Si intensifica la guerra contro le ONG e si realizzano i piani di morte contro i migranti in fuga dalla Libia. E’ strage continua.

Di Fulvio Vassallo Paleologo

Ancora oggi una grave strage nelle acque antistanti la costa libica, dove dovrebbe intervenire la Guardia costiera libica. Sembra che nessuno raccolga i documentati allarmi lanciati da Amnesty International. Come si negano le stragi, si emarginano opinioni e rapporti che potrebbero mettere in discussione le tesi governative. Le acque libiche non sono coperte, quanto alle attività SAR, dai mezzi delle milizie, alcune che dichiarano di avere una propria Guardia Costiera, che controllano le diverse regioni della Libia. 1900 chilometri di costa che non diventeranno certo più sicuri per effetto delle quattro motovedette restituite da Minniti al governo di Tripoli. Senza le navi umanitarie le stragi come quella di oggi si ripeteranno a catena.

Come avviene con cadenza ormai settimanale, quando arrivano i libici, meglio i mezzi di cui dispongono le milizie di Tripoli, sotto il comando del governo Serraj, oppure quando i soccorsi ritardano, qualche gommone si rovescia e si contano decine di morti e dispersi. Vittime cancellate quotidianamente dai grandi media, perché di queste stragi raccontano soltanto le ONG che ancora riescono ad operare nella zona SAR libica, in acque internazionali, a 20-30 miglia dalla costa, oppure qualche superstite, attraverso la conferma delle testimonianze da parte dell’OIM e dell’UNHCR, quando riescono a parlare con i migranti negli Hotspots,  perché ai naufraghi sottoposti ad indagine per scoprire i trafficanti si crede soltanto se denunciano qualche scafista, ma non quando denunciano omissioni di soccorso e naufragi per abbandono.

Attendiamo di conoscere le sorti del processo, che è stato trasferito a Roma, per il presunto abbandono di una imbarcazione carica di naufraghi poi anegati, l’11 ottobre 2013. Un processo che non si sarebbe dovuto celebrare dopo la richiesta di archiviazione da parte della Procura di Agrigento, e che invece avrà luogo, seppure a Roma, per la determinazione e la documentata decisione del Giudice delle indagini preliminari. Un precedente che oggi sarebbe bene ricordare, e seguire, perchè quella strage derivò da un balletto di competenze tra le autorità di Malta e quelle italiane, ore ed ore dopo le prime chiamate di soccorso. Alla fine colarono a picco centinaia di persone con il battello nel quale restarono intrappolate.

Oggi l’abbandono di una vasta zona di mare alla Guardia Costiera di Tripoli, l’inerzia delle autorità maltesi, e gli attacchi alle organizzazioni umanitarie, esposte al fuoco di militari libici e di trafficanti, potrebbero riaprire quel tipo di conflitti di competenza tra l’Italia ed i paesi che hanno zone SAR confinanti ( Malta e Libia), mentre sta già provocando un aumento esponenziale di morti e dispersi che si vogliono nascondere dietro la campagna di odio verso le ONG. 

Continuano le manovre propagandistiche per chiudere l’ingresso dei porti italiani alle navi delle ONG, dopo che i principali paesi europei hanno respinto la proposta italiana di individuare i porti di sbarco in base alle bandiere delle navi. Si dimentica che nel 2009 un Tribunale dello stato ( ad Agrigento) ha assolto i responsabili della nave tedesca Cap Anamur che nel 2004 era stata costretta per settimane ai limiti delle acque territoriali italiane, dopo avere soccorso decine di naufraghi in zona SAR maltese. In quel caso si volle imporre alla Cap Anamur lo sbarco dei naufraghi, se non a Malta, che rifiutava,  nel paese di bandiera, o sede dell’Organizzazione umanitaria che armava la nave.

Alla fine, dopo tre settimane di blocco in mare, nel luglio del 2004, la nave chiese di entrare a Porto Empedocle ( Agrigento), adducendo uno stato di necessità, che venne poi escluso dalle forze di polizia, con conseguente arresto del Comandante, del suo secondo e del Capomissione. Lo stato di necessità e la regola dello sbarco nel porto sicuro più vicino, imposta dal diritto internazionale, comportarono invece, dopo cinque anni di processo, l’assoluzione degli imputati e la sconfitta del tentativo di criminalizzare l’intervento umanitario. 

Un tentativo di blocco in mare che si vorrebbe ripetere oggi attribuendo alla polizia, su indicazione del ministero dell’interno, il potere di negare l’ingresso nei porti italiani più vicini alla zona SAR libica, per costringere le ONG a tragitti sempre più lunghi, in modo da diradarne la presenza nelle acque internazionali a 20-40 miglia dalla costa libica, dove attualmente si sta verificando il maggior numero di soccorsi. Per complicare ulteriormente gli interventi delle navi umanitarie si vorrebbe negare loro l’ingresso nei porti meridionali, con conseguente diminuzione della loro presenza nella zona dove più frequentemente si verificano i naufragi, quando nessuno interviene in tempo.

Se il piano Minniti sui controlli sulle attività delle ONG dovesse passare alla fase operativa, senza uno straccio di base legale, si vieterebbero persino i trasbordi in mare da una nave soccorritrice ad un’altra, con la conseguenza che i soccorsi sarebbero ancora meno efficaci, e le stesse navi soccorritrici, costrette a viaggiare in condizioni di evidente sovraccarico, sarebbero più esposte alle burrasche marine e ai non meno pericolosi accertamenti burocratici dopo lo sbarco in porto, con ulteriore rallentamento delle attività e conseguente aumento delle vittime. Medici senza frontiere ha ricordato ancora una volta l’urgenza di missioni di soccorso  nelle acque del Mediterraneo centrale, ma solo qualche stato sembra avere raccolto l’appello. La maggior parte dei soccorsi è ormai affidata alle navi delle ONG che operano sotto il coordinamento del Comando centrale del Corpo delle Capitanerie di Porto (IMRCC). Costituisce un pessimo segnale l’annullamento del previsto incontro tra le ONG e i responsabili della Guardia costiera italiana, che coordina le attività di ricerca e soccorso delle stesse ONG. Una scelta imposta probabilmente dal governo, alla vigilia di interventi che potrebbero complicare ancora di più le attività delle navi umanitarie, rallentandone gli interventi e facendo ancora aumentare le stragi in mare. Per questo piano, in assenza di un supporto europeo che non è arrivato, si vorrebbe utilizzare come base legale, non un voto del Parlamento in sede legislativa, ma le conclusioni di una Commissione del Senato che ha votato una relazione nella quale comunque si escludevano profili di rilevanza penale nelle attività delle ONG in acque internazionali all’interno della zona SAR libica.

Un piano di morte programmato lucidamente da chi ritiene di potere criminalizzare la solidarietà, e di utilizzare le stragi e le morti conseguenti come un fattore di deterrenza, come se queste scelte potessero ridurre le partenze dalla Libia. Un piano di morte che sarebbe rafforzato dal divieto imposto alle ONG di entrare in acque libiche per operazioni di ricerca e salvataggio, quando, come appare sempre più spesso, i mezzi della Guardia costiera libica, o delle milizie che si fregiano di questo titolo, non sono in grado di intervenire, per carenza di mezzi, o perché si trovano troppo lontano. Le condizioni di scontro militare in Libia, e le persecuzioni di civili e migranti in transito su base etnica, hanno trasformato anche i migranti economici presenti in quel paese in profughi in fuga, da accogliere in un luogo sicuro. Ma i governi occidentali sono intenzionati ad intrappolare i migranti in Libia ed a impedire le partenze, con una forte limitazione delle possibilità di soccorso in mare. L’Italia, in questa prospettiva, con il governo Gentiloni, ha assunto il ruolo di capofila, anche se la solidarietà europea che ha incassato è davvero meschina.

Un piano di morte che passa anche attraverso accordi operativi con la Guardia costiera libica, frutto del richiamo delle intese del 2007 (governo Prodi) poi riprese dal Trattato di amicizia tra Italia e Libia del 2008 ( governo Berlusconi). Parliamo naturalmente della sedicente Guardia costiera libica legata al governo di Tripoli, che non sembra estranea al traffico di esseri umani, e che secondo diverse testimonianze si è resa responsabile di numerosi abusi, soprattutto dopo lo sbarco a Zawia delle persone bloccate nelle acque territoriali libiche. Ma la situazione è sempre più contraddittoria e la Guardia costiera di ripoli accusa persino la Guardia costiera di Zawia e rilancia le accuse contro le ONG.  Basta qualche mitragliata sparata dai trafficanti su un mezzo della Guardia costiera libica, per fare dimenticare anni di connivenza dei suoi principali esponenti con le organizzazioni che gestiscono il traffico e la tratta in Libia. Ma tutto può essere utile per attaccare le ONG e dimostrare la loro inutilità, se non la loro connivenza con le organizzazioni criminali che fanno partire i migranti. Occorre allontanare il più possibile le ONG dalla rotta del Mediterraneo centrale. Anche se poi i migranti soccorsi in acque SAR libiche finiscono in centri di detenzione lager come quello di Zawia. Il Tribunale penale internazionale ha già aperto una inchiesta sul comportamento della Guardia costiera libica rispetto alle attività di ricerca e soccorso condotte in acque internazionali dalle navi delle Organizzazioni internazionale, alle quali si è anche sbarrata la rotta mentre si accingevano ad operazioni di salvataggio.

In questo quadro il ritiro delle navi di Frontex-Operazione TRITON, dalle acque della zona SAR libica, e la loro limitata partecipazione alle operazioni di soccorso, con appena due o tre mezzi provenienti da altri stati UE, come la riconfermata mission della Operazione Sophia- Eunavfor Med, tutta rivolta al contrasto della tratta e del traffico degli esseri umani, confermano come per i governanti europei e buona parte dei loro elettori, la vita umana in mare non conti nulla. E ancora meno sembra interessare la sorte dei migranti bloccati in mare e riportati in Libia. Dietro l’utilizzazione strumentale della categoria di “migrante economico” si cela un cinismo che nasconde stupri e violenze quotidiane. Come se la Libia fosse un “paese terzo sicuro” e le sue coste offrissero luoghi sicuri di sbarco (place of safety). In mare ci sono soltanto naufraghi da salvare, uomini, donne, bambini, le differenziazioni tra chi ha diritto alla protezione e chi non la merita si potranno fare solo una  volta soccorsi e sbarcati a terra in un luogo sicuro. Appare comunque incomprensibile quale potrebbe essere il risultato del ritiro dell’Italia dalla missione TRITON, minacciato dal governo italiano, sia per lo scarso numero di interventi di soccorso garantiti da questa missione, che per la modesta partecipazione garantita alle attività di Frontex dal governo italiano ( due navi soltanto più altre che intervengono occasionalmente) .

Si continua ad assistere ad un susseguirsi di operazioni propagandistiche, con interventi sulla stampa a dir poco farneticanti, che mistificano i fatti e cancellano il quadro di legalità internazionale, posizioni spacciate in nome della difesa dei confini e della sicurezza nazionale, ma in realtà finalizzate a contendersi il voto dei populisti e degli xenofobi che stanno dilagando ovunque, grazie anche ad internet ed ai vari social nei quali le posizioni di chiusura dei governi vengono surclassate da ondate di opinioni apertamente razziste che negano il diritto alla vita. Lo stesso diritto alla vita che oggi è stato negato alle persone lasciate naufragare nella zona SAR di competenza della Guardia costiera libica. Se fossero state raggiunte da un mezzo delle ONG, sarebbero arrivate in Europa, ma soprattutto sarebbero ancora in vita. Ma se entrano nelle acque libiche le navi umanitarie diventano un target da colpire, militarmente e poi a livello giudiziario o amministrativo.

Negli anni sono state fatte tante proposte, come l’apertura di canali legali di ingresso e di canali umanitari assistiti per i soggetti più vulnerabili, o ancora la concessione di visti a livello europeo per motivi umanitari, e la modifica sostanziale del Regolamento Dublino. Ma non sembra che il clima sia favorevole ad un confronto civile al fine di trovare soluzioni efficaci e praticabili. Anche una parte della magistratura, al di là dell’accertamento di fatti penalmente rilevanti, che le compete, sembra lanciata sul terreno delle ipotesi che servono soltanto ad alimentare spinte populiste e astio nei confronti di chi pratica la solidarietà in mare.     

Le navi delle ONG non sono “taxi del mare” ma mezzi di soccorso che stanno sostituendo in condizioni sempre più difficili e sotto una campagna diffamatoria che non accenna ad attenuarsi, mezzi degli stati che rifiutano di adempiere agli obblighi di ricerca  e soccorso stabiliti dalle Convenzioni internazionali. Costringere i naufraghi a bordo di navi sovraffollate, per giorni e giorni, con la scusa dello sbarco in un porto più lontano di quelli utilizzati sino ad ora, costituisce se non respingimento collettivo, trattamento disumano e degradante vietato dall’art. 3 della Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo. Una norma che non può essere violata per indimostrabili problemi di ordine pubblico o di sicurezza.

Non si tratta soltanto dell’Unione Europea che ci lascia da soli ad afrontare quella che viene presentata come una emergenza. Ci ritroveremo ancora con un rafforzamento dello stato di polizia, e con un ulteriore abbattimento dei diritti fondamentali, non solo dei migranti, ma dei residenti tutti. E’ il suicidio dell’Unione Europea dei populismi. Ma è anche il tradimeno della Costituzione italiana da parte del governo Gentiloni. Gli articoli 3,10,13 e 24, capisaldi dello stato di diritto, sembrano diventati carta straccia. Non ci rassegneremo certo a questa involuzione antidemocratica del nostro paese e quando anche fossimo in minoranza, ci riproveremmo ancora, giorno dopo giorno, a denunciare ed a proporre possibili soluzioni a problemi che andranno incancrenendosi sempre più. Il diritto di asilo non può essere a numero chiuso e non si può vietare l’accesso al territorio a chi chiede protezione. Nessuna sicurezza e nessuna convivenza pacifica potrà venire dalla violazione sistematica dei diritti fondamentali delle persone, a partire dal diritto alla vita, ovunque essa avvenga, in mare o in terra.