Sospeso il Memorandum (MoU) Italia – Libia: C’è un giudice a Tripoli. E a Roma?

La notizia è solo apparentemente sorprendente. Il Memorandum fra Italia e Libia, (MoU) è stato “sospeso” in seguito ad una decisione cautelare del Tribunale amministrativo di Tripoli. La notizia non ha stupito più di tanto gli osservatori attenti ed è stata riportata da fonti di stampa libiche per essere poi rilanciata da agenzie e social network italiani e libici. Il tribunale che ha pronunciato la sentenza è guidato da un giudice che non dipende certamente da Serraj, considerato dall’UE il legittimo rappresentante del governo libico ma la cui autorità è di fatto estremamente limitata. La situazione in Libia è fluida. Un ottimo articolo di Al Jazeera, completo di mappe interattive, che qui riportiamo, rimanda a quella che è la situazione attuale. Lo diciamo già da tempo, nel criticare le scelte dell’UE e dei singoli Stati membri, in primis l’Italia, che la Libia è ben lungi dall’avere un governo nazionale riconosciuto tanto dalle regioni in cui è tradizionalmente diviso il paese creato in epoca coloniale, (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan), quanto dalle ulteriori divisioni politiche o di appartenenza familiare esplose dopo il crollo del regime di Gheddafi. Di fatto il governo italiano, continuando una prassi ormai consolidata ed ereditata dal passato, continua a firmare accordi, non solo disumani ed impossibili da eseguire, ma dal contenuto indefinito e fondati sulla pretesa di poter definire la politica estera e di controllo delle migrazioni di un paese oggi frantumato. Certo ora, dopo la pomposità con cui si sono annunciate le intese del 20 marzo a Roma, c’è da chiedersi cosa faranno l’UE e il governo italiano. Verranno stanziati gli 800 milioni promessi? Verranno consegnate ai libici, riconosciuti come legittimi governanti solo da una minoranza della popolazione, i gommoni e le motovedette previste dal Memorandum? E in fine: quanto tempo dovrà passare, quante morti e quante persone dovranno essere torturate prima che anche qualche giudice italiano o europeo si renda conto e renda conto del fatto che gli accordi con la Libia sono illegali dal punto di vista del diritto internazionale?

Forse basterebbe ricordare la condanna subita dall’Italia in merito al caso Hirsi per i respingimenti eseguiti nel 2009. Una sentenza che non è stata ancora riconosciuta dal  governo italiano.

Certamente in otto anni il clima politico è cambiato ma non sono cambiate le leggi e le convenzioni che gli stati dell’Unione Europea e le sue agenzie di low enforcement, hanno ratificato sono tenute a rispettare. Ogni scelta che porti a rivedere al ribasso tali principi in nome di “emergenze”, potrebbe portare ad altre condanne da parte delle Corti Internazionali. E chissà che i governanti europei, in particolare modo quelli italiani, non comincino a mostrare timore di subire ulteriori condanne per la violazione dei diritti fondamentali della persona sanciti dalle Convenzioni Internazionali dal divieto di respingimento collettivo.   Una speranza inutile forse. Il cinismo di un continente chiuso in se stesso, “trumpizzato” prima ancora dell’elezione del Presidente USA, potrebbe anche prevalere. Persino le Nazioni Unite vanno in Libia non per pacificare ma per “bloccare l’immigrazione illegale“. Ma queste politiche – e ci spetta dirlo sin da ora – costituiscono causa ed effetto di uno scontro fra popolazioni che potrebbero vivere in pace e che vengono messe l’una contro l’altra esclusivamente per logiche di dominio. Se non vogliamo che questo accada dobbiamo far conoscere quello che accade tutti i giorni e dimostrare concretamente che cosa è possibile fare per battere illegalità e disumanità.