Nuovi hotspot in Sicilia e non solo. Aumenta la confusione fra accoglienza e detenzione, dalle relocation fallite alle procedure di respingimento.

Fulvio Vassallo Paleologo

Il 7 marzo scorso davanti alla Commissione di inchiesta della Camera sui centri per stranieri, il Capo della Polizia Gabrielli annunciava l’intenzione del governo di aprire nuovi centri Hotspot in Sicilia, nell’ambito di quanto deciso dal Consiglio Europeo nel settembre del 2015 con due decisioni prive di efficacia legislativa ed ancora senza una disciplina interna, in palese violazione dell’art.10 della Costituzione che prevede la riserva di legge in materia di condizione giuridica dello straniero.

Le dichiarazioni di Gabrielli facevano riferimento complessivamente al cd. “approccio Hotspot“, che contempla, oltre la prima identificazione ed accoglienza nelle omonime strutture, anche l’avvio verso i centri di seconda accoglienza, la individuazione dei soggetti vulnerabili, e dei minori non accompagnati, anche il respingimento immediato di coloro che vengono ritenuti migranti economici, spesso sulla base delle dichiarazioni raccolte nel cd. foglio notizie distribuito e fatto compilare senza adeguate informazioni poco dopo lo sbarco. Molti migranti intervistati nei centri di seconda accoglienza hanno confermato che l’informazione ricevuta negli Hotspot è di fatto inesistente. Come è certo che la presenza degli entri convenzionati non permette l’ascolto individuale di tutte le persone che vi transitano e la proposizione di ricorsi.

In realtà per la maggior parte dei migranti che transitano negli Hotspot, tanto quelli “chiusi”, come a Trapani, Lampedusa, Pozzallo e Taranto, come in quelli ubicati come “mobili” in aree portuali, aumenta la possibilità di un trasferimento in questura per la notifica di un provvedimento di respingimento differito, con conseguente rimessione (abbandono) in libertà e l’intimazione a lasciare entro sette giorni il territorio nazionale. Tutto rientra nella generica dizione di “area attrezzata di sbarco” adottata dal ministero dell’interno per definire queste strutture e le loro molteplici finzioni, ancora prive di basi legali, già a partire dalla Circolare Morcone dell’8 gennaio 2016. Dopo l’originario intento del governo di utilizzare il mega Cara di Mineo anche in funzione Hotspot, con una recinzione interna, ora, a seguito delle critiche levatesi anche in sede di Commissione di inchiesta della Camera, sembra che sia prevalso l’orientamento di aprire due altri centri Hotspot a Messina ed a Palermo. Questo quanto annunciato nell’intervento del prefetto dott.ssa Pantalone, giovedì 16 marzo scorso, nuova dirigente del Diartimento Libertà Civili del Ministero dell’interno, dopo lo spostamento del Prefetto Morcone alla segreteria del ministro dell’interno Minniti. È la stessa dott.ssa Pantalone a chiarire che altri Hotspot dovranno sorgere a breve in Sardegna e in altre regioni del Meridione, presumibilmente Calabria (dove già sembrano individuate alcune strutture da realizzare  o da ampliare, in Puglia e in Basilicata. Una audizione che incrocia quella del Capo della Polizia, trattando della materia Hotspot in una esclusiva prospettiva di accoglienza, e senza nulla riferire delle condizioni legali di trattenimento prolungato e dei mezzi di difesa accordati ai migranti ivi trattenuti. Perché una cosa è certa, negli Hotspot chiusi si realizza il trattenimento amministrativo con una limitazione della libertà personale che non dovrebbe eccedere le 72-96 ore.

Dopo queste notizie i quotidiani locali hanno dato notizia dell’aperura degli Hotspot di Messina e Catania, con reazione diverse da parte dei rispettivi sindaci. Il governo preme su Comuni e Prefetture, per costringere i sindaci più riluttanti ad accettare gruppi di richiedenti asilo sulla base dei nuovi criteri di distribuzione decentrata, ma soprattutto di incidere su quelle amministrazioni locali che fin qui si erano rifiutate di cogestire, o quanto meno di consentire, strutture detentive, come invece si vorrebbe oggi da parte dei nuovi vertici del ministero dell’interno. Intenzioni assai chiare nelle dichiarazioni del Prefetto Gabrielli, capo della polizia, almeno nella parte in cui parla di Hotspot ( dal minuto 21 dell’audizione) prima che la stessa fose secretata.

Immediate le polemiche sull’apertura di un nuovo Hotspot nella fatiscente caserma Gasparro a Messina, dove si dovrebbero installare dei moduli abitativi per concentrare i migranti nei primi giorni dopo lo sbarco al fine di svolgere le procedure di identificazione e selezione, perché di avvio verso la relocation, che era stata spacciata come uno degli scopi degli Hotspot, noj se ne può parlare che in minima parte, a fronte della chiusura, appena allentata negli ultimi mesi, degli stati Europei.

La posizione del sindaco Accorinti era del resto chiara da tempo. Anche se in passato si erano registrate numerose contraddizioni sulla tendopoli aperta al Palanebiolo, una struttura indegna, una tendopoli allagata durante l’inverno, che comunque oggi è stata chiusa.

Adesso che si è capito davvero cosa si vuole fare alla caserma Bisconte sembra che a Messina tutti siano contrari all’hotspot.

La situazione appare diversa a Palermo, dove il nuovo Hotspot, ospitato in una strurtura confiscata ai boss Graviano nella zona di Ciaculli, viene presentato come una “struttura di supporto” e non invece per quello che è, anzi sarà, perché i lavori di montaggio dei moduli abitativi sono ancora in corso. Nelle dichiarazioni del capo della polizia e della dirigente del Dipartimento Libertà civili del Ministero dell’interno, nulla autorizza a ritenere che il nuovo Hotspot di palermo abbia caratteristiche diverse dagli altri Hotspot italiani, e comunque rimane un luogo affidato all’assoluta discrezionalità delle autorità di polizia dove l’ingresso delle organizzazioni convenzionate ( Save the Children, OIM ed UNHCR) non permetterà di informare adeguatamente tutte le persone che vi transiteranno, e dove continueranno i processi si selezione arbitraria dei migranti sulla base dei cd. fogli notizie, fatti compilare subito dopo gli sbarchi, e con la frettolosa distinzione tra “migranti economici” da respingere o da espellere e richiedenti asilo.

Sorprendenti a questo punto e apparentamente poco in linea con la Carta di Palermo, le dichiarazioni del sindaco Orlando, non si sa sulla base di quale assicurazioni fornite dal ministero dell’interno tramite la Prefettura. La legalità va rispettata da chi negli enti locali propone un documento che parla della libera circolazione ma prende atto delle normative vigenti e del percorso che si può intraprendere verso una maggiore libertà di circolazione dei migranti. Ma anche le istituzioni che operano nel settore della sicurezza e del trattenimento amministrativo dei migranti devono rispettare leggi e regolamenti, cosa che spesso non avviene, come è confermato da decine di provvedimenti giurisdizionali che in questa materia annullano decisioni delle autorità amministrative. Già, almeno nei casi nei quali gli avvocati possono entrare in contatto con i migranti e presentare un ricorso, circostanza che negli Hotspot non si verifica quasi mai.

 AGI) – Palermo, 17 mar. – A Palermo non e’ prevista la realizzazione di alcun hotspot nell’ambito del sistema di accoglienza dei migranti, ma soltanto una struttura di supporto alle operazioni di prima identificazione di coloro che arrivano in citta’, “per evitare che tali operazioni si svolgano unicamente in banchina al porto con tempi lunghissimi e in condizioni logistiche rischiano di essere non rispettose della dignita’ delle persone coinvolte”. Lo dice il sindaco Leoluca Orlando. La possibilita’ di un hotspot nel capoluogo siciliano era emersa ieri nel corso di un’audizione davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema di accoglienza, identificazione ed espulsione. La struttura dovrebbe sorgere in un’area confiscata ai boss di Brancaccio Graviano, tra viale Regione siciliana e lo svincolo di via Oreto. “La nostra amministrazione comunale – aggiunge Orlando – ha sempre rigettato la prassi e la logica degli hotspot, che non e’ certamente un modello di accoglienza e nel tempo ha dato luogo a degenerazioni ben note, legate alla privazione delle liberta’ individuali e alla mortificazione delle persone”. Prosegue il primo cittadino: “Ferma restando la necessita’ di una totale revisione del sistema e delle politiche legate alle migrazioni, fin quando restera’ vigente un modello che non riconosce il diritto alla mobilita’, il Comune di Palermo continuera’ la sua battaglia sul piano politico e si adoperera’ nell’ambito della legge per fare in modo che l’accoglienza dei migranti sia quanto piu’ possibile rispettosa della loro dignita’ umana, delle sofferenze, delle storie individuali”. (AGI) Mrg 171634 MAR 17

E’ bene ricordare che il tema della prima identificazione dopo lo sbarco è un tema scottante, incide anche sulle indagini di polizia e magistratura per individuare spesso con procedure sommarie scafisti e testimoni, tanto che sul punto, l’audizione del Capo della polizia alla Camera è stata secretata e che si collega non solo allo smistamento nei centri di accoglienza e alla individuazione dei minori e delle vittime di tratta ( di cui non parla più nessuno), ma anche all’avvio delle procedure di respingimento ed espulsione, con trasferimento nei CIE, se ci sono posti disponibili, oppure più frequentemente con il trasferimento in questura per la notifica da parte dell’Ufficio immigrazione, dei provvedimenti di respingimento differito, con l’obbligo di lasciare entro sette giorni il territorio nazionale,provvedimenti che si vanno moltiplicando perché oggi sono in calo i siriani, gli eritrei ed i somali in arrivo dalla Libia, che più facilmente accedevano alle procedure di asilo, e stanno aumentando i nigeriani i ghanesi, gli ivoriani ed i gambiani in fuga non tanto dai loro paesi ma dalle persecuzioni generalizzate che subiscono in Libia. Tutti ritenuti “migranti economici” e destinatari, con tutti i maghrebini e gli egiziani, di provvedimenti di respingimento.Le richieste di una regolamentazione degli Hotspot, anche quelle provenute dalle forze di polizia sono rimaste inevase, ed oggi il Prefetto Gabrielli non può dire che il decreto legge Minniti n.13 del 17 febbraio scorso fornisca una base legale agli Hotspot, perché nel testo del decreto si legge soltanto che chi rifiuta di farsi identificare in un Hotspot può finire,sempre che vi sia posto, in un CIE ( oggi ridenominati CPR Centri Permanenti per il rimpatrio).

Nel suo complesso si tratta comunque di un decreto legge di evidente incostituzionalità che ha suscitato dubbi di legittimità anche da parte dell’Associazione nazionale magistrati e del CSM.

Neppure il Regolamento Dublino del 2013 fornisce una base legale al trattenimento negli Hotspot, come sostiene Gabrielli, limitandosi ad affermare che le impronte digitali vanno prelevare a tutti i migranti di età superiore ai 14 anni, entro 72 ore dall’ingresso nel territorio nazionale.

Del resto le modalità operative all’interno degli Hotspot rimangono regolate da una circolare, o direttiva ministeriale, perché altro non possono essere definite le Regole Standard Operative adottate lo scorso anno dal Viminale. Un documento che i sindaci farebbero bene a leggere prima di definire un centro Hotspot come una “struttura di supporto”. Se ieri questo supporto era finalizzato alla relocation in altri paesi europei, oggi sarà rivolto soprattutto alle operazioni di respingimento ( con conseguente clandestinizzazione) e di rimpatrio con accompagnamento forzato ( sul modello dei rimpatri forzati effettuati nell’agosto dello scorso anno dall’Hotspot di Taranto verso il Sudan.

Si dimentica tutto quanto denunciato nelle prassi contenute complessivamente nel cd. Hotspot Approach applicato in assenza di basi legali da parte delle forze di polizia, si dimentica che l’accesso negli Hotspot è precluso alle organizzazioni non convenzionate ed alle associazioni indipendenti, che vi sono fortissime limitazioni anche per i giornalisti e per gli stessi rappresentanti degli enti locali, coe denunciato da anni dal sindaco di Lampedusa. Si dimenticano dati e fatti accertati dalla stessa Commissione di inchiesta della Camera, nella quale dopo le visite effettuate lo scorso anno, si è registrata una virata sulle posizioni delle forze di polizia e dei loro vertici, con la conseguente presentazione di una relazione di minoranza sugli Hotspot da parte del deputato Erasmo Palazzotto.

Gli stessi fatti, in particolare con riferimento all’Hotspot di Taranto, erano stati già accertati dalla relazione aggiornata della Commissioni Diritti umani del Senato, presentata nello scorso gennaio. Davvero difficile definire quale sia il tipo di supporto che gli Hotspot italiani forniscono nell’assenza di una cornice normativa certa, tutto rimane nella sfera di discrezionalità delle forze di polizia supportate da decine di agenti dell’agenzia europea FRONTEX per il controllo delle frontiere interne, che partecipano attivamente, anche attraverso loro mediatori, alle operazioni di identificazione.

Anche in questa materia il governo e le sue diramazioni locali cercano di mostrare i muscoli alla vigilia di una serie di campagne elettorali assai incerte, ma altrettanto certo è che se non si affronta il problema della legalizzazione della maggior parte di coloro che sono costretti a fuggire dalla Libia in guerra, quasiasi altro problema di sicurezza o di accoglienza resterà irrisolto, e si determinerà un crescente allarme sociale. La pletora di provvedimenti di respingimento con l’intimazione a lasciare entro sette giorni il territorio produce solo clandestinità. La diminuzione delle garanzie di difesa previste in favore dei richiedenti asilo denegati dal D.L 13 del 17 febbraio corso, oggi in sede di conversione, non avrà effetti positivi, ma aumenterà ancora la clandestinità e la dispersione. Occorerebbe aprire consistenti canali di ingresso legale e protetto per motivi umanitari, l’oposto di quello che si sta facendo cercando accordi con dittatori come Al Sisi in Egitto e Bashir in Sudan, o con le politiche di contenimento dei migranti in Libia, o in quello che ne rimane.

Se il governo e gli enti locali vogliono procedere nella direzione di una moltiplicazione delle strutture di finta accoglienza che di fatto hanno carattere detentivo l’opposizione sociale e legale sarà fortissima. Gli argomenti non mancano, a partire dal mancato rispetto del principio di riserva di legge, con conseguente abbattimento dei diritti di difesa e di accesso alla procedura di asilo, e dalla totale inefficacia di queste strutture al fine conclamato dal governo a livello europeo di dare maggiore effettività ai rimpatri.