Frontex all’attacco degli operatori umanitari:che fine ha fatto l’operazione Triton?

Sono anni che i vertici di Frontex vanno all’attacco delle Organizzazioni non governative e dei comandi della Guardia Costiera che antepongono la salvaguardia della vita umana in mare alla difesa dei confini esterni dell’Unione Europea e al contrasto di quella che definiscono soltanto come “immigrazione illegale”. Questi attacchi si erano intensificati dopo le cd. Primavere arabe e si sono poi attenuati nel 2015, per qualche mese, solo dopo le stragi più terribili che sono costate migliaia di vittime nel Mediterraneo, in particolare sulla rotte che dalla Libia puntano sull’Italia.

Tutti possono ricordare in quale clima l’Italia fu costretta a chiudere l’operazione Mare Nostrum nel 2014, e quante accuse furono rivolte ai vertici militari italiani, “colpevoli” di avere salvato troppe vite umane in mare e di avere “contribuito” ad un aumento degli arrivi in Europa di migranti in fuga dalla Libia, quasi tutti migranti in transito, generalmente esposti ad abusi di ogni genere e, nel caso delle donne, a stupri sistematici.

Certo l’attenzione di Frontex per i diritti umani non è stata mai una costante delle attività di questa agenzia. Basta ricordare i voli di rimpatrio finanziati da Frontex, a partire dal 17 settembre del 2015, che hanno riportato in Nigeria decine di quelle donne. Con una pesante complicità tra autorità italiane e vertici di Frontex, che ha stipulato da tempo accordi diretti con la Nigeria.

Nessun intervento di ricerca e soccorso può ridurre drasticamente il numero delle vittime quando si consente che in un territorio, come la Libia nord-occidentale, le milizie colluse con i trafficanti riescono a fare partire dallo stesso tratto di costa anche venti gommoni contemporaneamente, carichi di 4000-5000 persone. Ma la presenza delle navi di soccorso europee, siano esse civili o militari, nelle acque internazionali, a ridosso delle acque territoriali libiche, può incidere sensibilmente sul numero delle vittime, morti e dispersi, che si è costretti a registrare ormai con cadenza quasi giornaliera, nell’indifferenza dei media e dell’opinione pubblica europea.

Se oggi in Libia la situazione è quella di uno scontro militare interno si dovrebbero ricercare bene le responsabilità europee, anche per evitare ulteriori scelte disastrose sul piano politico-militare e devastanti sotto il profilo umanitario. Ma a Bruxelles ( ed a Varsavia, sede di Frontex) si lavora soltanto per ridurre le partenze dalla Libia aumentando i canali di finanziamento (ed i mezzi di intervento) delle autorità di un paese che non rispetta neppure la Convenzione di Ginevra sui rifugiati. Prevale dunque l’opinione che solo un contrasto più forte dell’immigrazione “illegale”, delegato di fatto a quelle che oggi si possono definire soltanto milizie libiche, possa ridurre il numero delle vittime in mare, senza l’apertura di canali umanitari o di vie legali di ingresso in Europa. E si ritiene che si possano delegare a queste milizie, già responsabili di innumerevoli abusi, compiti sempre maggiori di arresto a terra e di blocco nelle acque territoriali, magari allontanando le navi europee, altrimenti costrette ad intervenire in operazioni di ricerca e salvataggio (SAR) sotto il coordinamento della Guardia Costiera italiana. A differenza di Frontex, la Guardia Costiera italiana, prima di indagare su chi effettua le chiamate di soccorso, se i mezzi in difficoltà sono localizzati con la necessaria precisione, avvia immediatamente le attività di ricerca e salvataggio. E magari riesce ad intervenire, con il concorso delle navi civili umanitarie, prima che siano le milizie libiche a riprendersi i migranti, o prima che questi possano naufragare. Chi non muore in mare e viene riportato in Libia va incontro a terribili abusi, ancora più gravi nel caso delle donne e dei minori non accompagnati.

E’ dimostrato che, dopo la fine dell’operazione Mare Nostrum, quando l’Operazione Triton di Frontex venne limitata alle 35 miglia a sud di Malta e Lampedusa, il numero delle vittime aumentò in modo esponenziale, anche perché, in assenza di altri mezzi di soccorso, le autorità italiane, di fatto responsabili anche delle zone SAR ( Search and Rescue) maltese e libica, venivano costrette a chiamare in soccorso navi commerciali, come petroliere e portacontainer del tutto prive dei mezzi ( persino dei salvagente o dei gommoni) per operare in sicurezza attività di salvataggio. Immagini agghiaccianti, presto rimosse dalla memoria collettiva, confermano il ribaltamento di gommoni proprio quando la salvezza sembrava ormai raggiunta, sottobordo alle grandi navi commerciali, nella ressa per conquistare un gradino delle esili scalette gettate lungo le fiancate per fare arrampicare i naufraghi. Per i più deboli il destino era segnato.

E infatti la strage più terribile che mai si ricordi in Mediterraneo, il 18 aprile del 2015, fu dovuta alla collisione tra una nave commerciale ed un barcone carico di migranti proprio mette erano in corso attività di soccorso, a ridosso della nave soccorritrice. I tracciati pubblicati nello studio DEATH BY RESCUE di Charles Heller e di Lorenzo Pezzani, dell’Università York e Goldsmith di Londra lo dimostrano in modo inconfutabile.

Dopo quella strage, che rendeva evidente come i mezzi di Frontex non fossero in grado di garantire l’adempimento degli obblighi di salvataggio pure imposti dal Regolamento europeo n.656 del 2014, frutto anche di una controversia tra il Parlamento ed il Consiglio risolta dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con una decisione del Consiglio europeo straordinario del 23 aprile 2015, per due mesi, gli assetti di intervento dell’operazione Frontex-Triton furono estesi fino a 135 miglia a sud di Malta e Lampedusa, dunque fino a circa 40-50 miglia dalla costa libica, da dove provenivano più frequentemente le chiamate di soccorso.

Per i mesi di maggio e giugno del 2015 le stragi nel Mediterraneo centrale improvvisamente cessarono, anche se si trattava di mesi estivi nei quali il numero delle partenze era sempre più elevato. Poi, a cominciare dal mese di agosto nello stesso anno, la maggior parte delle navi fino allora impegnate da Frontex nel Mediterraneo centrale veniva ritirata. Nel mese di settembre veniva lanciata l’Operazione europea EUNAVFOR MED, poi definita come Operazione Sophia, con il compito principale di distruggere le imbarcazioni , evidentemente dopo averle soccorse, in acque internazionali, (fase uno)ed addirittura con il compito, nei piani originari dei vertici europei, di compiere interventi in acque libiche ( fase due) ed in territorio libico alla caccia dei trafficanti (fase tre). Obiettivi evidentemente mancati per il mancato assenso del Consiglio di sicurezza dell’ONU, e dei diversi governi che nel frattempo si erano divisi la Libia. Al posto dei mezzi di Frontex diversi interventi di salvataggio, sempre su coordinamento della Guardia Costiera italiana, venivano operati da navi militari dell’Operazione Sophia, sebbene i suoi compiti non rientrassero dai doveri di salvataggio affermati per le unità Frontex dal Regolamento Europeo n.656 del 2014, richiamato fino all’ultimo Regolamento 1624 del 2016 istitutivo della Guardia Costiera e di Frontiera europea, di fatto un potenziamento di Frontex di cui mantiene la personalità giuridica.

In quello stesso periodo, corrispondente alla seconda metà dello scorso anno, il venire meno dei mezzi navali e aerei militari dell’Unione Europea corrispondeva all’aumento dell’intervento delle navi civili umanitarie, di SOS Mediterranèe, dell’organizzazione tedesca Sea Watch, di MSF, di MOAS in concorso con la Croce Rossa, poi anche di Save The Children, che sotto il coordinamento della Guardia costiera italiana, ed in concorso con le navi militari italiane della missione Mare Sicuro, salvavano decine di migliaia di persone, altrimenti condannate a morte certa, anche perché i mezzi sui quali venivano imbarcati i migranti erano del tutto inadeguati ad allontanarsi oltre le 20-30 miglia dalla costa libica.

Le alterne vicende dell’Operazione Sophia di Eunavfor Med sfociavano poi nell’accordo di quest’anno, nel mese di agosto, con la Guardia costiera che faceva riferimento ai governi delle città di Misurata e Tripoli, e quindi partivano i corsi di formazione ai cadetti libici, che corrispondevano immediatamente ad una rinnovata capacità di ripresa e di riconduzione a terra dei migranti imbarcati sui gommoni, con gravissimi abusi inflitti ai migranti così “soccorsi”, dopo lo sbarco in Libia e l’internamento nei centri di detenzione.

Aumentava anche esponenzialmente il numero dei cadaveri che si arenavano sulle spiagge libiche o che restavano abbandonati nelle acque territoriali libiche. In quello stesso periodo

infatti le navi umanitarie erano oggetto di diversi attacchi da parte di unità riconducibili alla sedicente Guardia Costiera libica, al punto che dovevano arretrare in acque internazionali, nelle quali non mancavano neppure incursioni da parte dei libici durante operazioni di soccorso. Conseguenza di questo diverso spiegamento degli assetti navali al limite delle acque territoriali libiche, un ulteriore aumento delle vittime. Anche sulle spiagge libiche vicine ai punti di imbarco si arenavano cadaveri di migranti che avevano fatto naufragio ancora all’interno delle acque territoriali. Era evidente la minima capacità di ricerca e salvataggio della sedicente Guardia costiera libica, dotata di mezzi che non erano adatti ad imbarcare centinaia di migranti, ma apparivano attrezzati per aprire il fuoco ed impedire la prosecuzione della traversata. Come si è verificato in diverse circostanze che i media hanno oscurato.

Mentre la situazione sul terreno il Libia sfuggiva a qualsiasi controllo, e le condizioni di transito e di sofferenza dei migranti peggioravano giorno dopo giorno, proprio alla fine del primo ciclo di formazione della cd. Guardia Costiera libica a bordo delle navi dell’operazione Sophia, mentre sparivano tutte le navi di Frontex, o si ritiravano a sud di Malta, con interventi SAR sempre più sporadici, partiva un attacco violento contro gli operatori umanitari. Il 29 novembre scorso, il rappresentante ONU per la Libia Martin Kobler, definiva la presenza delle navi delle ONG internazionali come un fattore di attrazione ( pull factor), subito spalleggiato dai vertici europei come il Commissario all’immigrazione, il greco Avramopoulos.

Quindi partiva l’attacco più velenoso, diretto proprio contro i comandanti e gli equipaggi delle navi umanitarie che, dopo essere stati esposti al piombo dei libici, venivano direttamente accusati di collusioni con i trafficanti. Il 4 dicembre scorso le notizie venivano diffuse da una fondazione olandese, paese nel quale stanno prevalendo posizioni di sbarramento, se non di aperta xenofobia, nei confronti dei migranti in fuga cerso l’Unione Europea.

Il 7 dicembre, questi attacchi contro le ONG “colpevoli” di “collusione” con i trafficanti libici in attività di “contrabbando” di esseri umani, venivano ripresi da ambienti che sembrerebbero riconducibili alla destra rosso-bruna europea, e con vasti riferimenti ai servizi segreti, per il tipo di informazioni delle quali evidentemente questi siti di informazione potevano disporre.

Infine partiva l’attacco frontale dei vertici di Frontex, proprio alla vigilia del Consiglio Europeo del 15 dicembre che avrebbe dovuto ridefinire la politica europea in materia di contrasto dell’immigrazione e distribuire le risorse necessarie, sempre più ingenti per

esternalizzare i controlli di frontiera e coinvolgere con i Migration Compact i paesi di origine e di transito.

Dopo il ritiro dì FRONTEX e gli attacchi alle navi umanitarie adesso i soccorsi li fanno i mezzi di servizio alle piattaforme petrolifere dell’Eni. Si e’ tornati alla situazione precedente alla strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013. Vergogna Europa. Il 2016 è stato l’anno nel quale si sono registrate più morti e dispersi che mai, sulle rotte del Mediterraneo centrale. Chissà quante altre vittime si dovranno registrare nei prossimi mesi. Ma per alcuni fanno titolo e contano davvero solo gli arresti dei presunti scafisti. Neppure chi muore fa notizia.

Che fine hanno fatto le navi militari Scleswig Holstein e Werra che Frontex aveva schierato nell’operazione Triton nel Mediterraneo centrale ? Andiamo a vedere gli ultimi bilanci periodici di attività pubblicati dalla stessa Agenzia Frontex ?

Dove è stata ritirata la nave norvegese SIEM PILOT che fino al mese di novembre è stata l’unica unità di Frontex impegnata continuativamente in attività di Search and Rescue nel Mediterraneo centrale?

Come sono stati impiegati i fondi che sono stati aumentati dopo le stragi del 2015 ? Come si stanno dispiegando i mezzi della nuova Guardia Costiera e Polizia di frontiera europea prevista dal nuovo Regolamento 1624 del 2016, che alcuni definiscono già come una Frontex Plus, di cui mantiene la personalità giuridica?

Perché la Guardia Costiera italiana che è indiretta destinataria degli attacchi di Frontex alle ONG, non rende noti i tracciati delle operazione di Search and Rescue che documentano il disimpegno progressivo dei mezzi europei ? In cosa consistono davvero le attività di formazione della Guardia costiera libica condotte da Frontex a bordo delle navi dell’Operazione Sophia di Eunavfor Med e quali risvolti operativi hanno già avuto?

Invitiamo i parlamentari nazionali ed europei ad avviare attività ispettive per verificare come vengono spese le ingenti risorse stanziate per queste operazioni e soprattutto per verificare quanto siano rispettate le regole internazionali ed europee che impongono il salvataggio delle vite umane in mare e l’assoluto rispetto del principio di non refoulement . Un principio troppo spesso affermato a parole, ma poi contraddetto da Memorandum d’intesa (MoU) che delegano ad autorità di paesi che non rispettano i diritti umani compiti di ricerca e salvataggio che si traducono in altri abusi ed in altra detenzione arbitraria.

Oltre ad attaccare gli operatori umanitari, ed indirettamente la Guardia Costiera italiana, che hanno salvato decine di migliaia di vite umane, Frontex renda conto dell’adempimento dei doveri di soccorso previsti dalle Convenzioni internazionali e degli impegni che derivano dai Regolamenti Europei e dalle Decisioni del Consiglio e del Parlamento Europeo, da ultimo ribaditi nel Regolamento che istituisce la nuova Guardia Costiera e di frontiera europea. Non sono solo le ONG sotto attacco a chiedere chiarezza. Accanto alle ONG, i cittadini europei solidali sono pronti a contrastare giorno per giorno l’intensificarsi della guerra alle migrazioni e la criminalizzazione che si sta rivolgendo nei confronti di chiunque si opponga alle politiche di morte adottate a Bruxelles ed a Varsavia.