L’Italia, l’Unione europea e Frontex contro i migranti

Ospitiamo volentieri un contributo inedito della nostra amica e compagna di strada Cornelia I. Toelgyes, che, normalmente si cimenta come profonda conoscitrice delle dinamice africane (Africa Express) e che invece  ora prova a proseguire un ragionamento già iniziato su ADIF in merito all’accordo italo – libico, meglio conosciuto come MoU

Buona lettura!

Cornelia I. Toelgyes

Si attende ancora la decisione della Corte d’Appello di Tripoli circa la validità del Memorandum of Understanding (MoU), siglato lo scorso febbraio a Roma dal nostro presidente del Consiglio dei ministri, Paolo Gentiloni, e Fāyez al-Sarrāj, presidente del Consiglio presidenziale (CP) della Libia, riconosciuto dall’Organizzazione delle Nazioni unite (ONU). E’ importante precisare che si tratta di un Memorandum, non di un accordo, che di fatto richiederebbe la ratifica dei due Parlamenti, che, in effetti, non è mai avvenuta. La sentenza del Tribunale era prevista per il 15 marzo, ma è slittata di qualche giorno, perché la situazione attuale a Tripoli è alquanto precaria. Da alcuni giorni sono in atto violenti combattimenti tra le forze fedeli al governo di unità nazionale e miliziani vicini all’ex primo ministro del vecchio “governo di salvezza nazionale” di Khalifa Ghwell.

Malgrado questo quadro inquietante, una delegazione libica, capeggiata da Tariq Shanbor, della direzione generale delle Coste, si è recata a Roma martedì, per discutere con le nostre autorità ulteriori dettagli per l’attivazione del MoU, volto a contrastare il flusso migratorio. Ad aprile dovrebbero essere riconsegnate le prime motovedette “libiche”, riparate, perché fortemente danneggiate.

Queste imbarcazioni sono state donate dal nostro Paese tra il 2009 e il 2010 all’allora governo Gheddafi per la lotta contro l’immigrazione “illegale” verso le nostre coste.
Nel frattempo dovrebbe terminare l’addestramento teorico in Italia di diciotto ufficiali libici, che proseguiranno poi la preparazione pratica sulle sei imbarcazioni già riparate ed attualmente ormeggiate nel porto di Biserta in Tunisia.

Il Viminale ha reso noto ieri che in questi primi mesi dell’anno sono giunti sulle nostre coste oltre 15.800 migranti, tra loro anche 2.300 minori non accompagnati. Durante la traversata hanno perso la vita 525 persone sulle varie rotte del Mediterraneo. Spaventano gli arrivi, non ci si indigna per le morti.

L’elevato numero degli arrivi preoccupa il nostro governo, pertanto si cerca di accelerare la collaborazione con la Guardia costiera libica per arginare tale flusso. Cosa succederà ai migranti dopo essere stati riportati in Libia poco interessa, eppure è risaputo cosa avviene nelle galere della nostra ex colonia: poco cibo, torture, stupri, ricatti sono all’ordine del giorno. La Libia non riconosce la Convenzione di Ginevra del 1951, un profugo, anche se minorenne, viene considerato un immigrato clandestino, un illegale.

Il nostro ministro degli Interni, Marco Minniti, non lascia nulla di intentato, vuole assolutamente arginare il flusso migratorio e pertanto ha convocato per il prossimo 19 e 20 marzo il “Gruppo di contatto Europa – Africa settentrionale”, con la speranza di trovare soluzioni attuabili. Da quanto si apprende, a questo vertice internazionale dovrebbero partecipare i ministri degli Interni di molti Paesi europei e dell’Africa settentrionale.

Il 15 dicembre 2016, Frontex, l’Agenzia europea della guardia costiera e di frontiera con sede a Varsavia, ha puntato il dito contro le Organizzazioni umanitarie che operano nel Mediterraneo centrale, accusandole addirittura di collusione con i trafficanti di uomini attivi in Libia. Il 17 febbraio la Procura di Catania, sede operativa di Frontex in Italia, ha aperto un’indagine conoscitiva sulle Organizzazioni umanitarie in questione, ma anche le Procure di Palermo e Trapani hanno aperto dei fascicoli. Un’analisi dettagliata circa le accuse di Frontex nei confronti delle ONG è stata pubblicata in questo sito pochi giorni fa.
Chi polemizza dimentica l’origine delle missioni umanitarie: dopo i terribili naufragi del 3 ottobre a Lampedusa e dell’11 ottobre 2013 a sud di Malta il governo Letta aveva dato il via all’operazione Mare Nostrum, proprio per evitare il ripetersi di tali stragi. Dopo la tragedia più grande di sempre del 18 aprile 2015 nel Canale di Sicilia dove morirono oltre settecento migranti – i superstiti furono solamente ventotto – è iniziato l’intervento delle Organizzazioni umanitarie, specie dopo il parziale ritiro di Frontex nel luglio dello stesso anno. Attenzione, da non confondere Frontex con l’Operazione Sophia di Eunavfor med (Forza navale mediterranea dell’Unione europea).

Fabrice Leggeri, direttore di Frontex, incolpa le ONG di non collaborare con l’Agenzia europea, di non affondare i barconi e gommoni una volta tratte in salvo le persone. Le organizzazioni umanitarie respingono tutte le accuse. Ed anche il procuratore aggiunto di Palermo, Maurizio Scalia, ha sottolineato in questi giorni: “Cosa contestare: il favoreggiamento? Ma in che modo si potrebbe configurare un reato del genere, quando c’è qualcuno da soccorrere?