Esternalizzazione dei controlli di frontiera, oltre il divieto di tortura.

Fulvio Vassallo Paleologo

Le politiche europee di esternalizzazione dei controlli di frontiera, consacrate nel Processo di Khartoum e nei Migration Compact, soprattutto dopo la Conferenza di Malta dell’11 novembre 2015, si sono concretizzate in accordi multilaterali o bilaterali per collaborare nella lotta contro l’immigrazione “illegale” con paesi nei quali non vengono riconosciuti i diritti umani. Dal Sudan di Bashir all’Egitto di Al Sisi, per non parlare della Libia dilaniata da bande paramilitari senza scrupoli che si scambiano i migrati come merce, ovunque in Africa si sta cercando di replicare gli accordi tra l’Unione Europea e la Turchia. Si ritiene infatti che la chiusura della rotta balcanica ( in realtà mai chiusa del tutto) derivi dagli accordi negoziati dalla Merkel con Erdogan e non dallo sbarramento imposto dai militari turchi al confine con la Siria, in piena sinergia con la repressione interna attuata da Assad.

Sembra ormai normale, anche per le opinioni pubbliche europee, e soprattutto per i governi che vengono nominati con un supporto crescente dei partiti populisti e nazionalisti, ricorrere alla tortura come sistema normale di interrogatorio di polizia dopo arresti che diventano veri e propri sequestri di persona. I paesi africani nei quali avvengono questi abusi sono paesi essenziali per limitare l’afflusso di migranti in Europa e sembra che il fine giustificherebbe i mezzi, qualsiasi mezzo. Le contropartite promesse dall’Unione Europea comunque non mancano, in danaro, in mezzi ed in legittimazione politica.

Sono da considerare “alleati” in questa lotta contro l’immigrazione “illegale”paesi come l’Egitto o la Libia nei quali si pratica sistematicamente la tortura e nulla viene fatto per punire gli agenti di polizia, dei servizi  e delle bande paramilitari che quotidianamente praticano la  detenzione “in incommunicado” ( senza controllo giurisdizionale e accesso ad un avvocato) come strumento per estorcere confessioni e contrastare qualunque forza di opposizione. Altre volte la tortura viene utilizzata nei paesi di transito come un metodo per estorcere somme sempre più ingenti di denaro ai migranti intrappolati  e consegnati alle bande di trafficanti dalla chiusura delle vie legali di ingresso in Europa.

I vertici dell’Unione Europea, di fronte al fallimento di tutte le proposte contenute nell’Agenda europea sulle migrazioni del 13 maggio 2015 ( dalla Relocation mancata alle attività di soccorso in mare, ormai quasi azzerate per la riduzione dei mezzi di Frontex) non riescono a proporre altro che un ennesimo attacco agli operatori umanitari e altri accordi con i dittatori che nei loro paesi consentono torture e stupri, ai danni dei migranti ed anche dei cittadini di quei paesi che non si piegano ai regimi militari.

L’Italia continua ad applicare gli accordi di riammissione  stipulati nel 2007 con l’Egitto, con la Turchia, e vorrebbe ripristinare altri accordi con paesi che non applicano neppure la Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951, ma che sono firmatari della Convenzione di Palermo del 2000 contro il crimine transnazionale. Niente di più che un pretesto per consentire collaborazione tra forze di polizia che non rispettano i diritti di difesa e il principio dell’habeas corpus, ricorrendo a deportazioni vere e proprie ed a sistemi di interrogatorio non corrispondenti al divieto di tortura presente nelle costituzioni internazionali e negli strumenti internazionali che tutelano i diritti umani ( come la CEDU o la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura).

Un pretesto, il richiamo alla collaborazione prevista dalla Convenzione di Palermo, utilizzato  alcuni anni fa dal governo italiano nel processo davanti alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo sul caso Hirsi, per giustificare i respingimenti collettivi eseguiti in Libia nel 2009 su ordine dell’allora ministro dell’interno Maroni. Un processo conclusosi con la condanna definitiva dell’Italia. Eppure ancora oggi si vuole negoziare per delegare altri respingimenti collettivi alla Guardia costiera libica, in modo da aggirare il verdetto della Corte di Strasburgo.

La  dura condanna della Corte Europea dei diritti dell’Uomo per i respingimenti collettivi in Libia è stata dimenticata e il governo italiano ha proseguito sulla via degli accordi bilaterali con paesi che non garantiscono il rispetto effettivo dei diritti umani. Da questo punto di vista si ricorda l’accordo tra il governo italiano e le autorità sudanesi del 4 agosto scorso, che avrebbe dovuto facilitare la riammissione di cittadini sudanesi giunti irregolarmente sul territorio in mare, dopo essere stati soccorsi in mare.

Ed altri accordi sono allo studio per effettuare respingimenti dalla Libia in Sudan con il supporto finanziario e tecnico dell’Unione Europea. Accordi analoghi sono negoziati con il Niger, sempre nell’ambito del Processo di Khartoum, rilanciato dal vertice di Malta in corso in questi giorni.

Tutti  parlano di accordi tra l’Unione Europea e la Libia, sul modello degli accordi che sono stati stipulati con la Turchia, come se la situazione dei due paesi  fosse comparabile a  quella di un “paese terzo sicuro” ed autorizzasse una piena collaborazione di polizia nella lotta contro l’immigrazione irregolare, mentre nelle celle dei servizi di sicurezza e delle bande paramilitari di quei paesi si pratica sistematicamente la tortura.

Oltre la tortura nei centri di detenzione si applica anche la pena di morte per abbandono in mare dei migranti, perché le autorità dei due paesi non collaborano nelle attività di ricerca e salvataggio mentre le attività di soccorso delle missioni Triton di Frontex e Sophia di Eunavfor Med sono state fortemente ridimensionate. Nei primi giorni di gennaio, su 2000 migranti che sono stati soccorsi a nord delle coste libiche, risultano oltre 240 vittime, tra morti e dispersi.

Il recente viaggio del ministro dell’interno Minniti a Tripoli avrebbe dovuto suggellare gli accordi con la Guardia Costiera libica, che però fa capo soltanto al governo presieduto da Al Serraj, con il sostegno delle Nazioni Unite. Simbolo dei nuovi accordi di collaborazione,  proprio a partire dalla formazione della Guardia Costiera libica, l’apertura dell’ambasciata italiana a Tripoli, negli stessi giorni in cui dilagava il conflitto armato nella stessa capitale, con l’occupazione lampo di alcuni ministeri..

La più recente politica europea ed italiana nei confronti del governo Serraj tesa ad accordi con Tripoli per giungere al pattugliamento misto e ai respingimenti collettivi, magari delegati alle guardie libiche addestrate dagli agenti europei – che nel 2012 costò all’Italia la condanna da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo – viene adesso considerata da parte del generale Haftar, massimo esponente militare del governo di Tobruk, sostenuto dalla Russia e dall’Egitto,come la prova dell’intrusione europea ed italiana nelle politiche interne e nel conflitto armato in corso in Libia.  Le iniziative italiane in quel paese, tutte mirate al contenimento delle partenze dei migranti verso l’Europa, ed al mantenimento di rapporti economici privilegiati, per i tempi e le scelte operate, rischiano di avere effetti catastrofici e di risultare occasione di scontro piuttosto che di composizione dei conflitti interni.

Le prime iniziative della presidenza maltese all’Unione Europea confermano purtroppo scarsa attenzione ai diritti ed alle vite dei migranti intrappolati in Libia, o in altri paesi di transito, in nome della difesa delle frontiere esterne.  Tusk prima e Muscat, adesso alla Presidenza semestrale dell’Unione Europea, sembrano garantire la peggiore continuità possibile, all’insegna della cancellazione delle vie di accesso persino nei confronti dei richiedenti asilo che cercano salvezza in Europa. Respingere i migranti in fuga dall’inferno libico non è più tabù, anzi costituisce un punto centrale del programma dell’Unione. Nel quadro di una più generale cancellazione del diritto di asilo europeo.

In questi giorni però qualcuno sta forse sbagliando i propri calcoli utilitaristici. Come ha affermato il premier maltese Muscat “la prima area dove riteniamo siano raggiungibili dei progressi – aveva detto – è quella del controllo dei confini, sia di terra che marittimi. Riteniamo  che si possa ottenere una migliore convergenza tra stati membri per rispondere al tema della condivisione degli oneri, se ognuno di questi riterrà che i confini siano al sicuro”. Appare ben difficile che i paesi del Gruppo di Visegrad ( guidati dall’Ungheria di Orban) investano tante risorse sul Mediterraneo, quando il loro problema principale rimane la difesa dei confini orientali, dai quali si minaccia l’arrivo di un numero di profughi ancora superiore rispetto a quelli arrivati negli anni scorsi attraverso le rotte del Mediterraneo.

La messa in sicurezza dei confini esterni dell’Unione Europea , nella visione della presidenza maltese, si poggia soprattutto sulla collaborazione con la Guardia costiera e con le autorità di polizia libiche nelle operazioni navali volte a bloccare i barconi diretti verso l’Europa.

Questo il segno dominante della presidenza maltese dell’Unione Europea. Secondo l’Associated Press “(AFP) – The EU could soon step up training and equipping Libya’s coast guard to crack down on migrant smuggling in Libya’s waters, according to an EU proposal. Malta, which holds the current rotating EU presidency, is pitching the idea as a short-term measure to try to prevent a new spate of smuggling to Europe when spring arrives. The European Union’s naval anti-migrant smuggling task force, known as Operation Sophia, does not have approval yet either from the UN or Tripoli to operate in Libyan waters. Malta’s proposal about “empowering Libyan forces” questions whether it is “politically realistic” to expect that EU naval forces will be able to operate within Libyan waters in the months ahead”.

La linea di collaborazione con le autorità libiche nelle attività di ripresa e di detenzione dei migranti “illegali”, proposta dalla presidenza maltese all’inizio dell’anno,  coincide con le proposte fatte dal ministro dell’interno Minniti a Tripoli ed ha ricevuto una immediata approvazione dal Commissario  europeo all’immigrazione Avramopoulos.

Sembra che non interessino a nessuno le testimonianze  sui migranti intrappolati in Libia che sono sottoposti quotidianamente a violenze orribili. Come sembra non emozionare più nessuno la notizia ricorrente delle stragi in mare.

L’attenzione viene deviata sulle organizzazioni umanitarie che fanno soccorso in mare al limite delle acque territoriali libiche, accusate di collusione con i trafficanti libici. E testimoni anche del progressivo abbandono di quelle acque da parte dei mezzi delle missioni finanziate dall’Unione Europea.

La proposta maltese suggerisce inoltre di “esaminare in maniera completa” le attività delle organizzazioni non governative che nel Mediterraneo impiegano proprie navi attrezzate per il soccorso e già accusate dall’agenzia Ue Frontex di incoraggiare i migranti a compiere la traversata”.

L’attacco della Commissione Europea nei confronti dei migranti è a tutto campo, coinvolge anche gli operatori umanitari e sembra teso a perseguire esclusivamente la cd. lotta ai trafficanti, un pretesto per legittimare le politiche di sbarramento che alimentano le mafie e richiedono un tributo di vite umane sempre più alto.

Si continua a dimenticare quello che succede a tutti i migranti che vengono fermati dalle milizie libiche o dalla cd. guardia  costiera libica, rigettati in centri di detenzione disumani, abbandonati nelle mani di guardie colluse con i trafficanti, spesso consegnati a torturatori senza scrupoli. Un importante rapporto delle Nazioni Unite conferma quanto da tempo testimoniano gli operatori umanitari ed i giornalisti indipendenti, mentre i governi europei fanno finta di non vedere e di non sentire.

Dopo mesi di esaltazione delle possibilità di collaborazione con le autorità di Tripoli e con la Guardia costiera libica che però risponde solo al regime di Al Serraj, rimangono isolate le testimonianze sugli abusi che i migranti subiscono nei centri di detenzione in Libia, urla dal silenzio troppo scomode per una opinione pubblica indifferente, che si limita soltanto ad esprimere paura di fronte agli sbarchi dei migranti, senza considerare gli abusi dai quali fuggono, o verso i quali possono essere respinti, se sottoposti a procedure di respingimento o di espulsione.

Avviene  così che le Commissioni territoriali respingono la maggior parte delle richieste di protezione delle persone che arrivano dalla Libia, anche se sono fortemente traumatizzate, anche se già le condizioni di sofferenza e gli abusi che hanno subito in quel paese legittimerebbero il riconoscimento generalizzato della protezione umanitaria.

Le persone riprese dalla Guardia Costiera libica con l’appoggio e la formazione della Guardia costiera Europea, per adesso sostituita dalle navi della missione Sophia di Eunavformed, sono destinate a fiire nelle mani degli stessi trafficanti che già li hanno abusati una volta. Sono decine le testimonianze in tal senso che si possono raccogliere nei centri di accoglienza italiani, da chi riesce ad arrivare dopo una serie di tentativi. Appare chiaro che ci vorranno mesi, se non anni, per dotare la Guardia costiera libica di mezzi e personale, e soprattutto di una cultura rispettosa dei diritti umani,  per garantire la ricerca ed il soccorso delle imbarcazioni in difficoltà, al di là di sporadiche operazioni di blocco di imbarcazioni in mare, prima che queste raggiungano le acque internazionali, con interventi violenti che, come si è già visto, possono produrre esiti tragici. Operazioni di blocco che, se condotte in collaborazione con le navi europee al limite delle acque internazionali,  potrebbero camuffare veri e propri respingimenti collettivi vietati dalle Convenzioni internazionali.

Negli ultimi giorni la Guardia costiera libica ha sparato su un’imbarcazione, al largo della costa libica, causando la morte di due persone, calpestate nel panico a bordo. Lo abbiamo appreso da un tweet di MSF che nessuno ha voluto considerare. E intanto, malgrado l’aumento esponenziale delle vittime, morti e dispersi, è calato di nuovo il silenzio sui naufragi, mentre gli equipaggi delle navi umanitarie sono stati minacciati e intimiditi sia dalle forze della guardia costiera libica, che dagli agenti delle missioni europee.

Già lo scorso anno altre tragedie si erano verificate davanti alle coste libiche, con centinaia di morti, ed alcuni cadaveri si erano arenati sulle spiagge o si erano incagliati tra gli scogli. ”. Una zona di mare, quella antistante le città di Zuwara, Sabratha, Zawia e Tripoli, nella quale nelle ultime settimane si sono ripetuti gli attacchi alle navi umanitarie impegnate nelle operazioni di ricerca  e soccorso, come testimoniato dagli operatori umanitari di Sea Watch, che, dopo un intervento assai violento di una unità militare con le insegne della guardia costiera libica,  hanno dovuto assistere all’annegamento delle persone che stavano soccorrendo.

La formazione congiunta di agenti della “Guardia Costiera libica”, imbarcati  a bordo delle navi europee, doveva impedire proprio questo tipo di “incidenti”, ma non sembra sia stata  tale da garantire il rispetto dei diritti umani e della stessa vita delle persone soccorse dai libici nelle loro acque territoriali, quando vengono soccorse prima di naufragare.

La missione prioritaria di EUNAVFOR MED che non può ancora entrare in acque libiche, rimane la difesa dei confini esterni dell’Unione Europea, in acque internazionali,  né si vedono all’opera nuovi mezzi di Frontex, o della rinominata Frontex Plus, la nuova Guardia Costiera e di frontiera europea, che dovrebbero svolgere attività di ricerca e salvataggio anche in modo autonomo, come previsto dal Regolamento europeo n.656 del 2014 e dall’ultimo Regolamento dello scorso settembre che trasforma Frontex nella nuova Guardia costiera e di frontiera europea. Attività che allo stato rimarrebbero sempre circoscritte alle acque internazionali, mentre si sta lavorando per delegare ai libici gli interventi di controllo ( e di salvataggio) all’interno delle loro acque territoriali.

Le immagini di morti nelle acque antistanti la Libia occidentale sono facilmente reperibili in rete e testimoniano la mancata capacità di intervento della Guardia costiera libica, che non ha peraltro mezzi adeguati per intervenire ed è stata spesso sospettata di collusioni con le organizzazioni dei trafficanti, soprattutto davanti  Zawia. In realtà sembrerebbe che ciascuna milizia che controlla una città abbia una sua “Guardia Costiera”, seppure formalmente tutte si denominano “Guardia Costiera libica”. Quali sono i termini reali di cooperazione operativa tra le navi della missione europea EUNAVFOR MED e i mezzi della guardia costiera libica ?

Altrettanto carico di conseguenze mortali si è rivelata la scelta di ritirare la maggior parte delle navi della missione europea TRITON dell’Agenzia FRONTEX, o di posizionarle ben distanti dalla costa libica, in modo da renderle irraggiungibili per i gommoni che usano i trafficanti, mezzi cinesi di pessima qualità, che a stento arrivano, quando il mare lo permette, nelle acque internazionali, oltre 12 miglia dalla costa, dove possono avere qualche speranza di essere soccorsi.  L’intento di affidare alle navi commerciali in transito nelle acque a nord della costa libica funzioni di soccorso, al di là di interventi di emergenza, se diventa una scelta politica generale, come si è verificato già nel 2015, dopo la fine dell’Operazione Mare Nostrum, non può che avere conseguenze mortali. Quali sono i piani della Presidenza maltese e del Commissario Europeo Avramopoulos nell’organizzazione della collaborazione tra i diversi paesi responsabili delle diverse zone SAR nelle quali è diviso il mediterraneo centrale? Quale ruolo continua ad essere assegnato alle navi commerciali chiamate a sopperire alla mancanza di mezzi umanitari e di navi militari europee nelle operazioni di ricerca e salvataggio ?

La Libia, ammesso che di un unico stato libico si possa parlare ancora oggi, non aderisce alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati nè garantisce l’effettiva attuazione delle obbligazioni di ricerca e  soccorso derivanti dalle Convenzioni internazionali di diritto del mare. I governi europei che trattano con le autorità libiche sono consapevoli delle violenze che subiscono i migranti intrappolati nei centri di detenzione in Libia ?

Prima di fare accordi con le autorità libiche, occorre garantire che i porti di sbarco libici si possano qualificare come Place of safety” per chi viene soccorso, come prescritto dalle Convenzioni internazionali, e che nelle acque territoriali libiche ci sia da parte di una qualche autorità statale un effettivo impegno per soccorrere vite umane. L’attuale situazione militare nelle città costiere della Libia, confermata da numerose testimonianze raccolte anche dai migranti, come le penose condizioni fisiche nelle quali arrivano, quando arrivano vivi, impediscono di ritenere quei porti come luoghi di sbarco sicuro per chi viene soccorso in mare, sia pure in acque territoriali libiche.

Persino il governo nigeriano ha percepito ed ammesso pubblicamente le condizioni di gravi abusi ai quali sono esposti i migranti nigeriani in Libia, ed altri governi hanno pianificato voli di ritorno dei propri cittadini dalla Libia, incluso l’Egitto, dopo gli abusi subiti in quel paese per opera delle milizie.

Senza l’apertura di canali umanitari o di vie d’ingresso legali in Europa attraverso la concessione di visti umanitari da parte dei consolati e delle ambasciate, e senza un ampliamento effettivo delle possibilità di ricongiungimento familiare,  trafficanti e scafisti resteranno l’unica possibilità di accesso in Europa con un ulteriore aumento delle vittime in mare.

Non sembra affatto scontato che la formazione  di agenti di una guardia costiera o di frontiera libica possa garantire un effettivo controllo della frontiere libiche, un contenimento degli arrivi dei migranti in Europa, o maggiore sicurezza all’interno dello spazio Schengen.  E le vite umane dei migranti costretti alla fuga dalla situazione del loro paese, ma anche dal conflitto nel quale sta precipitando la Libia,  saranno sempre più a rischio. La politica dei muri e dei respingimenti è già fallita in partenza, sulle acque del Mediterraneo si possono costruire soltanto ponti, altrimenti ci sarà soltanto una serie interminabile di conflitti. E nessuna sicurezza per i cittadini europei che continuano a dare il loro consenso a forze politiche ed a rappresentanti di governo che, con i loro errori di valutazione e le loro politiche di sbarramento, alimentano quelle mafie e quelle organizzazioni criminali che a parole dicono di volere combattere.