinuità, e soprattutto senza alcuna possibilità di controllo giurisdizionale sulla sorte dei migranti fermati dopo lo sbarco o ancora in mare, ed avviati verso vere e proprie espulsioni collettive. Dopo la consegna dei migranti espulsi o respinti dalla polizia italiana alla polizia italiana non vi è alcuna autorità per verificare la sorte di chi aveva cercato la fuga in Italia.

Rimane dl tutto eluso il problema della possibilità di aprire sia pur limitati canali legali di ingresso per i cd. migranti economici. Dal 2005, tra il governo italiano e quello egiziano esisteva un “Accordo di cooperazione in materia di flussi migratori bilaterali per motivi di lavoro”, siglato al Cairo il 28 novembre 2005 dall’allora ministro del lavoro Roberto Maroni. Nel testo dell’accordo si prevedeva che i due governi, al fine di “gestire in modo efficiente i flussi migratori e prevenire la migrazione illegale”, si impegnano a facilitare l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoratori migranti da e per l’Egitto. Il governo italiano, dal canto suo, si impegnava a valutare l’attribuzione di una speciale quota annuale per lavoratori migranti egiziani. Nel protocollo esecutivo di quell’accordo si leggeva che il ministero del Lavoro e delle politiche sociali italiano avrebbero comunicato all’omologo egiziano i criteri, ai sensi della normativa italiana, per redigere una lista (da pubblicare) di lavoratori egiziani disponibili a svolgere un’attività lavorativa subordinata anche stagionale in Italia. Basta verificare l’andamento dei decreti flussi adottati negli anni e i ritardi accumulati, e poi il blocco dei decreti flussi, e quindi controllare il numero di lavoratori egiziani effettivamente entrati in Italia con un visto di ingresso per ragioni di lavoro, per scoprire quanto questo accordo possa avere “giovato” ai lavoratori egiziani, ancora costretti in gran parte a tentare la via dell’ingresso irregolare.

L’Europa chiude la porta in faccia sia ai migranti cd. economici che ai richiedenti asilo. La prospettiva caldeggiata anche dall’UNHCR e recentemente ventilata a Bruxelles di consentire a 60.000 richiedenti asilo attualmente intrappolati in LIbia di giungere legalmente in Europa ( resettlement) e ad altre migliaia di avvalersi dei rimpatri volontari nei paesi di origine, rischia di ripetere il fallimento della cd. rilocazione ( relocaton) prevista dall’Agenda Europea sulle migrazioni del 2015.

Intanto la Libia, divisa tra le truppe del generale Haftar, appoggiato dall’Egitto e dalla Russia, e il governo di Tripoli guidato da Serraj,sostenuto dalle Nazioni Unite,  torna a battere cassa con l’Europa per “contrastare l’immigrazione clandestina”, proprio come la vecchia Libia di Gheddafi. Tripoli “non sarà la guardia di frontiera dell’Europa”, aveva detto anni fa il ministro dell’Interno Fawzi Abdelali, che aveva chiesto l’aiuto della Ue e dei paesi confinanti per fronteggiare il flusso di immigrati. “La Libia ha bisogno di molti mezzi per controllare (l’immigrazione, ndr.), la Libia non sarà la guardia di frontiera dell’Europa. Anche se volesse, non potrebbe”. Abdelali aveva chiesto aiuto all’Europa e ai paesi vicini per fare fronte al flusso di immigrati. In particolare, si chiedeva allora chiesto un contributo per “ristrutturare” 19 centri di detenzione e per un sistema di sorveglianza delle frontiere. Le stesse richieste che si reiterano oggi.

Il 30 agosto 2010, in occasione dei festeggiamenti a Roma per il primo anniversario del Trattato di amicizia italo-libico, Gheddafi aveva chiesto 5 miliardi di euro all’anno all’Ue per fermare i clandestini africani. Altrimenti, aveva detto, “l’Europa potrebbe diventare nera”. Adesso si ripropone la stessa richiesta, prima da parte di Serraj, già esaudita dall’Italia con i risultati che vediamo, e quindi da parte del generale Haftar che di miliardi di euro ne ha chiesti addirittura sette, sempre per fermare l’ondata di “migranti illegali” come vengono definiti dalle milizie libiche e dai governati di Tripoli e di Tobruk, i migranti in transito in Libia.

Sembra così profilarsi la stessa politica basata sul ricatto migratorio che aveva caratterizzato i rapporti tra Gheddafi ed i paesi della sponda nord del Mediterraneo, e che nel 2016 ha portato agli accordi tra Unione Europea e Turchia, accordi dai contenuti ancora oscuri, ma non facilmente replicabili nei rapporti tra Bruxelles, Roma e Tripoli, piuttosto che Bengasi. I toni sono sicuramente diversi, le parate militari a Roma con il controno di amazzoni, sono un ricordo del passato, anche perché nelle città libiche le armi si usano ancora sul serio.  Ma la sostanza non cambia e la Libia, che continua a non sottoscrivere la Convenzione di Ginevra del 1951 sulla protezione dei rifugiati, chiede aiuto per riattivare i numerosi centri di detenzione amministrativa nei quali i migranti rimangono esposti agli abusi più gravi, e si ripropone di respingere verso il Sudan ed il Niger i migranti illegali che continuano a provenire da quei paesi, in gran parte richiedenti asilo.

L’attivismo del criminale di guerra Bashir, ancora al comando in Sudan, e gli arresti sistematici di eritrei in fuga verso la Libia ed il Mediterraneo, spesso riconsegnati al governo del torturatore Afewerky, hanno fortemente ridotto l’arrivo degli eritrei in Europa. A quale costo sembra non interessare a nessuno.

Non ci sono soltanto le morti in mare per abbandono o le deportazioni nei lager libici o sudanesi. Le conseguenze di questa rinnovata stagione degli accordi bilaterali sono rilevanti anche sul piano del diritto interno. Sono sempre più frequenti i dinieghi sulle richieste di protezione nazionale, assunte dalle Commissioni territoriali in base alla mera provenienza della persona, anche se poi le motivazioni appaiono formalmente individuali. La nozione di “paese terzo sicuro” che il nostro legislatore ha finora respinto, rischia di passare nella prassi amministrativa. Si è diffuso, anche tra i giudici, il richiamo esplicito agli accordi bilaterali stipulati dall’Italia con alcuni paesi come l’Egitto, il Sudan e la Tunisia, per giustificare vistose deroghe alla normativa interna in materia di allontanamento forzato.

A partire dal mese di febbraio del 2011, dopo l’arrivo di un numero elevato di cittadini tunisini in Sicilia e nelle isole delle Pelagie, si è giunti ad invocare gli accordi internazionali bilaterali stipulati con i paesi di provenienza e transito quando erano governati dai dittatori, che erano stati deposti, per sollecitare i giudici di pace (competenti in questa materia) a convalidare misure restrittive e di allontanamento forzato che apparivano chiaramente illegittime. In questo senso l’orientamento del Ministero dell’Interno dell’epoca e delle sue diramazioni periferiche. Esemplare, qualche ano fa,  la lettere del vice-questore di Torino ad un giudice di pace che in quella stessa città avrebbe dovuto convalidare un decreto di trattenimento di un cittadino tunisino. Nella missiva si sollecitava il giudice ad una rapida convalida della misura di trattenimento per non creare “ostacoli” all’applicazione dell’accordo bilaterale tra Italia e Tunisia, che contiene clausole che non risultano neppure pubbliche, dopo le intese riservate raggiunte a Tunisi dal ministro Maroni il 5 aprile 2011, e tanto meno approvate dal Parlamento. Sono anni del resto che l’operato dei giudici di pace operanti all’interno dei centri di detenzione per stranieri ( ieri CIE oggi CPR, Centri Permanenti  per il Rimpatrio) desta forte perplessità, per le modalità sommarie del loro intervento di convalida, e per il ruolo spesso puramente formale degli avvocati. Queste circostanze e l’assenza di mediazione indipendente esasperano la conflittualità all’interno di tutti i centri di detenzione. A Lampedusa non ci sono neppure i modelli C 3 per la presentazione di una domanda di protezione internazionale.

Anni dopo queste prassi di polizia sono arrivate al vaglio della Corte Europea dei diritti dell’Uomo, con la condanna dell’Italia per il caso Khlaifia, per l’ingiustificato trattenimento -nel 2011- di cittadini tunisini nel Centro di Contrada Imbriacola a Lampedusa. Malgrado quella condanna, il trattenimento illegittimo di tunisini in quel centro, oggi ridefinito Hotspot, ma ancora privo di una base legale, continua per efetto di decisioni del ministero dell’interno che non ordina l’immediato trasferimento dall’isola, nell’ambizione, già rivelatasi vana, di procedere ad un rimpatrio immediato, senza l’adozione di provvedimenti formali, come se Lampedusa non facesse parte del territorio italiano e come se i rapporti giuridici e gli status delle persone comunque presenti su quell’isola fossero sottratti alla giurisdizione interna o internazionale.

Ma le violazioni dello stato di diritto con riferimento all'”habeas corpus” dei migranti sono gravi e reiterate. L’art. 13 della Costituzione italiana sembra diventato carta straccia. La vicenda dei rimpatri di cittadini sudanesi rastrellati a Ventimiglia ed in altre località, poi trasferiti a Taranto, nell’estate del 2016, non si è ancora chiarita e non si sa neppure che fine hanno fatto i ricorrenti deportati in Sudan che sono riusciti a denunciare il comportamento delle autorità italiane davanti alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo. Di certo si è appreso di recente che un gruppo di agenti di polizia sudanesi sono arrivati in Italia per seguire corsi di aggiornamento e per costituire relazioni più intense, proprio in vista dei rimpatri, con la polizia italiana.

3.Rimpatri privi di basi legali, tentativi di blocco dei migranti nei paesi di transito, scarsa attenzione nei confronti dei soggetti più vulnerabili, come le donne ed i minori non accompagnati, sono tutti elementi negativi che continuano a caratterizzare i rapporti bilaterali tra i paesi del Mediterraneo in materia di riammissione. E chi auspica una rinnovata collaborazione non pensa al travaso della nostra esperienza democratica, a partire dalla libertà di circolazione, verso i paesi di emigrazione o di transito dei richiedenti asilo, come la Libia, ma si pone soltanto nell’ottica di un crescente sbarramento delle frontiere. Malgrado un sistema militare ormai in grado di tracciare la rotta di qualunque natante nel Mediterraneo, e malgrado una rete sempre più fitta di accordi bilaterali, le vittime dell’immigrazione clandestina sono così destinate ad aumentare e centinaia di famiglie sono alla ricerca dei loro figli dispersi. Negli scorsi giorni si è appreso di una imbarcazione lasciata alla deriva sette giorni prima di essere soccorsa. Nella stessa zona in cui lo scorso anno operavano diverse navi umanitarie in raccordo con la Guardia Costiera italiana, oggi di fatto comissariata dal Ministero dell’interno.

L’ allontanamento delle navi delle ONG dalle acque del Mediterraneo centrale, frutto anche di una offensiva giudiziaria che non sta risparmiando neppure le ONG che, come Save The Children,  hanno firmato subito il Codice di condotta Minniti ed hanno da sempre rapporti più stretti con il Ministero dell’interno, al punto da svolgere fino a pochi mesi fa il ruolo di Coordinatori SAR di zona, su delega del Comando Centrale del Corpo delle capitanerie di Porto, non riesce più a nascondere la reale portata degli accordi stipulati tra Minniti ed il governo di Tripoli nel vertice di Roma del 2 febbraio 2017.

In attuazione di questi accordi più recenti, il coordinamento delle attività Search and rescue in acque internazionali che la Libia ha autoproclamato unilateralmente  nella sua zona di competenza, è stato trasferito per intero alla Guardia costiera libica con il supporto operativo della Marina italiana. Una scelta che connnota come respingimenti collettivi in acque internazionali le attività delle unità libiche che fermano in alto mare un numero sempre più elevato di migranti in fuga verso l’Italia e l’Europa, e li riportano a terra alla mercè delle milizie e dei nuovi corpi di polizia di frontiera, formati, come emerge da testimonianze concordanti, da trafficanti che in questa fase hanno preferito negoziare una amnistia e vestire la divisa delle Guardie di frontiera. Nessuno stato può comunque autoproclamare una zona SAR tanto ampia escludendo con le armi le attività di soccorso in acque internazionali, come è successo fino a ieri ad una nave dei una ONG tedesca, la Lifeline.

 

La coraggiosa resistenza della nave umanitaria ha impedito che i libici portassero a compimento l’ennesimo “sequestro di persona” in alto mare, ma non si conosce ancora la sorte (legale) degli operatori che hanno effettuato il soccorso.

Migranti, la Libia minaccia di sequestrare le navi delle ong

Tripoli, 27 set. (askanews) – “”Ci hanno minacciando dicendoci di consegnare loro le persone, e noi abbiamo rifiutato – ha detto alla France presse il direttore dell”ong, Axel Steier – è un chiaro atto di pirateria, perchè sono saliti a bordo della nostra
nave senza alcuna autorizzazione””.Secondo il portavoce della Marina libica, la nave tedesca avrebbe tentato di fuggire con un ufficiale della Guardia costiera ancora a bordo: “”La nostra pattuglia ha sparato in aria per costringere la nave della ong a fermarsi. Queste ong devono
rispettare la nostra autorità e la nostra sovranità. La nostra pazienza è finita””.Lo scorso agosto, la Marina libica ha ordinato alle navi straniere di rimanere fuori dalla “”zona di ricerca e soccorso””
per i migranti che tentano di raggiungere l”Europa.(fonte Afp)

27-set-17 20:34

Non si comprende come in acque internazionali si possa trasferire il coordinamento di attività SAR, inclusa la riconduzione a terra, in un porto che non è affatto sicuro, ad autorità navale di uno Stato che non rispetta i diritti umani e neppure aderisce alla Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati. Di certo, oggi, la Marina italiana supporta attivamente la Guardia costiera di Tripoli e se ne assume tutte le responsabilità.

Le dichiarazioni rilasciate dai portavoce della Guardia Costiera di Tripoli, quella sostenuta proprio dalla Marina e dal governo italiano, sono sempre più farneticanti. Se dalle minacce e dal fuoco di avvertimento si passerà al sequestro di persona ed al tentativo di omicidio dovrebbe occuparsene anche la magistratura italiana, per il coinvolgimento nelle attività di coordinamento italo-libiche della Marina e della Guardia costiera italiana. La sovranità nazionale non si stabilisce con accordi bilaterali che impediscono il libero transito in acque internazionali.

27/09/17 21:24
MIGRANTI: MARINA LIBICA, SEQUESTREREMO NAVI ONG CHE VIOLANO SOVRANITA”
Tripoli, 27 set. (AdnKronos) – La Marina libica ha avvertito che sequestrerà le navi degli attivisti impegnati in missioni di soccorso ai migranti che entrano nelle sue acque non autorizzate. Lo ha detto il portavoce della Marina, generale Ayub Kacem, dopo che sono stati esplosi colpi di avvertimento contro una imbarcazione tedesca che aveva soccorso in mare 52 migranti. “Questa volta abbiamo evitato una escalation. In futuro, sequestreremo le navi delle Ong che non
rispettano la sovranità della Libia “, ha ammonito.

Si tratta adesso di vedere quando i documentati dossier che si vanno accumulando sull’operato delle autorità italiane che, (mentre la magistratura sta indagando le principali ONG), stanno dando applicazione agli accordi con il governo Serraj e con la Guardia costiera che dipende da quel governo, potranno giungere sul tavolo della Corte penale internazionale che ha già aperto una prima istruttoria sulla Libia, e della Corte Europea dei diritti dell’Uomo. Un esposto promosso dal Partito Radicale è stato presentato alla Procura di Roma.

Promuovere ricorsi individuali davanti la Corte di Strasburgo diventa sempre più difficile, anche per i rigidi filtri di ammissibilità frapposti dai più recenti regolamenti della stessa Corte, ma uno sforzo in più per raccogliere testimonianze e fornire avvocati alle vittime delle politiche di contenimento in Libia, va sicuramente fatto. Al di là della sorte individuale di decine di migliaia di persone internate nei centri di detenzione libici, formali ed informali, in mano esclusivamente alle milizie, dove avvengono gli abusi più gravi, come gli stupri sistematici delle donne, è in gioco l’identità democratica dell’Unione Europea e dei singoli stati che la compongono, sempre più distanti proprio sul terreno delle politiche da adottare nel Mediterraneo. Ed in questo mare, una volta culla della civiltà e del diritto, si potrebbe affermare oggi la barbarie dello stato di polizia transnazionale, moderna espressione di quel fascismo che è rimasto sottotraccia nelle società europee e che oggi approfitta di una crisi ormai decennale, frutto del fallimento delle socialdemocrazie europee, da Blair ed Hollande fino a Renzi e Schultz, per rialzare la testa e riconquistare spazio politico e consenso elettorale, alimentando la guerra tra gli ultimi.