Il filo rosso che lega le stragi per abbandono nel Mediterraneo centrale.

di Fulvio Vassallo Paleologo

Libya: Italy hand over Libya’s Coast Guard first of 10 boats to patrol national waters | OnuItalia 

GAETA, APRIL 23 – Italy has handed over to the Libyan coast guard the first two of 10 boats to rescue migrants from foundering smugglers’ boats, as part of a strategy Rome hopes will reduce the huge numbers of the rescued from reaching Italian shores.

1) I principali mezzi di informazione hanno rapidamente rimosso la strage per abbandono che si verificò l’11 ottobre del 2013, settanta miglia a sud di Lampedusa, dunque in acque internazionali che ricadevano all’incrocio della zona SAR ( non nelle acque territoriali) di Malta con quella italiana , quando, dopo ore di chiamate di soccorso rimaste inascoltate, un’imbarcazione carica di centinaia di persone colò a picco.

Una strage che soltanto l’ostinata volontà di alcuni superstiti e l’abnegazione dei loro difensori ha ricordato ad un’opinione pubblica sempre più indifferente ed assuefatta. Le prove che si sono raccolte non saranno facilmente smentibili. Ma è già scattata la rimozione dei fatti.

Il giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Agrigento, ha respinto la richiesta di archiviazione presentata dalla Procura, trasferendo gli atti per competenza al Tribunale di Roma. Tra le motivazioni adottate, l’importante considerazione che la strage non era avvenuta nelle acque territoriali maltesi, come aveva sostenuto la Procura. Dalla decisione del giudice di Agrigento si conferma il principio che che gli stati responsabili per la propria zona SAR non possono ritenersi sollevati dalle proprie responsabilità quando, per carenza di mezzi, la zona SAR confinante sia priva di mezzi capaci di garantire concrete possibilità di ricerca, a fronte a chiamate di soccorso che delineano chiaramente una situazione di pericolo imminente per la vita delle persone. Oltre le responsabilità individuali oggetto del giudizio penale per omicidio si tratterà di accertare le responsabilità politiche, per impedire che queste tragedie per omissione si possano verificare ancora.

E difficile pensare che dietro decisioni tanto delicate dei vertici della Guardia Costiera e della Marina militare non vi sia stata una determinazione precisa da parte dei ministri competenti, allora in carica, ed è anche questo che le indagini dovrebbero accertare.

Malgrado l’interesse della stampa di tutto il mondo, attorno alla strage avvenuta a sud di Lampedusa a pochi giorni di distanza da quella, diventata quasi un emblema delle stragi di migranti in mare, del 3 ottobre 2013, in Italia sembra calata una pesante censura.

Un naufragio per abbandono, quello dell’11 ottobre del 2013, del tutto ignorato nei rapporti di attività di Frontex, che alla fine del 2013 era in una delle sue periodiche fasi di ripiegamento e che in quello stesso periodo aveva subito la riduzione del budget e del campo operativo delle operazioni nelle acque del Mediterraneo centrale. Esattamente come si è verificato quest’anno, a partire dal mese di maggio, quando si è operata una ridislocazione dei mezzi dell’Operazione Triton ed una loro quasi totale scomparsa dagli interventi di Search and Rescue dalle acque del mar libico. Questo il primo filo rosso che lega le stragi di Lampedusa nel 2013 alla sequela ben meno visibile di naufragi che si stanno intensificando in questi ultimi mesi, nelle acque internazionali di fronte la costa della Tripolitania, nell’indifferenza generale.

Ma altre analogie ricorrono, tra la fine del 2013 e questi ultimi mesi, per la incerta definizione delle competenze di ricerca e soccorso ai limiti delle zone SAR confinanti nel Mediterraneo centrale tra stati diversi. Un problema che è stato sollevato nel mese di maggio dalla marina irlandese in missione nelle acque a nord della costa libica, come negli anni precedenti, che non ha ancora ricevuto risposte certe in ordine ai poteri di intervento delle motovedette libiche restituite dall’Italia al governo di Serraj per operare in acque internazionali.

Minniti lascia trapelare dichiarazioni favorevoli allo sbarco dei migranti soccorsi nei porti di bandiera o nei porti più vicini, come Malta, e si potrebbe riaprire una annosa questione di competenze negli interventi di soccorso, esattamente come quelli che causarono il naufragio dell’11 ottobre 2013. Come emerge anche dalle dichiarazioni del premier maltese Muscat, rilasciate dopo la strage, oltre alla risalente diatriba tra le autorità italiane e quelle maltesi negli interventi di soccorso nella vastissima zona SAR, che le convenzioni internazionali assegnano alla Libia, si denunciava l’assenza dell’Unione Europea nel supportare le attività di ricerca e soccorso (SAR) che comunque già allora erano a prevalente carico dell’Italia, e solo occasionalmente di Malta.

In quel periodo non era stato ancora approvato il Regolamento europeo n.656 del 2014 che, alcuni mesi dopo le stragi di ottobre del 2013, precisò con maggiore rigore gli obblighi di intervento dei mezzi di Frontex presenti in zona, una volta che le autorità nazionali competenti per le zone SAR ( nel caso italiano l’IMRCC- Centro operativo di coordinamento per il soccorso in mare) avevano dichiarato un “evento di ricerca e soccorso”..

 

2 ) Dal 18 ottobre del 2013, ad una sola settimana di distanza dalla strage dell’11 ottobre, e dopo quella ben più “visibile” del 3 ottobre davanti le coste di Lampedusa, il governo italiano varò l’Operazione Mare Nostrum che nei mesi successivi permise il contenimento delle stragi in mare con l’impegno prevalente dei mezzi della Guardia Costiera e della Marina italiana, che in quel periodo operarono sistematicamente all’interno della zona SAR maltese, sulla base di un patto tacito di intervento ( dei mezzi italiani) che da allora non è stato mai smentito.

Dopo le pressioni dei vertici di Frontex, che imputavano all’operazione Mare Nostrum il carattere di pull factor, alla fine del 2014 il governo italiano fu costretto a bloccare l’operazione, che non venne per nulla sostituita dalla missione Triton lanciata nel frattempo da Frontex, fino alla tragedia del 18 aprile 2015, verificatasi 60 miglia a nord della Libia, la tragedia più grave del Mediterraneo, con oltre 800 morti, dopo la quale si decise di estendere la presenza di mezzi di Frontex fino a 135 miglia a sud delle isole di Lampedusa e Malta.

Pochi mesi dopo però, e poi per tutto il 2015 e per il 2016, i mezzi di Frontex cominciarono progressivamente a diminuire, con conseguenze letali sulla vita delle persone che tentavano la traversata dalla Libia, come documentato in uno studio che dimostra, sulla base dei tracciati e di testimonianze inequivocabili, il costo umano del progressivo ritiro dei mezzi della missione Triton di Frontex.

Da questa situazione di abbandono, e non da improbabili chiamate da parte dei trafficanti, nasceva nei primi mesi del 2015 l’intervento delle navi umanitarie finanziate con capitali privati dalle ONG, in qualche caso assai vicine a paesi dell’Unione Europea, come nel caso di Moas, sulla quale il comandante era lo stesso che fino a pochi mesi prima aveva comandato la Guardia Costiera maltese. E nel caso di Moas la collaborazione con Frontex non era mai mancata. Eppure anche Moas è finita nel mirino di coloro che hanno attaccato le operazioni di ricerca e soccorso delle operazioni di ricerca e soccorso, come se fosse illecito, piuttosto che abbandonare vite umane, soccorrerle e portare i naufraghi in un porto sicuro ( place of safety), che secondo le Convenzioni internazionali SAR e SOLAS non è necessariamente il porto più vicino.

In altri casi le organizzazioni non governative erano del tutto indipendenti dai comandi della Guardia costiera dei paesi di riferimento ed assai critiche nei confronti delle politiche di sbarramento a mare e di cooperazione con i paesi terzi, adottate sia da singoli stati, come l’Italia, che dall’Unione Europea e da Frontex, agenzia alla quale dalla fine del 2015 si affiancava l’operazione EUNAVFOR MED, che concludevano accordi con la Guardia costiera libica.

Questa la portata complessiva delle attività dell’Unione Europea rispetto al corridoio del Mediterraneo centrale. Piuttosto che aprire canali umanitari e ofrire possibilità concrete di ingressi legali per lavoro, l’unica scelta che l’Unione Europea ha saputo assumere ha riguardato le attività di contrasto militare della cd. Immigrazione illegale, prima con le operazioni di Frontex, poi con la missione denominata Eunavfor Med, altrimenti intesa come Operazione Sophia.

Dal settembre del 2015 l’Unione Europea aveva varato l’operazione militare EUNAVFOR MED per contrastare l’immigrazione “illegale” proveniente dal nordafrica. Successivamente i compiti dell’agenzia sono stati estesi al contrasto del terrorismo e del traffico di armi.

Già nell’agosto dello scorso anno si era diffusa la notizia ufficiale della conclusione di un Memoriale di intesa ( MOU) tra i vertici di Eunavfor Med e la Guardia Costiera libica che però rispondeva e risponde tuttora solo ai comandi del governo Serraj, insediato a Tripoli dalle Nazioni Unite, un governo che il parlamento di Tobruk ed il generale Haftar (sostenuto dagli egiziani) non hanno ancora riconosciuto.

Il programma, che vedrà attivamente coinvolti numerosi altri organismi quali EUBAM Libia (EU Border Assistance Mission in Libya), 
FRONTEX e Nazioni Unite, sarà suddiviso in tre pacchetti: un addestramento in mare, uno a terra (in centri di addestramento dedicati di paesi membri dell’Unione Europea o in Libia) e, infine, a bordo di unità da pattugliamento della guardia costiera e della Marina libica.

Evidente a questo punto che le attività di contrasto dell’immigrazione irregolare, ed in ipotesi di ricerca e salvataggio affidate alle unità della Guardia costiera libica, incrementate a partire dal mese di maggio del 2016 da motovedette già donate da Maroni nel 2009 e ferme per problemi di manutenzione, si limitavano soltanto a quella parte di mare antistante le coste delle città che ricadevano nel controllo diretto delle milizie fedeli al governo di Tripoli.

Una situazione che ha favorito il proliferare di trafficanti, a terra e nelle acque antistanti la fascia di costa da Zuwara a Zawia, Sabratha e Tripoli, che non hanno esitato a sparare non solo sulle imbarcazioni della cd. Guardia Costiera libica, ma soprattutto sui barconi carichi di persone che tentavano di uscire dalle acque territoriali libiche.

Come si era già verificato nel 2014, dopo le stragi di ottobre del 2013, anche questa volta, di fatto, si prendeva atto della mancanza di una effettiva capacità di intervento delle autorità libiche ( di quale Libia del resto?), nella vasta zona SAR ( ricerca e soccorso) che le convenzioni internazionali disegnavano davanti alla Libia, con una estensione fino a circa 40 miglia dalla costa e dal mare territoriale di quel paese.

Anche questo costituisce un importante filo rosso che lega le stragi del 2013 alla catena di naufragi che caratterizza gli ultimi mesi, cambiano le modalità di intervento e la zona delle attività di Search and Rescue, ma rimane sempre lo stesso problema irrisolto della cooperazione delle autorità SAR competenti per zone confinanti, zone la cui determinazione non è stabilita da accordi bilaterali, ma da pratiche operative e da memoriali d’intesa sempre mutevoli.

3) Più di recente, gli interventi della Guardia costiera libica si sono estesi fino a 24-30 miglia dalla costa, in acque internazionali, come si si fosse ripristinata una zona SAR libica, almeno davanti ad un tratto della costa libica, tra Zuwara e Tripoli, in un’area nella quale prima intervenivano le unità europee e le navi umanitarie, una zona che adesso è rimasta sguarnita dopo che le navi di Frontex e della Marina italiana, a partire dal mese di maggio, si sono ritirate a nord ed a oriente.

Come si era verificato nell’ottobre del 2013 a sud di Malta e Lampedusa, anche adesso si configura una analoga assenza dei mezzi dell’Unione Europea dalle acque internazionali antistanti la costa libica.

In queste ultime settimane non sono neppure mancati incidenti tra i mezzi libici e le navi delle Organizzazioni non governative che hanno dovuto assistere, in qualche caso su indicazione del Comando centrale della Guardia costiera italiana (IMRCC) alla “diversione” dell’imbarcazione, più spesso un gommone stracarico ed a rischio di affondare, dalla sua rotta verso le acque internazionali, ed alla sua riconduzione verso la costa libica.

Casi che sono stati definiti di “soccorso”, altre volte di arresto di migranti “illegali” diretti verso l’Europa, in realtà casi di veri e propri sequestri di persona, se si pensa al trattamento riservato a coloro che venivano ricondotti a terra, donne e bambini compresi. E non si sono davvero contate le vittime di questi interventi di blocco, testimoniate dai cadaveri arenati sulle spiagge libiche o recuperati in mare dai militari imbarcati sui mezzi che battevano bandiera libica e quindi sepolti in fosse comuni.

Tutto questo avveniva non soltanto per iniziativa unilaterale delle autorità libiche, ma sulla base di un preciso accordo operativo siglato a Roma tra le autorità libiche e quelle italiane, al più alto livello, il 2 febbraio 2017.

Accordi che avrebbero dovuto essere finanziati con fondi europei, una soluzione che però il successivo vertice di Malta del 3 febbraio scorso rinviava. Sembra però che adesso i soldi si siano trovati, sottraendoli alle risorse destinati alla cooperazione internazionale, e dunque si starebbero attuando quelle forme di collegamento operativo con le autorità libiche che implicano una precisa coresponsabilizzazione nelle attività di blocco in mare e di detenzione a terra di quelli che i libici definiscono soltanto come “migranti illegali”. E’ possibile che le autorità italiane diano impunemente esecuzione a quegli accordi che strappano l’art. 10 della Costituzione italiana e gli articoli 18 e 19 della Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea, oltre a risultare in contrasto con l’art. 3 della CEDU e con l’art. 4 del Quarto Protocollo allegato ( che vieta i respingimenti collettivi)? E dal punto di vista degli obblighi di soccorso in mare, quegli stessi accordi costituiscono rispetto delle obbligazioni di soccorso in acque internazionali, anche a prescindere dalla titolarità della zona SAR, affermate dalla Convenzione di Amburgo del 1979, dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare ( UNCLOS) e dalla Convenzione SOLAS, tutte norme vincolanti per le autorità dello stato anche in acque internazionali, come afferma il giudice delle indagini prelimiinari di Agrigento ?

Alla stregua degli accordi più recenti, e dei relativi Protocolli operativi ancora segreti, non sono stati mai chiariti i rapporti tra la Guardia Costiera libica, le autorità militari navali italiane e la Guardia Costiera europea, una sorta di  Frontex Plus, di cui mantiene la struttura e la personalità giuridica, con compiti diretti di esecuzione delle operazioni di respingimento in collaborazione con le autorità di polizia dei paesi terzi.
I libici hanno comunque ammesso che la guardia costiera italiana collabora nei respingimenti collettivi, illegali se si svolgono, come si svolgono, in acque internazionali. E chiedono pure pezzi di ricambio. Tra poco chiederanno anche gli equipaggi. Se Minniti non ha gia’ provveduto con i cd. agenti di collegamento. Naturalmente chi viene riportato in Libia non ha molte chance di fare ricorso alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo.

Non sorprende a questo punto che nel 2016 si sia registrato un picco di aumento delle vittime in mare sulla rotta del Mediterraneo centrale, e che questo aumento sia ancora più pronunciato nei primi mesi del 2017, soprattutto dopo che una vergognosa campagna di stampa ha messo sotto pressione, su precisa indicazione di Frontex, le organizzazioni umanitarie che continuavano a soccorrere i migranti che riuscivano a raggiungere le acque internazionali di fronte la Libia ( a circa 12 miglia dalla costa).

 

4 ) Con i respingimenti collettivi “delegati” alla Guardia Costiera libica si vorrebbero superare gli ostacoli che derivano dalla Giurisprudenza della Corte Europea dei diritti dell’Uomo. La Corte di Strasburgo ha condannato l’Italia per i respingimenti collettivi e le pratiche di riconsegna alle autorità di un paese come la Libia che già nel 2009 non garantiva alcun rispetto effettivo dei diritti fondamentali della persona, a partire dal diritto di chiedere asilo.

La sentenza di condanna dell’Italia da parte della Corte Europea dei diritti dell’Uomo, nel 2012, sul caso Hirsi, afferma principi e sancisce diritti che potrebbero essere violati ancora nei prossimi giorni quando la collaborazione tra la Guardia costiera libica e le navi dell’operazione Sophia ( già denominata EUNAVFOR MED) diventerà più stretta, con le attività di ricerca e soccorso affidate ad unità di coordinamento italo-libiche, come prevede il Protocollo operativo del dicembre 2007, ancora richiamato dagli accordi del 2 febbraio scorso.

In questo contesto appare sempre più difficile il compito delle organizzazioni non governative che prestano soccorso in mare sotto il coordinamento della Guardia Costiera italiana.

Non bastano gli attacchi mediatici rilanciati da iniziative della magistratura. Si potrebbero ripetere le aggressioni intimidatorie in mare, come quella verificatasi lo scorso anno, nel mese di agosto, nei confronti della nave umanitaria Bourbon Argos di MSF.

E sembra consolidarsi l’orientamento verso l’adozione di un nuovo Regolamento europeo che criminalizza l’intervento umanitario in mare. Come richiesto da Frontex e da qualche Procuratore della Repubblica in Italia. Intanto sembra che i soldi per finanziare la Guardia Costiera libica siano davvero in arrivo, anche da Bruxelles.

Di certo, se non si farà chiarezza, a livello europeo, sul rispetto degli stati e dell’agenzia Frontex sugli obblighi di ricerca e soccorso a loro carico, oltre che sul ruolo dell’Operazione Sophia di Eunavfor Med, che non può scambiare ruolo ed assetti con FRONTEX, e soprattutto se si riuscirà ad allontanare dalle acque internazionali antistanti la costa libiche le navi umanitarie, dovremo registrare, un aumento delle vittime.

La presenza sempre più scarsa delle navi militari europee nel mar libico non offre più alcuna garanzia di un effettivo intervento nelle operazioni “search and rescue” coordinate dalla Guardia costiera italiana e costituisce un vero e proprio alibi per legittimare interventi delle autorità libiche in acque internazionali dove a garantire davvero la vita di chi fugge dalle coste della Tripolitania sono rimaste soltanto le navi umanitarie. Se prima non intervengono i libici.

Uomini, donne e bambini, saranno vittime innocenti di campagne di odio e paura che si stanno alimentando ad evidenti fini elettorali. Vittime, tanto per ricordare, sia a mare , nelle acque territoriali dove sarà interdetto l’ingresso alle navi umanitarie, e nella zona SAR sempre più ampia che si sta abbandonando alle motovedette italo-libiche, che nei centri lager sparsi per tutta la Libia, dove verranno ricondotti i migranti ripresi dalla sedicente Guardia Costiera che risponde al governo Serraj.

Quanto sono leciti gli accordi bilaterali e le intese operative che l’Italia sta definendo ed attuando con un governo che seppure gode della legittimazione internazionale non controlla che una minima parte delle sue coste? Eì possibile che non rilevi affatto la sorte dei migranti che vengono abbandonati all’intervento della Guardia Costiera libica ? Si ritiene che la presenza dell’OIM e dell’UNHCR in Libia possa davvero determinare l’esistenza in questo stesso paese di un “place of safety” come luogo di sbarco?

Come si sarebbe dovuto fare dopo la tragedia dell’11 novembre del 2013, a sud di Lampedusa, e come in parte si fece con l’Operazione Mare Nostrum, occorre oggi una vera missione di ricerca e soccorso europea, senza fare prevalere ancora una volta le pretese esigenze di difesa delle frontiere marittime, frontiere che nessuno è in grado di segnare esattamente davanti alla vita umana in pericolo, sulle possibilità di salvezza di migliaia di persone che l’attuale incertezza sulle regole di intervento delle unità europee e degli stati rivieraschi potrebbe condannare a morte.  Di certo non saranno le dieci motovedette restituite da Minniti al governo di Tripoli che ridurranno le partenze dalla Libia o il numero delle vittime dell’abbandono e del mancato rispetto da parte degli stati degli obblighi di ricerca e soccorso sanciti dalle Convenzioni internazionali. L’ultima incognita determinata dal ritiro delle navi militari europee (FRONTEX e Marina Italiana) è costituita dagli attacchi da parte di imbarcazioni  bene  armate dalle quali i trafficanti  sparano sui mezzi della Guardia costiera libica e depredano i gommoni  dei migranti che  riescono  a raggiungere.