Ancora un Consiglio europeo contro i migranti, verso nuovi accordi con dittatori e corrotti

Fulvio Vassallo Paleologo

  1. Un vertice senza speranze, verso la fine dell’Unione europea dei diritti.

Il prossimo Consiglio europeo del 15 dicembre a Bruxelles, al quale dovrebbe partecipare il neo-presidente del Consiglio Gentiloni, nella piena continuità con la politica estera del precedente governo, avrà ad oggetto il tema della esternalizzazione dei controlli di frontiera e dell’utilizzo degli stati di transito per bloccare le partenze dei migranti verso l’Europa. Tra le proposte aiuti alle autorità libiche (non meglio definite) per eseguire rimpatri forzati dalla Libia verso gli stati di origine. Senza ricordare che la Libia, o quello che  rimarrà, non aderisce alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati e non garantisce alcuna tutela alle persone in transito nel suo territorio. La Libia non sembra certo assimilabile alla Turchia di Erdogan con la quale si vanta il successo del blocco della rotta balcanica. In comune i due paesi hanno soltanto le violazioni brutali dei diritti umani, tollerate per anni dalla comunità internazionale.

Come emerso già nel Consiglio europeo di Bratislava, si tratterà in sostanza di garantire la piena applicazione dell’accordo illegale tra Unione europea e Turchia, e finanziare i Migration Compact che i singoli stati europei, con in testa l’Italia, dovrebbero concludere con i paesi terzi per rinforzare le attività di contrasto di quella che si definisce soltanto come immigrazione illegale, e per favorire le operazioni di rimpatrio, sia dai paesi europei che dagli stati terzi. Ormai sono i paesi dell’Europa orientale a dettare la politica europea in materia di asilo e immigrazione, e i deboli governanti occidentali, alla vigilia di importanti scadenze elettorali (in Olanda, in Francia e in Germania) non riescono più a far valere una effettiva tutela dei diritti umani dei migranti.

Si vuole impedire – secondo la bozza di Conclusioni del Consiglio del 15 dicembre resa nota da Statewatch – che i migranti possano raggiungere le coste europee e presentare una domanda di protezione internazionale. Di fatto la negazione del diritto di asilo europeo, che dovrebbe essere consacrata dalla proposta di istituire centri di raccolta in Niger per selezionare i “veri” richiedenti asilo da quelli che ormai si definiscono comunemente “migranti economici” anche se nessun testo di legge o alcuna Convenzione internazionale forniscono una base legale a questa categoria e alle prassi arbitrarie di polizia che sottende.
Il diritto di asilo è strettamente connesso al livello di democrazia che si garantisce in uno stato, ed è strumento per il riconoscimento dei diritti fondamentali della persona umana, quando si è costretti ad abbandonare il paese di origine non per scelta ma per sfuggire a una persecuzione individuale, a una situazione di violenza generalizzata, a una negazione sostanziale delle libertà democratiche. E sono in continuo aumento i profughi ambientali, anche se le categorie giuridiche tradizionali non riescono ancora a garantire loro il diritto alla protezione. La Convenzione di Ginevra prevede che non sia penalizzato l’arrivo irregolare in frontiera per la presentazione di un’istanza di protezione, e non permette tetti numerici. Adesso si vorrebbe impedire proprio l’arrivo di potenziali richiedenti asilo, penalizzare comunque l’ingresso irregolare, come si è fatto nell’intesa raggiunta con la Turchia, e istituire limiti massimi su base nazionale, per negare la stessa possibilità di accedere ad un territorio per depositare un’istanza di protezione.
Il numero dei migranti costretti a chiedere asilo in Europa è drasticamente aumentato negli ultimi due anni, soprattutto per l’afflusso massiccio di sfollati siriani, ma anche per il diffondersi di generali condizioni di insicurezza in molti paesi africani ed asiatici, in particolare in Eritrea, in Sudan, in Gambia, in Mali, in Nigeria, come del resto risultano da tempo irrisolte le crisi in Afghanistan, Pakistan ed Iraq. Gli accordi che l’Unione europea sta per stipulare con questi paesi violano gli art. 18 (Diritto di asilo) e 19 (Divieto di espulsioni collettive) della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

Non si può pensare di scaricare adesso il peso dei migranti in arrivo da est e da sud sui paesi geograficamente più esposti come la Grecia e l’Italia. Come si sta cercando di fare con l’inasprimento dei controlli alle frontiere interne, di fatto con la sospensione della libertà di circolazione prevista dal Regolamento Schengen n. 562 del 2006.

Ma la “sicurezza” sembrerebbe valere solo per i cittadini europei, altrove si può morire ogni giorno senza che le sensibili popolazioni di stati che richiamano nella loro Costituzione il diritto di asilo si preoccupino minimamente di migliaia di vittime prodotte dagli sbarramenti di frontiera. Con l’aumento delle partenze forzate è così aumentato il numero delle vittime nei viaggi della disperazione, mai tanto numerose come nell’ultimo anno. Oltre 4000 morti sulla rotta del Mediterraneo centrale, e un numero imprecisato di dispersi.

Con il Regolamento 2016/1624/UE, approvato pochi mesi fa, si è istituita la nuova Guardia costiera e di frontiera europea, di fatto un potenziamento di Frontex di cui mantiene la personalità giuridica, ma si sono ritirate le navi della missione Triton, che non intervengono più in attività di ricerca e salvataggio a ridosso delle acque costiere libiche. Nello stesso periodo, dopo gli accordi tra i vertici dell’Operazione Sophia di EunavforMed e parte della Guardia Costiera libica, riconducibile al governo Serraj, sono aumentati i casi di abbandono nelle acque prospicienti la Libia e le navi civili delle missioni umanitarie, bersaglio di attacchi da parte libica e di delegittimazione da parte dei vertici europei, che le hanno considerate come un “pull factor” ( fattore di attrazione) anche quando salvavano vite umane, sono state costrette al ritiro ( con la sola eccezione di nave Aquarius di Sos Meditarrenèe).

http://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2016/09/14-european-border-coast-guard/

  1. Per approfondire, un esercizio di memoria. Dopo le stragi solo inasprimento degli apparati repressivi.L’Unione Europea ha risposto alle stragi del Mediterraneo, le più grandi il 3 e l’11 novembre del 2013 davanti a Lampedusa, e il 18 aprile del 2015 nel Canale di Sicilia, con migliaia di morti e un progressivo inasprimento delle regole e delle prassi applicative in materia di asilo e protezione internazionale. Si è poi creduto che potessero bastare le sanzioni penali, gli arresti di centinaia di scafisti, magari minorenni, e di qualche trafficante, per frenare un incremento delle partenze, e dunque dei soccorsi in mare. L’aumento delle persone sbarcate in Italia è dovuto all’incapacità europea e globale di risolvere le crisi nelle aree di partenza, e non certo agli interventi di soccorso degli operatori umanitari, come da ultimo è stato sostenuto da Martin Kobler, rappresentante inviato dalle Nazioni Unite per risolvere la crisi libica. Con i risultati che tutti possono vedere.

    Mentre si chiudevano tutte le vie legali di ingresso per lavoro, le politiche europee hanno sottoposto a restrizioni sempre più severe anche l’accesso dei richiedenti asilo, continuando  a mantenere l’iniquo Regolamento Dublino, che ha esasperato il problema della prima identificazione attraverso il prelievo delle impronte digitali. Su questi processi di identificazione si è giocato lo scambio diseguale tra l’Italia e l’Unione europea che non ha garantito la rilocazione promessa per 40.000 migranti “in particolare bisogno di protezione” giunti in Italia nel 2016, mentre il nostro paese, anche ricorrendo a pratiche violente, con la supervisione degli agenti di Frontex, è arrivato a garantire la quasi totalità delle identificazioni attraverso il prelievo delle impronte digitali.

    Nel corso del semestre di Presidenza dell’Unione europea nel 2014, l’Italia, con Gentiloni attivissimo ministro degli esteri, ha lanciato il Processo di Khartoum, che – nel solco del processo di Rabat e degli Accordi di Cotonou – tendeva a trasferire sui paesi terzi, di transito e di origine, il compito di “difendere” le frontiere europee di fronte ad un crescente afflusso di migranti,  aumentando i controlli anche attraverso l’agenzia FRONTEX, e realizzando operazioni di respingimento collettivo illegale verso i paesi di origine.

Si continua ad ignorare che in molti dei paesi che sono stati inclusi nel Processo di Khartoum, come il Sudan e la Nigeria, domina la corruzione e non sono garantiti i diritti fondamentali della persona umana. Il grande negoziatore di questi accordi è stato proprio l’ex ministro degli esteri italiano Gentiloni, adesso a capo di un governo che è la fotocopia ingiallita di quello precedente, sconfitto dal voto referendario e da un consistente schieramento populista, anche se ha progettato quelle linee di contrasto dell’immigrazione che oggi Grillo e Salvini rilanciano, senza neppure ricorrere al falso umanitarismo sul quale si è modellata l’accoglienza in Italia.
A partire dal 20 marzo 2016 è entrato in vigore laccordo tra Unione europea e Turchia, che ha trasformato in migranti “illegali” da espellere dall’area Schengen anche potenziali richiedenti asilo, magari con famiglia e bambini piccoli, Da allora anche i migranti siriani arrivati in Grecia dalla Turchia sono stati considerati “illegali”. Per non parlare degli afghani e dei pakistani. Dal 4 aprile sono cominciate le operazioni di respingimento in Turchia e si ha già notizia di respingimenti “di riflesso” dalla Turchia verso l’Afghanistan. Particolarmente a rischio i curdi di nazionalità turca che rischiano di essere riconsegnati ad un paese nel quale troveranno carcere e torture senza fine.

I meccanismi decisionali europei sono sempre più concentrati sul Consiglio che opera su proposta della Commissione, senza quel bilanciamento di competenze con il Parlamento previsto dai Trattati europei. Come ha recentemente osservato Barbara Spinelli in nome del gruppo GUE/NGL, in una dichiarazione resa nel corso di una sessione del Parlamento europeo sull’attuazione della dichiarazione UE-Turchia e la ripresa dei trasferimenti in Grecia nell’ambito del sistema di Dublino: «Una Commissione incapace di ricollocare i profughi finge una potenza che non ha, sradicando i diritti dell’uomo».
Nei documenti europei approvati dal Consiglio su proposta della Commissione, con procedure di comitato, al di fuori delle regole stabilite nei trattati per queste materie, che richiederebbero atti di natura legislativa con la codecisione del Parlamento europeo, piuttosto che garantire la rilocazione uniforme dei richiedenti asilo, il superamento del Regolamento Dublino e l’omogeneità delle procedure per il riconoscimento degli status di protezione, si è preferito tracciare la distinzione tra “migranti economici” e potenziali richiedenti asilo, e tra questi quella di “persone con un particolare bisogno di protezione”.

 

Ma neanche per questi migranti “in particolare bisogno di protezione” sono state riconosciute vie di ingresso legale, se non a poche centinaia di persone, generalmente su iniziativa di enti religiosi o di organizzazioni umanitarie. Rispetto a tutti gli altri l’Unione europea ha girato le spalle, negando visti di ingresso umanitario e procedure di resettlement che avrebbero potuto trasferire legalmente in Europa persone ingabbiate nei campi profughi più esposti a violenze ed abusi.
Le recenti decisioni dell’Unione europea non tengono in nessun conto quella sentenza di condanna della Corte Europea dei diritti dell’Uomo contro stati che non garantiscono alle vittime una effettiva protezione contro le organizzazioni che gestiscono la tratta e il traffico.
Le proposte rivolte all’Unione europea dal governo Renzi, con Gentiloni ministro degli esteri, denominate in modo criptico come Migration Compact, saranno adesso rilanciate da Gentiloni Presidente del Consiglio e mantengono al centro delle politiche europee e nazionali gli accordi con i paesi terzi, la stabilizzazione della Libia con un uso distorto della cooperazione internazionale, che dovrebbe essere condizionata ad una collaborazione nelle politiche di blocco delle partenze e di riammissione di coloro che, da quei paesi, ritenuti al pari della Turchia come “paesi terzi sicuri”, tentano di entrare nel territorio degli stati europei. I richiami all’apertura di canali legali di ingresso per lavoro, limitati ai migranti altamente qualificati, appaiono una beffa dopo l’abolizione delle quote annuali di ingresso che negli anni, fino al 2012, avevano consentito una regolarizzazione successiva di immigrati già residenti da tempo in Italia, dopo essere entrati o essere rimasti senza documenti validi.
Occorrerebbe ricordare come le misure previste dal Migration Compact ricalchino il modello degli accordi che l’Italia di Berlusconi e Maroni stipularono nel 2009 con la Libia di Gheddafi, sul principio della “condizionalità migratoria” nei rapporti con i paesi terzi, che il governo Sarkozy aveva proposto nel 2008 all’Unione europea.

Si trattava in sostanza di garantire congrui finanziamenti e forniture tecniche e militari ai paesi di transito per contrastare le partenze dei “clandestini” con la collaborazione attiva da parte delle polizie di questi paesi, anche se poi nessuno garantiva il rispetto dei diritti umani delle persone che venivano riprese in mare e ricondotte nei porti di partenza.

 

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato in diverse occasioni quegli accordi e i paesi come l’Italia che hanno effettuato respingimenti individuali, ed altre volte collettivi, verso paesi non appartenenti all’Unione europea che non garantivano il rispetto dei diritti umani. Esemplare in questo senso la sentenza sul caso Hirsi contro Italia.

 

Anche ai confini interni dell’Unione europea valgono le stesse garanzie accordate ai migranti alle frontiere esterne. L’art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, che vieta, oltre alla tortura, i trattamenti inumani o degradanti, e il divieto di espulsioni collettive, sancito dall’art. 4 del Quarto Protocollo allegato alla CEDU, divieti ribaditi dagli articoli 4 e 19 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, hanno garantito in casi isolati quelle tutele che malgrado le legislazioni nazionali e le Direttive europee, le prassi applicate dalle forze di polizia su indirizzo politico negavano con frequenza crescente. Sulla base di queste norme sono stati condannati i respingimenti da Ancona e da Venezia verso Patrasso, respingimenti collettivi illegali che durano ancora oggi.

I diritti fondamentali vanno riconosciuti anche all’interno dei centri o delle aree attrezzate, nei quali si pratica il cd. Approccio Hotspot. La riapertura del caso Khlaifia, relativo ad abusi commessi nel Centro di primo soccorso ed accoglienza di Lampedusa, sul quale dovrà pronunciarsi a breve la Grand Chambre della Corte di Strasburgo, dopo la condanna dell’Italia da parte di una sezione della stessa Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, apre adesso preoccupanti prospettive di limitazione della tutela dei diritti fondamentali dei migranti sottoposti a procedure di espulsione e di respingimento. L’Italia che ricorre contro una condanna per l’espulsione collettiva di tre tunisini fermati a Lampedusa nel 2011, è la stessa Italia che ha praticato respingimenti collettivi a Khartoum sulla base del Memoriale d’intesa sottoscritto con il Sudan di Bashir il 3 agosto di quest’anno.

Si assiste ovunque ad una preoccupante restrizione delle possibilità di riconoscimento del diritto di asilo in Europa, anche attraverso l’introduzione surrettizia di una “lista di paesi terzi sicuri” che non arriva a diventare una misura legislativa vincolante per gli stati, ma viene assunta come criterio generale di selezione dei migranti da parte delle forze di polizia, e poi di valutazione delle richieste di asilo, sotto l’impulso dellEASO, l’Ufficio europeo che dovrebbe supportare i paesi in difficoltà con le richieste di asilo, e che invece si muove nell’ottica di imporre criteri sempre più restrittivi nell’esame delle domande di asilo.

Gli elementi basilari della normativa dell’Unione europea in materia di protezione internazionale e di garanzie in caso di rimpatrio forzato (Direttiva 2008/115/CE) rischiano così di essere utilizzati in senso sempre più restrittivo, e gli accordi con i paesi terzi rischiano di limitare ulteriormente le possibilità di accesso agli stati europei nei quali si intende presentare una richiesta di asilo, lasciando un carico crescente di arrivi sui paesi più esterni, dai quali, con la rilocazione  in Europa, promessa dall’Agenda europea sulle migrazioni adottata il 10 maggio 2015, non si riesce a trasferire più di qualche centinaio di richiedenti asilo.

Anche la Nigeria viene ritenuta “paese terzo sicuro”. La Corte di Cassazione ha bloccato un respingimento, ma in tanti altri casi non è possibile garantire effettività ai diritti di difesa, soltanto perché le persone espulse o respinte non riescono a fare valere i loro diritti in giudizio prima dell’esecuzione dell’allontanamento forzato sotto scorta di polizia. Dove è finito lo stato di diritto?

Contro le decisioni europee che negano il diritto alla protezione internazionale e bloccano le frontiere sarà necessario estendere la tutela dei richiedenti asilo denegati nel nostro paese dopo mesi o anni di attese defatiganti, e rafforzare i collegamenti tra le associazioni, i cittadini solidali e gli operatori legali per preparare ricorsi contro le decisioni di respingimento o di trattenimento amministrativo, adottate nei confronti di persone che in base alle Direttive ed ai Regolamenti europei dovrebbero vedere riconosciuto il loro diritto alla protezione in territorio europeo.

  1. Alcune proposte, per una diversa politica dell’immigrazione.

Vanno sospesi immediatamente tutti gli accordi di cooperazione di polizia o i MOU (memorandum d’intesa) con paesi che non garantiscono il rispetto effettivo dei diritti umani.

Le trattative già avviate sul piano degli incentivi economici e delle prospettive di cooperazione internazionale vanno rivalutate a partire dagli obiettivi della tutela dei diritti fondamentali della persona e del diritto di asilo.

Vanno garantite e rafforzate le procedure di resettlement e relocation promesse in favore di Grecia ed Italia dall’Agenda europea sulle migrazioni del 10 maggio 2015 e non ancora realizzate. Il sistema di accoglienza italiano è ormai allo sbando, con oltre 180.000 persone che a fine d’anno saranno accolte nei centri di varia denominazione, in prevalenza CAS (Centri di accoglienza straordinaria).

Occorre adottare misure straordinarie, come quelle previste dall’art. 20 del T.U. sull’immigrazione, previsti appunto in caso di afflusso massiccio di sfollati, norme peraltro già applicate nel 1999 (crisi del Kosovo) e nel 2011 (Emergenza Nord-Africa).

Occorre prevedere missioni internazionali di soccorso in mare, con un maggiore numero di navi civili umanitarie finanziate dagli stati e capaci di operare anche all’interno delle acque territoriali libiche. Le attività di ricerca e soccorso dovranno sempre concludersi con lo sbarco in un luogo sicuro (place of safety).

La collaborazione con la Guardia costiera libica, una volta che sarà ricostituita su base nazionale, dovrà mirare esclusivamente alla ricerca e al soccorso delle persone in situazioni di rischio di affondamento, senza compiti di intercettazione e di riconduzione nei porti libici.

Permessi di soggiorno temporanei e visti di transito costituiscono l’unica soluzione possibile per decongestionare il sistema di accoglienza italiano e favorire la mobilità secondaria verso altri paesi, in condizioni di legalità.

Deve chiedersi a questo fine la sospensione temporanea del Regolamento Dublino III verso l’Italia, come è stato fatto da molti paesi nei confronti della Grecia. Esattamente l’opposto di quello che si appresta a fare l’Unione europea che vorrebbe ripristinare le riammissioni Dublino in Grecia, mentre i diversi stati dell’Unione stanno intensificando le richieste di riammissione rivolte all’Italia.