Gli accordi con i “libici” e i diritti invisibili

Si è svolto a Roma l’ennesimo incontro tra Gentiloni, Minniti e il premier del governo di Tripoli sostenuto dalle Nazioni Unite. Un incontro che è stato in forse sino all’ultimo per effetto degli scontri in corso a Tripoli, a dimostrazione concreta di quanto questo governo possa garantire l’attuazione degli impegni che assume e di quanto garantisca il controllo dell’immenso territorio libico.
Alla fine Serraj è riuscito a partire da Tripoli. L’intesa firmata ieri a Roma durante la Conferenza Europa-Africa promossa dal governo italiano per bloccare la cd. “rotta del Mediterraneo centrale”, conferma i contenuti del trattato italo-libico tra Berlusconi e Gheddafi, anticipato nel 2007 dai protocolli operativi sottoscritti dal governo Prodi che portarono, nel 2009, ai respingimenti di cui conserviamo ancora infausta memoria.  Una serie di intese che ieri il ministro dell’Interno Minniti ha richiamato attaccando il suo predecessore.

La Conferenza di Roma si è chiusa con la formalizzazione di un processo a livello di Unione Europea guidato dall’Italia, che dovrebbe portare alla stabilizzazione della Libia ed alla stipula di un accordo sul modello di quello concluso con la Turchia di Erdogan.

Con un elemento che impegna ancora di più l’UE, e in particolare l’Italia, oltre ai soldi gli interlocutori libici avranno navi, addestratori e pattuglie per fermare i “trafficanti”. Solo gli illusi e coloro che sono in malafede possono pensare che la rotta del Mediterraneo centrale possa essere chiusa con questo tipo di accordi e con i soldi versati dall’Unione Europea nelle casse di un governo che non garantisce alcun rispetto dei diritti umani, neppure nei confronti dei propri cittadini.

Saranno questi gli “effetti umanitari del contrasto dell’immigrazione illegale” di cui ha parlato  Gentiloni. Ed altri effetti collaterali interverranno nei rapporti con il governo di Tobruk e con tutte quelle forze che in Libia non si riconoscono nel governo Serraj. La pacificazione della Libia non parte della guerra ai migranti ma richiede un coinvolgimento paritario di tutte le diverse città che in questo anno sono state costrette a lottare contro le minacce di Daesh. Lo scontro prolungato può invece favorire il ritorno di frange di combattenti che potrebbero rendere la Libia un campo di battaglia per molti anni a venire. E quando diciamo Libia possiamo intendere l’intero Mediterraneo centrale.
Invece si insiste con il voler considerare Serraj come il partner in grado, in relazione con l’Unione Europea, di governare quella che è chiamata senza problemi “immigrazione illegale”, partendo dal fatto che alcuni dei paesi da cui si fugge non sono considerati in guerra. Si ripropone l’insuccesso delle ricollocazioni – evocando sanzioni per chi non accetta, dei rimpatri, dell’aumento degli strumenti per fermare in Libia o in altri paesi di transito del Sahel coloro che fuggono. Migranti illegali che sono stati definiti, ritornando al passato, con il termine di “clandestini”, un approccio che non è soltanto nominale ma sottintende un ritorno a quanto operato dal tandem Berlusconi-Maroni, quando in Libia era ancora consolidato il regime di Gheddafi.
Continuano intanto, prima che arrivino i nuovi mezzi donati dall’Italia, i respingimenti delegati alla Guardia Costiera libica avviati lo scorso anno, dopo gli accordi tra le autorità di Tripoli e i vertici dell’Operazione navale EUNAVFOR MED, che ha svolto specifichi corsi di formazione finalizzati a questa attività. Come se non fosse stato chiaro già allora quale fosse il destino dei migranti ripresi dai libici. Resteranno inascoltate le denunce delle organizzazioni umanitarie, criminalizzate se salvano le persone, e messe a tacere, se non insultate, quando raccontano delle condizioni di trattamento inumano e degradante cui sono sottoposti i profughi che vengono rimandati in Libia o negli altri paesi confinanti.
Gli scenari che abbiamo davanti sono foschi e preoccupanti, e per certi versi gli accordi con Serraj si potrebbero rivelare peggiori di quelli conclusi con la Turchia di Erdogan.
Il regime di Erdogan è per ora saldo e il suo controllo di gran parte del paese non è in discussione. Si aggiunga che, in quanto membro della NATO e del Consiglio d’Europa, la Turchia è agevolata non solo geograficamente ma anche come potenza militare dell’area.
Con quello che è considerato il governo libico – e che di fatto è internamente precario e in grado di controllare al massimo il 20 per cento del territorio – l’Italia intende giocare in maniera azzardata un ruolo di guida europea per l’attuazione dell’intesa. C’è da aspettarsi la collaborazione per la realizzazione di centri di trattenimento, in cui magari ad alcuni sarà permesso di provare a chiedere asilo in Libia e anche negli altri paesi dell’Africa confinanti, e c’è il rischio non lontano di un supporto militare per sorreggere il governo di Tripoli. Ma c’è la certezza che tutto questo percorso provocherà, come accadde dopo gli accordi più volte menzionati, un aumento del costo del viaggio di cui beneficeranno i trafficanti, un aumento dei rischi di naufragio – peraltro in una fase in cui mancheranno le imbarcazioni con compiti SAR (ricerca  e soccorso) al limite delle acque libiche – e una maggiore disperazione di chi fugge, che sarà disposto a qualsiasi cosa pur di arrivare in Europa e non essere rispedito indietro.
Un vero e proprio scenario di guerra, che avrà il suo interfaccia interno in processi di clandestinizzazione forzata, resi più evidenti anche dai due decreti che stanno per essere convertiti in legge a firma Minniti-Orlando: quello pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 17 febbraio e quello del 20 febbraio.
Insomma, non c’è da credere alle dichiarazioni rassicuranti di Gentiloni: si è operata una scelta che porta verso una china pericolosa, di cui saranno i più deboli a pagare, come sempre, le conseguenze.

E’ tempo che una vasta mobilitazione si levi contro queste politiche di morte, che negano canali umanitari di ingresso e producono solo clandestinità ed insicurezza.