Referendum: perché come ADIF diciamo NO

no-referendum-840x420Come Associazione ADIF invitiamo a votare No al referendum sulla riforma costituzionale del 4 dicembre. Ognuno di noi ha delle ragioni specifiche per motivare tale scelta ma esistono anche motivazioni comuni, di merito, che intervengono direttamente sui temi di cui ci occupiamo.

Proviamo a segnalare alcune ragioni per cui, in caso di approvazione di queste modifiche, peggiorerebbero le condizioni di vita dei migranti e dei richiedenti asilo, come quella di tutti i cittadini.

La prima è di carattere generale. Il testo mira a togliere ad un parlamento, già da tempo esautorato dai propri ruoli e che potrà essere letteralmente monopolizzato con una riforma del sistema elettorale addirittura peggiore di quello in vigore, gran parte dei poteri. Il governo avrebbe ampio mandato per decidere ed imporre in tempi pressoché blindati ogni tipo di decisione al parlamento, da dichiarazioni dello stato di guerra (si veda la situazione ancora fragile in Libia), alla stipula di accordi bilaterali o come diretta emanazione di decisioni prese a Bruxelles. Accordi, come quelli che si vanno prendendo con alcuni governi dell’Africa Sub Sahariana (come si e’ fatto per il Processo di Khartoum), e che faciliteranno espulsioni, rimpatri, clandestinizzazione delle persone e limiteranno il diritto all’asilo come ad ogni altra forma di protezione umanitaria. Già oggi questo avviene attraverso un esautoramento di fatto della sede parlamentare ridotta a luogo di ratifica delle scelte del governo.   Gli ultimi accordi stipulati con Sudan, Gambia e Libia, non sono passati attraverso alcun dibattito parlamentare, sono stati definiti come semplici “accordi tecnici” ma di fatto vanno a disegnare un quadro delle relazioni internazionali, focalizzato sul principio del respingimento a tutti i costi e della detenzione in “paesi sicuri” dove nessun diritto è garantito. Anche qualora il mutare del quadro internazionale dovesse imporre al governo (qualsiasi governo), di dover sottoporre ad un passaggio parlamentare un determinato provvedimento, disegno di legge, testo di accordo, recepimento di direttiva europea eccetera, in 70 giorni un parlamento che presumibilmente avrà, per la composizione che sarà determinata, scarsa volontà di contrapporsi all’esecutivo, potrà decidere di stravolgere concretamente alcuni pilastri della parte prima della costituzione. Una parte ufficialmente non toccata dalla riforma ma chi potrà poi impedire il non rispetto dell’articolo 10 rispetto al diritto di asilo? Chi potrà impedire di veder stravolti l’articolo 3, rispetto all’eguaglianza dei cittadini e l’11 in merito al ripudio della guerra? Chi impedirebbe per esempio ad un esecutivo populista xenofobo, come potrebbe determinarsi indirettamente attraverso le urne, di mettere in campo misure militari di contrasto contro chi fugge dalle coste libiche? Non è fantapolitica, di aspiranti Donald Trump, l’Italia è già piena.

Ma c’è anche un secondo aspetto per cui siamo contrari a questa riforma e che riguarda le modifiche al titolo V della Costituzione. Il testo costituzionale,  riformato da un governo di centro sinistra ad inizio degli anni Duemila, partiva già dal fatto che ogni competenza relativa ad una serie di materie, quali l’immigrazione, è di unica competenza dello Stato. L’accentramento delle sedi decisionali e’ alla fonte della discrezionalita’ amministrativa che si sta sostituendo alla legge con un uso spregiudicato delle circolari. Da questo diritto per circolari deriva il clima di perenne emergenza che il governo sostiene a parole di volere superare. La creazione dell’approccio Hotspot e gli abusi che ne sono derivati per effetto di circolari amminustrative prive di vasi legali, e’ solo un esempio degli effetti devastanti della centralizzazione delle sedi decisionali. Solo un ampia delega alle autonomie locali ed alle organizzazioni non governative potra’consentire una vera uscita dall’emergenza permanente con la quale si sono affrontate le qustioni migratorie del 2008 ad oggi.

Questo già si manifesta per quanto riguarda le politiche di repressione, espulsione, accoglienza emergenziale (ruolo delle prefetture), hotspot, vigilanza alle coste, applicazione della Bossi Fini eccetera. Ma nei meandri del già vituperato Titolo V si addensano altre minacce. Il cambiamento porterà ad accentrare a Roma ogni questione riguardante l’inclusione sociale, la seconda accoglienza, il ruolo degli enti locali nel migliorare lo status di vita dei cittadini stranieri. Il testo riformato parla generalmente di “politiche sociali” e di standard minimi dei servizi” che diventano competenza statale, ovvero governativa, ma nella concretezza della realtà tale assunzione di compiti riguarderà soprattutto le fasce più vulnerabili e quindi una parte consistente dei cittadini migranti che si potrebbero facilmente veder privati di quel poco che alcune regioni o comuni più solidali sono riusciti a garantire. Ad esempio alcune buone leggi regionali sull’immigrazione, da quella dell’Emilia Romagna, in vigore da tanto a quella del Lazio, in vigore dal 2008 ma mai finanziata, diventerebbero carta straccia. Eppure si tratta di leggi che mirano a facilitare quell’inclusione nel tessuto socio economico, culturale e in parte anche politico che costituiscono l’unico antidoto reale alla marginalizzazione. Si assisterebbe con buona probabilità, come per ogni ambito dei servizi sociali, ad un livellamento verso il basso in cui gli enti locali stessi, da quelli di prossimità come i Comuni a quelli dotati ad oggi di potere legislativo come le Regioni, non avrebbero alcun margine di controllo. Tra gli effetti immediati la possibilità per il Ministero dell’Interno di sovradeterminare l’allocazione dei migranti sia in strutture aperte che in centri chiusi (da tanto si parla di nuovi CIE), la diminuzione degli già scarsi controlli rispetto allo standard dei servizi offerti e alle spese realmente effettuate per la gestione dei centri. Richiedenti asilo e migranti privi della Carta di Soggiorno finirebbero ancora più in balia di un potere centrale concentrato nel Ministero dell’Interno e in quello del Lavoro, rendendo vane le tante buone prassi finora realizzate a livello locale. Per tutte queste ragioni proponiamo il nostro NO convinto alle proposte di modifiche costituzionali, un No che non è soltanto un voto di rifiuto, ma che contiene una precisa opzione di rilancio dei valori della solidarieta’ e della partecipazione, fulcro dell’intero testo costituzionale approvato dall’assemblea costituente e poi sostanziato in tanti anni di lavoro incessante della Corte Costituzionale.

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