L’Europa muore nel Mediterraneo, uccisa dall’invasione populista e dalla cattiva politica.

di Fulvio Vassallo Paleologo

1. Il governo italiano sembra ormai allo sbando sui diversi fronti dei soccorsi in mare, dell’immigrazione e dell’accoglienza, sempre più condizionato dai ricatti della lega e dall’ondata populista e securitaria che individua nei migranti le cause di disastri che sono invece imputabili alla crisi determinata dall’abbattimento dello stato sociale e dal liberismo sfrenato di questi anni. Senza neppure un minimo di attenzione a quello che succede ai migranti intrappolati in Libia o ripresi in mare e riportati a terra in quel paese.

Non si riesce ad individuare una politica che vada oltre l’emergenza, nel perenne tentativo di coinvolgere i paesi di origine e di transito nelle attività di blocco e di respingimento. Ritorna in auge il tema della esternalizzazione dei controlli di frontiera sotto le mentite spoglie della cooperazione allo sviluppo. Ma nell’immediato la sostanza dei problemi rimane incentrata sul blocco del corridoio del Mediterraneo centrale.

La rotta più pericolosa del mondo, sulla quale hanno perso la vita migliaia di persone, ignorate da chi si propone di disperdere la flotta di navi umanitarie che sono rimaste le uniche ad offrire una speranza di salvezza a chi fugge dalla Libia. Ogni rallentamento della loro attivitò, qualsiasi attacco strumentale che incide sulla raccolta dei fondi necessari per mantenere le missioni di  soccorso, qualunque ordine che imponga loro di ritirarsi davanti all’intervento di unità libiche in acque internazionali, potrebbe comportare un ulteriore aumento dei morti e dei dispersi, ai quali i mezzi di informazione non dedicano più di qualche rigo ai margini della cronaca. E le tante storie di naufragi raccontate dai supertsiti si apprendono con giorni di ritardo, nell’indifferenza generale, solo dopo che, una volta finiti i controlli di polizia, l’UNHCR e l’OIM hanno la possibilità di ascoltare i racconti di chi è sopravvissuto alla traversata. Tanti dichiarano comunque che avrebbero preferito morire in mare piuttosto che essere riportati indietro in Libia, nei centri di detenzione nei quali avevano subito abusi di ogni genere.

Si è svolto a Parigi un vertice tra il ministro dell’interno Minniti ed i suoi omologhi francese e tedesco, alla presenza del Commissario UE all’immigrazione Avramopoulos, per una prima legittimazione europea del giro di vite nei confronti delle navi delle ONG che operano attività di ricerca e soccorso nelle acque internazionali a nord della costa libica.

Sembra che sulle ipotesi prospettate da Minniti si sia raggiunta “una piena intesa”.

E’ stata convocata a Roma, per il prossimo 6 luglio, una Conferenza internazionale sui temi della “solidarietà e sicurezza” presieduta dal ministro degli esteri Alfano, alla quale sono stati invitati numerosi paesi africani. Un ennesimo tentativo di coinvolgere i paesi terzi nelle attività di blocco delle frontiere e di riammissioni collettive, anche se si tratta di persone che sono costrette a fuggire da regimi autoritari e corrotti, se non da vere e proprie dittature. Come emerge in tante sentenze dei giudici italiani che, dopo il diniego della Commissione territoriale, riconoscono il diritto alla protezione.

In nome di una solidarietà che non si vede e di risorse che sono tutte finalizzate ai controlli di frontiera ed alle polizie, si riunirà il  6 e 7 luglio anche il Vertice europeo di Tallin, l’ennesimo summit europeo che tratterà il tema del controllo delle frontiere e delle attività d contrasto di quella che si definisce soltanto come “immigrazione illegale”.

Non sembra che le proposte italiane sulla regolamentazione delle attività di ricerca e soccorso delle navi appartenenti alle Organizzazioni umanitarie possano trovare riscontri operativi nel vertice di Tallin. Tuttavia, quanto anticipato dal governo italiano, lascia preoccupanti margini di applicazione per via amministrativa anche senza il concorso di decisioni europee. Anche se lo stesso governo risulta diviso sull’ipotesi di bloccare i porti per le navi delle ONG che battono bandiera straniera.

Si riapre comunque la prospettiva di una ulteriore stretta repressiva  e di una correlata ondata mediatica contro le navi delle ONG ed i loro equipaggi, con un appesantimento burocratico delle prassi operative, sulla scorta di un’esperienza “pilota” già sperimentata in alcuni porti siciliani, con gravi effetti intimidatori e di rallentamento dei soccorsi dalle conseguenze imprevedibili, anche in termini di vite umane. Dalle navi umanitarie agli Hotspot prevale il sistema di sicurezza sulla corretta informazione delle persone e sulla emersione dei soggetti vulnerabili. Gli operatori delle navi umanitarie dovrebbero essere costretti a svolgere di fatto attività di polizia trasferendo agli agenti informazioni in loro possesso utili alle indagini. Anche quando queste informazioni si limitano al primo riconoscimento delle nazionalità ed all’accertamento dell’età. Un ruolo inaccettabile per chi fa soccorso in mare.

Dopo avere tentato, con scarso successo e poca lungimiranza, accordi con la Guardia costiera libica (di Tripoli) per un maggiore impegno nelle attività di blocco delle partenze dalla Libia, dopo una stagione di accordi con tribù e governanti privi di una reale capacità di controllo del territorio, oltre che di qualsiasi attenzione al rispetto dei diritti umani, per nascondere i fallimenti internazionali, non rimane altro che attaccare le ONG che continuano a fare soccorsi in acque internazionali, sotto il coordinamento della Guardia Costiera italiana. Neanche un accenno di riflessione sulle conseguenze politiche della cessione delle motovedette (sembra soltanto quattro) alla sedicente guardia costiera libica, che risponde agli ordini del governo Serraj.

Si prospetta così anche ai partner europei la proposta di chiudere i porti italiani alle navi delle Organizzazioni Umanitarie che non battono bandiera italiana, o di introdurre regole assai restrittive per gli sbarchi da queste navi in Italia,  ipotesi che ha diviso lo stesso governo. Da ultimo si pensa infatti di introdurre, con l’avallo dell’Unione Europea, nuove prescrizioni amministrative per ostacolare le attività delle ONG e costringerle a soste sempre più lunghe, per tenerle lontane dalle aree di soccorso. Con il rischio di subire un sequestro a discrezione delle autorità di pubblica sicurezza e portuali, qualora fosse riscontrata una inadempienza del Regolamento di attività che si vorrebbe imporre. Naturalmente senza alcuna base legale, né sul piano del diritto interno, né a livello europeo o internazionale. Nello stato di diritto, sulle ONG “detta legge” soltanto il Parlamento e non le autorità amministrative o la Guardia costiera.

Al governo italiano non rimane dunque altra proposta (elettorale) che scaricare le responsabilità dei fallimenti delle attività di contrasto dell’immigrazione irregolare sulle ONG che salvano i migranti e che hanno canali di finanziamento del tutto trasparenti, a differenza della Guardia costiera libica e di qualche agenzia europea che si occupa della sicurezza dei confini. Per non parlare degli abusi di cui viene accusata la stessa Guardia costiera libica.

Sta infatti venendo fuori che quella Guardia Costiera con cui l’Italia ha trattato l’avvio di attività coordinate di contrasto dell’immigrazione potrebbe essere coinvolta nella vasta rete di organizzazioni criminali che gestiscono il traffico dei migranti in Libia. Una ipotesi sulla quale sta indagando il Tribunale penale internazionale.

Di certo non si riesce circoscrivere e ad arrestare la rete di trafficanti di diverse nazionalità da tempo insediati in Libia, con rapporti sempre mutevoli con le tribù e le milizie armate, con propaggini in Niger ed in Sudan, che le indagini, condotte con metodi assai approssimativi, non riescono a smantellare.

Gli infortuni diplomatici accumulati nei confronti dei paesi africani dovrebbero portare alle dimissioni immediate dei ministri Alfano e Minniti. Dopo gli accordi con il Sudan e il Niger, con qualche isolato tentativo di respingimenti collettivi, l’unico risultato che si è conseguito è stato l’arruolamento della Guardia costiera libica, e del suo portavoce, nell’accozzaglia internazionale che semina discredito contro le ONG, senza riuscire a portare una sola prova della loro collusione con i trafficanti ( con i quali colludono invece molte di quelle forze libiche con le quali si tenta di instaurare protocolli operativi comuni).

 

Malgrado le divisioni interne al governo Minniti punta sull’avallo di un vertice europeo, o su un accordo ristretto tra gli stati più forti, anche loro in campagna elettorale, per scardinare consolidate norme di diritto interno e Convenzioni internazionali. Come se le decisioni dei vertici europei potessero modificare Regolamenti adottati in sede legislativa con il voto del Parlamento Europeo o le Convenzioni internazionali di diritto del mare, troppo spesso citate a convenienza da chi le richiama solo a brandelli, per giustificare le scelte di blocco e di respingimento. Si continua a insistere aumentando la pressione sulle ONG, mentre non si batte ciglio all’ennesimo rinvio del nuovo Regolamento Dublino, che costituirebbe lo strumento più efficace, se modificato, per una maggiore condivisione delle responsabilità di accoglienza ( ma indirettamente anche di soccorso) tra i diversi paesi dell’Unione Europea.

2. Il semestre di presidenza estone, dopo quello maltese, si annuncia altrettanto carico di rischi per la stessa sopravvivenza di una politica europea comune in materia di immigrazione ed asilo, già messa a dura prova dai paesi del Patto di Visegrad ( Polonia, Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia) e dal fallimento del vertice de La Valletta a Malta lo scorso 3 febbraio. Si continua generalmente a sottovalutare la situazione sempre più grave in Libia. Una situazione che ha importanti risvolti militari ma che non si esaurisce nel controllo o nel contrasto del traffico dei migranti, restando decisiva la questione dello sfruttamento delle risorse petrolifere e di gas di cui dispone questo paese.

Appare sempre più defilato il ruolo della missione Triton di Frontex, come del resto dell’operazione europea EUNAVFOR MED su cui la rappresentante della Commissione Mogherini aveva investito tutto il suo peso, per formare la guardia costiera libica e predisporre protocolli operativi di intervento coordinato. Dopo che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e i diversi governi libici avevano respinto la fase tre dell’operazione, che avrebbe dovuto comportare l’ingresso delle navi europee nelle acque territoriali libiche, le navi della missione si erano ritirate più a nord ed alcune erano rientrate nei porti. Un fallimento, questo della Mogherini, che dà la cifra dei risultati del suo mandato, anche rispetto alle zone di crisi nelle quali , come in Libia, l’Unione Europea non ha saputo esprimere una politica estera comune, tanto che oggi sarebbero opportune le sue dimissioni.

Al di là dei risultati dei vertici europei ed euro-africani si può senz’altro prevedere che continueranno gli attacchi alle ONG che sono rimaste a operare attività di ricerca e soccorso nelle acque internazionali a nord della costa libica. Ed è proprio su questa campagna diffamatoria e su questa diffusione di senso comune, contrario a qualunque forma di solidarietà con chi svolge attività di ricerca e soccorso in mare, che verrà meno l’identità unitaria di un’Europa dei diritti. Si va al compimento di un processo involutivo che è cominciato da anni e che è stato colpevolmente alimentato persino da agenzie come Frontex.

Tutti possono ricordare in quale clima l’Italia fu costretta a chiudere l’operazione Mare Nostrum nel 2014, e quante accuse furono rivolte ai vertici militari italiani, “colpevoli” di avere salvato troppe vite umane in mare e di avere “contribuito” ad un aumento degli arrivi in Europa di migranti in fuga dalla Libia, quasi tutti migranti in transito, generalmente esposti ad abusi di ogni genere e, nel caso delle donne, a stupri sistematici. Abusi che continuano ancora oggi.

Sono anni che i vertici di Frontex vanno all’attacco delle Organizzazioni non governative e dei comandi della Guardia Costiera che antepongono la salvaguardia della vita umana in mare alla difesa dei confini esterni dell’Unione Europea e al contrasto di quella che definiscono soltanto come “immigrazione illegale”. Questi attacchi, che si erano intensificati dopo le cd. Primavere arabe, si sono poi attenuati nel 2015, per qualche mese, solo dopo le stragi più terribili, come quella del 18 aprile, che sono costate migliaia di vittime nel Mediterraneo, in particolare sulla rotte dalla Libia verso l’Italia.

Adesso Frontex si è trasformata nella nuova Guardia di frontiera e costiera europea, ma al di là della denominazione le sue attività non sono cambiate, anzi sembrano decisamente ridimensionate, se si guarda al numero dei soccorsi in mare operati nel Mediterraneo centrale negli ultimi mesi di quest’anno.

Dopo una breve pausa dovuta alle ultime elezioni, la stagione degli attacchi contro le navi umanitarie è ripartita mentre manca qualsiasi disponibilità per l’apertura di canali legali di ingesso e di percorsi assistiti per i soggetti più vulnerabili intrappolati nei paesi di transito, come si potrebbe realizzare con la concessione di visti umanitari. Le posizioni della Francia di Macron, in particolare sull’uso strumentale della categoria di migrante economico, sono di totale rigetto delle proposte italiane. Rimangono, sola espressione di una politica europea che non si vede su altri fronti, le accuse dei vertici di Frontex alle ONG che svolgono attività di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale.

In questo quadro politico senza prospettive Frontex riduce al minimo la sua presenza nelle acque del mar libico e gioca sui numeri, annoverando nei comunicati stampa, tra le cinque navi della missione Triton che sarebbero attualmente operative, anche due navi italiane ed un mezzo della Guardia costiera maltese, che sarebbero però finanziate dall’Unione Europea. Un espediente per taroccare analisi dei rischi, rendiconti e numeri delle persone soccorse. nel corso del 2017 il livello degli interventi di ricerca e soccorso operato da mezzi riconducibili esclusivamente alla missione Triton di Frontex è crollato.

3. Nessun intervento di ricerca e soccorso può ridurre drasticamente il numero delle vittime quando si consente che in un territorio, come la Libia nord-occidentale, le milizie colluse con i trafficanti riescano a fare partire dallo stesso tratto di costa anche venti – trenta gommoni contemporaneamente, carichi di 4000-5000 persone. Ma la presenza delle navi di soccorso europee, siano esse civili o militari, nelle acque internazionali, a ridosso delle acque territoriali libiche, può incidere sensibilmente sul numero delle vittime, morti e dispersi, che si è costretti a registrare ormai con cadenza quasi giornaliera, nell’indifferenza dei media e dell’opinione pubblica europea. Solo l’apertura di canali legali di ingresso può limitare il numero delle vittime in mare.

In attesa che i politici libici delle diverse tribù raggiungano una pacificazione tra le  fazioni, non rimane che difendere l’operato delle navi delle ONG che sono rimaste ad operare soccorsi al limite delle acque territoriali di quel paese, non per scelta ma per il ritiro delle navi militari europee. Se oggi in Libia la situazione è quella di uno scontro militare interno tra diverse fazioni, si dovrebbero ricercare bene le responsabilità europee, anche per evitare ulteriori scelte disastrose sul piano politico-militare, e devastanti sotto il profilo umanitario. Ma a Bruxelles ( ed a Varsavia, sede di Frontex) si lavora soltanto per ridurre le partenze dalla Libia aumentando i canali di finanziamento (ed i mezzi di intervento) delle autorità di un paese che non rispetta neppure la Convenzione di Ginevra sui rifugiati. Prevale dunque l’opinione che solo un contrasto più forte dell’immigrazione “illegale”, delegato di fatto a quelle che oggi si possono definire soltanto milizie libiche, possa ridurre il numero delle vittime in mare, senza l’apertura di canali umanitari o di vie legali di ingresso in Europa. E si ritiene che si possano delegare a queste milizie, già responsabili di innumerevoli abusi, compiti sempre maggiori di arresto a terra e di blocco nelle acque territoriali, allontanando le navi europee, altrimenti costrette ad intervenire in operazioni di ricerca e salvataggio (SAR) sotto il coordinamento della Guardia Costiera italiana.  Prima che queste scelte politiche si compiano occorrerebbe rispondere ad alcune domande.

Come sono stati impiegati i fondi che sono stati aumentati in base all’Agenda europea sulle migrazioni, dopo le stragi del 2015 ? Come si stanno dispiegando i mezzi della nuova Guardia Costiera e Polizia di frontiera europea prevista dal nuovo Regolamento 1624 del 2016, che alcuni definiscono già come una Frontex Plus, di cui mantiene la personalità giuridica?

Perché la Guardia Costiera italiana che è indiretta destinataria degli attacchi di Frontex alle ONG, non rende noti i tracciati delle operazione di Search and Rescue che documentano il disimpegno progressivo dei mezzi europei ? In cosa sono consistite davvero le attività di formazione della Guardia costiera libica condotte da Frontex a bordo delle navi dell’Operazione Sophia di Eunavfor Med e quali risvolti operativi hanno già avuto?

A quali milizie rispondono effettivamente i mezzi che vengono generalmente inclusi nella sedicente Guardia costiera libica, a quali ordini rispondono, in che rapporti di cooperazione sono con i mezzi militari della missione Eunavfor Med dopo l’istruzione ricevuta a bordo delle navi di questa missione ? Esiste una centrale di coordinamento tra la Guardia costiera di Tripoli e la Guardia costiera italiana ? Quali garanzie ci sono davvero che nelle acque libiche gli obblighi internazionali di ricerca  e soccorso vengano rispettati?

Invitiamo i parlamentari nazionali ed europei ad avviare attività ispettive per verificare come vengono spese le ingenti risorse stanziate per le operazioni di contrasto dell’immigrazione irregolare nel Mediterraneo centrale e soprattutto per verificare quanto siano rispettate le regole internazionali ed europee che impongono il salvataggio delle vite umane in mare e l’assoluto rispetto del principio di non refoulement . Un principio troppo spesso affermato a parole, ma poi contraddetto da Memorandum d’intesa (MoU) che delegano ad autorità di paesi che non rispettano i diritti umani compiti di ricerca e salvataggio che si traducono in altri abusi ed in altra detenzione arbitraria.

Oltre ad attaccare gli operatori umanitari, ed indirettamente la Guardia Costiera italiana, che hanno salvato decine di migliaia di vite umane, Frontex dovrà rendere conto dell’adempimento immediato dei doveri di soccorso previsti dalle Convenzioni internazionali e degli impegni che derivano dai Regolamenti Europei e dalle Decisioni del Consiglio e del Parlamento Europeo, da ultimo ribaditi nel Regolamento che istituisce la nuova Guardia Costiera e di frontiera europea.  Quali scelte strategiche hanno prodotto l’allontanamento delle navi di Frontex dalle coste libiche? Esiste una qualche nesso di causalità tra la riduzione del numero delle navi impegnate nell’operazione Triton, la loro dislocazione e l’aumento delle vittime in mare, nelle acque internazionali contigue alle acque libiche, nei primi mesi del 2017 ? E’ ancora in vigore il Memorandum d’intesa firmato dalle autorità italiane con il governo di Tripoli il 2 febbraio scorso ? Che fine hanno fatto le motovedette restituite dall’Italia alla Libia, che dopo alcuni giorni di attività sembrano di nuovo scomparse ?

Piuttosto che chiedere scusa alle ONG, dopo mesi di attacchi e di diffamazione che non hanno portato ad alcuna conferma delle accuse infamanti rivolte nei loro confronti, si sta ancora progettando una ennesima stretta repressiva per rallentarne ad ogni costo le attività. Accanto alle ONG, i cittadini europei solidali sono pronti a contrastare giorno per giorno l’intensificarsi della guerra alle migrazioni e la criminalizzazione che si sta rivolgendo nei confronti di chiunque si opponga alle politiche di morte adottate a Bruxelles ed a Varsavia.