Ennesima strage a Kabul ma per l’UE l’Afghanistan è un “paese sicuro”

Stefano Galieni
Nell’attentato a Kabul di ieri ci sono stati oltre 80 morti e centinaia di feriti. È avvenuto in una delle zone centrali della città, di quelle ritenute più sicure, dove sono situate ambasciate e palazzi governativi.  Da Kabul ogni tanto riesce a scriverci una nostra amica, una delle tante donne che non ha paura e cercando sui social abbiamo saputo che si trovava nei pressi del luogo in cui un camion bomba è esploso. L’attentato è stato immediatamente rivendicato dall’ISIS. Immediatamente abbiamo cercato di avere sue notizie. Ci ha risposto, è salva ma profondamente colpita e ci ha scritto stamattina una breve  mail che riportiamo per intero.
«Thanks dear Stefano, yesterday was very a hard day for the Kabul people, i was just passed from the road, I see all the broken glasses and wounded people,I was very near to the area which explosion happened, I was very lucky that i remain safe.I am working on Wazir Akber in the same area.  i was very afraid and shocked. thank you we as afghan people we know we are not alone we have Kind people like you  to think about us and feel the Afghan people’s suffered».
Poche parole che dicono molto. Rohina Bawer, la nostra amica, opera all’interno di Hawca (Humanitarian Assistance for women and children of Afghanistan), in un progetto che si chiama AHRAM (Afghanistan Human Rights Action and Mobilization). L’attentato ha avuto enorme rilevanza a fuori dai confini europei,  l’ISIS all’indomani della strage ha definito il camion esploso, La madre  di tutte le autobombe come a ricordare quanto accaduto quasi due mesi fa.  Il riferimento è a quando gli USA, potenza occupante, sperimentavano in Afghanistan la MOAB (Mother of all bombs), 11.000 kg di tritolo per “distruggere tunnel dell’Isis, il più potente ordigno convenzionale mai utilizzato che, da quanto ci risulta, non solo ha ucciso vari civili ignari ma ha fatto perdere l’udito a centinaia di persone. Bisognava fare un esperimento bellico e gli USA hanno utilizzato una regione afghana come se fosse territorio proprio. Ma che in Afghanistan esplodano bombe, dei terroristi dell’ISIS o di quelli occidentali per la nostra stampa mainstream raramente è una notizia. Lo diventa quando a rischiare sono concittadini  europei, lo diventa quando il numero  delle vittime è alto ma si tratta di accadimenti vissuti, anche nei mondi che frequentiamo, come vicende che vengono vissute con quasi con fatalismo se non con indifferenza. Eppure 80 morti nel centro di Kabul non sono un evento da considerare “normale”.
Eppure il fatto che alcuni paesi europei come la Germania, l’Olanda e a breve, temiamo, anche l’Italia considerino l’Afghanistan un “paese sicuro” in cui poter rimpatriare coloro che chiedono asilo dovrebbe farci fermare un momento.Nell’ottobre 2016 era stato già raggiunto un primo accordo in cui l’UE garantiva soldi in cambio della possibilità di rimpatriare persone. Il governo in carica si impegna a rendere veloci le procedure per la emissione di passaporti dei profughi da rimpatriare e la realizzazione addirittura di un apposito terminal, all’aeroporto di Kabul, destinato a chi viene fatto rientrare. Agli Stati membri della UE sarà consentito “rimpatriare, riammettere o reintegrare” in via obbligatoria un numero illimitato di afghani nel loro Paese d’origine, indipendentemente dal loro rifiuto di rientrare in patria volontariamente.
Eppure, continuando nel cahier de doleance, l’Afghanistan continua oggi ad essere paese da cui si fugge, per una guerra mai terminata da quasi 40 anni, per l’occupazione militare occidentale da una parte e quella delle milizie talebane dall’altra, per assenza di prospettive di vita decente. In una Italia che va in tilt per 180 mila richiedenti asilo sbarcati in un anno è impossibile comprendere che nel solo Pakistan risultano essere presenti regolarmente almeno 1,5 milioni di cittadini e cittadine afghani e che, se si calcola quanti sono presenti irregolarmente perché temono di farsi registrare dal governo pakistano e quindi di poter essere espulsi, si arriva alla cifra di oltre 4 milioni di profughi. A molti e molte di loro non è garantito nulla, solo lavori sottopagati e al nero.
Oggi quella è una guerra dimenticata ma che ogni tanto torna sotto i riflettori. L’attentato di due giorni fa aveva come obiettivo le ambasciate occidentali ma a morire sono stati uomini e donne afghani che avevano avuto la sventura di essere presenti in quel momento e il domani si prospetta più nero.
Malalai Joya, una delle tante donne, forse  la più nota, fra quelle che hanno avuto il coraggio di dire no, tanto all’occupazione che al fondamentalismo, recentemente passata in Italia ma che vive nel suo paese quasi in clandestinità qualcosa che dovrebbe far riflettere. A suo avviso, coloro che tornano “rimpatriati a forza” rischiano doppiamente. A chi le chiedeva se l’ISIS stesse divenendo un problema anche in Afghanistan ha risposto semplicemente:«Oggi l’Isis non è un grosso fenomeno. A comandarla sono ex talebani: cambia solo il nome e la bandiera. Ma attenzione: gli afghani che state rimpatriando in massa dall’Europa finiranno vittime della droga oppure arruolati dall’Isis e altri gruppi a 600 dollari al mese». Uno scenario buio da cui non si riesce e in fondo non si vuole uscire, uno scenario in cui anche l’Italia e il suo governo giocano un proprio ruolo.
La resistenza delle donne, come quelle del Rojava kurdo, sono ad oggi il solo spiraglio di luce nel mare di signori della guerra, alcuni con turbante e lunghe barbe altri con giacca, cravatta, poco cambia. Tante le organizzazioni delle donne in Afghanistan che da noi trovano il supporto del COSPE e soprattutto del CISDA ( Coordinamento Italiano di  Sostegno alle Donne Afghane) è attraverso loro che alcune notizie, non solo di morte ma anche di visione  di futuro, arrivano anche da noi .
Nell’anno in corso vengono spesi 295 milioni di euro — compresi i 120 milioni per il sostegno alle forze di sicurezza locali — e l’impiego di 900 soldati, 148 mezzi terrestri e 8 elicotteri e questo per portare la pace nel Paese. Quella afghana, come tante nel mondo, sono situazioni complesse non risolvibili con semplici dichiarazioni di principio e buone intenzioni ma l’antica frase “svuotare gli arsenali riempire i granai” resta l’unico percorso in cui ci si possa ritrovare.