Per una alternativa a Minniti ed ai suoi servizi, per il diritto alla vita.

di Fulvio Vassallo Paleologo

Dopo il sequestro della nave Juventa dell’organizzazione tedesca Jugend Rettet  e le notizie, ancora assai poco circostanziate, del coinvolgimento di Don Mussie Zeraj nell’inchiesta promossa dalla Procura di Trapani, avviata a seguito di alcune segnalazioni ricevute da ambienti vicini ai servizi segreti, sembra che la linea del ministro dell’interno Minniti stia ottenendo risultati eccellenti. Da una parte è stato spaccato il fronte delle ONG, e anche alcune che avevano dichiarato di non accettare il codice di condotta lo hanno poi firmato, da un’altra parte si collega il rallentamento delle partenze dalla Libia, praticamente dimezzate rispetto ai mesi di luglio ed agosto dello scorso anno, con il maggiore rigore contro le navi umanitarie e soprattutto con la messa in opera degli accordi stipulati con il governo Serraj il 2 febbraio scorso.

Il presupposto per questa campagna “legge ed ordine” condotta dal ministero dell’interno è stato costituito dai dossier passati dai servizi a Frontex da quando nel settembre del 2016 l’agenzia è diventata la Guardia di frontiera e costiera europea, con una maggiore connessione tra le polizie nazionali, i servizi di informazioni, gli uomini delle missioni di Frontex, come la missione TRITON nel Mediterraneo centrale. Eppure le modalità dei soccorsi contestate alle ONG erano le stesse di quei soccorsi nei quali aveva partecipato direttamente Frontex o la Guardia costiera italiana. Una circostanza ripetutamente verificata, che sarà facile dimostrare con tracciati e comunicati radio. Intanto qualcuno sta passando all’autodenuncia, e non resterà da solo. Siamo tutti colpevoli di solidarietà.

Sulle iniziative di Minniti, e soprattutto sul braccio di ferro sul Codice di Condotta, che ha portato alla capitolazione anche le ONG inizialmente più riottose, sottoposte in qualche caso al fuoco di sbarramento dei guardiacoste libici, come la spagnola Proactiva Open Arms, si è allargato un fronte di opinione che ha individuato nelle scelte del ministro dell’interno quel “rigore” che finora era mancato. Un rigore a scapito dei malcapitati abbandonati in mare o destinati a marcire sotto tortura nei lager libici. Ma il governo Serraj avrebbe fornito ” assicurazioni diplomatiche” sul trattamento dei prigionieri fatti dopo gli interventi della Guardia costiera libica addestrata dai militari europei della missione Eunavformed.

Le stragi in mare sono state sistematicamente censurate, come pure gli episodi sempre più frequenti di collusione tra gli scafisti e la Guardia costiera libica, mentre non sfuggono a nessuno gli intrecci tra le milizie armate e le tribù che controllano il territorio libico e che a loro volta sono in diretto collegamento con le organizzazioni dei trafficanti.

Si è sistematicamente ignorato, o si è preferito nascondere quanto accadeva nei centri di detenzione libici, sia quelli “ufficiali” che le “connecting house” gestite, spesso senza soluzione di continuità, dai trafficanti che accumulano migliaia di persone per corrompere gli agenti e farle poi partire contemporaneamente.

Si è anche nascosto come, giorno dopo giorno, malgrado una presenza militare italiana sempre più consistente, veniva di fatto ripristinata la zona SAR (ricerca e salvataggio) affidata alla Guardia costiera libica, con un nuovo ruolo alla Guardia costiera maltese assente da anni, e con azioni di diversione, o di rallentamento, che impedivano alle navi umanitarie interventi in posizioni nelle quali lo scorso anno il Comando centrale della Guardia costiera italiana coordinava con sollecitudine operazioni di salvataggio, anche in collaborazione con la nave Siem Pilot di Frontex, successivamente arretrata e poi ritirata proprio alla vigilia del nuovo impegno della marina italiana in acque libiche.

Adesso giunge l’intimidazione mafiosa. Il comandante della Guardia costiera libica, che pochi giorni fa ha aperto il fuoco su una nave umanitaria, avverte tutte le ONG che subiranno lo stesso trattamento se proveranno a soccorrere migranti a sud di una linea di cinquanta (secondo alcuni anche cento) miglia di distanza dalla costa libica. Una distanza irrangiungibile per i gommoni ed i barconi che i trafficanti fanno partire dalla costa. Di fatto la condanna a morte per abbandono di chi si mette per mare dalla Libia diretto verso le acque internazionali.  Come voleva Minniti con il Codice di condotta, come voleva il governo con l’invio delle navi della Marina a Tripoli, come volevano i giovani identitari bloccati con la loro carretta davanti al porto di Sfax in Tunisia, come ha permesso la magistratura, perseguendo chi fa i soccorsi e chi risponde alle chiamate e non sanzionando per tempo, invece, chi si è reso da tempo colpevole di omissione di soccorso. Anzi, per chi ha commesso il reato di omissione di soccorso qualche procura ha proposto persino l’archiviazione, per fortuna respinta dalla valutazione rigorosa dei fatti da parte di un giudice delle indagini preliminari. Ma presto potrebbe essere di nuovo strage, come l’11 novembre del 2013.

Il governo italiano ed il ministro Minniti hanno permesso al comandante della Guardia costiera di Tripoli di dichiare l’esistenza di una zona SAR libica, preclusa alle navi delle Organizzazioni non governative ( e perchè soltanto a loro?).

I libici non hanno i mezzi e l’intenzione di garantire soccorsi nella loro area di attività di ricerca  e salvataggio ( SAR), intendono solo accreditarsi politicamente con l’Unione Europea e lucrare due volte, sui contributi europei ed italiani, e sui proventi dei trafficanti con i quali colludono. Ma qualcuno potrebbe avere fatto male i suoi conti, se tra qualche mese di Serraj e della Guardia costiera libica resterà soltanto il ricordo. Il generale Haftar ha già avvertito l’Italia che considera come una presenza ostile i mezzi italiani asserragliati nel porto di Tripoli a supportare il lavoro “sporco” eseguito dalla Guardia costiera libica.

In questo quadro di grande confusione, direttamente a bordo della nave Vos Hestia di Save The Children, si sono infiltrati contractor di agenzie private di informazione, in evidente collegamento con i servizi segreti, con un impegno diretto dello SCO, e con gli estremisti di destra di Generazione identitaria, per denunciare le attività di soccorso di quelle ONG che da tempo, ed esattamente dal 31 marzo di quest’anno, con un documento firmato a Badalona ed a Bruxelles, avevano resistito all’ipotesi del Codice di condotta. Un codice di polizia privo di basi legali, che, oltre alle parti che riprendevano obblighi già esistenti per il diritto internazionale, imponeva la polizia giudiziaria a bordo, vietava i trasbordi, facendo fuori le navi delle ONG più piccole, e autorizzava i libici a riprendersi le persone in fuga anche in acque internazionali. Altre volte carte provenienti dai servizi segreti stranieri, in particolare quelli tedeschi ed olandesi, non sono stati ritenuti utilizzabili nelle indagini sulle attività delle ONG, avviate dalla Procura di Catania.

Adesso siamo di fronte al dispiegarsi degli effetti di una politica tutta incentrata sull‘eliminazione delle ONG dalle acque del Mediterraneo centrale, se non sul loro totale asservimento, e sul ricorso al Governo di Tripoli come partner privilegiato per ridurre le partenze verso l’Italia. Come corollario di questa politica, le inchieste giudiziarie avviate su segnalazione di Frontex, a Catania, o su impulso diretto di agenzie di informazione legate ai servizi, come a Trapani. E sono gli stessi magistrati ad ammetterlo. Mentre la nave di Generazione identitaria che avrebbe dovuto completare il quadro accusatorio contro le ONG rimane bloccata da giorni al largo delle coste Tunisine, davanti al porto di Sfax. Dopo che la Grecia e la stessa Tunisia hanno vietato l’ingresso in porto. Dopo proteste dei movimenti antifascisti delle due sponde del Mediterraneo, Un esempio del tipo di aggregazione sovranazionale antirazzista che si dovrà sviluppare in futuro.

 

La prima risposta necessaria è il consolidamento di reti di informazione e di resistenza, anche sul piano legale, che riescano a fare circolare notizie veritiere, a sostenere le persone accusate di solidarietà, a denunciare il costo altissimo in termini di vite umane derivante dallo smantellamento del sistema di soccorso umanitario coordinato dalla Guardia costiera che nell’ultimo anno aveva garantito la maggior parte degli interventi di salvataggio.

Le ONG rimangono essenziali per il soccorso in acque internazionali. Occorre tracciare una linea alternativa rispetto alle pratiche di governo ed alle prassi di polizia contro gli operatori umanitari promosse da Minniti con il supporto dei servizi, e con il contributo fondamentale del senatore La Torre a capo della Commissione Difesa del Senato.   Una Commissione parlamentare che, proprio sulla base delle prime denunce di Frontex e dei siti dell’ultradestra europea, aveva avviato una indagine parlamentare contro le ONG, definite “taxi del mare”, ma che è servita soltanto ad alimentare la macchina del fango. Malgrado le conclusioni unanimi di quella Commissione non avessero provato nessuna collusione tra le ONG ed i trafficanti, proprio quelle stesse conclusioni sono state strumentalizzate per imporre il Codice di Condotta Minniti e per proseguire sui media l’opera di diffamazione nei confronti degli operatori umanitari.

La trattativa sul Codice di condotta che si doveva imporre alle ONG è stata caratterizzata da comportamenti ostruzionistici del ministero dell’interno e della guardia costiera che hanno ritardato il rientro dei mezzi nelle zone di ricerca e salvataggio, ed hanno messo a rischio la vita di migliaia di persone. Come se non bastasse la minaccia costante della Guardia costiera libica che è arrivata anche a a sparare, proprio su una imbarcazione di chi si era dichiarato pronto a firmare il Codice di condotta.  Del resto non è il primo incidente e non sarà neppure l’ultimo. A maggio i libici avevano sparato persino su una motovedetta italiana, ancora l’addestramento non era completato, adesso hanno distribuito i diplomi. E si spara sulle ONG. Chi garantirà nelle prossime settimane la sicurezza delle ONG ancora impegnate nelle operazioni SAR senza avere accettato i ricatti imposti da Minniti ?

L’opposizione a queste politiche di respingimento e di denigrazione  non è più una questione di voti parlamentari. mentre l’immigrazione rimane una straordinaria leva eletorale, capace di spostare milioni di voti anche per effetto delle macchinazioni più aberranti. Bisogna ripartire dal rispetto della vita umana e dal rifiuto per ogni forma di guerra, che prima o poi divampa con tutte le sue possibili frange terroristiche.

In Libia la politica italiana sta producendo una intensificazione delle tensioni tra le parti in lotta, che potrebbe compromettere anche i rilevanti interessi commerciali del nostro paese in quel territorio.

Occorre prendere atto che tutta la Libia oggi costituisce per i migranti una trappola infernale dalla quale bisogna garantire vie legali di evacuazione. Ogni politica di respingimento, diretto, o camuiffato dietro la cooperazione operativa della Guardia costiera libica, produce soltanto morte e sofferenza. Per questo occorre ribadire la ricjhiesta di visti umanitari di ingresso per chi fugge da quell’inferno, ed il rilascio di permessi di soggiorno per motivi umanitari per coloro che hanno fatto una richiesta di protezione in Italia, dopo essere stati soccorsi in mare.

Le reti dei trafficanti si possono smantellare non certo denunciando chi risponde alle chiamate di soccorso, come se queste chiamate dovessero restare senza risposta, se vengono effettuate da persone delle quali non sia possibile accertare l’ubicazione e le motivazioni, ma combattendo la corruzione negli stati di origine e di transito, quella corruzione che garantisce l’impunità ai trafficanti, quali che siano i fondi e gli accordi attivati dall’Unione Europea o dall’Italia. Sarebbe bene anche verificare in quali mani finiscono gli aiuti elargiti dall’Unione europea o dall’Italia, per rinforzare i controlli alle frontiere.

Per combattere quella corruzione di stato che costringe molti migranti in transito  in Libia a fuggire, o ne annichilisce l’esistenza nei campi lager, si dovrebbero rimettere in discussione consolidate coperture delle attività economiche più importanti (come le attività estrattive di gas, petrolio o altre risorse) che poi fanno la misura dei rapporti, oltre al commercio di armi, tra gli stati europei e gli stati africani.

La lotta alla corruzione e la pacificazione non violenta delle zone di transito, come dei paesi di origine, come il superamento delle dittature (come quella eritrea), con ramificazioni diffuse, attraverso servizi segreti che intimidiscono, dittature che appaiono fuori dalla storia, ma che grazie ai rapporti commerciali ed all’infiltrazione delle polizie, hanno un ruolo sempre maggiore, anche nella lotta al terrorismo internazionale) sono le uniche strade praticabili per ridurre e rendere sostenibili i movimenti umani che si continueranno comunque a verificare nei prossimi anni.

Sul piano interno occorre uno sforzo straordinario di resistenza e di aggregazione, che vada oltre la dimensione di contrapposizione dei procedimenti giudiziari, e sia capace di formare una massa critica che difenda il ruolo della solidarietà ed i valori dello stato di diritto . Il rispetto del diritto di asilo e dei diritti di difesa e di libertà sanciti dalla Costituzione italiana, l’osservanza di quanto previsto dalle convenzioni internazionali e delle sentenze della Corte Europea dei diritti dell’Uomo non devono restare oggetto di una contesa tecnica tra addetti ai lavori, o tra buonisti e rigoristi. Ma devono costituire lo spartiacque tra chi difende i principi di democrazia e solidarietà  e chi invece, nel tentativo di fare apparire un ribasso nel numero degli arrivi di migranti in Italia, o per esibire un “tetto massimo” che sarebbe stato imposto, arriva a fare accordi con governi che torturano o con servizi di informazione che minacciano e diffamano chi soccorre, in mare ed a terra. Non esistono vie giudiziarie per trasformare la solidarietà in reato.

Gli accordi con i paesi terzi, e le conseguenze che hanno sul piano della violazione dei diritti umani, non sono separabili dal livello di garanzie democratiche e di coesione sociale che si garantisce all’interno del paese. Saranno i fatti, tra qualche anno si potrà dire la storia, che chiariranno se a destabilizzare il nostro paese siano stati qualche centinaio di migliaia di potenziali richiedenti asilo soccorsi in mare, o chi ha utilizzato per anni “l’emergenza immigrazione” per nascondere le responsabilità della crisi e il peggioramento delle condizioni di vita della maggior parte della popolazione. Contro una politica che produce morte, rivendichiamo il diritto alla vita.