“Salvare persone è la nostra legge”: dal Mediterraneo Centrale, la voce di una volontaria di SOS Mediterraneé.

Stefano Galieni

Esponenti politici e giornalisti stanno in questi giorni dedicando ampio spazio all’operato delle Organizzazioni Umanitarie che salvano chi fugge soprattutto dalla Libia. Le Ong svolgono a nostro avviso un lavoro immenso e generoso che ha già evitato migliaia di ulteriori vittime eppure sono sottoposte ad attacchi, calunnie, insinuazioni in merito al proprio agire a volte lasciano esterrefatti. Nel frattempo c’è chi, come l’Unesco, le premia, chi, come il Papa, incontra in udienza privata coloro che si dedicano in questa maniera agli altri e chi, quotidianamente è in mare e non si lascia intimidire.

Grazie all’Ufficio Stampa di SOS Mediterraneé abbiamo intervistato una operatrice dell’organizzazione, attraverso una conferenza skype. L’abbiamo intervistata mentre era sulla nave Aquarius, in acque internazionali, per la sua seconda missione SAR (Search And Rescue). Non c’è né tempo né voglia per formalismi, ci si dà del tu immediatamente per provare a raccontare. Lei si chiama Benedetta Collini, una cadenza che è un misto di francese e italiano, una voce vivace ma precisa di chi è abituata alla sintesi che in poche parole, accenni, riesce a trasmettere immagini ed emozioni, quell’umanità del e nel mare, che spesso ritorna nel dialogo che si fa cifra etica di un impegno.

«Ora siamo a circa 20 miglia marine dalla costa libica ma durante la notte ci dobbiamo allontanare per ragioni di sicurezza. Faccio parte di un SAR Team che ha come ruolo quello di andare a cercare e soccorrere sia chi vediamo nel nostro raggio d’azione sia chi ci viene segnalato dall’MRCC (Centro Coordinamento di Soccorso Marittimo, di Roma). In caso di nostro avvistamento, contattiamo immediatamente l’MRCC e da quel momento in poi agiamo sotto il loro coordinamento fino allo sbarco delle persone recuperate in mare presso il porto che ci viene assegnato dall’MRCC stesso. A bordo dell’Aquarius per questa missione siamo in 36: 11 persone dell’equipaggio, 9 di MSF e 13 di SOS Mediterraneè. In più ci sono due giornalisti che vogliono poter vedere come operiamo. L’apertura alla stampa per noi è fondamentale, qui possono vedere ogni cosa, non abbiamo segreti. Ogni nostra missione dura 3 settimane e abbiamo, come volontari, unicamente un rimborso delle spese».

E come sei arrivata a fare questo?

«Diverse ragioni. Mi aveva già colpito la sensibilità al tema dei giornali italiani, che è migliore rispetto ad altri paesi, poi ha pesato la mia precedente esperienza marittima. In mare ho imparato che non si lascia morire nessuno. Io da oltre 15 anni faccio anche la volontaria in una scuola di vela francese come istruttrice. Avevo un assegno di ricerca all’università occupandomi di letteratura francese, ma da un anno quella fase si è chiusa e ho iniziato a lavorare nel campo della nautica e della vela. Io sono innamorata perdutamente del mare. Un amico mi ha parlato di una analoga esperienza, e SOS Méditerranée mi è parsa affidabile. Ho spedito il mio CV avvalendomi anche del fatto che da quando avevo 20 anni, per 10 anni, ho prestato servizio sulle ambulanze a Milano e mi hanno scelto. Credo sia stato anche ben considerato il fatto che sono una donna, l’equipaggio misto è migliore, funziona meglio e poi questa esperienza mi ha fatto sentire utile, forse anche per l’educazione familiare che ho ricevuto e l’esperienze con gli scout».

Il primo imbarco?

«È molto recente, sono salita a bordo il 30 marzo scorso e ho cominciato da poco la “seconda rotazione”. Mi sono ambientata subito perché c’è tanta adrenalina che ti si fissano le cose in testa e si capisce bene quelli che sono i tuoi compiti già dopo il primo soccorso. Per me il “battesimo” è stato relativamente tranquillo. Eravamo stati chiamati dall’MRCC in tempo per prepararci e le operazioni si sono svolte durante il giorno. C’erano 4 gommoni, alla giusta distanza l’uno dall’altro quindi l’impatto è stato intenso ma positivo, non traumatico. L’esperienza in ambulanza si è rivelata fondamentale anche se le differenze sono enormi. Senti gli stessi odori quelli del contatto con le persone, odore di persone che hanno paura, oltre che in precarie condizioni igieniche. Ma un conto è sentirlo addosso a una o due persone, un conto è percepirlo su centinaia di persone. Il secondo soccorso è stato più impegnativo, complicato e forte. C’era un morto, persone malate su un gommone che abbiamo incontrato di notte. Poi ne abbiamo intercettati altri, intervenendo in raccordo con altre navi di ONG in zona, sempre sotto il coordinamento dell’MRCC. Ed è stata dura ma ce l’abbiamo fatta».

Si riesce a stabilire un rapporto con le persone soccorse?

«Questo dipende da ognuno di noi. Io tendo a mantenere una certa distanza, sono più timida. Ma trovo impressionante che ci siano 400, 500 persone alla volta, come nei due salvataggi. Diventa difficile capire anche quanti siano, lo vedi durante la distribuzione dei pasti. Ognuno prende da mangiare ma nel farlo mostra la propria individualità e diviene difficile tenere in mente contemporaneamente massa e singoli. Una situazione diversa dall’ambulanza ma anche qui ognuno arriva con il proprio vissuto».

Salendo a bordo leggi nei loro occhi paura?

«No in quel momento si sentono sollevati, sono sicuri di sopravvivere. Poi è molto forte la paura che percepisci a bordo, provata pochi minuti prima. Noi appena li avvistiamo diamo immediatamente giubbotti di salvataggio che servono anche a calmare, oltre cha a metterli al sicuro. Dopo ogni sbarco li laviamo e li ripieghiamo per i prossimi che arriveranno. L’altro giorno nel fare questa operazione mi sono accorta che ce ne erano alcuni in cui erano stati fatti nodi strettissimi tanto da mostrare tutto il terrore che avevano provato coloro che li avevano indossati. Spesso si tratta di persone che non hanno mai visto il mare e che si sono ritrovati assiepati in centinaia in gommoni inadeguati ad affrontarlo. Sono sbattuti su un oggetto ballerino in una distesa d’acqua di cui non hanno la più pallida idea. Per me è stato difficile capirlo. Per me il mare è sinonimo di cose positive, difficili, a volte dure e aspre, ma positive e ho imparato a comprendere quanto invece loro lo percepiscano con ostilità».

Spesso ci sono minorenni, anche bambini

«Si e mi domando sempre “cosa ci fanno qui?”. Io non sono affascinata dai bambini ma quando li vedi così pensi che siano nel posto sbagliato. Non è posto per loro. Ma sono anche l’elemento “giusto”, quello che rende sopportabili altre cose. Molti miei colleghi passano il tempo a giocare con loro e da loro prendono energia. È la vita che torna in fondo. Una sera, mentre tornavamo in Sicilia, un gruppo di donne nigeriane si sono messe a ballare e a cantare e anche io mi sono unita a loro. Mi sembrava un inno alla vita di quelli che ti ridanno la forza che ti serve».

Come si svolgono le giornate durante le missioni?

«Cerchiamo di avere un rapporto fra sonno e veglia con orari regolari. Ci alterniamo sul ponte di comando nelle veglie durante le ore diurne ma durante i soccorsi dobbiamo essere tutti svegli e sul ponte per dare una mano. E in quei momenti dobbiamo essere pronti e riposati. Quando poi ci sono i migranti a bordo la giornata cambia anche per la distribuzione dei pasti, due volte al giorno e poi con i tempi lunghi che ci attendono durante le fasi di sbarco

Fino a quando si torna ad un porto

«Sì, il viaggio di ritorno dura dalle 24 alle 36 ore, è l’MRCC a decidere in quale porto dobbiamo approdare perché ha l’autorità totale nelle operazioni. Noi in quel lasso di tempo aiutiamo il personale di MSF per stare accanto a chi sta male, per distribuire i pasti o per le varie necessità, come coperte e altre cose che permettano di scaldarsi quando fa freddo o convincerli a bere acqua con sali minerali contro la disidratazione quando fa troppo caldo. Molti arrivano sfiniti e quelle ore sono importantissime per riprendersi. Quando non c’è altro da fare e non si è di veglia possiamo fare quello che vogliamo insieme a loro».

Fino allo sbarco

«Su questo mi permetto di esprimere una opinione personale che come tale va interpretata. A me sembra che manchino linee guida e uniformità nelle procedure. Ho partecipato a due sbarchi, uno diverso dall’altro e questo ha creato tensioni, inutilmente, da ambo le parti. Cerco di spiegarmi bene, le autorità italiane hanno cercato di agire al meglio possibile per proteggere la popolazione a terra. Comprendo che ci sia la necessità di controllare soprattutto quando ci sono masse di persone, ma occorrerebbe maggiore interazione fra i soggetti in campo. In parte ci si passa molti documenti già prima dello sbarco, ma se ci fossero procedure comuni sarebbe più facile per tutti. Nel primo sbarco, a Catania, si è impiegato molto tempo per le procedure di identificazione, nel secondo, a Pozzallo, per quelle mediche. Certamente erano situazioni diverse, nel primo caso ci hanno chiesto di dare priorità ai cittadini nazionalità marocchina, forse in base agli accordi bilaterali che ci sono fra i due paesi, nel secondo avevamo un cadavere a bordo per cui ha prevalso l’urgenza di appurare le condizioni sanitarie di chi era arrivato, anche per un comprensibile dovere di salute pubblica. Ma tutto questo non può, secondo me, avvenire in base a decisioni prese al momento, bisognerebbe definire una prassi e delle priorità comuni e omogenee».

Pensi di conservare un ricordo particolare di questi due viaggi?

«Malgrado il distacco alcune cose ti restano impresse. Al ritorno da un viaggio, un gruppo di mariti se ne stava separato dalle mogli. Uno di loro aveva due lacrime tatuate sotto l’occhio ed un segno che sapevo essere nei gangster ladinos, segno di pericolosità. Ho chiesto il significato e mi è stato detto che per quell’uomo invece le lacrime rappresentavano un monito. Significano non dover più piangere. E ho provato ad immaginare, credo senza riuscirci, a quante lacrime deve aver pianto prima di poter fare questo, prima di poter scegliere non piangere più».

In questi giorni si dicono tante cose sul vostro impegno. Se tu dovessi parlare ad un cittadino comune per spiegarne le ragioni cosa diresti.

«Fondamentalmente due cose. Da un lato quello che facciamo è rispettare le leggi internazionali, che sono scritte e quelle, non scritte, del mare. Mi rendo conto di tutte le problematiche che ci sono, sono anche cittadina italiana ma, in quanto donna di mare i trattati firmati e le leggi di chi naviga ci dicono che non si lasciano affogare le persone. Questo è quanto sente ed è tenuto intimamente a rispettare tutta la gente di mare, civile e militare. Si tratta come di un codice condiviso, di un linguaggio universale. Uno dei principi fondamentali della organizzazione di cui faccio parte è che le persone vanno tratte in salvo e fatte approdare. Poi le scelte vengono fatte in Italia. E poi in Italia si deve sapere quello che succede. Si scappa da altri paesi per andare in Libia, spesso l’obbiettivo non è l’Europa e si crede di poter restare lì. Poi la Libia si rivela ancora più atroce e si deve ricominciare a scappare senza poter tornare indietro. Alcuni sono già fuggiti da paesi in cui regna il caos, altri da situazioni forse meno drammatiche ma in Libia subiscono cose inimmaginabili. L’unica soluzione è la fuga e la sola via è il mare. Io prima non lo avevo capito ma la Libia di oggi è un buco nero in cui non c’è scampo. Credo che se questi due concetti fossero più chiari nell’opinione pubblica, forse si cercherebbero soluzioni più umane».

P.s. un ringraziamento anche a Patrick Bar e Kenny Karpov di SOS Mediterraneé per le foto che ci hanno inviato.