Accordi con la “Libia” e falso umanitarismo. Le vittime non si contano più ma scompaiono nell’indifferenza.

di Fulvio Vassallo Paleologo

 

  1. Filtrano a fatica, dalle agenzie più disparate, le notizie sulle ultime operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo Centrale, mentre riamane nell’ombra il ruolo crescente della sedicente Guardia Costiera libica che interviene periodicamente nelle acque territoriali ed anche nella zona contigua, fino a 24 miglia dalla costa, impedendo alle navi umanitarie di intervenire in attività di ricerca e salvataggio con la medesima tempestività dello scorso anno.

Si diradano anche le notizie sugli sbarchi in Sicilia, centinaia negli ultimi giorni, da ultimo a Palermo ed a Trapani, ma l’Approccio Hotspot, ancora privo di basi legali, inghiotte tutti in un sistema di prima accoglienza che sembra fatto per clandestinizzare e fare scomparire nel limbo della burocrazia anche le vittime di tratta o di tortura e i minori non accompagnati.

Sembra che l’opinione pubblica europea debba essere tenuta all’oscuro di quanto sta avvenendo in queste settimane davanti alle coste libiche. Anche sugli interventi delle poche navi umanitarie ancora operative dopo gli attacchi subiti dai libici e dai vertici di Frontex sembra calato il silenzio.

Non si riesce neppure a conoscere il numero esatto delle vittime delle stragi che si continuano a ripetere nell’indifferenza generale. Si conosce invece la presenza ed il costo di decine di funzionari Frontex dislocati ovunque, non solo negli Hotspot ma anche nei porti di sbarco, per sorvegliare ed imporre sistemi di controllo e trattenimento che rimangono privi di basi legali. Come il prelievo forzato delle impronte digitali ed il trattenimento prolungato nei centri di prima accoglienza, anche nel caso di minori non accompagnati.

Non si danno più notizie neppure sugli arresti degli scafisti allo sbarco, ormai nell’immaginario collettivo pesa più l’allarme terrorismo, nè filtrano informazioni sulle posizioni nautiche nelle quali avvengono gli interventi, operati prevalentemente dalle due sole navi umanitarie presenti nel Mediterraneo centrale e dalla Guardia Costiera italiana che si avvale anche di mezzi commerciali in transito.

  1. Le notizie sui soccorsi a nord della costa libica rimangono ai margini della cronaca locale. Dopo l’uscita dal porto di sbarco i migranti scompaiono nel limbo indefinibile del sistema italiano di accoglienza, con le loro storie di sofferenza ben impresse sulla pelle, ma invisibili per chi dovrebbe assisterli e far riconoscere loro al più presto uno status legale.

Intanto i soccorsi apportati dai pochi mezzi di Frontex e di EunavforMed rimasti operativi appaiono limitati a determinate zone di mare, sempre più a nord, in acque internazionali (anche per l’esiguo numero dei mezzi impiegati dalle agenzie europee), là dove non arrivano ( o non vengono fatti arrivare) i mezzi della Guardia Costiera libica.

Ed a marzo, come ha affermato il ministro dell’interno Minniti, dovrebbero essere restituite ai libici le motovedette veloci regalate da Maroni a Gheddafi nel 2009, poi riprese dall’Italia e attualmente in acque tunisine. Pronte a riprendere quel pattugliamento congiunto e quei respingimenti collettivi, per interposta Guardia costiera libica, che nel 2012, sul caso Hirsi, portarono alla condanna dell’Italia da parte della Corte Europea dei diritti dell’Uomo.

E’ importante fare conoscere quello che sta avvenendo nel Mediterraneo centrale al largo della costa libica, in una fascia che va tra le 10 e le 40 miglia di fronte alle città di Zuwara, Sabratah, Zawia,Tripoli. E’ lì che si verifica anche il maggior numero di naufragi, o dove si rivengono cadaveri a bordo dei gommoni soccorsi. Succede da mesi, nell’indifferenza generale, mentre gli accordi con la Libia sono sostenuti dai politici italiani ed europei con toni falsamente umanitaristici, come se si potessero raggiungere contemporaneamente gli obiettivi della riduzione delle partenze e del contenimento del numero delle vittime.

  1. La situazione di conflitto in Libia, le pessime condizioni del mare nei mesi invernali, il rafforzamento della lotta contro trafficanti ed intermediari, non hanno rallentato le partenze, nelle ultime settimane raddoppiate rispetto ai primi mesi del 2016.

I fatti dunque smentiscono gli annunci di Avramopoulos Commissario europeo all’immigrazione, le promesse di Kobler rappresentante delle Nazioni Unite per la Libia, la cruda posizione del premier maltese Muscat al semestre di presidenza dell’Unione Europea.

Il Vertice di La Valletta a Malta lo scorso 3 febbraio è stato l’ennesimo fallimento di chi proponeva un blocco delle acque costiere libiche e missioni europee per collaborare attivamente nei respingimenti collettivi di migranti in fuga dalla Libia. Le proposte della presidenza maltese sono state tutte bloccate. Con la Libia, con uno stato che non esiste più, non si possono replicare gli accordi conclusi lo scorso anno con la Turchia.

Oltre ai fallimenti annunciati, nelle politiche europee si rilancia la delegittimazione di chi opera come volontario i soccorsi in acque internazionali. Frontex, ha anche rinnovato poche settimane fa gli attacchi alle organizzazioni umanitarie che, salvando vite umane in mare, farebbero il gioco dei trafficanti libici.

  1. In base alle Convenzioni internazionali di diritto del mare esistono obblighi di salvataggio che incombono sui paesi responsabili per le zone di ricerca e soccorso (search and rescue). Gli accordi tra gli stati responsabili delle zone SAR confinanti vanno finalizzati alla salvaguardia della vita umana in mare ed al rispetto dei diritti fondamentali, non si possono prestare ad operazioni di deportazioni o peggio non possono tradursi in arresti che portano i naufraghi appena sbarcati a terra in Holding Center nei quali si praticano torture ed estorsioni. Lo sbarco dei migranti può avvenire soltanto in un porto sicuro (place of safety) e nessun porto della Libia è in questo momento, per nessun migrante, un porto sicuro.

Per sicurezza si intende non solo il salvataggio della vita ma anche il rispetto dei diritti fondamentali, a partire dal diritto di non essere considerati come una merce oggetto di mercato e di non subire trattamenti inumani o degradanti. Questo l’Italia e l’Unione Europea non vogliono riconoscerlo. Non si può legittimare la riduzione in schiavitù che molti migranti ripresi dai libici subiscono una volta riportati a terra. Ci sono differenze tra i centri di detenzione controllati dal governo Serraj e quelli in mano alle tante milizie armate, ma il destino di chi viene ricondotto in Libia è comunque segnato. Tutti chiudono gli occhi sulla sorte dei migranti ricondotti in Libia dai mezzi della Guardia Costiera libica guidati dai militari “formati” a bordo delle navi europee. Ed adesso il governo italiano gli fornirà altre motovedette.

  1. Le pressioni sulla Tunisia perché collabori con le autorità militari europee accettando lo sbarco ed il trattenimento sul proprio territorio di parte dei migranti bloccati al limite delle acque libiche sono state rispedite al mittente dal governo tunisino che ha lamentato anche le eccessive pressioni subite dalla Germania e dall’Italia.

Il tentativo europeo di confondere lotta all’immigrazione “illegale” e contrasto del terrorismo non andrà avanti senza opposizioni. Questa la lettera delle associazioni tunisine che difendono i diritti umani, per tutti, e non solo per i migranti. Sembrerebbe che il governo tunisino abbia prontamente ridimensionato la portata delle ultime intese. I suoi rappresentanti escludono che i migranti soccorsi in acque internazionali davanti alle coste libiche possano essere ricondotti in Tunisia per venire filtrati, e per servire come cavie per un limitato “resettlement” con l’ingresso nell’Unione Europea di qualche centinaio di persone, che legittimerebbe poi le espulsioni dalla Tunisia verso i paesi di origine di tutti coloro che non vengano ritenuti meritevoli dello status di rifugiato, previsto dalla Convenzione di Ginevra del 1951. Status che in Italia viene riconosciuto solo al 4 per cento dei migranti esaminati dalle Commissioni territoriali. Per tutti quelli che in Italia ottengono la protezione sussidiaria o umanitaria, o possono almeno presentare un ricorso in caso di diniego, se esaminati in Tunisia ci sarebbe solo la prospettiva del rimpatrio forzato. L’esperienza del campo di Sousha, aperto in Tunisia nel 2011 non si può dimenticare. Non si può pensare di esternalizzare il diritto di asilo in Tunisia.

Le naufrage du droit d’asile

Des pressions intolérables sur la Tunisie

21 février 2017 – Les autorités tunisiennes sont la cible de pressions intolérables de la part de l’Italie et de l’Allemagne. En l’espace d’une semaine, elles ont dû opposer une fin de non-recevoir aux responsables allemands puis italiens qui envisageraient de renvoyer vers la Tunisie des personnes migrantes et réfugiées. Les questions de sécurité intérieure semblent constituer la pierre angulaire de termes de coopération imposés à la Tunisie sur un terrain qui, pourtant, en est totalement distinct : le droit d’asile.

Obliger la Tunisie, en échange d’un soutien à la lutte contre le terrorisme, à débarquer sur son sol les personnes interceptées par les garde-côtes italiens, comme l’évoque un article de presse italien, reviendrait à violer de manière flagrante les obligations de l’Union européenne (UE) et de l’Italie, déjà condamnée en 2012 par la Cour européenne des droits de l’Homme pour avoir refoulé des réfugiés en Libye.

Outre l’atteinte inqualifiable au droit d’asile, ce serait aussi, pour l’Italie faire preuve d’un cynisme insupportable au moment où la lutte contre le terrorisme concerne autant l’UE que la Tunisie.

A cette pression s’ajouterait, de source parlementaire belge, l’inscription d’une clause de réadmission dans les accords de décembre 2016 visant à convertir la dette tunisienne en investissements par la Belgique en Tunisie.

A l’heure où l’Allemagne, la Belgique et l’Italie envisagent d’inscrire la Tunisie sur la liste des pays d’origine « sûrs », nos organisations rappellent que l’usage du concept de pays « sûr » constitue une atteinte au droit d’asile, et qu’en tout état de cause, il est inenvisageable de considérer la Tunisie comme un pays d’origine ou un pays de transit « sûr » au regard même des critères prévus en droit européen (directive 2013/32/UE).

La Tunisie ne dispose d’aucune législation sur le droit d’asile ni de capacité d’accueil des personnes en besoin de protection internationale. Il n’existe aucune garantie de protection contre l’incrimination pour « délit d’émigration non-autorisée »[1], en violation du droit fondamental de quitter tout pays, ni de garanties procédurales pour les personnes non désireuses de demander l’asile et qui risquent d’être privées de liberté et expulsées dans des conditions inhumaines et dégradantes.

Les pressions exercées contre la Tunisie doivent cesser, au profit d’un véritable engagement de l’Union européenne et de ses États membres pour l’accueil des personnes réfugiées et migrantes sur son territoire, et d’un véritable soutien de la Tunisie dans la consolidation de l’État de droit et la lutte contre le terrorisme.

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Les organisations signataires

Tunisie

– Union générale tunisienne du travail – UGTT

– Forum Tunisien pour les Droits Économiques et Sociaux (FTDES)

– Ligue tunisienne des Droits de l’Homme (LTDH)

– Afrique Intelligence

– Association Citoyenneté et Liberté – Djerba

– Association des Etudiants et Stagiaires Africains en Tunisie (AESAT)

– Centre de Tunis pour la Migration et l’Asile (CeTUMA)

– Comité pour le Respect des Libertés et des Droits de l’Homme en Tunisie (CRLDHT)

– Union des Leaders Africains

– UTOPIA Tunisie

– Vigilance pour la Démocratie et l’Etat Civil

Allemagne

– ProAsyl

Italie

– Associazione Ricreativa e Culturale Italiana (ARCI)

– Coopération pour le Développement des pays émergents (COSPE)

– Italian Immigration Legal Practitioners Association (ASGI)

Organisations de la diaspora

– Association Démocratique des Tunisiens en France (ADTF)

– Association des Immigrés Tunisiens – Citoyen des deux Rives (ATI-CDR) – Grenoble

– Association des Travailleurs Maghrébins en France (ATMF)

– Association des Tunisiennes et Tunisiens de Suisse (ATTS)

– Association des Tunisiens du Nord (ATNF) – Lille

– Association Interculturelle Production Diffusion Documentation (AIDDA)

– Association Le Pont de Genève

– Association Solidarité et Justice Fahrat Hached (ASJFH)

– Collectif Culture, Création, Citoyenneté – 3C

– Collectif des Femmes Tunisiennes (CFT)

– Comitato Immigrati Tunisini Italia – Italie (CITI)

– Comité de Vigilance pour la Démocratie en Tunisie (CVDT) – Blegique

– Fédération Tunisienne pour une Citoyenneté des Deux Rives (FTCR)

– Réseau Euro-maghrébin Citoyenneté et Culture (REMCC)

– Union des Tunisiens pour une Action Citoyenne (UTAC)

Régional

– Association Européenne de défense des Droits de l’Homme (AEDH)

– EuroMed Droits – REMDH

– Migreurop

[1] Ce délit a été introduit en 2004 dans la législation tunisienne, sous les pressions de l’Union européenne. Cela est le cas également pour nombre d’autres pays, tels que l’Algérie, le Maroc et le Sénégal.

 

  1. Occorre aprire canali legali di ingresso in Europa con visti umanitari, ed anticipare al massimo gli interventi di salvataggio, l’opposto di quello che l’Unione Europea sta imponendo oggi.

Si deve concordare con quella entità militare navale, che si ritiene essere la Guardia Costiera libica, oltre ai corsi di formazione, o alla cessione di motovedette, il soccorso delle persone, non per ricondurle in territorio libico, ma per accompagnarle in sicurezza in un porto europeo,in un autentico “place of safety”, immediatamente in Italia o a Malta, ma successivamente verso altri paesi dell’Unione Europea, che rappresentano la vera meta di chi fugge dalla Libia e subisce quello che subisce proprio per raggiungere quei paesi.

A tutti i migranti che sono passati dall’inferno libico andrebbe riconosciuto un visto di ingresso o un permesso di soggiorno per motivi umanitari, con validità estesa a tutto il territorio europeo. Ogni altra misura di contrasto di quella che chiamano “immigrazione illegale” ucciderà altre vite ed alimenterà a tempo indeterminato il business dei trafficanti, sempre più connessi con le milizie armate che si contendono il controllo della Libia.
Le autorità militari italiane, il governo Gentiloni, le missioni europee, il Consiglio e la Commissione UE a Bruxelles, non possono delegare alle navi della sedicente Guardia Costiera libica gli interventi di soccorso oltre il limite delle 12 miglia (acque territoriali libiche). Gli accordi che sono stati firmati in tal senso, seppure in modo informale come il MOU ( Memorandum d’intesa) tra Italia e Libia sono contrari al diritto internazionale ed ai più elementari principi di umanità.

L’Unione Europea non può mantenere operative missioni come Frontex-Triton, affidando ad un paio di navi gli interventi di Search and Rescue che in base al Regolamento dell’Unione Europea n.656 del 2014 rientrano tra i compiti primari dell’Agenzia, o come Eunavfor Med, che collabora da mesi con le autorità di Tripoli, e che con i suoi strumenti di controllo assiste ai soccorsi operati dalle guardie costiere libiche, formate a boro delle navi europee per riprendere i gommoni dei migranti, affondarli, e riportare indietro le persone “soccorse”. Soccorsi che diventano sequestri di persona, ai quali succedono detenzioni arbitrarie ed una catena infinita di violenze.

Per questo tutti affermano che preferiscono morire in mare piuttosto che essere riportati in Libia. Succede dallo scorso anno e continua a succedere ancora in questi giorni.

July 7, 2016 (KHARTOUM)- Libya’s coast guard this week seized five boats carrying over 500 illegal African migrants, among them 100 Sudanese, who had tried to cross the Mediterranean to Europe, Sudan tribune has learnt Thursday.

Dal mese di maggio del 2016 gli interventi di recupero di migranti in fuga verso l’Europa da parte di mezzi appartenenti alla Guardia Costiera libica non si contano più. Ora quegli interventi si svolgono anche al di fuori delle acque territoriali libiche.
Sullo sfondo, ai margini della cronaca, continuano ad aumentare le vittime della rotta migratoria più pericolosa del mondo, in mare nelle acque territoriali libiche e nelle acque internazionali. Nessuno sembra davvero in grado di prestare soccorso ai migranti nelle prime miglia dopo la partenza.

Si muore anche a terra, nei container che attraversano deserti e chek point mortali, nelle “Connecting House” e nei centri di detenzione dell’esercito o delle milizie, nei quali gli abusi, gli stupri e le estorsioni sono quotidiani.

Ma tutto questo sembra sconosciuto a chi declama i successi della attività di formazione della Guardia Costiera libica, condotta a bordo della nave italiana Garibaldi, inserita nel dispositivo Eunavfor MED, o degli accordi tra il governo italiano e le autorità di Tripoli per rinforzare la sedicente Guardia Costiera libica. Accordi che non salvano vite umane, come dimostra la triplicazione del numero delle vittime, ma creano nuove barriere che costeranno altre vite umane senza diminuire le partenze dalla Libia. Chi crede che le stragi in mare, effetto anche dell’allontanamento dele navi umanitarie, costituiscano un deterrente rispetto alle scelte di partenza dei migranti si sbaglia, ed i fatti confermano la tragicità di questo errore.

  1. Nessuno, a Roma come a Bruxelles, pensa più all’apertura di canali legali di ingresso in Europa. Al massimo si pensa di chiudere con la Libia, quando avrà un governo centrale, un accordo di respingimento sul modello di quello concluso con la Turchia.  La chiusura della rotta balcanica, che neppure ha bloccato i passaggi di migranti ma ne ha solo aumentato le sofferenze, non è un successo frutto degli accordi tra Unione Europea e Turchia.

E’ un enorme fallimento della politica estera europea che ha consentito al dittatore Erdogan di costruire un muro con la Siria e di condannare a morte migliaia di profughi in fuga dai bombardamenti incrociati degli aerei russi, dell’esercito di Damasco e delle milizie di ISIS. Ed adesso Erdogan rivendica anche la cambiale dei visti di ingresso per i cittadini turchi nell’area Schengen ed i voti dei cittadini turchi residenti in Germania per il prossimo referendum costituzionale in suo favore. Bloccati gli ingressi in Turchia con un muro della vergogna che ha sigillato il confine siriano è stato facile ridurre le partenze verso la Grecia. Ma anche in questo caso, gli effetti dell’accordo tra Unione Europea e Turchia sono devastanti.

Il resto del lavoro sporco per chiudere la rotta balcanica, ancora tragicamente aperta, anche se percorsa da un minor numero di migranti,  lo hanno fatto alcuni stati europei che come l’Ungheria, la Bulgaria o la Macedonia hanno cancellato il diritto di asilo.

Un fallimento che peserà sul futuro dell’Unione Europea, come emergerà dal prossimo viaggio di Erdogan in Germania, in piena campagna elettorale. Una missione di un despota per consolidare la cooperazione con l’Unione Europea nella guerra ai migranti e per legittimare il referendum per abbattere le istituzioni democratiche e per la reintroduzione della pena di morte in Turchia.

Nei documenti europei si richiamano i diritti umani e si lanciano in collaborazione con FRONTEX pratiche di cooperazione di polizia con paesi che, come l’Egitto, la Turchia e la Nigeria, quei diritti umani cancellano anche per i loro popoli. Le promesse dell’Unione Europea, e dei suoi rappresentanti di vertice,  che citano ovunque le Convenzioni internazionali, che disattendono tutti i giorni, non bastano più. L’ipocrisia di chi governa spacciando falso umanitarismo, e mantenendo o incrementando le condizioni di blocco dei migranti in Libia, impone un atto di interpello forte a tutte le forze politiche che su questo non si possono nascondere dietro esigenze di cautela elettorale. Saranno anche necessarie azioni quotidiane di controinformazione e di assistenza diretta ai migranti che comunque continuano ad arrivare, in condizioni sempre più critiche. Perché comunque continueranno ad arrivare, e non sono neppure praticabili respingimenti e trattenimenti delegati a paesi terzi od espulsioni di massa, i teorici dei blocchi di frontiera se ne facciano una ragione.