Continuano le stragi nelle acque libiche, mentre le navi umanitarie rimangono sotto attacco e la Siem Pilot di Frontex rimane ferma in porto a Catania.

Fulvio Vassallo Paleologo

Dopo gli accordi tra la Guardia Costiera libica e la missione Eunavfor Med e dopo le intese tra Italia e governo Serraj a Tripoli, si sono intensificate le attività di “soccorso” e di riconduzione a terra, nei famigerati centri di detenzione libici, da parte di unità navali con le insegne della sedicente Guardia costiera libica. Ed i libici neppure recuperano tutti i corpi dei dipersi in mare.

Non mancano scontri a mare e intimidazioni, che vedono protagoniste nelle stesse acque normali pescherecci, che però hanno a bordo uomini armati, appartenenti alle diverse milizie che, a terra, si contendono il territorio. Di certo, da testimonianze precise e concordanti, emerge che tutti si accaniscono contro i migranti anche in mare, li depredano, ne mettono a rischio la sicurezza. Adesso questi stessi attacchi potrebbero rivolgersi contro le navi umanitarie, oggetto di una campagna di delegittimazione proprio perché opererebbero a favore di quegli stessi trafficanti che domani potrebbero sparargli addosso.

La zona tra Sabratah e Zawia è una delle più pericolose, ed è proprio li che si concentra l’attività di ricerca e soccorso delle ONG. Al limite delle acque internazionali e anche nella zona contigua alle acque libiche dove sempre più spesso intervenguono i guardiacoste, che rispondono al governo di Tripoli.

Una zona nella quale non vanno più le unità di Frontex o altre navi europee che negli anni scorsi avevano svolto numerose operazioni di soccorso ( come le navi inglesi ed irlandesi che operavano al di fuori di Frontex). Navi che adesso sono state ritirate.

In alcune occasioni le navi umanitarie sono costrette ad assistere da lontano ad interventi della Guardia Costiera libica che, che nelle acque territoriali, riesce a riprendere i gommoni in fuga dalla costa ed a riportare, quando non si verificano ribaltamenti, tutti i migranti a terra, e quindi nei centri di detenzione, dove torture ed abusi sono all’ordine del giorno. I migranti soccorsi dicono tutti che avrebbero preferito morire in mare piuttosto che essere riportati indietro in territorio libico.

Secondo quanto riportato oggi da tutti i media internazionali, il capo della Guardia Costiera libica riferisce di un intervento delle sue unità, alle dieci di mattina, a sei miglia dalla costa di Tripoli, dunque in acque territoriali, che dopo una chiamata di soccorso avrebbero tratto in salvo circa trenta persone, mentre un centinaio di migranti risulterebbe disperso in mare. Alle ore 14 di oggi gli stessi migranti sopravvissuti sarebbero stati ricondotti a terra ed internati in uno dei numerosi centri di detenzione presenti nella zona di Tripoli. Secondo altre informazioni di fonte libica la tragedia, in cui risultano morte 147 persone, sarebbe accaduta a 17 miglia dalla costa, dunque in acque internazionali, dove sarebbero intervenuti  mezzi  libici. Se questa notizia fosse confermata sarebbero gravissime le responsabilità italiane ed europee che avrebbero consentito la riconduzione in libia, paese terzo non sicuro, di migranti soccorsi in una zona SAR di esclusiva competenza della Guardia costiera italiana.

Nelle stesse ore, al limite delle acque territoriali, dunque in acque internazionali, diverse navi delle organizzazioni non governative erano presenti per assicurare gli interventi di soccorso coordinati dalla Guardia Costiera italiana, e per svolgere attività di avvistamento di barconi in difficoltà. Una attività sempre più pericolosa, sia per il rischio di attacchi da parte di uomini armati a bordo di mezzi da pesca che contendono alla Guardia costiera libica il controllo delle acque territoriali che per i ricorrenti attacchi, che potrebbero presto concretizzarsi in iniziative giudiziarie, rilanciate da Frontex che accusa le Organizzazioni umanitarie di collusione con i trafficanti e di costituire un “pull factor”, un fattore di attrazione, soltanto perché trovandosi in acque internazionali i migranti partirebbero con la consapevolezza di potere essere soccorsi non appena superato il limite delle 12 miglia dalla costa.

La responsabilità primaria di questi attacchi, e delle stragi che si verificano periodicamente al limite delle acque territoriali libiche, ed anche al loro interno, è da ascrivere innanzitutto agli accordi che sono intercorsi tra la sedicente Guardia Costiera libica e le autorità europee ed italiane, solo nell’ottica di bloccare i migranti in fuga. Non si vede prioprio quali risultati positivi abbia prodotto la formazione della Guardia Costiera libica a bordo delle unità di Eunavfor Med. Si vorrebbero eliminare  testimoni scomodi di un fallimento annunciato.

Senza alcuna garanzia del livello del soccorso in mare in acque territoriali libiche e soprattutto senza alcuna garanzia che i migranti, una volta “soccorsi” e ricondotti a terra non fossero internati nei famigerati centri di detenzione nei quali sono documentate torture efferrate, o addirittura non finissero oggetto del mercato di schiavi che serve ad alimentare le finanze delle milizie armate e probabilmente delle frange più radicalizzate che potrebbero in un futuro non troppo lontano, ricreare sacche di controllo da parte dell’ISIS.

Soccorrere quante più persone in mare dovrebbe costituire un imperativo categorico per tutte le unità navali europee, sia civili che militari, incluse le unità di Frontex, che sono tenute a precisi doveri di soccorso, sempre su coordinamento dei comandi navali degli stati competenti per le diverse zone SAR, come previsto dal Regolamento europeo n.656 del 2014. Una normativa inderogabile anche da parte di chi è impegnato come missione centrale nel contrasto di quella che si definisce come immigrazione “illegale”.

Purtroppo in una giornata nella quale tutte le navi umanitarie ancora presenti nel Mediteraneo centrale sono impegnate in attività di soccorso nella fascia tra le 15 e le 30 miglia dalla costa libica, in acque internazionali, sotto il coordinamento della Guardia Costiera italiana, l’unità a capo della missione Frontex, la nave rimorchiatore Siem Pilot rimanga ormeggiata nel porto di Catania, a quel molo che quando si verificano gli sbarchi viene trasformato in una zona rossa, più che in un “area attrezzata di sbarco” per la identificazione degli scafisti e per il reperimento dei testimoni.

Sono queste, e non soltanto le attività di soccorso in mare, le principali attività di polizia sulle quali si è consumata la rottura con le ONG, quando gli agenti di Frontex, senza neppure essere investiti della qualifica di agenti di polizia giudiziaria, hanno tentato di utilizzare i mediatori linguistici delle ONG e le testimonianze degli operatori umanitari per portare avanti le loro indagini. Chi non si presta a questa attività di indagine, che non potrebbe essere delegata a personale civile, diventa oggetto di attacco perché non abbastanza “collaborativo”. Ad ogni sbarco occorre sempre esibire davanti alle telecamere dei cronisti qualche scafista ammanettato da condurre in prigione, piuttosto che mostrare i volti esausti di chi è sopravvissuto all’inferno libico. Meglio non fare conoscere all’opimione pubblica quello che avviene davvero in Libia perché a tutti coloro che arrivano da quella regione dovrebbe essere riconosciuto almeno un permesso di soggiorno per motivi umanitari. Invece no. Occorre tenerli lì, alimentare tutti i tipi di allarmi per giustificare il loro respingimento, delegato agli agenti libici, nelle loro acque territoriali, e poi l’internamento nei centri di detenzione che somigliano a veri e propri lager.

La lunga sosta della Siem Pilot di Frontex a Catania si potrebbe anche collegare con le attività di indagine che, dopo le denunce dell’agenzia europea, diverse procure italiane, e tra queste anche quella di Catania, stanno portando avanti, con l’intenzione di iscrivere quanto prima qualche nome sul registro degli indagati. Sarà il tempo ed i fatti che varranno provati da parti diverse ed indipendenti a rendere giustizia agli operatori umanitari che sono stati già tanto calunniati.

Di certo, oggi, rimane il fatto che mentre erano in corso attività decisive per il salvataggio di vite umane in mare, al largo delle acque territoriali libiche, un mezzo importante di Frontex, che in passato operava proprio in quella zona, collaborando non di rado con le stesse ONG che oggi si attaccano, era fermo in porto a Catania. Una scelta indotta sicuramente dai vertici dell’agenzia, che a Catania ha la sua sede principale nel Mediterraneo, dopo l’audizione del sui Direttore che ha rilanciato le accuse di complicità con i trafficanti, contro le organizzazioni umanitarie che sembrano essere diventate per ora il principale terreno di impegno di una agenzia che costa decine, se non centinaia, di milioni di euro ai contribuenti europei, senza riuscire a realizzare nessuno degli obiettivi per i quali è stata creata.